venerdì 19 giugno 2026

Il prigioniero - Alejandro Amenábar

ad Algeri (ma il film è girato in Spagna) gli arabi prendono cristiani come ostaggi, in cambio di un riscatto.

fra i prigionieri c'è Miguel Cervantes, che legge i libri in spagnolo di un prigioniero anziano.

Miguel ha poche virtù, ma una eccezionale, sa raccontare storie, ai suoi compagni di prigionia, in primis, e poi al Bajà (interpretato da Alessandro Borghi) che lo prende in simpatia, in un rapporto quasi come quello di Schéhérazade e il re, nelle Mille e una notte.

a ogni storia il Bajà ricompensa Miguel, con un giorno di libertà, fuori dal forte dove sono tenuti i prigionieri.

sicuramente non è il miglior film di Alejandro Amenábar, è comunque un film che merita, solo in una quarantina di sale, naturalmente.

buona (libera) visione - Ismaele


 

Il prigioniero non è la storia di un coming out, ma quella di un cantastorie che si salva grazie alla fantasia e alla capacità di rendere attraenti le vicende più terribili. In questa chiave anche la sua (ipotetica) omosessualità rientra nella necessità di adattarsi alle circostanze e viverle in segretezza, e in condizioni emergenziali.
Il rapporto fra lui e il Bajà, interpretato con un'alternanza di minaccia e seduzione da un ottimo Alessandro Borghi (la produzione del film è italo-spagnola), cammina sempre sul filo del rasoio, come del resto quello fra lui e i compagni e con Blanco de Paz. Il giovanissimo Julio Pena nel ruolo del protagonista compensa la sua inesperienza recitativa con la naïveté che è propria del suo ruolo in quel momento della vita di Cervantes, e alterna scrupoli a mistificazioni, alleanze e voltafaccia.
Tutta la storia di Il prigioniero è improntata alla delazione e al tradimento, tanto della propria fede, poiché i mori liberano i prigionieri solo a condizione di un'abiura del Cristianesimo (o del pagamento di un congruo riscatto), quanto della propria natura ed etica personale. Il ritratto dei mori, che potrebbe essere manicheo (e dare l'assist a certi sovranismi religiosi), è invece ricco di sfumature: crudeli ed efferati, ma per certi versi più progressisti dei cattolici spagnoli e italiani. E Amenábar è evidentemente orripilato dai fanatismi di entrambe le parti, così come dalla reciproca intolleranza…

da qui

 

…sebbene non sia un suo best of, Amenábar confeziona un’opera intima e intrigante, escogitando e sottolineando vari aspetti della storia, allo scopo di illuminarne altri che riguardano la società. Antica e moderna. Attraverso la figura di Miguel de Cervantes, veniamo a conoscenza di un mondo distante ma emblematico. La parabola del protagonista tocca temi diversi tra loro, ma tutti altrettanto fondamentali. A partire dal discorso di come e quanto la cultura - in questo caso specifico la narrazione - abbia una rilevanza imprescindibile. A patto però di volergliela riconoscere.Shahrazād e Miguel devono letteralmente la vita al piacere che le parole provocano nei loro aguzzini. Nel secondo caso, però, il bey non viene ingannato, poiché coglie subito il potere di un racconto e del suo autore. Ne carpisce le sfumature e lo spirito più profondo, andando oltre la superficie ed entrando in contatto con l’essere umano che ha di fronte. Per quanto su piani opposti della scala sociale, Miguel e Hasan si trovano, si toccano, si trasfigurano. E viene naturale, a un certo punto, domandarsi chi sia il vero prigioniero. L’uomo che vive in catene ma è libero nel pensiero o quello con tutti gli agi a sua disposizione ma dalle cui decisioni dipende un popolo intero?...

da qui


Pur in un film imperfetto, Alejandro Amenàbar riesce a far luce sulla biografia di Miguel De Cervantes, rappresentando una lotta per la libertà in condizioni difficilissime, con il solo uso della parola e della propria forza interiore.

Tra tutte le scene, forse le più espressive sono proprio quelle in cui Miguel è libero di uscir fuori dal palazzo – anche per poche ore – e visitare con occhi pieni di stupore la città di Algeri. Il regista riesce ben a raffigurare il desiderio semplice di libertà: la catena al piede spezzata, i colloqui con i mercanti, il desiderio di scoprire una cultura diversa, senza, tuttavia, smarrire sé stessi. Per concludere, la storia sentimentale e quella di formazione biografica non sempre si armonizzano, ma il messaggio sulla libertà di coscienza e sull’importanza dell’arte e della parola echeggia attraverso il lungometraggio in maniera chiara e palpabile.

da qui


Nessun commento:

Posta un commento