domenica 1 maggio 2016

Senza lasciare traccia - Gianclaudio Cappai

dopo 10 anni dal primo corto Gianclaudio Cappai (che dev'essere uno testardo) è riuscito
a girare il primo film (dice IMDB).
Senza lasciare traccia è un film non semplice, non c'è niente da ridere, non è un commedia,
è una storia di vendetta, attesa, improvvisa (e anche cieca) vendetta.
ambientata nel nostro mondo, fra lavori a termine ed esecuzioni forzate per chi non può 
pagare i debiti.
e anche la vendetta è come l’esecuzione forzata di un debito senza termini di prescrizione,
per Vera e, purtroppo, anche per il padre.
il passato si siede sulla riva del fiume e aspetta.
Elena e Bruno, dopo la fine del film, avranno molte cose da dirsi, Bruno finalmente troverà
le parole.
un film da non perdere - Ismaele




Più che un viaggio nella memoria, Senza lasciare traccia è la rappresentazione onirica dei sensi, delle ferite, della metamorfosi biologica di un corpo, che diventa spazio cinematografico e forse persino metafora di un mondo arcaico in via d’estinzione. Il film compie un lavoro sull’immagine e sulla materia del cinema complesso, perché carico di sfumature linguistiche impercettibili tra movimento e staticità, intimismo europeo e plasticità. Una violenza trattenuta, quasi insostenibile quella di Cappai, che in parte si riallaccia al suo lavoro precedente e non sfocia mai nella freddezza ma anzi – quasi miracolosamente – assurge a una dimensione di lieve astrattezza e liberazione. Qui parliamo di un cinema personalissimo, coraggioso, che chiede qualcosa in più allo spettatore per dare in cambio un’esperienza, un volume di suoni e sentimenti estremamente profondo e sincero. E nei tormenti di una storia dilaniata c’è spazio per un abbraccio finale che si libera dal passato per aprirsi a nuovi tracciati, ad architetture magari non ancora perfette ma che il cinema italiano può e deve percorrere.

Con Senza lasciare traccia Cappai si inserisce in un filone di genere ben preciso, mettendo in scena un noir italiano sulla vendetta e sulla necessità che l’essere umano ha trovare necessariamente un colpevole, un capro espiatorio su cui riversare tutto il suo malessere (specchio indiscusso della società in cui viviamo). Se il regista si dimostra estremamente abile nella costruzione della tensione e nella direzione degli attori, a mano a mano che la storia si sgretola in un’ossessivo bisogno di catarsi, si palesa più di un’incertezza dal punto di vista della scrittura: le motivazioni dei personaggi non sono sviluppate in maniera adeguata e giunti ormai al finale, una volta usciti dalla fornace in cui Cappai intrappola non solo i protagonisti ma anche lo stesso spettatore, si ha come una sensazione di incompiutezza che stona decisamente con le premesse iniziali…

…È un film sul dolore, sulla rabbia, sul tentativo di riscattare l'innocenza perduta vendicando il passato. Con un guizzo finale che ridona speranza, pur nell'ambientazione catastrofica e ben oltre la disperazione.
Un filo sottile percorre la trama, il filo di un segreto taciuto troppo a lungo, dei silenzi intrisi di pudore, di una violenza negata che cresce mostruosamente e che agghiaccia. Una storia che scava dentro perché ci mette di fronte a verità che non vorremmo vedere.
La sua grandezza sta nel non dividere i buoni dai cattivi, il bene dal male. In ognuno di noi convivono entrambi, e forse guardare in faccia l'intruso e stanarlo è l'unica possibilità che abbiamo di non farci sopraffare da lui.

Appena uscito nelle sale e distribuito da Hira Film, Senza lasciare traccia è un’opera prima profonda e dura, che catapulta nel roboante fuoco di una fornace dove cuociono mattoni, metafora della fiamma viva dei ricordi, spesso dolorosi, sepolti dentro ognuno di noi. La tensione da thriller psicologico, la libertà registica e la buona sceneggiatura, che lascia in bocca solo qualche incertezza narrativa, compongono un racconto di 91 minuti, carico di suspense, dal quale si spera di uscire illesi, aggrappati alla forza dell’arte e della musica e alle potenti interpretazioni dei protagonisti.
All’inizio si prova a combattere: con i ricordi sepolti, con l’infanzia protetta, con le convincenti motivazioni sulla propria futura cremazione. Ma, poi, si soccombe e ci si arrende, realizzando che ognuno può salvarsi soltanto da solo. Per questo motivo il film di Gianclaudio Cappai ha la forza di un appello e la serietà che solo i bambini conservano nel difendere a tutti i costi la verità. Da vedere, magari in solitudine.
da qui


…Cappai non ha saputo soltanto mantenere i medesimi standard qualitativi; a lui va riconosciuto anche il merito di aver dato alla sua filmografia una continuità in termini di temi e di stilemi, senza per questo ripetere all’infinito lo stesso tipo di film, come accade ed è accaduto a molti colleghi più o meno illustri. In Senza lasciare traccia è possibile imbattersi in atmosfere, linguaggi, personaggi, elementi drammaturgici e registici, familiari e ricorrenti nel suo cinema, che permettono al pubblico e agli addetti ai lavori che hanno avuto modo di entrare in contatto con le sue prove precedenti di apprezzarne l’indubbia coerenza. Ciò consegna all’opera di Cappai un’impronta e un’identità ben precise, che rendono il tutto fortemente riconoscibile. Per coloro che, al contrario, non hanno avuto incontri passati con le pellicole firmate dal regista sardo, questa è la volta buona per scoprire il talento di un artista al quale auguriamo con tutto il cuore un lungo e proficuo cammino nella Settima Arte…
…Determinante per la riuscita dell’operazione è la messa in scena e la messa in quadro. La regia di Cappai è matura, sicura e in sintonia con la storia e con le figure che la percorrono. L’utilizzo assiduo della macchina a mano, di teleobiettivi per stare addosso ai corpi quasi fossero spiati da lontano, supportati da una fotografia satura e traboccante grana, dalle atmosfere anonime e rarefatte di un nord Italia non meglio identificato, dalle sonorità ipnotiche e disturbanti di Teho Teardo, contribuiscono ad alzare in modo via via sempre più crescente il livello di tensione e ansia. Sensazioni difficili da scrollare dalla retina anche al termine dei titoli di coda.

Senza lasciare traccia si segnala come uno degli esordi più interessanti di questa annata e ci rivela un giovane autore perfettamente consapevole delle proprie capacità e privo da quell’esibizionismo stilistico che talvolta affligge le opere prime.
Resta però un problema da risolvere, questa dinamica dell’auto-produzione (e in questo caso anche auto-distribuzione) che ha caratterizzato prodotti come Spaghetti Story, Lo chiamavano Jeeg Robot e ora Senza lasciare traccia ci dice che al nostro cinema mancano produttori coraggiosi che sollevino un regista dall’onere di autofinanziarsi il film, produttori in grado di innamorarsi di un progetto (non è in fondo questo l’impulso alla base del loro lavoro?) e scommettere su qualcosa di nuovo, anziché sul riciclo dei vecchi plot, ruoli e volti. Perché a lungo andare anche il filone più redditizio si esaurisce.

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