sabato 14 maggio 2016

I ricordi del fiume - Gianluca e Massimiliano De Serio

del neorealismo fotografico Zavattini diceva che bisognava "aderire alla realtà come il sudore alla pelle'' (da qui)
come la letteratura, dalla Resistenza in poi (qui), anche nel cinema neorealista documentare e testimoniare sono un’urgenza e un’etica.
il film (e il cinema) di Gianluca e Massimiliano de Serio, torinesi, è un film che è testimonianza, documento e memoria.
Primo Levi, torinese anche lui, scriveva " Meditate che questo è stato".

mutatis mutandis, anche questo film è un film per ricordare, per non dimenticare, senza tesi preconcette, senza ideologie ingombranti, solo un film di esseri umani, di quella povera gente, di quei vinti, che fa "la fame egualmente" , come dice Bertolt Brecht.
un piccolo grande film, non sarà facile vederlo, ma ricordate di non perderlo, quando capiterà in qualche sala, se poi c'e uno dei due registi sarete davvero fortunati, come è capitato a me - Ismaele





Il cinema come memoria, che cattura un mondo che sta per svanire. Un atto di resistenza che i De Serio portano avanti con spessore cinematografico, ma anche umano. La macchina da presa è come invisibile, ma la mancanza di interazione delle persone riprese con la camera non significa una distanza tra gli abitanti e i De Serio che si sono immersi, con evidente grande sensibilità, in quella piccola città dimenticata. Anzi l'osservazione si rivela così autentica, restituisce profonda naturalezza al racconto, grazie anche all'utilizzo
di lunghi piani sequenza che portano lo spettatore vicino a uomini, donne, bambini e anziani del campo. Tante piccole storie, accennate, come un accumulo di ricordi per fotografare una vita che in fondo non si conosce e rimane spesso confinata nel luogo comune dell'opinione pubblica.

Oltre ogni discorso sociologico evidentemente intuibile e oltre un approccio registico forse un po’ troppo controllato rispetto alla calda materia da aggredire, i De Serio ci lasciano negli occhi immagini singole di rara potenza. Il “concerto” finale delle ruspe è una straordinaria configurazione del nostro tempo, che inabissa ogni contingenza legata al Platz e ci consegna urgenti quesiti universali. Un’immagine-pensiero che configura le macerie del doloroso e dignitoso passato di una comunità, ma nel contempo l’inquietante desiderio nascosto in “molta Italia”: un’immagine che mette allo specchio il nostro Paese e ci interroga come cittadini di quest’epoca. Ecco allora, la bellezza del film sta tutta in questa dialettica tra campi lunghi e dettagli: ogni campo lungo sulla Storia (e sulle storie) trova il suo controcampo in un primo piano insistito di un volto o in un dettaglio ricco di pathos. Perché è in quel frame che prende forma il ricordo, ed è lì che il cinema deve investire oltre il tempo e le incertezze.

La partecipazione dei due cineasti nelle loro opere è diretta. Anche la vita dei vicini di casa rom diventa la loro vita, non certo un’operazione commerciale o di spettacolo. I ricordi del fiume è adesso un film di due ore e venti di montato finale, ma con alle spalle ben duecentocinquanta ore di girato. Per realizzarlo, per meglio entrare nella problematica da loro vissuta e narrata, Massimiliano è volato anche in Romania, a vedere e registrare l’al di là da cui diversi dei loro protagonisti provengono e dove saltuariamente tornano, in villaggi “puntellati di case un po’ più confortevoli delle baracche torinesi, ma in altrettanta se non peggiore situazione di povertà e precarietà della vita: nulla da coltivare, nulla da comprare o da vendere, nulla da mendicare”.
A malincuore, nel film non hanno potuto inserire nessuna delle sequenze romene. Ma la ricchezza e l’interesse intrinseco del materiale girato risultano tali che è intenzione dei De Serio organizzare tutti i materiali rimasti fuori dal montaggio e presentarli in altre forme, su dvd o web series o altro. D’altronde sono abituati a reinventarsicinematograficamente l’esistenza. Non solo le loro opere videoartistiche li vedono spesso coinvolti personalmente, non solo i loro documentari finiscono per essere pezzi dichiarati anche della loro vita, ma – a riprova dell’afflato sinceramente sociale che li anima – dal 2012 sono pure i fondatori e gli instancabili gestori del Piccolo Cinema-Società di Mutuo Soccorso Cinematografico, una antiscuola di cinema gratuita, un laboratorio continuo e autofinanziato, che hanno regalato alla disagiata periferia Nord di Torino, tra i quartieri di Falchera e Barriera di Milano.
E anche ciò aiuta a capire meglio la più profonda qualità dei sentimenti di confidenza, immedesimazione ed empatia che riescono a provare e trasmettere, in modo sommessamente epico, a contatto con le esistenze precarie che li circondano e che di volta in volta scelgono di narrare. È compartecipazione. Sincera. Una bella arte del vivere.

 Sappiamo del resto che i campi rom, le baraccopoli, i campi nomadi (o in qualunque altro modo li si voglia chiamare) creano nelle nostre città contemporanee un senso di vergogna e, dunque, vengono nascosti agli occhi, oppure vengono destinati a trovare spazio fuori dai centri urbani come se si trattasse di campi di concentramento militarizzati. E dunque il film dei De Serio ha in primis questo valore testimoniale e basilare: farci vedere com’era. Basterebbe in tal senso la sequenza ambientata sopra una barca da cui si vede il retro del Plat e da cui si può osservare il degrado con la spazzatura che digrada verso le sponde del fiume – un momento di pura potenza visionaria, tanto da sembrare quasi il fiume di Apocalypse Now per senso d’inquietudine trasmessa – per capire come I ricordi del fiume risponda a quello che dovrebbe essere il bisogno primario del cinema: la capacità di osservare prima ancora che di raccontare, il restituirci con un’immagine il senso stesso della scoperta di un luogo…

Un'immersione vera e propria la loro: il film infatti è stato girato per un anno e mezzo a stretto contatto con le persone che popolano il Lungo Stura Lazio. Particolare non banale, perché i tempi lunghi hanno permesso di allontanare l'effetto "buco della serratura" che molto spesso lo spettatore deve sobbarcarsi. Quella fastidiosa sensazione di veder mostrate immagini che forzano la realtà per arrivare a un obbiettivo, qualunque esso sia. Il cinema documentario ha necessariamente bisogno di tempo per elevarsi, per poter restituire la vibrante realtà. E in questo "I ricordi del fiume" è potente e preciso…

…I De Serio penetrano, si mescolano e diventano praticamente invisibili, in quella sorta di babele fatta di lamiere, baracche, chiese improvvisate e rifiuti accatastati. Quello che restituiscono sullo schermo è uno sguardo dall’interno che sa essere tanto partecipe quanto distaccato. Questa mutazione nell’approccio alla “materia” umana e disumana è uno dei valori aggiunti messi in campo. Il farlo è servito a loro per dare una voce e un volto agli invisibili, a chi quotidianamente deve fare i conti con l’odio e il pregiudizio altrui. Ma I ricordi del fiume, oltre ad essere un documento importante, è anche un “diario” di immagini e parole, dove sono andati a confluire gesti, persone e aneddoti, destinati a rimanere impressi nel tempo e nella mente. Perché le ruspe possono demolire, ma non annientare. Un diario scritto in punta di piedi, con il rispetto di chi sa come entrare in una habitat senza invaderlo e stravolgerlo, per poi uscirne senza sbattere la porta dopo averne fatto parte per un periodo. Il tutto fa della pellicola un’opera di grande forza e intensità, di quelle da non farsi sfuggire e da non dimenticare.

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