sabato 28 marzo 2015

Una nuova amica - François Ozon

un film esagerato, uomini con donne, donne con uomini, travestiti da donne, un'amica morta, una promessa, alla fine è un film confuso, solo perché confuso è il mondo, e però sembra anche superficiale.
Ozon è bravo, ma, quando negli occhi e in testa hai "La vita di Adele" e "Laurence Anyways", questo film sembra perfettino, certo, proprio leggerino. 
non è bello fare confronti, ma...
senza quei due sarebbe un bel film, ora mi sembra un film non male, a suo modo inquietante, ma solo sufficiente.
e però ci sono delle scene che è un piacere vedere - Ismaele







Il meno convincente dei film di François Ozon. Un giovane vedovo ha una passione segreta. La scopre per caso l’amica della moglie, ma non sarà scandalo, anzi sarà complicità tra i due. Ozon racconta le strane traiettorie del desiderio e la labilità delle identità sessuali, peccato che lo faccia con la freddezza di una lezione teorica e quando ormai il discorso pubblico sulla gender-culture è saturo e inflazionato. È che queste cose le ha già fatte meglio, e al momento giusto, Pedro Almodóvar…

non è un film sull'intolleranza o l'accettazione delle diversità sessuali da parte della società o dei parenti (come potevano essere "Boys don't cry" o "La mia vita in rosa"), bensì sulla scoperta e sulla presa di coscienza della propria identità. In quanto tale, si allontana da Almodóvar (dove queste fasi vengono spesso date come per scontate o già acquisite) e si avvicina di più all'analisi delle ambiguità e delle pulsioni che ha da sempre caratterizzato il cinema del regista francese.

Non ci si scandalizza e tanto meno ci si indigna, ma certamente ci si annoia (il film sfiora spesso il ridicolo, ma fallisce anche in questo)…


Una nuova amica ha un incipit folgorante, in pieno stile Ozon: una ragazza in abiti matrimoniali che poi si scopre essere morta. Un incipit che con notevole lungimiranza è stato usato anche come trailer del film. Dopodiché ci si ritrova al funerale della ragazza e facciamo la conoscenza con la nostra protagonista, Claire (interpretata dall’eccellente Anaïs Demoustier), la migliore amica della defunta. E anche qui Ozon lavora di fino con una sventagliata di flashback in cui racconta con pochi cenni il profondo legame che ha unito le due. Ma è solo dopo, quando si teme che il regista abbia già finito le sue carte (come spesso gli è accaduto in passato), che in realtà Una nuova amica cresce d’intensità, vale a dire dal momento in cui Romain Duris, che interpreta il vedovo dell’amica con neonata a carico, si prende la scena…
…Croisant l’éveil à soi de ses deux principales protagonistes – Victoria devenant femme au même titre que Claire – François Ozon propose une radiographie à la fois réaliste et fantasmée de la société française et de son ouverture aux questions de genre. Au fil de l’évolution narrative et des interactions, il propose ainsi une image plurielle de l’homosexualité moquée par Gilles, faussement tolérée par les parents de Laura ou rejetée avant d’être comprise par Claire. Elle est également magnifiée par le réalisateur lors d’une séquence de cabaret où prennent sens les paroles assez « idiotes » pour être universelles de la chanson « Une Femme avec toi » – incontournable titre du répertoire de Nicole Croisille.
Focalisant sans cesse notre attention et maitrisant les effets de surprises qui teintent le film d’une logique de thriller, François Ozon dirigeant avec brio ses acteurs qu’il filme avec sensibilité. Il ancre un jeu manifeste entre une artificialité distanciée (et souvent référentielle) et un réalisme père d’une sensualité déroutante tant il nous fond au désir et aux pulsions de Claire et de Victoria. Pleine d’humour, l’approche n’en est pas moins troublante à l’instar de l’ouverture suggérée par l’orchestration de la séquence finale.

martedì 24 marzo 2015

ricordo di Gian Vittorio Baldi



qui avevo scritto di un suo gran film, "Fuoco!"





Protagonista di stagioni battagliere del cinema italiano, regista e audace produttore (tra i titoli prodotti, Porcile di Pier Paolo Pasolini e L'amore coniugale, film della scrittrice Dacia Maraini, girato negli anni più intensi delle lotte femministe), è scomparso ieri sera a Faenza (Ravenna) Gian Vittorio Baldi. Era nato a Bologna nel 1930.

Dopo aver frequentato a Roma il Centro Speciale di Cinematografia, esordì alla regia nel 1958 con Il pianto delle zitelle, vincendo il Leone d'Oro come miglior cortometraggio a Venezia. Di qui Baldi - viene ricordato dalla Cineteca di Bologna - ha sviluppato la sua prospettiva cinematografica, specializzando il proprio sguardo sui temi più duri della realtà sociale. È stato pioniere di un nuovo cinema documentario italiano a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Ha parlato di povertà, di emigrazione, di sofferenza...

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lunedì 23 marzo 2015

Babylon - Peter Lord, David Sproxton

Fino a qui tutto bene - Roan Johnson

un tempo che finisce, la casa da lasciare, e poi ci si vedrà , ci si sentirà, sempre meno.
il film racconta un addio (anche una resa dei conti) di alcuni ragazzi che prendono strade diverse, dopo una lunga convivenza.
non tutti si laureano, manca il sesto compagno, morto probabilmente suicida, un po'  di tempo prima, tutti se lo ricordano bene.
tante piccole scelte da fare, chi avrà un bambino, chi andrà a lavorare all'estero, chi ha sognato il teatro, chi, come Cioni (che assomiglia a Benigni da giovane), si prende il ruolo del buffoncello, ma poi farà una proposta serissima.
sembra quasi un documentario, in certi momenti, così va il mondo.
non sarà un capolavoro, ma è un film sincero, il passo dell'addio è il più difficile, si ride per non piangere.
e chi è stato all'università fuori sede lo capirà meglio, ricorderà alcuni episodi dimenticati, o rimossi, chissà - Ismaele






Fino a qui tutto bene è letteralmente un film positivo, capace di affrontare quasi stoicamente le varie problematiche sociali contemporanee dei giovani, utilizzando come strumento, quel cinema comico italiano quasi perduto. E’ palese la rievocazione allo stile cinematografico dei Giancattivi, quel cinema spensierato ma sotto certi aspetti salace, che grosso modo vede il coinvolgimento attivo della gioventù nostrana nella vita quotidiana. Johnson riesce dunque ad adottare una metrica stilistica retro, quasi estinta nel nostro cinema, risultando però efficace ancora oggi…

Il titolo riprende il mantra della caduta in L'odio di Kassovitz, ma in senso antifrastico. Non raccoglie nulla della durezza di quel cult, semmai lo gira in direzione contraria e positiva (il mantra è: «ma che facciamo, ci arrendiamo?»). C'è il disorientamento felice e anche un po' incosciente, come se un limbo avesse protetto i cinque fino ad allora da tutto, manca la profondità drammatica: nella riflessione sulla morte dell'amico, nella condivisione della gravidanza di Ilaria, nella fine della storia tra Vincenzo e Francesca. Si avverte sofferenza vera solo nel confronto tra Marta e Andrea. Molto più spazio è dato a un risibile furto (con restituzione) di argenteria, a momenti di puro cazzeggio autoreferenziale - tutti nella doccia, corse tra i girasoli al tramonto - o a gag sovversive e spensierate come cercare la rissa pacifista con un parà o sodomizzare un'anguria per scommessa. Talvolta la leggerezza come principio stilistico rischia di passare per superficialità e attaccamento a quegli anni di limbo di cui molto pubblico può sentire la nostalgia…
                                         
. La bravura di Roan Johnson – autore italianissimo di padre inglese – sta nell’orchestrare i suoi Peter Pan maschili e femminili al massimo della naturalezza e della credibilità, illudendoci che non di rappresentazione si tratti il suo film, ma di vita ripresa e registrata nel suo farsi. La camera è mobile, sinuosa, per scelta di linguaggio e di stile, ma anche per necessità. A mancare è un’adeguata strutturazione drammaturgica: il racconto non ha mai una vera progressione, i personaggi restano sempre al punto di partenza, bloccati dentro se stessi senza mai un cambiamento, una trasformazione seppur minima. Film orizzontale e circolare, dove hai l’impressione di ritornare sempre allo stesso punto…

Nonostante le cose vanno e andranno sempre a testa in giù, la precarietà sarà ogni volta più sovrana e la nostra generazione inaffidabile per definizione, la forza di reagire, di fortificarsi e condividere insieme tutto questo pasticcio che ci assale, è e sarà all'infinito, una delle più straordinarie qualità di cui possiamo vantarci. Così, pur non conoscendo cosa ci riserverà il futuro e come noi saremo in grado di sopportarlo, vedendo i protagonisti di Fino A Qui Tutto Bene non demordere e lottare, separarsi e restare uniti, andare avanti e guardare indietro, ci fa sentire meglio per via di quella positività e speranza secondo la quale siamo tutti passeggeri facenti parte della stessa (piccola) barca.

L’idea per questo film, rivela l’autore, nasce a seguito di un documentario commissionato dall’Università di Pisa sulla vita e le ambizioni degli studenti universitari pisani. I racconti dei ragazzi intervistati si sono rivelati così entusiasmanti e carichi di ambizioni che hanno subito spinto il regista ad ideare un film tratto da quelle storie, una summa di tutti quegli aneddoti, un’opera generazionale ed esistenziale che Johnson decide di auto-produrre insieme a tutti gli attori e tecnici del film. Ne viene fuori un film fresco e leggero che, pur sentendo l’eco lontano di film come I laureati di Pieraccioni o Ecce bombo di Moretti, riesce ad apparire comunque innovativo grazie soprattutto ad un’estetica volutamente grezza e sgrammaticata, ricca di piani sequenza e macchina a spalla utili a donare al film quell’aspetto decisamente real capace di tenere lontana la finzione ed ingannare lo spettatore che davvero finirà per credere che Vincenzo, Ilaria, Andrea, Paolo e Francesca siano degli ex studenti universitari in procinto di perdersi di vista...

questa esperienza garibaldina – così viene definita nei titoli di testa – questo blitz nel melmoso terreno del cinema italiano, porta un po’ di vitalità tanto da spingerci a sperare, forse illusoriamente, che anche i produttori comincino a rischiare qualcosa – e non solo i registi, gli attori, gli sceneggiatori, i musicisti, ecc. -, decidendo di fare affidamento a forze nuove invece che ancora e sempre ai soliti noti.

Tonalità agro-dolci per una commedia molto sentita che è anche un addio alla giovinezza (ormai protratta ad oltranza) di una generazione cresciuta nel ventennio berlusconiano e ora alle prese con la crisi e la disoccupazione. L'umorismo e le situazioni grottesche non mancano, ma il sottotesto è amaro, come l'ombra dell'amico che se n'è andato in maniera tragica…

sabato 21 marzo 2015

Psy - Wladyslaw Pasikowski

il cinema polacco è uno di quelli più in salute di tutta Europa (“Ida”, per esempio), insieme a quello turco, belga, e al cinema delle due grandi isole a nord della Francia; trascuro qualcuno, lo so, ho semplificato forse troppo.
questo film è la storia di un gruppo di poliziotti bastardi (cani è la traduzione, non maiali, come traducono in inglese, anche loro avranno un dizionario, almeno online, ma la pigrizia impera), che caduto il regime comunista entrano nei ranghi della polizia “democratica”, senza perdere le vecchie pessime abitudini.
tutti sono dei bastardi, Franz Maurer conserva un’etica (traduzione, non si fa corrompere)
il protagonista è un viso conosciuto, è Boguslaw Linda, attore di Wajda e Kieslowski.
un film che merita, se riuscite a trovarlo (è una sfida?) - Ismaele



I saw this movie many times and I think that a lot of young polish people did the same. This film is not for everybody. It's almost impossible to translate original polish dialogs into english. For english speaking people is very hard to understand specific sense of humor. No one who have never been in Poland, especially in 90's will understand this movie. It will be only next part of Natural Born Killers and nothing more. In this movie Wladyslaw Pasikowski show us moment of transformation of Polish country after falling of iron curtain in very specific way. By the way, even title translation is a disaster. Polish - Psy (Pies) means in english - Dogs (Dog), and this is what polish people used to say about policeman. [Not Pigs]

While some feared the end of Polish cinema, others saw it as a chance to catch up. It is through the action-packed screening of a very contemporary Polish story that Psy took up controversial and previously restricted topics. Issues of political instability with a lack of a true national hero are raised. Inequality and corruption, ranging from a social to a personal level are also treated. Finally, large-scale criminal activity in the immediate post-communist period is high-lighted, presented through formerly taboo sub-topics of violence, vulgar language and drugs

venerdì 20 marzo 2015

Wrong - Quentin Dupieux

questo film è un'altra cosa, tutto quello che succede è totalmente improbabile, ma è raccontato in un modo che tutto sembra verosimile, non in un universo parallelo, ma nel nostro mondo.
e magari è tutto vero e nessuno l'ha capito, ed è solo un documentario.
se riesci a non ridere è possibile che debba farti visitare, non ti funziona qualcosa, qualche neurone dev'essere arrugginito, prova a guardarlo, alcuni medici usano questo film come test del riso - Ismaele




Wrong è la conferma definitiva che Quentin Dupieux è un genio...

…Complice un dialogo brillante e degli attori magari non eccezionali ma efficaci (notare William Fichtner che si riscatta da una vita in serie B interpretando Master Chang), la reazione dello spettatore al medesimo assurdo è invece quella della risata. "Wrong" è uno di quei film in cui una volta che sei entrato nel meccanismo ridi quasi ad ogni scena, in cui se compare un certo personaggio (come Master Chang), ridi prima che faccia alcunché, semplicemente perché sai che sta per succedere qualcosa di divertente. L'umorismo non fa comunque sparire del tutto un retrogusto amaro, come è chiaro da una sequenza dal montaggio impossibile in cui compare l'assurdità della morte come complementare a quella della vita.
In conclusione "Wrong" è un film la cui semplice apparenza cela una messa in scena non banale, è un'interessante opera surrealista sull'alienazione piccolo-borghese (magari non così profonda come ambirebbe ad essere), ma soprattutto è un film molto molto divertente. Anche solo per questo, consigliato.

giovedì 19 marzo 2015

due cortometraggi di Damian Nenow



PATHS OF HATE è il racconto dei demoni che, assopiti nel profondo dell’animo umano, hanno il potere di spingere gli uomini nell’abisso dell’odio cieco, del furore e della rabbia.
da qui



Il cortometraggio riproduce, attraverso la simulazione di un volo aereo, la scala delle distruzioni subite da Varsavia alla fine della seconda guerra mondiale.
da qui

lunedì 16 marzo 2015

Himizu - Sion Sono

Keiko e Sumida sono i due giovani protagonisti del film, tratto da un manga di Minoru Furuya.
odiati dai genitori, Keiko si attacca a Sumida, nonostante lui non la voglia in mezzo ai piedi, e alla fine saranno legati, non hanno nessun altro, Keiko è proprio testarda, e alla fine ha ragione.
le musica di sottofondo, ma non troppo, sono il Requiem di Mozart e l'Adagio di Barber, come straordinarie sono le immagini delle distruzioni dello tsunami, la morte è sempre lì, è uno spettro sempre presente.
il film è ambientato nel periodo subito dopo lo tsunami e il disastro di Fukushima, il terreno adiacente alla baracca di Sumida ospita diversi sfollati, straordinario il vecchietto interpretato da Tetsu Watanabe (già attore di Kitano)
il film è anche una storia corale, che cresce col passare dei minuti, e gli ultimi minuti sono bellissimi.
cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele



Il film si basa anche su piccoli indizi che sviano lo spettatore verso il finale, proprio dall'inizio sono stata portata a credere di sapere già il finale. Ed invece il finale (anche lì altri indizi e colpi di spari intesi male) è un piccolo messaggio di speranza; non c'è niente di male a voler essere speciali, l'ultima scena è davvero commovente e penso proprio che se non ci fosse stato nessuno nella stanza mi sarei lasciata andare di più, davvero è la mia scena preferita in assoluto. Volendo il film è una storia d'amore, molto strana ma in fin dei conti lo è. Gioca un ruolo importante anche la casetta storta nel lago, infatti più volte i personaggi dicono che quella costruzione mette loro angoscia ma (notare bene) in una scena si siedono e continuano a fissarla, nelle scene più salienti la casetta viene spesso inquadrata e molte volte viene inquadrata solo la casetta. Non ho capito bene il perché di tutta questa attenzione a quel particolare architettonico però mi è piaciuto questo occhio di riguardo verso i dettagli. Anche i paesaggi sono spettacolari e non sono solo dei semplici sfondi.
Nel complesso un'opera di Sion Sono piena di poesia.

Sion Sono vuelve a ofrecernos una desgarradora historia llena de violencia y personajes al límite. Aquí encontramos todas las constantes del director japonés, tanto las que nos fascinan como las que no. En la parte negativa de la balanza vuelve a ofrecernos una película irregular con algunos momentos poco acertados, pero como es habitual en su filmografía estos errores se compensan gracias a su capacidad para fotografiar el alma humana y de transmitir sentimientos con una poesía visual inusitada. En este caso, las imágenes del protagonista caminando sobre los escombros del tsunami con el Requiem de Morart de fondo son de una belleza arrolladora…

L’avventura del giovane Himizu è l’amareggiata metafora di un Giappone ferito, malconcio, sanguinante dopo le tremende catastrofi del terremoto e dal contagio nucleare a Fukushima. Shion Sono è regista di gran respiro, capace di descrizioni potenti ed affascinanti. Si parte da immagini reali del dopo tsunami: rovine delle case, macchine distrutte, oggetti quotidiani sparpagliati, senza vita e padrone. Un cimitero d’oggetti e materie devastate, dove la vita è scomparsa, come rigettata in mare dalla grande onda. L’angoscia del tremendo colpo al cuore ha aggravato, per il paese imperiale, la congenita ansia di vivere. Dopo la partenza documentaristica, siamo trasportati in una regione colpita dal terremoto. Vicino ad una baracca adibita come abitazione e affitto barche sono sorte alcune tende dove vivono degli sfollati. Questo ambiente ricorda la baraccopoli di Akira Kurosawa di Dodeska-den. In quell’epoca i giapponesi uscivano da un’altra apocalisse: la calamità della seconda guerra mondiale…

partito come la semplice trasposizione dell'omonimo manga di Minoru Furuya (quello di “Ping-Pong Club”) che raccontava la storia d'amore prevedibilmente complicata fra due adolescenti, il progetto ha dovuto fare i conti, in corso d'opera, con la tragedia di Fukushima e, dopo opportuni cambiamenti in fase di sceneggiatura, si apre con una sequenza molto potente dove vediamo separatamente i due protagonisti e un personaggio secondario (che poi verremo a sapere essere un imprenditore che nello tsunami ha praticamente perso tutto) smarriti in un paesaggio devastato dove tutto è stato spazzato via da un cataclisma. Il clima da tragedia, oltre che dalle immagini, è evidenziato dall'uso dei suoni, rumori penetranti in crescendo che poi sono quelli della mente. Lo tsunami può anche essere stato un sogno ma non conviene sperare troppo in un lieto risveglio. Nell'idea del regista c'è comunque una possibilità di salvezza ed è quella che porta i due ragazzi a sopravvivere nonostante tutte le ostilità, siano esse calamità naturali, violenze covate in famiglia o in una società sempre più allo sbando. Un ragazzino che insegue il sogno di “una vita normale” e un'appassionata di poesia che si definisce candidamente una stalker e che, citando Villon, sostiene di conoscere tutto “tranne che me stessa” non sono propriamente gli eroi caratteristici di un film; eppure ai due lo spettatore si affeziona…

Un film intenso, duro e sincero. Nonostante qualche debolezza soprattutto laddove sono state fatte le  inserzioni del tema del disastro e nell’eccesso di registri narrativi – che peraltro è un aspetto peculiare al cinema di Sono –, Himizu non può non essere apprezzato per la forza disperata con cui trasmette il suo fervore morale. La creatività visionaria e iconoclasta, per cui Sono è conosciuto, è qua messa al servizio di una parabola sui mali della società culminante in una morale civile che invita a un doloroso impegno per ricostruire prospettive di speranza. È la speranza che cercano coloro che hanno perso tutto nella calamità e allo stesso tempo è la speranza, rifiutata e poi faticosamente accettata, dei figli della società attuale…

Although Sono's trademark of melodramatic excess and depression amidst teenagers is starting to become a slightly tiring trademark, there is still much of interest here, another of his movies that lives in a logic of its own. This is a manga spliced with then-current events of Japan's tsunami and nuclear catastrophe, the splice resulting in both some awkwardness, as well as symbolic interpretations of the movie about the survival of Japan and the clash of generations. Parents are so severely abusive and neglectful in this movie that they are surreal, building colorful guillotines for their children, or wishing their kids died in the tsunami so that they can collect insurance. Sumida is the sullen teenager who just wants an ordinary life despite platitudes by his teacher to become extraordinary, but his hateful father, neglectful mother and visits from the Yakuza for his father's debts, turn him to insanity and increasingly desperate acts. Fumi Nikaido is incredibly good as his stalker girl that loves him, who keeps trying to pull him out of the mud. A group of homeless refugees live next to him in the boat house, who worship him for an unknown reason as the future of Japan. The melodrama accumulates, pummelled into our senses with the overuse of Mozart's Requiem and Barber's Adagio, but the teenagers emerge as humans with pathos nevertheless.

sabato 14 marzo 2015

Foxcatcher - Bennett Miller

di Bennett Miller avevo visto questo piccolo grande film (qui), come privarmi di Foxcatcher?
è davvero un gran film,  di quelli che restano in testa, e lavorano.
una storia americana, aggiunge il titolo italiano, una di quelle che immagini possano succedere solo lì, dove è davvero avvenuta.
Mark (Channing Tatum), dopo l'oro olimpico, fa una vita grama, e riceve un'offerta che non si può rifiutare, da uno, John Du Pont (Steve Carell), un tipo un po' strano, ma pieno di soldi.
film sul potere (dei soldi), sui rapporti familiari, sulla sofferenza di non crescere, Mark all'ombra di Dave (Mark Ruffalo), che si fa ingaggiare da Du Pont, forse anche per proteggere il fratello,  e John all'ombra della madre (la glaciale, e bravissima, Vanessa Redgrave), che lo disprezza, e lui deve sempre dimostrare di essere qualcuno, senza riuscirci mai.
non c’è bisogno di spiegare troppo, non serve, certi sguardi, certi respiri, certi sospiri non si possono spiegare, bisogna vederli, sentirli, si soffre anche, ma non privatevene - Ismaele

ps: il film è vietato ai minori  di 17 anni negli Usa (qui), mentre quel film “50 topi grigi” (o qualcosa del genere), media dei voti 4,2/10 per Imdb, è vietato solo ai minori di 14 anni, negli Usa come in Italia (mentre in GB il divieto è fino ai 18 anni).





il regista, Bennet Miller, sa costruire il climax, sa girare scene, sa usare perfettamente luoghi ed attori, è certosino nel raccontare il lento avvicinamento alle Olimpiadi (vediamo sempre nella palestra il "day until" ad esempio). Non ci sono cali, non ci sono nemmeno accelerazioni in verità, è tutto un lento e costante avvicinarsi a qualcosa.
Ma è la componente psicologica la vera magia del film.
I 3 personaggi sono caratterizzati in modo pazzesco.
Il dolce e sereno David, che ama il suo sport ma non ne fa una ragione di vita, che sa giocare con i bambini anche nei momenti in cui non dovrebbe farlo, che ama sua moglie e suo fratello, che ha equilibrio e sa pure donarlo agli altri.
Di contrasto Mark, chiuso, completamente concentrato sulla lotta, infelice, represso, un ragazzo che al tempo stesso ama alla follia il fratello ma forse lo odia pure, lui che ha la sua famiglia, lui conosciuto da tutti, lui vero artefice di tutti i suoi successi.
E poi c'è Du Pont, un personaggio così pazzesco che non sembra vero. E' un 50enne paranoico e afflitto da manie di grandezza, forse latentemente omosessuale, un uomo che non ha avuto mai nessuno vicino a sè ("l'unico amico che avevo da bambino l'aveva pagato mia madre per esserlo"), un uomo che vuole dimostrare a sua madre di essere grande, di essere un punto di riferimento dell'America, di essere uno che miete successi. Ma per farlo sceglie la via più assurda, quella della lotta libera...

Le scénario est intelligent et offre à chacun des personnages le temps de se développer complètement. Celui de Steve Carell, odieux fils d’une famille de riches, est déconnecté d’une certaine réalité, un brin mégalo, en mal d’ego et collectionnant les petits comme les très gros calibres. Protégé par une mère castratrice, il souffre d’avoir vécu une enfance pas comme les autres, coupé de tout, obligé de faire ce que maman lui dictait et notamment d’aimer les courses de chevaux ! Mais lui n’a que la lutte gréco-romaine en tête (et dans le slip ?) et se lance dans le financement d’un centre d’entraînement pour lui rendre ses lettres de noblesse… Mais ses beaux discours patriotiques et d’honneur rendu à ce sport cachent un profond malaise égoïste. Il est surtout question de s’acheter une crédibilité à l’aulne d’une vie vide de sens et de prouver à sa génitrice qu’il est capable de mener un projet seul, aidé bien entendu d’un porte-monnaie bien garni. Il se paye donc les deux meilleurs frères sportifs de cette discipline, deux champions olympiques, achetant au passage leur respect et les manipulant pour en tirer profit. On se souviendra longtemps de cette scène où Tatum demande à Carell comment l’appeler, ce dernier indiquant ne plus vouloir être nommé « Monsieur » et balançant au jeune, sur un ton des plus sérieux, un irrésistible « Appelle-moi Aigle doré ! »…

El deporte puede ser muy cruel con sus atletas. El contrato olímpico es una quimera que funciona muy bien sobre el papel pero, en la práctica, es una completa farsa que obliga a muchos de los atletas más importantes del mundo, como ocurrió con Mark Schultz, a vagar de escuela en escuela tratando de enseñar a niños de primaria, por 20 dólares, ciertos valores con los que ni ellos mismos están de acuerdo. Se puede tener un minuto de gloria, pero si no se es un fenómeno —física, mental y socialmente— como lo fue Carl Lewis, Michel Jordan o Muhammad Ali, lo más probable es que los sueños y las aspiraciones del deportista sean más grandes que sus logros, ocasionando una inestabilidad emocional inaguantable. En figuras como la de David Schultz, auténtico entrenador de Mark y ejemplo de deportividad, interpretado sensacionalmente por Mark Ruffalo, es donde encontramos que los auténticos valores deportivos siguen presentes en nuestra sociedad, escondidos en iconos olvidados, personas que de verdad creían en el deporte como medio de superación, educación y protesta, sin importarles tanto su éxito personal como el triunfo de sus principios. Lamentablemente, ese tipo de valores se castiga con el ostracismo atlético, un castigo que, por otra parte, habrá valido la pena si pensamos en la reivindicativa imagen de Tommie Smith y John Carlos en lo alto del podio olímpico de México 1968, con el puño en alto en señal de protesta por la falta de derechos de los afroamericanos.



la vera storia di Dave Schultz:

lunedì 9 marzo 2015

The repairman – Paolo Mitton

un film del 2013 che arriva in sala due anni dopo.
dal titolo pensavo fosse un film non italiano dal titolo non tradotto, poi ho scoperto che è un film italiano col titolo in inglese, non capisco bene.
una storia di uno un po' fuori, che non sa cosa vuole, un po' sfigato, vive di poco, si accontenta.
ha perso i punti della patente, e mentre li recupera racconta cosa gli è successo, a un'istruttrice della scuola guida.
nel film ci sono delle gag che fanno ridere, ma anche dei momenti morti, nel complesso un film così così.
appena l'ho visto ho pensato che era un film da "Sundance film festival" (ma non so se è un complimento), poi ho letto che ha vinto un premio al "Raindance film festival", pensavo fosse uno scherzo, invece esiste davvero, non si finisce mai di imparare.
non sembra neanche un film italiano (anche questo non so come interpretarlo, se è un bene  o un male), nel complesso è un esordio che si può vedere, ma nulla più.
fate voi - Ismaele





Anche dopo essermi dato due giorni di tempo per pensarci su, non mi riesce di difendere un film sostanzialmente noioso, per non dire inguardabile…

Le singole scene procedono senza un ritmo fisso e coerente ma nel complesso il film riesce a scorrere molto più rapido di quanto la sua sceneggiatura non farebbe intuire, trovando un senso (e finalmente) ad alcuni tra i più radicati luoghi comuni del cinema italiano (il vecchio è sempre meglio del nuovo, il lento meglio del rapido, l'outsider meglio dell'integrato) con lo strumento principe del cinema e, nello specifico, della commedia.
Non è un capolavoro The repairman, conclude la storia d'amore con una consuetudine che sembra non appartenergli e stenta a tirare le fila in chiusura, tuttavia spiazza, devia dal consueto, non punta troppo in alto ma disegna una società come la conosciamo in una maniera che (un po') non conoscevamo. Senza dubbio uno dei più interessanti esordi italiani degli ultimi anni.

The Repairman dietro all’impostazione da commedia surreale cela per l’appunto una natura ombelicale, a partire da un protagonista (il pur bravo Daniele Savoca) che mette orgogliosamente in mostra la sua nerditudine di appassionato di meccanica e di oggettini strani e che, in modo autolesionista (e in fin dei conti inspiegabile), ignora e trascura la carina ragazza inglese innamorata di lui (da cui riceve persino ospitalità in casa quando lui resta senza appartamento).
Il mondo piccolo piccolo, meschino, narcisista e auto-referenziale che si dipana dal personaggio principale diThe Repairman finisce allora per rinchiudere il film stesso in un orizzonte inerte, dove non vi è spazio per un qualche tipo di emozione ma solo per un fastidioso egocentrismo.
Non sappiamo se Mitton abbia pensato all’ostentata antipatia del personaggio di Michele Apicella, anti-eroe per antonomasia del primo cinema morettiano; rispetto a quel modello insuperato manca comunque la genialità delle situazioni, la sublime autarchia, l’opzione del grottesco che si declinava nel visionario e la ‘giustezza’ di dialoghi e battute entrate nell’immaginario nazionale.
Tutto questo manca in The Repairman e allora quel che resta è una discreta messa in scena, una recitazione a tratti convincente e una confezione tutto sommato di buona fattura. Un film ‘corretto’ insomma che, attraverso una serie di svisate narrative e di arzigogolati voli pindarici (con tanto di mise en abyme di flashback), nasconde a lungo il nucleo del discorso e che, nel momento in cui lo palesa, rivela in più una sostanziale mancanza d’ispirazione e un’idea di base troppo, troppo gracile e – ahinoi – perfetto specchio del presente.

È il protagonista in prima persona a narrare la sua storia, quella di un personaggio che sembra sempre fuori luogo rispetto al mondo che lo circonda, forse un po’ troppo “antico” e che si muove in un mondo che non ha più tempo di aspettare. Il suo mestiere, il “riparare”, è proprio una metafora di un mondo che ormai non sa più aspettare chi resta dietro, in ciò coinvolgendo anche le relazioni umane. La provincia e la campagna sono lo scenario di una storia che si sarebbe potuta ambientare benissimo anche in una città, ma qui l’autore, Paolo Mitton, al suo primo lungometraggio, offre contrasti più evidenti rispetto a quelli a cui in città ci si è oramai assuefatti. Ma la capacità migliore sembra essere il non volere giudicare su cosa è bene o su cosa è male, piuttosto nessuno ne esce vincitore, al contrario c’è un piacere quasi perverso nel descrivere le situazioni per quello che sono, sempre sospese tra il verosimile e l'immaginario, rendendo a tratti più risibili le situazioni, permettendoci di accettare con più serenità la nostra condizione.
Come opera prima, Mitton nel complesso convince, non si spiegherebbero altrimenti gli inviti a festival del calibro di Torino e Shanghai; in ciò è aiutato da un sorprendente Savoca, ritratto veritiero di un “disadattato” dei tempi moderni, perennemente distratto al punto di “perdersi” le cose e le persone più care, ma al contempo capace di attirare verso di sé più risate che cattiverie. Sarebbe stato tutto perfetto se il film fosse stato accompagnato da una colonna sonora più penetrante e presente.

…Non puntava a fare il film dell'anno Paolo Mitton (e chiariamolo: non l'ha fatto), ma con questa piccola opera dimostra che un altro cinema è possibile. The repairman è aria fresca in un genere stantio, è un punto di vista radicale e che non fa sconti alla "tradizione" del cinema italiano in materia, rifiuta l'approccio più realista per seguire percorsi minimamente più visionari. Non schifa nessuno Mitton ma vedendo il suo film sembra che sputi sul resto del cinema italiano.
L'odio per chi si conforma e vuole conformare e l'odio per lo stesso Scanio (che poi non è così positivo come personaggio), l'odio per i piccoli centri ma anche l'evidente passione per i suoi ambienti, non c'è nulla di certo e definito in questo film, nessuna presa di posizione granitica ma un muoversi ambivalente che rende questa commedia (fortissima nella parte centrale, più debole nell'inizio e nel finale) un piccolo dramma umano ampiamente condivisibile.

domenica 8 marzo 2015

Patria - Felice Farina

difficile trovarlo, questa settimana solo in 10 sale.
l'ho visto quando erano presenti anche Francesco Pannofino e Felice Farina.
è un'accoppiata film-documentario, un modo per ricordare la nostra storia recente, ispirato da un libro di Enrico Deaglio ("Patria 1978-2008") che fa la cronistoria di quegli anni.
i tre protagonisti sulla torre parlano, discutono, ma i loro discorsi sono un po' retorici, autistici e impotenti, e intanto quella giornata li fa conoscere meglio, anche se "l’era dello sfruttamento così non diventa più breve" (usando le parole di Bertolt Brecht).
un film per fare memoria, che fa male ma serve per capire - Ismaele

ps: non adatto a chi soffre di vertigini




L'operaio Salvo si arrampica sulla torre della fabbrica dove lavora, per protesta contro il licenziamento, o forse solo per rabbia cieca, minacciando di buttarsi giù. Giorgio, operaio e rappresentante sindacale, anche se di carattere e fede politica del tutto opposti, sale per aiutarlo. Luca, custode ipovedente e autistico, si aggiunge per fare loro compagnia. Nell'arco di una notte, ripercorrono gli ultimi trent'anni della vita del paese.
«Ho tradito le forme del documentario con un esperimento, inseguendo la memoria di un film amato, che è Hiroshima mon amour di Resnais: quel modo di legare i frammenti di repertorio allo svolgersi di un racconto presente, quel fonderli in una sola cosa sincronizzando le emozioni della Storia a quelle dell'azione scenica. Il risultato è indefinito, come indefinito è l'oceano di ombre e luci della memoria». [Felice Farina]
Ci voleva Felice Farina per far diventare la controstoria di Enrico Deaglio, Patria, un film di sentimenti, ricordi, carne viva. Una protesta più casuale che consapevole di due lavoratori e di un matto illuminato diventa il dialogo tra un italiano (Citran), un antitaliano (Pannofino) e un non so (Carlo Giuseppe Gabardini). Farina li confina in una torre, da cui loro buttano ciò che odiano, in cui si scoprono simili, nelle differenze che la post ideologia ha consegnato loro più per abitudine che per riflessione. L'Italia sbagliata dell'ultimo trentennio passa in flashback di repertorio, iconografia in movimento del nostro fantasioso squallore, e nelle loro parole. Fin quando arriveranno Roberto Baggio e la solidarietà. Perché Farina sa che l'unione fa la forza dei lavoratori e che da combattere, prima del Potere, è la guerra tra poveri. [Boris Sollazzo]

La storia di finzione che Farina ha innestato sulle suggestioni storiche del libro di Enrico Deaglio che del film è stato il punto di partenza, sono poco più che pretestuose. I tre protagonisti sono tre figurine stereotipate e monodimensionali, plausibili e banali allo stesso tempo, la cui unica funzione è quella di citare un po' forzatamente gli eventi che s'insinuano nel film sotto forma d'immagini di repertorio, e di fungere da sommario di quella storia bignamesca che Patria rappresenta.
Va certamente riconosciuto il lavoro notevole svolto da Esmeralda Calabria, montatrice, che accavalla le immagini con intenti evocativi e riesce a toccare le corde emotive dello spettatore, ma è il semplice susseguirsi degli eventi e il suo lineare incrociarsi con la cornice fiction a penalizzare questo risultato.
Con il suo pedagogismo elementare, Patria ricorda e passa in rassegna, senza dubbio, ma omette fette di storia e punti di vista magari "di minoranza" ma non minori, si lascia catturare dal buco nero dell'ossessione (legittima ma non necessariamente costruttiva) per il demone Silvio Berlusconi e, soprattutto, rinuncia - come ogni Bignami che si rispetti - a qualsiasi tentativo di critica, d'interpretazione, di rapporto dialogico con quello che viene raccontato e col presente…

L'idea di Patria è accattivante, e la scelta di rendere protagonisti tre "sfigati di cui non importa niente a nessuno" è nobile. Purtroppo però l'esecuzione filmica della storia è debole e poco chiara nell'identificare un rapporto di causa-effetto fra gli episodi storici e la situazione dei tre uomini sulla torre. Chi non conosce il passato recente dell'Italia - leggi: i giovani - avrà difficoltà a capire a quali eventi e quali personaggi si riferiscono le tante immagini reali che inframmezzano la narrazione fictional creata da Felice Farina come filo conduttore. Le scritte sui titoli di coda come compendio storico-politico arrivano troppo tardi a sostituire un vuoto drammaturgico, così come le ipotesi sul destino futuro dei tre protagonisti fanno venire voglia di vedere quel film, invece di quello che abbiamo appena visto…

Deaglio è onorato e ammirato del film che peraltro si volge nella sua città d’origine, Torino. “Onorato perché pensavo che non ce l’avrebbe fatta ma  Felice ha messo tanta passione nel volerlo realizzare, affidandosi a un’idea narrativa brillantissima. Ammirato  - continua il giornalista - perché ho avuto la sensazione di un film profondo, che lavora dentro lo spettatore, oltre la bravura degli interpreti e la qualità dei dialoghi e l’uso attento dei materiali di repertorio. Tutta quella storia d’Italia diventa un flusso potente che provoca il pubblico”.

in questo lavoro ben costruito di cinema artigianale a basso budget aiutano di certo le nuove tecnologie: “Senza il digitale – spiega ancora il regista – tante cose oggi non le fai. E’ vero per ogni industria. I musicisti registrano i pezzi in casa. Noi abbiamo i droni e il green screen che ti permettono di fare cose fantastiche a costi così bassi che solo cinque sei anni fa sarebbero stati impensabili. Il set è una vera fabbrica, ma sarebbe stato proibitivo portare la troupe in alto sulla torre, per cui abbiamo preferito ricostruirne la cima in un teatro di posa di Cinecittà e lavorare di sfondo verde, per poi aggiungere lo scenario realmente fotografato dalla torre in un secondo momento”. 
“Il film lo devono vedere soprattutto i giovani – dice ancora Pannofino – io sono nato nel ’58 e dunque col dopoguerra relativamente vicino, ma era cronaca e non storia. I ragazzi di oggi devono conoscere la nostra storia per capire che non tutto è brutto nel nostro paese, non ci sono solo brutture e corruzione”. 
“Tra l’altro – conclude Farina ancora in vena di ottimismo – sono rimasto molto positivamente colpito proprio dalla reazione dei giovani che lo hanno visto a Venezia. Certo erano i più attenti, accorti e preparati, ma hanno partecipato con verve, sfatando il luogo comune che li vede sempre immersi nei loro cellulari e nelle loro Playstation. I miei nonni mi raccontavano del fascismo e dei rastrellamenti, insomma le informazioni venivano ancora tramandate per via orale, mentre i giovani di oggi sono cresciuti nel mondo della cross-medialità frammentata. Vedere che sono ancora interessati alla nostra storia mi fa capire che ho raggiunto un obiettivo”. 

La messa in scena di Patria 1978-2010 di Enrico Deaglio sembra un’anima divisa in due, inconciliabile, esteticamente divergente. Se da un lato non possiamo che apprezzare il lavoro sui materiali di repertorio, con un sagace utilizzo dell’audio a enfatizzare la già drammatica e a tratti insostenibile portata delle immagini, non possiamo però sorvolare sulla fiction che dovrebbe fare da collante. Lo script firmato da Luca D’Ascanio, Dino Giarrusso, Beba Slijepcevic e dallo stesso Farina si impantana in un meccanico vis-à-vis tra l’operaio berlusconiano Salvatore (Francesco Pannofino), rozzo e dai modi bruschi, e il sindacalista di sinistra Giorgio (Roberto Citran), consapevole e idealista. Ai due si aggiunge il custode ipovedente e autistico Luca (Carlo Giuseppe Gabardini), che sciorina fatti e misfatti dagli anni Settanta a oggi. E così si saltabecca dalla fabbrica che chiude del trio di sconfitti Salvatore-Giorgio-Luca, arroccati in cima a una torre tra la generale indifferenza (dei padroni, delle forze dell’ordine, soprattutto degli organi di informazione), al sequestro Moro, alla piaga dell’eroina che ha falcidiato una generazione, a Gelli, Ambrosoli, Sindona, a Gardini e al Pentapartito, a Tangentopoli e Forlani, a Berlusconi. Il flusso storico è inutilmente inframezzato, interrotto, condito da parole banali…

venerdì 6 marzo 2015

Vizio di forma (Inherent vice) – Paul Thomas Anderson

Joaquin Phoenix è sempre grandissimo, e già lui sa solo vale il prezzo del biglietto.
e poi c'è tanto altro, una storia confusa, ma forse non vuole essere tanto chiara, c'è un inizio, l'immagine del mare fra le case, una fine, la stessa immagine del mare fra le case, e in mezzo succedono un sacco di cose, non necessariamente, chiare e conseguenti, a volte non sai cosa succede e cosa è immaginato.
e però, se ti lasci prendere dal flusso delle immagini e delle parole, ci sono delle grandi soddisfazioni, dialoghi che ti colpiscono, attori bravissimi, musiche che sono perfette per il film.
citazioni su citazioni, senza che disturbino mai, a volte ti sembra di vedere "Il grande Lebowski", a volte alita un soffio de "I Blues Brothers", a volte c'è la follia di "Austin Powers", a volte molte altre cose, ma tutto si tiene bene.
un film che non si può spiegare troppo,  bisogna essere disponibili al divertimento, al nonsense, a volte al deja vu, insomma un film da vedere senza aspettarsi niente degli altri di Paul Thomas Anderson, una cosa nuova, non necessariamente un capolavoro, un gran bel film da vedere - Ismaele




qui, diversamente che in Il petroliere e in The Master, non c’è una traccia narrativa forte, siamo piuttosto nell’affresco multifocale genere Magnolia dove però le traiettorie si intersecano e avvinghiano casualmente e confusamente senza mai dar vita a una storia di una qualche compattezza. Si procede per accumulo di dettagli o singoli blocchi di racconto, spesso dedicati a un singolo personaggio, innescando un nugolo di trame e sottotrame e deviazioni e ritorni e stentati raccordi, in un dedalo in cui si finisce, noi spettatori, col restare prigionieri. Per un po’ ci si illude di poter maneggiare il plot, poi si getta la spugna, si rinuncia all’impossibile impresa e ci si abbandona esausti al flusso, perdendo di vista l’insieme, e senza capirci niente. Un’opacità narrativa, una contorsione drammaturgica, che sarà pure alquanto iper- e post-moderna e decostruzionista, ma a me continua a sembrare un limite, un difetto intrinseco, un inherent vice che finisce con il corrodere, se non proprio mandare in malora, l’intera struttura…

dialoghi che strappano ben più di una risata, fotografia interessante, costumi perfetti (per il personaggio di Doc Sportello pare che si siano ispirati a Neil Young) e colonna sonora da urlo. Quando parte Harvest stavo quasi per applaudire, poi mi tenni.
E, a pensarci bene, mi rendo conto che il film mi è piaciuto molto più di quanto non mi fosse sembrato appena uscita dalla sala.
A volte succede.
Altre volte succede il contrario.

…Narrativamente, a tratti si perde il filo: e in effetti a una prima visione molte cose possono sfuggire, anche perché il protagonista stesso è perennemente confuso e annebbiato, come in un trip in cui la realtà e i ricordi del passato tendono a sovrapporsi. Il sottile velo di umorismo, onnipresente e a volte sfociante nel grottesco, può ricordare "Il grande Lebowski" (un film a sua volta dichiaratamente ispirato a Chandler, e anch'esso con un protagonista "fattone"), ma nel finale Anderson conferma di essere ben più ambizioso dei fratelli Coen, e non è detto che in questo caso sia un bene. Gran cast: ci sono anche Owen Wilson, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Martin Short, Jena Malone ed Eric Roberts

mercoledì 4 marzo 2015

Tierra sin pan (Las Hurdes) - Luis Buñuel



l'avevo visto la prima volta un (bel) po' di anni fa a Fuoriorario, una mezz'ora straordinaria, non ve ne pentirete - Ismaele

lunedì 2 marzo 2015

Il segreto del suo volto (titolo originale: “Phoenix”) - Christian Petzold

il film si basa su una storia inverosimile, un marito non riconosce la moglie che torna dal lager, perché ha avuto un'operazione al volto, e lui la crede morta.
il film arranca su questo inganno, si sviluppa sul ritorno di Nelly a essere la donna che era prima, ma lui non capisce.
lui vuole che lei finga di essere la moglie (Nina Hoss è davvero grande), per cui il film è doppiamente di finzione.
e poi, il titolo, sa tanto de "Il segreto dei suoi occhi", ma non c'è partita, così come il personaggio di Lene, sa tanto della zia di Ida, nel film che quest'anno ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero, ma anche in questo caso non c'è partita.
e però, se resisti fino alla fine, gli ultimi minuti sono da antologia, e da soli valgono il prezzo del biglietto, e tutto il tempo, lungo, che precedeva la fine, per una chiusura cosi, glielo perdoni, a Christian Petzold, ti ha fatto perdere 90 minuti su 98, ma gli 8 finali sono da brivido.
provare per credere - Ismaele









È bravo, onesto, molto professionale, ma alla fin fine confeziona un morbido film per signore da domenica pomeriggio, non molto di più. Nonostante l’evidente intenzione e ambizione di farne una metafora della Germania post-bellica, delle sue amnesie, ambiguità, delle sue rimozioni ed omissioni. E però attenzione,Phoenix potrebbe diventare sul mercato anglofono un big success, uno di quei film che incantano gli americani e son capaci di beccarsi nomination su nomination a Golden Globe e Oscar (si parla di quelli del 2016, ovvio). Potrebbe insomma ripetere il cursus honorum di Ida, cui lo apparentano superficiali analogie, ma di cui non ha la densità.

…la performance della Hoss è come sempre di grande intensità e il finale vale da solo il prezzo del biglietto.

Sorvolando sul valore simbolico innescato dal gioco di rimandi provocato dalle caratteristiche di un cambiamento fisiognomico che mette in scena il dramma di un popolo costretto a nascondere la propria identità, "Il segreto del suo volto" sfugge alle convenzioni del genere inscenando una sorta di thriller hitckockiano, allorchè la donna sotto mentite spoglie si ritrova a impersonare se stessa per conto dell'ignaro marito che attraverso la "resurrezione" della moglie creduta morta, spera di impossessarsi della di lei eredità…

Les deux acteurs principaux font ce qu'ils peuvent pour nous faire croire à cette histoire abracadabrante de mari incapable de reconnaître celle qui fut sa femme et lui demandant de se faire passer pour cette dernière afin de toucher un héritage. Pas crédible une seconde ce postulat de départ enfonce peu à peu le récit dans des dédales à la limite du supportable, à force de jouer sur plusieurs tableaux, en insistance malsaine du mari pour formater celle-ci et faux mystères concernant une demande de divorce faite au lendemain de sa capture. On hésite entre en rire et se désespérer.

Phoenix racconta, con sguardo al passato e in potente technicolor, di quanto sia difficile per la cultura tedesca rapportarsi all’orrore del proprio passato. Lo fa con un rigore di messa in scena notevole, senza aderire al punto di vista di nessuno dei personaggi che mette in campo. E consegna agli annali un ritratto potente dell’ipocrisia di un coro di testimoni che rifiutarono di vedere prima e anche dopo perché, come dice Johnny a Nelly, "nessuno chiederà dei campi, nessuno vuole veramente sapere". 
Soprattutto compone un ritratto femminile destinato a scolpirsi nella memoria, grazie alla superba interpretazione di Nina Hoss, attrice qui davvero straordinaria. 
Un’opera densa di amore cinefilo in cui ogni citazione, ogni omaggio si amalgama al tutto in cerca prima di ogni altra cosa di senso di racconto.

Exquisita y contenida en todo momento, la historia de esta joven que intenta reconstruir su rostro y su vida, es una metáfora muy elaborada sobre el olvido. El olvido es necesario para superar una traición, una pérdida o el paso por los campos de concentración; y también, para reconstruir un país que ha permanecido, en el mejor de los casos, pasivo ante el olocausto.