di Andrea De Sica avevo visto qualche anno fa I figli della notte, una promettente opera prima.
adesso nei cinema è arrivato Gli occhi degli altri, si tratta di una storia d'amore (?) tossico, nell'alta società, nobili e codazzo di adoranti inutili (peccato non aver tagliato la testa ai nobili, come si usava in Francia, al momento giusto)
Elena (una bravissima Jasmine Trinca) e Lelio (un bravissimo Filippo Timi) si vogliono senza se e senza ma, però dopo poco arriva la noia, la depressione, la gelosia.
e la fine è la solita, un drammatico omicidio, che ancora non si chiamava femminicidio, quando ancora il divorzio non era possibile (se non per i riccastri, pagando la Sacra Rota).
è un film che merita, non fa divertire, c'è da soffrire fino alla fine, e forse è per questo che ci sono, immeritatamente, pochi incassi, alla seconda settimana solo una ventina di sale, mica è Supermario.
buona (tragica) visione - Ismaele
…Gli
occhi degli altri è un film che funziona proprio per la sua scelta di
non affrettare nulla. Restituisce ogni dettaglio, ogni incrinatura, con una
pazienza quasi angosciante, fino a un finale che – pur noto – arriva come
l’unica conclusione possibile. De Sica lavora per sottrazione, senza retorica,
e affida tutto alla forza dei due interpreti. Jasmine Trinca è,
come sempre, superba.
Un’attrice solida, mai
prevedibile, che non ha paura di esporsi e concedersi. La sua
Elena è piena di chiaroscuri, imperfetta ma viva, disperatamente attaccata a
un’idea di autodeterminazione che la società (e il marito) non le permettono.
Ed è supportata da un partner di tutto rispetto, Filippo Timi, che sa trovare il perfetto equilibrio tra
l’essere un uomo di potere con tutto il suo appeal e carsima, e un personaggio
disturbato, che scivola nell’abisso del delirio. Tutto con una naturalezza
sconvolgente. Ed è proprio per questo che riesce nel suo intento: scuotere chi
guarda.
…Al netto di una sezione nel complesso assai riuscita, che ben
introduce tanto la follia quanto la solitudine di Lelio, portandola in fondo
parallelamente al percorso di distanziamento e cambiamento di Elena – vivo,
credibile e forte anche perché sostenuto dalla coerente evoluzione del corpo e
dello sguardo della dubbiosa e forte Jasmine Trinca; d’altro canto la caduta
della donna in questo stato sembra come giunto dal nulla, similmente alla
sensazione che dà la ora definitiva svolta del personaggio di Timi, che d’un
tratto abbandona l’ambiguo fascino dell’amante oscuro e fragile, in favore
della rigidità impositiva del carceriere, salvo poi rifarsi nelle fasi finali.
Ma il film si riprende, complice il contrasto della cupezza del tutto con
l’azzeccata comicità della fattucchiera, anche primo allarme per un Lelio che
inizia ad avvertire un allentarsi della sua morsa sulla moglie, la sfumare
della sensazione di essere l’unico per lei, e che lo inebria più di ogni altra
cosa.
Di certo l’accennata struttura ad ampi salti temporali alimenta
questa sensazione d’essersi persi qualcosa, laddove invece non era avvenuto, ad
esempio, nei confronti delle appena accennate storie dei soliti invitati ai
weekend sull’isola: ogni volta con un nuovo partner o un nuovo dettaglio, una
sfumatura di carattere o una battuta rispetto un qualcosa che allo spettatore
rimane escluso dalla diegesi, ma il cui solo suggerimento alimenta invece la
sensazione di isolamento e distanza imposta al mondo da Lelio, ma che,
nonostante tanto potere, continua a girare…
…Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero
un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un
colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia
italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la
crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato
possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo
Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità
esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla
propria nevrosi.
Jasmine Trinca, finalmente, varca
la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico,
di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo
personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di
sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione,
estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei
guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica,
del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o
dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di
moda.
…Al suo terzo lungometraggio, De Sica nipotino (suo
nonno era un certo Vittorio) ricostruisce uno dei fatti di cronaca nera più
scandalosi degli anni Sessanta, in una vicenda che copre un intero decennio
fino al 1970, con una messa in scena ben costruita e visivamente molto sorvegliata.
La gabbia dorata nella quale l'arrampicatrice sociale Elena/Anna si trovò a
vivere, fino a sprofondare nella depressione, è raffigurata con chirurgica
precisione: gli ambienti, le dinamiche sociali, il rapporto con la servitù, la
gerarchia quasi feudale tra chi sta sopra e chi sta sotto, tutto concorre a
restituire il clima di un mondo in cui il sesso si traveste da libertà ma odora
già di possesso, ricatto e abuso. Anche grazie alla fotografia, ai costumi e a
una colonna sonora molto esibita (di Andrea Farri), il film ha un'eleganza
livida che a tratti sfiora il thriller psicologico, con qualche inquadratura
decentrata e labirintica che denuncia ambizioni cinefile persino un po'
smaniose. Il problema è che, nel complesso, resta scarsamente incline ad andare
oltre la mera messinscena dei fatti. Come se al regista interessassero più
l'osservazione antropologica di un ambiente aristocratico e il primato della
bella immagine che non le psicologie dei personaggi, qui limitate a ruoli
piuttosto rigidi, a dispetto dell'ottima interpretazione di tutto il cast.
…Sebbene il punto di forza principale risieda nella
capacità di trasformare un fatto di cronaca in una parabola profetica sulla
cultura dell'immagine, il ritmo volutamente compassato e la freddezza di alcuni
passaggi potrebbero risultare respingenti per chi cerca un thriller più
convenzionale. L'ho trovata un'opera audace che interroga lo spettatore sul
proprio ruolo di testimone del dolore altrui, confermando De Sica come una
delle voci più originali del cinema italiano contemporaneo grazie a un dramma
estetizzante che rimane impresso ben oltre i titoli di coda.
Francesco, vale più la tua critica che il film. Grazie☺️
RispondiEliminaperò Andrea De Sica è stato bravo a girare un film non facile, una storia respingente
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