sabato 18 aprile 2026

Miss violence – Alexandros Avranas

in una famiglia (felice?), tutti sorridono, un padre, la moglie, due figlie, e due bambine e un bambino, dei tre piccoli chi è il padre non si sa.

per iniziare una delle due bambine (gemelle) si ammazza buttandosi da una finestra.

tutto quello che succede nel film e inenarrabile, solo che succede, quando si viene a sapere, in diverse parti del mondo.

chi ha visto i primi film di Lanthimos intuisce cosa lo aspetta.

un film che merita molto, e fa soffrire di più.

buona (lasciate ogni speranza voi che guardate questo film) visione - Ismaele


QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in spagnolo


…Gli attori sono incredibili con, su tutti, lui, Coppa Volpi, ed Eleni con quello sguardo che dice sempre ogni cosa e quel suo modo di sedersi sul divano composta, impaurita ed indifesa.

E quello che rimane è una sensazione fortissima, uno schifo che farà fatica a togliersi.
E la tensione della madre che pulisce i coltelli è intensissima.
Ma è anche un'altra la sensazione che rimane.
Quella del volo di quell'angelo dalla finestra, quell'incipit così drammatico nasconde anche un'altra cosa.
Sarà paradossale ma quel salto verso la fine è l'unica vera azione, l'unico vero momento nel quale, a posteriori, troviamo qualcosa di giusto e vitale, quel volo verso la morte è la cosa con dentro più vita di tutto il film.

da qui


«Il dio greco della violenza» (“il Fatto Quotidiano”): è l’espressione che più ha soddisfatto Alexandros Avranas nella trasferta veneziana che gli ha procurato un Leone d’argento e la Coppa Volpi. Sigilla un film che si apre con la piccola Angelica che si butta giù dal balcone, il giorno del suo undicesimo compleanno, di fronte alla famiglia. La figlia maggiore, che ha due bimbi senza padre, è sotto psicofarmaci; quella più giovane, come la mamma, vive segregata; il capofamiglia, lo strepitoso Themis Panou, abita ogni angolo della casa con uno sguardo o un cenno: indaffarato nel procurare cibo, assolvere faccende, impartire istruzioni. E perché in quella casa non si possono aprire porte, frequentare amici, scambiarsi confidenze? La tv parla in tedesco (è ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Germania e inoltre, come ha detto il regista, «prima o poi la Germania ci imporrà pure questo»). Lo stato sociale è tanto efficiente quanto cieco e una delle scene più inquietanti ha in sottofondo L’italiano di Cutugno («la canzone preferita da quelli che avrebbero rovinato la Grecia»). Ma è la coreografia di rituali, serrature, sguardi congelati e silenzi assordanti a parlarci di un autore che sembra conoscere bene Haneke e Fassbinder (forse anche Petrolio di Pasolini), insieme alla perfezione del movimento del film che rovescia sullo spettatore l’orrore del suo segreto nella mezz’ora finale, dopo aver alimentato con la reticenza il suo minaccioso mistero. Forse è l’opera più sconvolgente dell’anno.

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…Miss Violence di primo acchito può sembrare un film assolutamente giusto e giustificato in questo suo nobile intento di voler richiamare lo spettatore ad una riflessione profonda su ciò che troppo spesso si rivela essere una nuda e cruda realtà anche piuttosto vicina, non più tanto una lontana notizia trasmessa alla radio o distrattamente letta sul giornale. Ma Miss Violence per me non è questo. Personalmente sono molte le cose che mi disturbano di questo film, soprattutto perché si prende la briga di affrontare un tema come la violenza, ma la tratta, da un punto di vista registico, piuttosto superficialmente. Il ben noto incipit, la scena del suicidio della ragazzina durante i festeggiamenti in famiglia per il suo undicesimo compleanno, non dovrebbe lasciare dubbi: Avranas intende stupirci e lasciarci l’amaro in bocca con un film che probabilmente, si pensa, sceglierà di installare l’orrore del sopruso al centro della scena cercando di rispondere alla naturale domanda che ne consegue: Perché Angeliki ha deciso di suicidarsi e per di più con uno strano ghigno stampato sulle labbra?...

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…Girato in una maniera fintamente distaccata, Miss violence è magistrale nel muovere vissuti negativi che vanno dalla noia alla rabbia, con un senso di schifo e disagio durevole ben oltre il tempo della visione. D’altra parte, queste sobrietà narrative fatte di lentezze e silenzi sono ormai un linguaggio poco originale nel panorama dei drammi familiari di carattere estremo. Un esercizio di sofferenza che pochi potrebbero sopportare e che io, pur con una discreta esperienza di visioni al limite, credo non avrò il desiderio di ripetere.

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…Scultore e pittore di buona fama, Alexandros Avranas è passato al cinema nel 2008 con Whitout, esperimento no-budget pluripremiato al Festival internazionale di Salonicco e mai distribuito nelle sale né uscito dai confini della sua terra. Di lui non si conosce molto, ma quello che i due lungometraggi raccontano non lascia indifferenti.
Miss Violence è un film crudele, di quella particolare forma di crudeltà che si annida dove non s’immagina e tenerezze di facciata coprono verità oscene.
Paesaggio famigliare che trasfigura in paesaggio sociale, propone quel rispecchiamento prismatico della vita dell’uomo che fu già del mito arcaico.
Il padre che concepisce e ingoia i suoi figli, la Gran Madre che li salva e il figlio della luce, Zeus, che evira il padre feroce e fa rinascere la bellezza di Afrodite nel mondo.

Manca la terza fase nel film, al tramonto della civiltà la bellezza è fuggita per sempre.

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Miss Violence riesce ad essere sia noioso che irritante, forse per questo piccolo miracolo ha ottenuto il Leone d’Argento a Venezia per la regia. Paradossalmente l’angosciante e soporifero loop di disperazione si interrompe per un’unica odiosa sequenza: l’abuso triplo ai danni della ragazzina. Insostenibile. Estraneo. Posticcio. Come uno spot pubblicitario inguardabile. Aggravato dal fatto che la ragazzina è sostituita da una controfigura. Si tratta quindi dell’unico sussulto, e fa molto male.

Poi si torna subito ai rituali dell’orrore. Fino alla inevitabile catarsi finale, che comunque non deflagra: trattasi di catarsi mesta, stanca, in pratica trasformata nell’ennesimo rituale.

Avranas avrebbe voluto mettere in scena la putrefazione dei rapporti sociali, ma qui è il cinema ad uscirne putrefatto.

E ora datemi un kolossal Hollywoodiano.

Ci ho messo dodici ore a scrollarmi di dosso questo film. 

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Film sofisticatissimo. Tanto bello quanto disturbante. Una regia perfetta, attori bravissimi, tutti al servizio di un film difficilissimo da mettere in scena. Il regista greco, invece, riesce a ricostruire un dramma, quasi impossibile solo da immaginare, con una tecnica di precisione impressionante. Coreografie, silenzi, sguardi in un contesto claustrofobico per un'angoscia che cresce fino a divorare lo spettatore.

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…Fenomenale thriller, non un inseguimento, non un cervello aperto nella solita brutalità, opera di stile, angosciosamente fine. Gli attori fanno tutto e la telecamera fa il resto nel proseguirsi dello scoperchiamento di verità su verità, ci vengono presentati episodi che però sono tasselli dell’orrore di una quotidianità la cui consapevolezza fa forse più male di qualsiasi squartamento.

Ah, per la cronaca, gli episodi sono reali, non però tutti sulla stessa famiglia, una cronaca romanzata sulla brutalità peggiore di tutte: quella della famiglia.

da qui



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