in una famiglia (felice?), tutti sorridono, un padre, la moglie, due figlie, e due bambine e un bambino, dei tre piccoli chi è il padre non si sa.
per iniziare una delle due bambine (gemelle) si ammazza buttandosi da una finestra.
tutto quello che succede nel film e inenarrabile, solo che succede, quando si viene a sapere, in diverse parti del mondo.
chi ha visto i primi film di Lanthimos intuisce cosa lo aspetta.
buona (lasciate ogni speranza voi che guardate questo film) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in spagnolo
…Gli attori sono incredibili con, su tutti, lui, Coppa Volpi, ed Eleni con quello sguardo che dice sempre ogni cosa e quel suo modo di sedersi sul divano composta, impaurita ed indifesa.
E quello che rimane è una sensazione fortissima,
uno schifo che farà fatica a togliersi.
E la tensione della madre che pulisce i coltelli
è intensissima.
Ma è anche un'altra la sensazione che rimane.
Quella del volo di quell'angelo dalla finestra,
quell'incipit così drammatico nasconde anche un'altra cosa.
Sarà paradossale ma quel salto verso la fine è
l'unica vera azione, l'unico vero momento nel quale, a posteriori, troviamo
qualcosa di giusto e vitale, quel volo verso la morte è la cosa con dentro più
vita di tutto il film.
«Il dio greco della violenza» (“il Fatto Quotidiano”): è
l’espressione che più ha soddisfatto Alexandros Avranas nella trasferta
veneziana che gli ha procurato un Leone d’argento e la Coppa Volpi. Sigilla un
film che si apre con la piccola Angelica che si butta giù dal balcone, il
giorno del suo undicesimo compleanno, di fronte alla famiglia. La figlia
maggiore, che ha due bimbi senza padre, è sotto psicofarmaci; quella più
giovane, come la mamma, vive segregata; il capofamiglia, lo strepitoso Themis
Panou, abita ogni angolo della casa con uno sguardo o un cenno: indaffarato nel
procurare cibo, assolvere faccende, impartire istruzioni. E perché in quella casa
non si possono aprire porte, frequentare amici, scambiarsi confidenze? La tv
parla in tedesco (è ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Germania e
inoltre, come ha detto il regista, «prima o poi la Germania ci imporrà pure
questo»). Lo stato sociale è tanto efficiente quanto cieco e una delle scene
più inquietanti ha in sottofondo L’italiano di
Cutugno («la canzone preferita da quelli che avrebbero rovinato la Grecia»). Ma
è la coreografia di rituali, serrature, sguardi congelati e silenzi assordanti a
parlarci di un autore che sembra conoscere bene Haneke e Fassbinder (forse
anche Petrolio di Pasolini), insieme alla perfezione del
movimento del film che rovescia sullo spettatore l’orrore del suo segreto nella
mezz’ora finale, dopo aver alimentato con la reticenza il suo minaccioso
mistero. Forse è l’opera più sconvolgente dell’anno.
…Miss
Violence di primo acchito può sembrare un film assolutamente giusto e
giustificato in questo suo nobile intento di voler richiamare lo spettatore ad
una riflessione profonda su ciò che troppo spesso si rivela essere una nuda e
cruda realtà anche piuttosto vicina, non più tanto una lontana notizia
trasmessa alla radio o distrattamente letta sul giornale. Ma Miss Violence per
me non è questo. Personalmente sono molte le cose che mi disturbano di questo
film, soprattutto perché si prende la briga di affrontare un tema come la
violenza, ma la tratta, da un punto di vista registico, piuttosto
superficialmente. Il ben noto incipit, la scena del suicidio della
ragazzina durante i festeggiamenti in famiglia per il suo undicesimo
compleanno, non dovrebbe lasciare dubbi: Avranas intende stupirci e lasciarci
l’amaro in bocca con un film che probabilmente, si pensa, sceglierà di
installare l’orrore del sopruso al centro della scena cercando di rispondere
alla naturale domanda che ne consegue: Perché Angeliki ha deciso di suicidarsi
e per di più con uno strano ghigno stampato sulle labbra?...
…Girato
in una maniera fintamente distaccata, Miss violence è
magistrale nel muovere vissuti negativi che vanno dalla noia alla rabbia, con
un senso di schifo e disagio durevole ben oltre il tempo della visione. D’altra
parte, queste sobrietà narrative fatte di lentezze e silenzi sono ormai un
linguaggio poco originale nel panorama dei drammi familiari di carattere
estremo. Un esercizio di sofferenza che pochi potrebbero sopportare e che io,
pur con una discreta esperienza di visioni al limite, credo non avrò il
desiderio di ripetere.
…Scultore e
pittore di buona fama, Alexandros Avranas è passato
al cinema nel 2008 con Whitout, esperimento no-budget pluripremiato
al Festival internazionale di Salonicco e mai distribuito nelle sale né uscito
dai confini della sua terra. Di lui non si conosce molto, ma quello che i due
lungometraggi raccontano non lascia indifferenti.
Miss Violence è un film crudele, di
quella particolare forma di crudeltà che si annida dove non s’immagina e
tenerezze di facciata coprono verità oscene.
Paesaggio famigliare che trasfigura in paesaggio sociale, propone quel
rispecchiamento prismatico della vita dell’uomo che fu già del mito arcaico.
Il padre che concepisce e ingoia i suoi figli, la Gran Madre che li salva e il
figlio della luce, Zeus, che evira il padre feroce e fa rinascere la bellezza
di Afrodite nel mondo.
Manca la terza
fase nel film, al tramonto della civiltà la bellezza è fuggita per sempre.
…Miss Violence riesce
ad essere sia noioso che irritante, forse per questo piccolo miracolo ha
ottenuto il Leone d’Argento a Venezia per la regia. Paradossalmente
l’angosciante e soporifero loop di disperazione si interrompe per un’unica
odiosa sequenza: l’abuso triplo ai danni della ragazzina. Insostenibile.
Estraneo. Posticcio. Come uno spot pubblicitario inguardabile. Aggravato dal
fatto che la ragazzina è sostituita da una controfigura. Si tratta quindi
dell’unico sussulto, e fa molto male.
Poi si torna subito ai rituali dell’orrore. Fino alla
inevitabile catarsi finale, che comunque non deflagra: trattasi di catarsi
mesta, stanca, in pratica trasformata nell’ennesimo rituale.
Avranas avrebbe voluto mettere in scena la putrefazione dei
rapporti sociali, ma qui è il cinema ad uscirne putrefatto.
E ora datemi un kolossal Hollywoodiano.
Ci ho messo dodici ore a scrollarmi di dosso questo
film.
Film sofisticatissimo. Tanto bello quanto disturbante. Una
regia perfetta, attori bravissimi, tutti al servizio di un film
difficilissimo da mettere in scena. Il regista greco, invece, riesce a
ricostruire un dramma, quasi impossibile solo da immaginare, con una tecnica di
precisione impressionante. Coreografie, silenzi, sguardi in un contesto
claustrofobico per un'angoscia che cresce fino a divorare lo spettatore.
…Fenomenale thriller, non un inseguimento, non un cervello aperto
nella solita brutalità, opera di stile, angosciosamente fine. Gli attori fanno
tutto e la telecamera fa il resto nel proseguirsi dello scoperchiamento di
verità su verità, ci vengono presentati episodi che però sono tasselli
dell’orrore di una quotidianità la cui consapevolezza fa forse più male di
qualsiasi squartamento.
Ah, per la cronaca, gli episodi sono reali, non però
tutti sulla stessa famiglia, una cronaca romanzata sulla brutalità peggiore di
tutte: quella della famiglia.
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