il film, come dice il titolo, racconta di madri, e di bambini.
l'adozione di bambini nati da giovani ragazze-madri (Giovani madri è anche il titolo dell'ultimo film dei fratelli Dardenne) è un momento doloroso, una signora, che accoglie le ragazze, è il tramite fra madri naturali e madri adottive, ma, sorpresa, non è un vampiro che fa i soldi.
Naomi Kawase riesce a girare un film non perfetto, ma sincero, senza tesi preconfezionate, con l'incontro delle due madri, che si comprendono.
buona (materna) visione - Ismaele
… È un film che gioca a carte coperte
questo della Kawase, che non ti fa capire la direzione in cui ti conduce. Infatti a metà film arriva l'inattesa svolta narrativa: la sedicente madre
biologica Hikari irrompe nella vita della famiglia con un ricatto: vuole
indietro suo figlio o, in alternativa, del denaro, altrimenti rivelerà ad
Asato ed ai vicini di casa tutta la verità. Da questa tentata estorsione
si dipana il secondo flashback, che ci riporta all'adolescenza di Hikari,
rimasta incinta di un compagno di scuola. Con grande tenerezza segue storia
d'amore di ragazzini e lo scontro con la famiglia che decide di darlo in
adozione, inviando la ragazza alla "Baby Baton",
clinica-agenzia dove i coniugi preleveranno Asato…
…La
circolarità del racconto compie la traccia geometrica perfetta, un percorso
fatto di dolore e di grazia, di vita e di silenzio, di sguardi e di timori sui
quali la luce dello sguardo umanistico di Kawase si posa con leggiadria e con
profonda empatia intrisa di pietas e che culmina con un finale che se
cinematograficamente può lasciare qualche dubbio, dal punto di vista del
percorso personale delle due madri trova la sua pacificazione più naturale.
Convincenti
le due madri, ognuna col suo carico di sentimenti, interpretate con bravura da
Nagasaku Hiromi ( la madre adottiva) e Makita Aju ( quella naturale) che ben si
prestano ad un confronto che è prima di tutto generazionale e poi di ruolo.
…Si sente il
coinvolgimento della regista, si percepisce la tensione emotiva di chi ha la
cognizione dell’adozione e sa entrare in connessione con la molteplicità del
sentimento materno, ma si avverte un po’ troppo la costruzione teorica a
discapito dell’impatto emotivo. Kawase segue l’idea di una maternità liquida,
espressa attraverso più corpi (qui ce ne sono tre: la naturale, l’adottiva e la
responsabile dell’associazione, che fa da tramite tra le due) che appartengono
tutti alla natura.
Una visione panica che si interseca nel paesaggio urbano di una Tokyo
dominata dalle disuguaglianze (i genitori adottivi abitano al trentesimo piano,
segno di un’estrazione benestante; la casa della famiglia mamma naturale
alloggia in una casa troppo piccola per contenere tutti i membri e ancora più
piccola è quella condivisa dalla ragazza con la collega), con il mare che
avvolge e immagini sovraesposte a determinare una fluidità sospesa tra tattile
e cerebrale. Ecco, è in questa sospensione che sta il limite di True Mothers.
…Non spaventino le due
ore e venti di durata complessiva, perché se c'è una cosa che contraddistingue
la sceneggiatura solo apparentemente complicata del nuovo film di Naomi Kawase, True Mothers (Asa ga Kuru), è forse proprio la leggerezza: una leggerezza
tutta orientale, fatta di ellissi nel corso delle quali la storia viene
spezzettata e ricostruita poco per volta, con dettagli seminati qua e là,
momenti di pura emozione, attimi di fascinazione sensoriale, false piste e
colpi di scena.
True Mothers è un'opera cangiante divisa idealmente in
tre segmenti, che taglia e cuce il racconto per permettere di familiarizzare
con le sue protagoniste distillando nei dettagli le loro storie: da un lato
quella della madre adottiva, cui dedica il primo lungo flashback, dall'altro
quella della giovane e sfortunata madre naturale - del suo sogno d'amore impossibile,
della sua tirannica genitrice e delle altre ragazze-future-madri che conosce
man mano - che caratterizza il secondo flashback, per intersecarle nel terzo ed
ultimo 'tempo', quello più lungo e per certi versi mutevole, il presente.
Kawase fa e disfa con eleganza sublime, ingenera
domande giuste e suggerisce risposte sbagliate, in realtà chiedendo nulla più
che uno sforzo di empatia nei confronti di quelle madri, delle loro
insicurezze, dei loro sensi di colpa e delle loro incomprese richieste di aiuto.
…Cineasta
sempre abilissima nel passare da durate contenute a pellicole-fiume, stavolta
il minutaggio appare fuori controllo per un non riuscito dosaggio dei momenti
in sceneggiatura. È una Kawase che gioca una partita sua soltanto in parte,
quella di "True Mothers"; come si diceva in apertura, è come se
avesse cercato di modulare uno stile espressivo che non le appartiene, una
levità e un'universalità di linguaggio che non le sono consueti. Nel ricercare
una grammatica visiva più accessibile al pubblico, l'autrice ha smarrito la sua
prodigiosa e dirompente forza rivoluzionaria. La classe è sempre la stessa,
certo, tanto nell'insistenza dei primi piani quanto nelle panoramiche
contemplative. Manca, purtroppo, quel trasporto che ci aveva annichilito
durante altre visioni.
…True Mothers è
un titolo certamente significativo, ma anche abbastanza fuorviante. A primo impatto, infatti,
sembra fornire un giudizio –
giudizio che, come è stato sottolineato durante l’incontro con Naomi Kawase, è
imposto dalla società – oppure porre una domanda, anzi la domanda: chi è la vera madre? Questo
aspetto non è del tutto errato, perché essendo uno dei temi ricorrenti quando
si parla di adozione è naturale che il quesito ritorni spesso, anche nella
storia. Si tratta però di un’interpretazione
riduttiva dell’intero significato dell’opera di Kawase.
“Vere Madri” pone l’accento sbagliato, andando a
cadere nella ricerca di una realtà che non si può superare: è Madre chi mette al mondo un figlio tanto
quanto lo è chi lo cresce. Ma Kawase svia la risposta trovando
addirittura un terzo elemento: è madre anche la direttrice del centro Baby
Baton. Essa infatti si prende cura tanto delle madri biologiche quanto delle
future madri adottive e dei bambini. Regala una vita migliore…
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