martedì 28 aprile 2026

Kneecap – Rich Peppiatt

Rich Peppiatt gira un film sui Kneecap (Giovanni Ansaldo ne parla qui, per chi non li conosce ancora) che non perde un colpo.

due ragazzi un po' sbandati, a Belfast, incontrano un professore che li spinge a fare musica rap in gaelico, la lingua irlandese, e non in inglese, la lingua degli oppressori.

i tre creano un gruppo, i Kneecap, i loro testi e la loro musica diventano un simbolo per gli irlandesi non anglodipendenti, orgogliosi di un gruppo politico, come il loro pubblico.

tutti gli attori, come i tre Kneecap, sono davvero bravi (una piccola parte anche per Michael Fassbender), merito anche del bravo regista.

se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, vi piacerà molto,

buona (gaelic rap) visione - Ismaele 

 

 

Gli Kneecap non sono nati da una semplice passione, bensì dalla rabbia e da un riscatto sociale alimentato dal sangue, dalla droga e dalla disperazione di una vera e propria terra di nessuno. Laddove non si muovono più cowboy solitari, ma criminali di varia natura, politicanti e forze d’ordine affamate di potere, eroi locali mai dimenticati e inevitabilmente artisti. Spetta proprio a loro alimentare un moto di liberazione (salvandosi a loro volta), per quanto scorretti, discutibili, immorali e matti da legare. Memorabile!

da qui

 

La forza del film è proprio questa: sembrare caotico e sgangherato, mentre in realtà orchestra con precisione una riflessione politica e culturale. “Un paese senza lingua è solo mezzo paese”, afferma uno dei personaggi: è la frase che riassume l’anima dell’opera. Il gaelico, lingua minoritaria riconosciuta ufficialmente solo nel 2022, diventa qui simbolo di resistenza, testimonianza di una comunità che non si arrende. Kneecap è un’esplosione di energia e di contraddizioni: sboccato e intelligente, divertente e politico, assurdo e necessario. È cinema che, proprio come un beat martellante, non concede tregua: denuncia, ride, balla, provoca, e infine commuove con la sua ostinata sincerità. È l’urlo di una generazione che non vuole essere definita da conflitti ereditati, ma nemmeno vuole dimenticarli: una dichiarazione di appartenenza che trasforma il caos in ritmo, la rabbia in musica, la lingua in futuro.

da qui

 

Il regista Rich Peppiatt ci dice diritto in faccia che film andremo a vedere.

Non è una classica storia irlandese fatta di IRA, attentati, morti e martiri torturati in carcere.

La Belfast raccontata in questo film è decisamente più incazzata, lasciata a sé stessa, gli irlandesi combattono contro gli inglesi più che altro per questioni linguistiche e i ragazzi vivono alla giornata strafatti di ogni tipo di droghe in circolazione più o meno come gli scozzesi di Trainspotting.

In questo contesto si collocano due amici d’infanzia che vivono di spaccio e altri reati vari, cresciuti da un padre attivista e indipendentista che ha finto la sua morte per combattere meglio la sua guerra personale e che li ha educati al motto di “"Every word of Irish spoken is a bullet fired for Irish freedom"-“Ogni Parola detta in Irlandese è un proiettile per la libertà dell’Irlanda”…

da qui 

 


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