lunedì 27 aprile 2026

Resurrection - Bi Gan

ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.

il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).

Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.

ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.

il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.

e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.

Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


 

 

Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza, sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…

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Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione decisamente indelebile

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La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui, attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale, l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare qualcosa di più profondo…

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Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva oscuri il contenuto. Ma Resurrection riesce a evitare questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.

Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per confrontarsi con ciò che non esiste più.

In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di lasciarsi attraversare dalle immagini.

Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.

Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.

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…Il cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare". Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazionisi direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma , Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella storia del cinema, ma anche il primissimo…

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