ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.
il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).
Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.
ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.
il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.
e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.
Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.
buona (imperdibile) visione - Ismaele
Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della
vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe
rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film
più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri
narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante
che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza,
sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…
Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e
radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e
narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei
sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione
decisamente indelebile
…La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio
reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema
contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile
da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui,
attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad
ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più
suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale,
l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la
produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e
associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui
che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul
piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da
osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui
perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando
spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare
qualcosa di più profondo…
…Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di
scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva
oscuri il contenuto. Ma Resurrection riesce a evitare
questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.
Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una
malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per
confrontarsi con ciò che non esiste più.
In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza
totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di
lasciarsi attraversare dalle immagini.
Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e
anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.
Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una
macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi
e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.
…Il
cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection
sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un
dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare".
Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi
Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e
meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la
capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare
dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazioni, si direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma ,
Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella
storia del cinema, ma anche il primissimo…
Nessun commento:
Posta un commento