venerdì 14 gennaio 2022

Una Famiglia Vincente - King Richard – Reinaldo Marcus Green

un film abbastanza controverso per la critica, a me è piaciuto.

è un film sul sogno americano, ma di un nero che vuole farsi rispettare, lui e le sue figlie, perchè le figlie che ha cresciuto diventano le tenniste migliori del mondo. 

maiuscola la prova di Will Smith, nel ruolo di chi sa cosa vuole, che ha un sogno, ma un sogno concreto, per le figlie.

e contro tutte le sue aspettative il suo sogno folle diventa realtà.

se uno si aspetta un film con le partite di tennis sarà deluso, invece si tratta di un film sul signor Williams e la sua (apparente) follia.

Will Smith da premio Oscar, ma tutti sono bravissimi.

buona (testarda) visione - Ismaele

 

 

 

 

Certo, il film pecca in parte di eccessiva lunghezza (una decina di minuti in meno e sarebbe stato perfetto per ritmo e pathos) ed è un po’ edulcorato nelle parti più sgradevoli del padre-coach. Richard Williams, ad esempio, nella sua autobiografia Black and White: The Way I See It, racconta come una volta abbia assoldato dei ragazzini perché lanciassero insulti alle figlie mentre giocavano sui campi di Compton. Richard nel libro si giustifica dicendo che «per avere successo, devi essere pronto all’incidente inatteso. Volevo rendere le ragazze pronte anche a questo. La critica, o peggio, l’insulto possono tirare fuori il meglio».

Il fatto stesso però che il film si chiuda sulla prima partita di Venus, dunque su una sconfitta bruciante e immeritata, dimostra la sua dimensione anomala e lontana dall’enfasi abituale e dai didascalismi del cinema sportivo USA. Tutto quello che è venuto dopo è noto. Quel primo match, quasi dimenticato, viene invece rivissuto attraverso la ricostruzione drammatica in modo potente e destabilzzante (lì i tempi sono davvero perfetti).

 “King” Smith, barbetta sale e pepe, capo chino per una vita difficile, dà una delle sue performance recenti più memorabili e commoventi. Alcuni suoi dialoghi con i coach professionisti Paul Cohen (Tony Goldwyn) e Rick Macci (Jon Bernthal) sono davvero da antologia. Su tutti, la battuta in cui Cohen/Goldwyn osserva: «Sei la persona più cocciuta e insopportabile che abbia mai conosciuto… e ho allenato John McEnroe!».

Una famiglia vincente – King Richard è uno dei migliori film (non solo) sportivi americani degli ultimi anni. Sentito, sofferto, divertente, non conciliato e struggente. «Questo mondo non ha mai avuto rispetto per Richard, ma rispetteranno voi tutte!». E così è stato.

da qui

 

 

Il problema con lo sport al cinema - soprattutto quando e se americano - è il solito: la sua assenza. Anche quando è il fulcro del racconto, il motivo per cui eroi ed eroine si dannano l'anima per raggiungere i loro scopi. In King Richard il centro del discorso è rappresentato più precisamente dal protagonista, il "re" Richard Williams interpretato da Will Smith, idolatrato dalle sue suddite (Venus e Serena) e talvolta inquadrato sotto una luce sinistra giusto per rendere più scolpita e credibile la figura statuaria.

Fa però un certo effetto che nelle due ore e venti di film diretto da Reinaldo Marcus Green e scritto da Zach Baylin, in cui il tennis dei primi anni '90 viene passato in rassegna, con attori e attrici che interpretano Jennifer Capriati, Arantxa Sánchez Vicario, John McEnroe, Pit Sampras e allenatori come Rick Macci e Paul Cohen, non si senta mai parlare di gioco, di stile, di tattiche e colpi, ma semplicemente, come da prassi per l'individualismo americano, di convinzione, volontà, umiltà e voglia di vincere. Manco a dirlo, di tennis giocato se ne vede pochissimo, e di quel poco tutto è ricondotto al singolo gesto, al colpo che delle straordinarie doti di Venus e Serena Williams non dice nulla.

Lo sport - qualsiasi sport - si dimostra quindi impossibile da ricostruire al cinema: perché la sua visione non è cinematografica; perché lo sport può e deve fare a meno del montaggio; perché, ancora, una partita si basa sull'attimo irripetibile e dunque è refrattaria per definizione al racconto e alla fine.

Per tutte queste ragioni - e in definitiva perché elude il centro del proprio discorso, anche ammettendo che non è un film su tennis ma un film su un uomo - King Richard, al di là della veridicità storica di molti suoi passaggi, è un'operazione mistificatoria. Il problema, ancora, è che un film di finzione può infischiarsene dell'accuratezza, ma ha l'obbligo di rendere credibile la costruzione dei suoi personaggi e del suo mondo: e in questo, onestamente, King Richard fallisce in pieno, a meno di non considerare la parola "re" come una lente distorta attraverso cui giudicarlo.

Solo così si potrebbe accettare il ritratto agiografico di un uomo che combatte contro tutti, non solo contro il mondo elitario e bianco dei circoli di tennis, ma anche contro la moglie; la rappresentazione manichea delle avversarie di Venus, sempre bizzose e incredule di fronte alla forza delle futura campionessa; o ancora la tipica struttura drammatica che unisce senza originalità la vita nel ghetto, il razzismo degli ambienti sportivi, il classismo del tennis, lo spirito di rivalsa che anima Richard Williams e alimenta il suo sogno.

La cosa meno accettabile del film è però un'altra ancora, e pure in maniera sorprendente. Ed è la totale assenza, non tanto o non solo del tennis, ma delle sue vere eroine, Venus e Serena, che nonostante la bella prova delle giovani Saniyya Sidney e Demi Singleton (il film si ferma al 1994, alla finale del Bank of the West Classic, quando la quattordicenne Venus perse in finale contro la più esperta Sanchez Vicario) sono surclassate dall'ingombrante presenza del padre e del suo interprete e ridotte a pupazzi in mano a un monarca egocentrico.

Non è dunque il solo Richard, come gli dice la moglie, a soffocare le figlie senza credere alle proprie parole (nei suoi insegnamenti dice che «la creatura più pericolosa di tutta questa Terra è una donna che sa pensare»), ma è il film stesso, incapace di gestire il materiale sportivo e umano che ha tra le mani.

Più che un'occasione persa, King Richard è un'occasione sbagliata, o peggio non richiesta; un film da non fare, perché non abbastanza distaccato dalle cose e dalle persone che racconta e perché inutilmente celebrativo di una vicenda sportiva che ha avuto ragione su tutto, arrivando dai sobborghi neri di una città della California al tetto del mondo.

da qui



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