martedì 12 marzo 2024

American fiction – Cord Jefferson

il film l'ho visto un paio di giorni prima che vincesse il meritato premio Oscar, per la sceneggiatura non originale, praticamente un premio a quel formidabile scrittore che è Percival Everett (che ha scritto Cancellazione, il romanzo alla base del film). 

Monk è uno scrittore che scopre che se il mercato vuole merda e tu gli dai merda sarai uno scrittore di successo, il mondo al contrario.

e intanto vediamo Monk alle prese con la famiglia, il lavoro, l'amicizia, l'amore, Monk è nostro amico.

un film da non perdere, promesso.

buona (politicamente corretta) visione - Ismaele

 

 

 

…Il paradosso è che Monk è comunque un emarginato, anche se non nell’accezione che farebbe di lui, secondo la potenza ineluttabile dei luoghi comuni, un perfetto esemplare della sua etnia.

È un emarginato a dispetto della sua origine e della sua appartenenza. Non certo per disagio sociale, quanto professionale, perché rinchiuso dentro le sue convinzioni intellettuali che gli fanno disprezzare il compromesso letterario, la scorciatoia commerciale, lo stereotipo come grimaldello per il successo. Monk è avulso da tutto ciò che lo circonda, dal contesto culturale, perché non produce, a quello accademico, che glielo rinfaccia e che lo accusa di insensibilità rispetto ai temi etici e razziali. E non solo, perché il suo disagio è soprattutto emotivo, visti i difficili rapporti in ambito familiare e sentimentale, dovuti alla sua incapacità di donarsi agli altri rivelando completamente la sua vera personalità.

Nonostante l’inesperienza di Jefferson come regista, il merito del film è di evitare di raccontare un prevedibile percorso di progressiva consapevolezza da parte del protagonista; piuttosto narra la problematica esperienza di un travestimento, diventando così una lucida satira in cui l’individuo è costretto dagli eventi a compiere tutta una serie di atti contrari alla sua volontà per allinearsi a una società ai cui valori non riesce ad adeguarsi.

E così Monk, ma il discorso potrebbe essere valido per chiunque, diventa parte di un meccanismo inglobante e annichilente dal quale è praticamente impossibile liberarsi e che forse conviene assecondare. D’altronde, è una finzione (non solo) americana, e quindi, idealmente, a vario titolo fingiamo sempre un po’ tutti. È il caso di arrendersi e ammetterlo.

da qui

 

…American Fiction ha un intento limpido e netto, ovvero fare satira sull’industria culturale e su tutte le figure che le gravitano intorno. Una satira che centra il bersaglio, grazie soprattutto alla prova di Jeffrey Wright, finalmente centrale in un racconto e formidabile nel rendere la frustrazione del suo personaggio, e a quella di John Ortiz nei panni dell’agente di Monk, protagonista di alcune battute davvero folgoranti. Cord Jefferson ne ha per tutti: la narrativa black fatta sempre e solo di criminalità ed emarginazione, ben rappresentata dal romanzo bestseller We’s Lives in Da Ghetto di Sintara Golden (Issa Rae), in cui si imbatte Monk; i circoli letterari con i loro relativi premi, affidati nel migliore dei casi a membri della giuria svogliati; lo stesso ambiente di Hollywood, formato da un branco di ignoranti che si limita a farsi riassumere dagli assistenti sinossi di libri da trasformare in potenziali successi.

Il regista non nega il razzismo ancora dilagante (la scena del tassista che lascia a piedi Monk subito dopo la sua affermazione sulla razza è emblematica in questo senso), ma mette in luce il fatto che buona parte del successo della cultura woke è determinato dalle scelte e dai potenziali profitti dei padroni di sempre (quindi in maggioranza bianchi), che seguono solo il vento dei soldi, assecondando il mercato in direzione di ciò che lettori e spettatori vogliono sentirsi dire. È questo l’aspetto più convincente e sicuro di American Fiction, che a ritmo di jazz (non a caso cuore della colonna sonora) mette a nudo i limiti di una parte di società, che cerca invano di ripulirsi la coscienza con crude storie di violenza e sopraffazione, farcite di armi da fuoco, mascolinità tossica e forze dell’ordine corrotte…

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A fare da mattatore in questo racconto, al limite del surreale, un Jeffrey Wright in grande forma che dà vita ad un personaggio ben costruito, perso nelle proprie convinzioni ed estraniato dalla realtà. Il suo Monk è chiuso nella propria campana di vetro in cui tutto funziona nel modo in cui il personaggio vuole che il mondo giri ma che è ben distante da come realmente stanno le cose. La non accettazione dello stereotipo, in cui il personaggio si sente ingiustamente collocato, è la spinta narrativa che funge da satira della società moderna e di come essa sia lo specchio dell’ipocrisia e dell’incoerente percezione di inclusione che spesso viene raccontata dai media…

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la película, sostenida maravillosamente en el guión de Jefferson y el excelente desempeño de todo el elenco con un Wright exquisito a la cabeza, va más allá del ataque a la “pornografía traumática negra” del ámbito literario, musical y cinematográfico porque su análisis incorpora la complicidad de los propios afroamericanos, así tenemos primero a Thelonious, que desprecia las obras de arte que solidifican el formato del morocho pobre, drogadicto, holgazán, violento y/ o asesinado por la policía que suele venderse a los blancos con síndrome de culpa, y segundo a Sintara Golden (Issa Rae), una negra que asimismo escribió un bestseller patético y ultra estereotipado sobre la comunidad negra y que para colmo defiende el cliché y su actitud diciendo que ofrece lo que pide el mercado, al igual que los narcotraficantes o la enorme maquinaría capitalista en general que condiciona/ lobotomiza a su público o clientela. Jefferson redondea una obra muy graciosa que se pone algo sensiblera en el último acto aunque logra jugar con la metaficción, tanto en materia del libro de Monk –My PafologyFuck– como en la adaptación hollywoodense, y además se burla de los burgueses que crean productos hipócritas sobre los menesterosos…

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