giovedì 10 settembre 2020

The Frontier Experience - Barbara Loden

 



QUI  Wanda, il film completo, in inglese, sempre di Barbara Loden, 

QUI la recensione


Nathalie Léger racconta Barbara Loden e la sua Wanda - Federica Guglietta

Non metterci troppo sentimento. Questa raccomandazione deve essere stata ripetuta al telefono almeno mille volte a Nathalie Léger dal suo editore, mentre lei iniziava a studiare il materiale per mettersi al lavoro su una nota biografica dedicata a Barbara Loden. È una fortuna che poi sia andata a finire diversamente. Il risultato di tutto quello studio e di altrettanto amore si chiama Suite per Barbara Loden ed è recentemente arrivato in Italia per la casa editrice indipendente La nuova frontiera, nella traduzione dal francese a cura di Tiziana Lo Porto.

Avevo l’impressione di gestire un cantiere enorme da cui avrei estratto una miniatura della modernità ridotta alla sua più semplice complessità: una donna racconta la propria storia attraverso quella di un’altra.

 

Non tutti conoscono la storia di Barbara Loden e proprio Suite per Barbara Loden, quella che in origine doveva essere una nota biografica stringata, essenziale per un dizionario di cinema, è sicuramente un buon punto da cui partire per avvicinarsi alla sua vita e al suo lavoro.

Classe 1932, Barbara Loden è nata sei anni dopo Marilyn Monroe, lo stesso anno di Elizabeth Taylor, Delphine Seyrig e Sylvia Plath. A Marilyn, poi, somiglia tanto anche fisicamente e capita spesso che le carriere delle due si incrocino, come quella volta in cui Barbara ebbe la parte di Maggie in Dopo la caduta di Arthur Miller, personaggio chiaramente ispirato a Marilyn Monroe da cui il regista aveva divorziato nel 1961. Barbara o Candy Loden, come la chiamavano agli inizi, quando faceva la pin-up. Due matrimoni, il secondo con Elia Kazan, regista, produttore, uomo dello spettacolo. Per tutta la sua vita attrice, poi anche regista. Nel 1970, infatti, a trentotto anni dirige il suo primo e unico film, Wanda. Un film indipendente, a bassissimo budget, destinato a rimanere di nicchia per molto tempo.

“Wanda l’ho fatto per questo. È un modo per confermare che esisto.”

Wanda, il personaggio che Barbara Loden ha pensato per raccontare in qualche modo la sua vita. Wanda, che un po’ è Barbara. Wanda che è sicuramente anche Alma, Alma Malone, la donna sua coetanea a cui Barbara si ispirata per scrivere la sceneggiatura del suo film. Legge il giornale, si trova davanti un fatto di cronaca, l’ennesima rapina. Eppure c’era quella donna, complice, quella che si è trovata coinvolta forse per caso. Una donna che, ad un certo punto, sceglie di lasciarsi tutto alle spalle e lo fa davvero. Incontra un Mr. Fox che dev’essere proprio come il Mr. Dennis del film. I patti sono chiari: se il colpo alla banca fosse fallito, Mr. Fox prima avrebbe ucciso Alma e poi si sarebbe sparato un colpo in testa. Le cose vanno diversamente, Alma finisce in prigione, ma non muore.

Dal finestrino posteriore la strada scorre all’indietro. Wanda guarda il posto da dove viene e da cui si allontana senza riuscire a dare un nome a ciò che lascia.

 

Alma come Wanda, Wanda come Barbara, che si racconta, rappresentando così la sua vita sullo schermo. Da subito si vede Wanda che lascia la casa, lascia la famiglia e due bambini, un marito che si lamenta del fatto che lei non riesce a stare dietro ai bambini e alla casa, lascia una vita apatica in cui non si trova più. Scappa da tutto quello che le sembra troppo per lei, non ce la fa, ormai è rassegnata, vuole andarsene. Il marito la porta persino in tribunale, lei si presenta in ritardo e, sempre con rassegnazione, dice al giudice che se suo marito vuole il divorzio lei non ha problemi a concederglielo.

È solo per questo che Barbara fa film, Placare. Riparare dolori, curare l’umiliazione, curare la paura.

Wanda è il dolore, l’inadeguatezza. Wanda è la paura. Cercare riparo tra le braccia altrui, non trovarlo mai. Troppo apatica, troppo lenta al lavoro, non viene assunta per questo motivo. Non è nemmeno una buona madre, è scappata, sta ancora scappando. Si addormenta in un cinema. Le frugano nella borsa, le rubano il portafoglio. Si infila in un bar, deve andare in bagno. Qualcuno, un uomo, cerca di bloccarla, è chiuso, è chiuso. Lei si fa avanti lo stesso, chiede di andare in bagno. L’uomo è nervoso, conta i secondi che Wanda passa alla toilette, le urla contro. Quell’uomo è Mr. Dennis, sorpreso nel bel mezzo di uno dei suoi colpi. Wanda non può immaginarselo. Esce dal bagno, si siede al bancone, pilucca due patatine, non sai quello che mi è successo, dice. Cerca comprensione nelle persone che incontra per caso, Wanda. Cerca un po’ di affetto, facce amiche, amore forse. Non le troverà qui, non in Mr. Dennis. Non sa ancora quello che le succederà.

Cerco il suo volto smarrito nello sguardo triste di Wanda, dietro a quel modo esitante e disperato che ha di stare davanti agli altri, cerco tutto ciò che appartiene anche a Barbara.

Finisce con quest’uomo sempre sulla difensiva che le urla contro. Per lui, lei è arrivata al momento giusto. La sceglie come complice per un colpo grosso, quando anche gli altri uomini si tirano indietro. Wanda ha paura, ripassa la sua parte a memoria, ma si vede che è terrorizzata. Il giorno della rapina ripete non posso, non posso, non posso farlo. Inizia a stare male fisicamente, vomita. Mr. Dennis è terrorizzato all’idea di mandare tutto all’aria. La chiama per la prima volta per nome, più volte. Alla fine la convince. Il colpo si fa. Da qui in poi, il film e il fatto di cronaca a cui è ispirato diventano speculari.

 

Barbara Loden pensa alla sua Wanda come un modo in cui esprimere quello che si porta dentro, e ci riesce. Dal canto suo, Nathalie Léger si lascia prendere. Suite per Barbara Loden non è solo una nota biografica per un dizionario di cinema. È uno studio, è una ricostruzione in cui fatti, storia del cinema, aneddoti e testimonianze si intrecciano con le parole di Nathalie Léger in un racconto-fiume accuratissimo che restituisce finalmente un po’ di luce alla carriera di un’artista piena di luci e ombre: quelle della ribalta e quelle della sua vita privata e del suo mondo interiore.

Oltre all’immenso lavoro di ricerca compiuto da Nathalie Léger dal punto di vista più letterario, da quello cinematografico la riscoperta di Wanda si deve al restauro compiuto dall’UCLA Film and Television Archive per  Criterion Collection.

da qui



Barbara Loden allo specchio - Ester de Miro

 

C’è un’America triste e smarrita dietro le immagini scintillanti di New York o di Las Vegas, come dietro la grande vetrina di Hollywood. Se volessimo darle un volto femminile, potrebbe essere una donna di mezza età con i bigodini in testa e il rossetto sbavato, o un’adolescente cresciuta in campagna ai bordi della ferrovia, che non sa nulla del mondo se non ciò che ha appreso osservando la vita di una sorella un po’ civetta ormai morta di tubercolosi, come nella breve pièce Proibito di Tennessee Williams, scritta nell’immediato dopoguerra.

Quando negli anni ’70 vidi per la prima volta Wanda, l’unico film di Barbara Loden, ispirato da un fatto di cronaca e interpretato da lei stessa, pensai che gli umori di quell’America minore (ma incredibilmente vasta come territorio), che tuttavia avevano dato vita a gran parte della letteratura americana, erano confluiti in modo del tutto particolare nella vicenda e nel personaggio di Wanda, che aveva anche molte caratteristiche della stessa Barbara Loden, oltre che attrice e regista, seconda e ultima moglie di Elia Kazan, che un po’ l’aveva aiutata nella realizzazione del film. Difficile infatti stare contemporaneamente di fronte e dietro la macchina da presa, soprattutto in un film fondato essenzialmente su un personaggio quasi sempre al centro della scena.
Ma cos’ha di così particolare Wanda, un’emarginata costretta da un uomo a collaborare a una rapina cui cerca fino all’ultimo di sottrarsi, con un’autrice che arriva a dire di essere come lei?

Credo che proprio in questa identità femminile ribelle e smarrita prima del femminismo – e purtroppo fallimentare – stia la chiave dell’identità Barbara-Wanda, in cui si specchia anche quella della più grande diva americana: Marilyn Monroe. Forse non è casuale, infatti, che Barbara Loden come attrice, prima di diventare regista, abbia interpretato a teatro a New York, ottenendo un grande successo, il ruolo femminile della protagonista di Dopo la caduta, la pièce di Arthur Miller ispirata alla sua storia con Marilyn, per la regia di Elia Kazan.
Dall’insieme di questi personaggi viene fuori «come in uno specchio» l’identità, mite e ferrea insieme, in qualche modo disorientata e smarrita, di Barbara Loden, creatura cinematografica sempre in bilico tra successo e fallimento non solo nel cinema ma anche nel suo rapporto coniugale con Kazan.

In Wanda Barbara appare, all’inizio del film, con un abitino chiaro e la testa gonfia di bigodini, sullo sfondo scuro e sporco dei materiali di risulta di una miniera di carbone. La sua figurina spicca contro il verde/nero del contesto. Poi Wanda appare con un uomo che lei chiama Mr. Dennis a Waterbury, in uno spiazzo all’ingresso della Holy Land, una sorta di percorso nella miniera in disuso tra episodi ricostruiti delle Sacre Scritture, creato un po’ sullo schema di Disneyland, ma in abbandono. Mr Dennis è là per chiedere a suo padre, un vecchio che si prende cura del luogo, di essere aiutato a fare il colpo della vita: assalire una banca per poter vivere dei proventi per il resto dei suoi giorni.

Ma il vecchio, già incerto sulle gambe, si rifiuta di aiutarlo. È qui che Mr. Dennis decide di coinvolgere Wanda, anche lei recalcitrante ma poco convinta complice di un uomo con il quale non vuole litigare, perché si trova bene con lui. La vedremo in seguito in un’auto con un’acconciatura di fiori bianchi che fa pensare a una sposa. Ma la rapina, che Mr. Dennis ha organizzato scrivendo le tappe dell’azione su un foglietto, fallisce perché tra le azioni da compiere ce n’è una che non è stata prevista e che Wanda non compie. Lei arriva sulla scena del crimine, davanti alla banca, quando Mr. Dennis giace riverso a terra già ucciso dalla polizia. Verrà presa, processata e condannata a vent’anni di carcere. E nell’aula del tribunale inaspettatamente ringrazierà i giudici per la pena assegnatale.

Questo perché durante tutto il corso del film Wanda non fa che eseguire senza una precisa volontà le azioni che la vita le pone di fronte, senza porsi interogativi, senza opposizioni decise, in una sorta di acquiescenza passiva che tuttavia la conduce sempre sulla strada «sbagliata», in un mondo che Wanda attraversa sempre in opposizione all’opinione comune e soprattutto fuori da qualsiasi comportamento che rispetti le regole convenzionali del vivere.

Benché premiato al Festival di Venezia, in America il film non piacque alle prime esponenti del femminismo che stava sorgendo, perché l’acquiescenza , la «passività» recalcitrante di Wanda non erano certo i segni della Wonder Woman potente, rivendicatrice e vincente voluta dalle protagoniste più accese del Movimento delle Donne. C’era però qualcosa in questo personaggio, in questo film e nella regista/attrice che l’aveva realizzato, che andava oltre l’attualità e faceva emergere in modo eloquente il disagio femminile in una società inadeguata, per cui Wanda diventava la rappresentazione di un altro volto dell’America, del suo smarrimento e della sua opacità sotto il cielo lattiginoso dei molti Stati di cui si parla poco e che costituiscono però il tessuto reale più vasto del paese.

Solo dopo dieci anni, e dopo la morte di Barbara Loden a 48 anni per un tumore, il film approdò in Francia suscitando l’interesse di Marguerite Duras, che ne parla entusiasticamente con Elia Kazan in un’intervista pubblicata dai «Cahiers du Cinéma», proponendogli addirittura di distribuirlo lei stessa in Francia assieme ai suoi film. Il film è indubbiamente una sorta di «autobiografia emotiva» di Barbara, che resta una di quelle autrici in grado di fare grandi film ma che non ne hanno avuto occasione.

Nella scia dell’apprezzamento che la sua opera ha progressivamente acquisito anche in sua assenza, si colloca l’uscita in questi giorni di un libro straordinario di Nathalie Léger, Suite per Barbara Loden, appena tradotto in Italia da Tiziana Lo Porto per i tipi de La Nuova Frontiera. È un libro che sfida coraggiosamente ogni tipo di analisi cinematografica collocandosi tra Cinema e Letteratura, riportando in vita tutta la complessità e la carica umana del personaggio con una libertà e una creatività di linguaggio che in alcuni tratti sconfina nella poesia e rievoca Duras, rendendo per la prima volta appetibile un genere come la critica cinematografica che in certi casi rischia di annoiare.

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