lunedì 3 agosto 2020

Brawl in Cell Block 99 - S. Craig Zahler

una storia d'amore.
Bradley, per mandare avanti la famiglia, diventa spacciatore e gli incarichi diventano più importanti e rischiosi.
Bradley non tradisce e per questo paga quello che deve, e anche di più.
e quando qualcuno minaccia la sua bambina, che deve ancora nascere, diventa tutto quello che serve per proteggerla.
certo, per essere una storia d'amore è molto violenta, ma così va il mondo, per Bradley.
buona visione - Ismaele




La fotografia è cupa, fredda e sporca, traducendo in colori le emozioni e la natura di Bradley; mentre il sonoro potente ed ottimamente curato spicca soprattutto durante le sequenze di lotta, dove lo spettatore riesce quasi a "sentire" sulla propria carne i pesanti colpi inflitti sullo schermo. Perché è proprio nella messinscena delle risse e della violenza che questo film brilla, tutto sembra reale, fisico e lontano dalle rappresentazioni a cui si è abituati dai film di arti marziali, che siano statunitensi od hongkonghesi. Vince/Bradley è grosso, lento ma inarrestabile, e picchia "di brutto" qualsiasi cosa gli si pari davanti, con uno sguardo perso nel vuoto che nasconde una dirompente rabbia lucida.
Brawl in Cell Block 99 è un film di genere, cosciente dei propri limiti e del proprio pubblico. Preoccupandosi di divertire ed intrattenere, l'autore evita di impantanarsi in moralismi o discorsi profondi, che risulterebbero poco adatti alla natura del film, concentrandosi nella trasposizione visiva di uno tsunami di violenza nichilista privo di possibilità di una vera redenzione che, dopo i titoli di coda, lascia lo spettatore con più lividi sul corpo che pensieri in testa.

La discesa agli inferi del suo protagonista, la rassegnazione con cui il martirio è accettato, ha sfumature cristologiche nel loro essere passaggi di una convinta volontà di sacrificarsi pur di ottenere la salvezza (degli altri). Bradley, il personaggio interpretato magistralmente da Vince Vaughn, disposto a spezzare la sua immagine da comedian mainstream per prendersi sulle robuste spalle la lezione di Zahler, non è solo un’invincibile macchina da uccidere segnata da un passato che non ci è dato scoprire (da dove arriva questa forza sovrumana? come fanno i suoi colpi ad essere così mortalmente efficaci?). Bradley è, soprattutto, un uomo che ama. Ogni braccio spezzato, ogni cranio sfondato, infatti, sono continue testimonianze del grandissimo sentimento che lo guida, gesti d’affetto mandati alle sue donne lontane. Immaginiamo che sia difficile scorgere in un volto schiacciato a sangue, la tenera carezza di un uomo preoccupato per la sua famiglia, eppure non possiamo che vedere Brawl in the Cell 99 come un’opera che straripa d’amore.

Prodotto atipico e originale nel panorama cinematografico americano attuale, Brawl in Cell Block 99 è un film stanco di Hollywood, un ritorno ad un certo passato quasi dimenticato che tuttavia non risulta essere un passo indietro ma anzi, sembra quasi volersi proporre come un nuovo punto di partenza all’interno di un oceano di action movie fatti con lo stampino. Sebbene questi ultimi difficilmente cesseranno mai di esistere, è bello vedere che c’è comunque ancora qualcuno che crede in qualcosa di diverso.

la colonna sonora è quasi assente – specie nelle sequenze d’azione -, la fotografia gelida, e Zahler è magistrale nel regalare continuamente dei totali stranianti che ricordano un po’ Seidl, giocando sul contrasto e la sottrazione.
Questa sofisticazione non è fine a se stessa, riflette piuttosto il personaggio di Bradley, che, come il film, accumula rabbia e frustrazione per esplodere poi in un crescendo sempre più splatter. Il peso di tutta l’operazione è sul protagonista, un inedito e perfetto Vince Vaughn, inflessibile montagna di carne pronta a qualsiasi sacrificio pur di preservare la sua prole, che spezza gambe e grattugia volti senza tanti complimenti. La “rissa” del titolo in effetti è più una resa dei conti unilaterale, i pestaggi e i combattimenti a suon di arti marziali sono molto ben coreografati, ma il titolo di giustiziere non viene mai contestato a Bradley e lo spettatore può giustamente godersi un po’ di crani spappolati e occhi che schizzano in un B-movie che finalmente non brilla della luce riflessa dei suoi svariati numi tutelari, ma riesce a fare un discorso personale e davvero contemporaneo.

L’occhio umano ha la capacità di sintetizzare e catalogare le immagini che percepisce, un qualcosa di elementare può – come direbbe il filosofo Bataille – divenire osceno. Una cosa altra che conduce alla repulsione. Seguendo sempre il filosofo francese, la repulsione per essere oscena deve anche affascinare. Zahler fa esattamente questo: la repulsione oscena della violenza finisce per affascinare. Non a caso nei momenti topici, il pubblico durante la proiezione alla Mostra di Venezia non si è trattenuto ed ha applaudito in quei gli attimi di oscena violenza. Bradley picchia come un fabbro? Il pubblico ne gode. E non ne gode perché è pazzo, ma perché a questo ti porta il gran bel film di Zahler. Violenza tra maschi contro maschi, tra colpi assestati e respinti (notevoli, davvero, quei momenti così nudi e veri). Una violenza per la violenza in una difficile rincorsa alla giustizia.
Ora, quindi, si potrebbe pensare che Brawl in Cell Block 99 è un film di maschi sudati, muscolosi e puzzolenti. Un film maschile e razzista ove la donna è un orpello, un suppellettile, un espediente buono solo a sfornare figlioletti e a cucinare e senza esagerare con l’uso del coltello. Ma questa lettura sarebbe troppo superficiale. Tutto ciò che Bradley fa ha per motore il femminile ed il femminile (Jennifer Carpenter), la donna non è un ornamento narrativo, non è una donna che fa l’uomo ma è una donna che è una donna. Una donna che è donna anche quando fa “cose da uomini” e non solo una woman in prison. La Carpenter in tal guisa avrebbe lavorato bene con Russ MeyerBrawl in Cell Block 99 più che un cinema senza donne è perciò un film mosso dalla femminilità. Quindi la distruzione meravigliosamente folle di Bradley oltre a non essere folle non è maschile nel midollo ma femminile nelle motivazioni.
Brawl in Cell Block 99 è un intelligente film d’exploitation che non deve far pensare al mondo di Tarantino (basta pensare ciò, all’infilarci sempre in mezzo Tarantino manco avesse inventato il cinema) o di Carpenter (nonostante la Carpenter), ma è un film che andrebbe letto per quel che mostra, per quel che sviluppa. Per come si delinea nel cammino con la fisicità di un Vince Vaughn allenato da uno Steven Seagal dei tempi migliori. Tante mazzate, insomma, mazzate vere che non lasciano nulla all’immaginazione. Colpi bassi che però vivono anche di una certa dose di ironia, di sarcasmo, di voglia di giocare al non sbattere le ciglia senza resistere contemporaneamente alla tentazione di fare un occhiolino.

…L’ultraviolenza del finale è nient’altro più di quel che significa narrativamente – ossia la scelta estrema di un uomo messo in una situazione estrema – senza alcun compiacimento o gratuità, rispondendo unicamente a un fattore etico. Ovviamente un’etica costretta a ripensarsi come segno fisico dell’eccesso: ma, per capirne le ragioni, basterebbe ricordare l’eloquente scena iniziale quando Vaughn/Bradley scopre il tradimento della moglie (Jennifer Carpenter) e, cosciente della rabbia che lo sta per far esplodere, la fa rientrare in casa e sfoga tutto il suo dolore distruggendo l’automobile di famiglia, scegliendo responsabilmente di non toccare la donna nemmeno con un dito; sequenza che fra l’altro permette allo spettatore di accettare la follia del medico coreano che più tardi, quando la moglie di Bradley incinta verrà fatta prigioniera, si dirà capace (è Udo Kier, grandissimo, a recapitare pazientemente il messaggio) di mutilare il feto delle braccia mentre ancora è nell’utero lasciandolo in vita e dunque di farlo nascere così, con due moncherini. L’architettura dell’immagine è a sua volta secca, plumbea, grandangolare (qualcuno, non lontano dalla verità, ha parlato di cura o istinto kubrickiani), attenta a non falsificare i fatti col montaggio, pochissimi tagli e solo quelli necessari a ricordarci che un film (o che il cinema americano che amiamo) non è fatto di cuts ma di piani (plans).
da qui

Nessun commento:

Posta un commento