venerdì 27 dicembre 2019

A Dark Song - Liam Gavin

una donna che vuole rivedere il figlio morto si affida all'esperienza di un improbabile uomo che ha il dono di poter far star meglio la madre.
e tutto attraverso un rituale di purificazione e di evocazione di spiriti, anche molto concreti.
il film è un'avventura ad alto rischio che merita di essere visto.
A Dark Song è un piccolo grande terribile film da non trascurare - Ismaele



Diffusa credenza è che – soprattutto di questi tempi – un horror, per avere successo, ancor più se implichi il paranormale, debba avere un budget cospicuo, così da poterlo disseminare di effetti speciali e computer grafica; l’idea, la visione e la sceneggiatura in fondo non sono poi tanto fondamentali, mere minuzie buone per i sostenitori dell’indie, che non avendo fondi devono per forza potersi vendere in altro modo.
Ebbene, l’assunto che siano le pecunie a fare la pellicola del terrore è fallace, spesso anzi i prodotti commerciali, proprio per la necessità di avere maggiori ritorni dell’investimento, quindi un pubblico più numeroso e di conseguenza un rating il più possibile permissivo (di norma un PG-13), tolgono ogni elemento che gli valga l’appartenenza stessa al genere, risultandone così un insipido mistone di cliché diluiti e dialoghi sciapi. Al contrario è proprio tra coloro che rimangono nel sottobosco del sottofinanziato che le migliori e più originali opere si generano, un po’ per maggior necessità di inventiva a sopperire i pochi mezzi, ancor più per la libertà creativa di cui possono contare.
In quest’ultima categoria s’inserisce, meritatamente, A Dark Song, claustrofobico viaggio mentale scritto e diretto da Liam Gavin, di cui rappresenta il sorprendente esordio alla regia. Il film, che sta ancora facendo il giro dei festival, tra cui quello di Sitges (dove ha vinto il New Visions Award)e il recente BIFFF, è capace con risorse davvero minimali di costruire un reale senso di angoscia, mettendo in scena un rito oscuro, un viaggio oniroide a lungo mantenuto sospeso tra la percezione di allucinazione e realtà. Anzitutto melodia oscura, litania ripetuta per giungere a stati deviati della coscienza, a realtà che prescindono il tangibile e sfiorano altre sfere, l’horror è incentrato su un rito antico e, parrebbe, quasi pagano, per superare i confini della vita terrena e venire a contatto coloro che abitano aldilà. A tentare il pericoloso e fosco percorso, che in più punti ha i profili inquietanti dell’occultismo, addirittura nelle sue declinazioni sataniste, sono i due protagonisti Sophia Howard (Catherine Walker), donna disperata in cerca di un modo per entrare in contatto con il figlio morto, e Joseph Solomon (Steve Oram), un individuo dall’aspetto piuttosto malandato, ma, parrebbe, dai grandi poteri medianici…

gran parte della sostanza e della forza di A Dark Song è data proprio dall’abile e malinconica recitazione dei due protagonisti: la mater dolorosa è Catherine Walker, che era già transitata nel genere in A Dark Touch (2013) di Marina de Van, mentre l’anticonvenzionale magus è interpretato da Steve Oram, visto in Killer in viaggio, 2012. Il finale prevede una mistica e amara allo stesso tempo discesa nell’abisso e non delude affatto l’attesa, che resta comunque la parte migliore della storia. In sintesi finale, un piccolo, anzi piccolissimo film, che conserva però una propria precisa personalità e riesce a tessere una buona tela angosciosa. Cosa questa, oggigiorno, per niente scontata.

Una narrazione che lascia il segno trattando con profondità temi quali il perdono, la vendetta e l'amore, innestati in un contesto occultistico che si rifà a veri tomi esoterici cari ai relativi cultori, e permea così i cento minuti di visione in cui ben presto nulla è quello che sembra, con Sophia e Solomon nascondenti entrambi dettagli fondamentali sulle loro reali motivazioni in una partita impari con elementi ben oltre la loro portata.
Tramite affilati giochi di inquadrature, Gavin riesce a cogliere al meglio le sfumature logistiche della pressoché unica ambientazione, lasciando che l'orrore dilaghi non in gratuiti jump scare ma in un vedo/non vedo di rara efficacia nell'originare la corretta dose di suspense primigenia che appartiene alla purezza del genere e l'accompagnamento sonoro, ossessivo a tratti quasi come un disturbante mantra, immerge al meglio nell'irrequietezza degli accadimenti…

A Dark Song è un’opera fitta di dialoghi che unisce in sè il binomio iperrealismo/sovrannaturale. Gavin infatti lavora con grande cura sulle psicologie dei due protagonisti, rinchiusi nella casa per mesi e impossibilitati a uscirne: il rituale obbliga a circondare il luogo con un cerchio di sale, che non può essere valicato se non a rito terminato, pena il perenne imprigionamento tra quelle quattro mura. La prima parte del film analizza assai bene il rapporto che si instaura tra Sophia e Solomon, due personaggi apparentemente opposti: lei donna ricca e arrogante, che si rifiuta di perdonare e agogna una morte atroce per gli assassini del figlio, lui occultista “per amor di sapienza” (ma accetta la grossa somma di denaro offerta dalla donna), alcolista incallito e tossicodipendente occasionale. Il legame che si instaura è inizialmente conflittuale, in quanto Solomon considera Sophia una “posh girl” che gioca con la magia, mentre lei esplode in scatti d’ira nei momenti in cui rito pare non funzionare. In questa fase del film Gavin gioca di sottrazione, non mostrando nulla e incentrando tutto sulla componente dialogica nel rapporto di forza tra i due personaggi. Molte scene sono al buio e la fotografia realistica curata da Cathal Watters rende loro giustizia, nel creare quel senso d’angoscia proprio dell’orrore suggerito, come insegnava il grande Jacques Tourneur. Tuttavia mentre si avvicina il finale il plot cambia registro e l’opera mostra troppo in poco tempo: il rapporto tra Sophia e Solomon cambia ma in maniera eccessivamente improvvisa e il cotè sovrannaturale prende il sopravvento, lasciando lo spettatore a tratti interdetto. La chiusa del film è in realtà assai potente, nel mostrare la trasformazione interiore di Sophia, ma lo stacco tra le due modalità di rappresentazione è piuttosto forte e può causare un certo spiazzamento…

A Dark Song può vantare un comparto tecnico di tutto rispetto: essendo in fin dei conti un dramma da camera, Gavin può utilizzare i pochi mezzi a disposizione al massimo delle sue possibilità. Molto buono il lavoro scenografico sulla casa che parte come una normalissima, anche se un po’ vecchia, dimora e diventa il prototipo della casa infestata, non perché lo sia veramente, ma perché lo sono le persone che la abitano. Le stanze, i corridoi, il mobilio si trasformano in elementi minacciosi e claustrofobici mentre il tempo passa e sembra quasi che le mura si rimpiccioliscano, stringendosi intorno ai personaggi. Gavin è bravino con la macchina da presa, azzecca parecchie inquadrature interessanti. Forse eccede un po’ troppo coi primi piani, ma è anche voluto, per accentuare appunto la sensazione di essere prigionieri. Le poche scene in esterno sono suggestive quanto basta e, in generale, sia Gavin che il suo direttore della fotografia Cathal Watter, dimostrano di avere un buon occhio e di non usare il cinema come sfoggio di bravura, ma in funzione eminentemente narrativa, il che agli inizi è già un ottimo risultato.
Non può piacere a tutti, A Dark Song, ma se siete alla ricerca di una prospettiva un po’ diversa su tutto l’armamentario di sedute spiritiche ed evocazioni, un punto di vista più quotidiano, prosaico e “sporco”, forse vi lascerete conquistare.

A Dark Song opera in modo decisamente diverso e siamo di fronte a uno dei primi film horror, nella mia memoria, nel quale il rito diventa centrale, occupa una parte molto importante del minutaggio, ha una ricerca e documentazione molto più accurata della media e diventa in sostanza il reale protagonista.
Ricapitolando brevemente quel che accade: una giovane donna, Sophia Howard (Catherine WalkerDark Touch), affitta per un anno intero pagato in anticipo una grande casa isolata nella brughiera gallese e versa una somma esorbitante a un occultista, Joseph Solomon (Steve Oram), che dovrà aiutarla a portare a termine uno dei riti di evocazione più complicati, lunghi e pericolosi, quello contenuto nel Libro di Abramelin.
Una volta sigillata la magione i due non potranno più uscirne per sei mesi come minimo, e Sophia dovrà affrontare periodi di digiuno, di purificazione, privazione di sonno, meditazione, oltre a disegnare complesse figure e recitare in varie lingue.
Scopo finale del rito è quello di evocare il proprio angelo guardiano per chiedergli un favore: durante l’intero rituale la casa non sarà più ancorata al nostro piano di esistenza, confinerà con altre dimensioni e oltre all’entità benevola (che non è comunque detto che arrivi), il tutto potrebbe attirare anche altre creature, più maligne…


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