martedì 11 agosto 2015

Peeping Tom (L’occhio che uccide) – Michael Powell

Mark ha un piccolo difetto, filma le vittime, che poi uccide, e conserva e riguarda i filmati.
film per psichiatri e psicoanalisti, e per tutti noi.
Michael Powell ha rotto qualche tabù, con questo film, e l'ha pagata, regista troppo scandaloso (perché fa vedere gli omicidio o perché l'assassino è uno come noi, chissà).
Mark è un bravo ragazzo, e le sue pulsioni voyeuristiche/omicide sono una malattia, e l'affetto/amore di Helen, lo aiuterà, forse, a guarire.
precursore di molto grande cinema che verrà dopo, Peeping Tom colpisce ancora oggi.
un capolavoro da vedere e rivedere - Ismaele







The movies make us into voyeurs. We sit in the dark, watching other people's lives. It is the bargain the cinema strikes with us, although most films are too well-behaved to mention it.
Michael Powell's "Peeping Tom," a 1960 movie about a man who filmed his victims as they died, broke the rules and crossed the line. It was so loathed on its first release that it was pulled from theaters, and effectively ended the career of one of Britain's greatest directors.
Why did critics and the public hate it so? I think because it didn't allow the audience to lurk anonymously in the dark, but implicated us in the voyeurism of the title character.
Martin Scorsese once said that this movie, and Federico Fellini's "8 1/2," contain all that can be said about directing. The Fellini film is about the world of deals and scripts and show biz, and the Powell is about the deep psychological process at work when a filmmaker tells his actors to do as he commands, while he stands in the shadows and watches…

questo film gioca con il voyeurismo (o scopofilia) dello spettatore e finisce per ribaltargli contro questa tendenza; entrando nello specifico si potrà apprezzare la cura con cui Powell realizza tutto ciò. In prima istanza abbiamo il protagonista Mark, interpretato dal Carl Boehm (o Karlheinz Böhm) poi pupillo di Fassbinder, che Powell scelse a partire dal fatto che l'attore fosse figlio di un noto direttore d'orchestra; molto del film, infatti, ha a che fare con il rapporto del figlio con un padre "importante". La performance di Boehm crea un killer a doppia faccia, timido e letale, sadico ma fragile al punto che è difficile non simpatizzare con lui. Uomo solo, Mark abita in una casa che, come lui, è divisa in due: una parte è modesta ed essenziale, un letto, un tavolo, ... L'altra parte, dietro il pesante telo (che è quello del cinema e della coscienza), nasconde la camera oscura, le telecamere e tanti di quei macchinari che si potrebbe aver l'impressione di guardare il laboratorio di un mad doctor. Ma la cine-filia di Mark non si ferma qui, è una specie di psicosi che lo porta ad indentificarsi con la macchina da presa nel momento in cui tocca il proprio corpo specularmente a come fa Helen mentre sceglie il posto dove appuntare la spilla. Il feticcio di Mark è la mdp ed è per questo che bacia la lente in risposta al bacio di Helen, ed è agitatissimo mentre un poliziotto tocca la mdp come se fosse geloso, o ancor più, come se quella fosse estensione del suo stesso corpo. In tutto questo gioco di specchi, di chi guarda e di chi è osservato, la persona che per prima si accorge che qualcosa non va nella vita di Mark è la madre di Helen, cieca e senza un nome. La donna, interpretata dalla brava Maxine Audley, è, per il suo difetto fisico, ovviamente fuori dai giochi e tale cosa le permette per prima di accorgersi dell'inghippo anche se non sembra aver nessun potere sulle dinamiche dei protagonisti. A livello tecnico il film sorprende fin dalla prima magistrale scena (qualcosa di simile si vedrà in Marnie, film del 1964 di Hitchcock), realizzata in una strada volutamente artificiale immersa in un insieme innaturale di colori; la ripresa è la soggettiva di una ripresa di Mark. Poco dopo nel film avremo la possibilità di rivedere la stessa scena proiettata sul telo nella camera di Mark con lui girato di spalle a guardare (con e come noi) le immagini. L'Occhio che uccide, film contemplativo e molto limitato nella ricerca dell'effetto, è non solo un horror-thriller di grande modernità e intelligenza, precursore di molte pellicole moderne che hanno come nucleo uno psicopatico con il quale il pubblico "empatizza" (e altri elementi accessori: trauma infantile, ...), ma è uno dei pochi horror che obbliga lo spettatore a pagare un pegno psicologico per la visione. Sono tantissime le pellicole di orrore estremamente violente ma che creano una distanza enorme fra esse e chi le guarda, tanto che si può ridere di ciò che si vede. Con Peeping Tom non si creano distanze e il gioco si fa serio: quanto, dunque, c'è di Mark in ognuno di noi appassionati di cinema? Un capolavoro, e lo si può dire senza timore di smentite.

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