domenica 16 marzo 2014

Vanishing Point (Punto Zero) - Richard C. Sarafian

alla sceneggiatura ha lavorato anche Guillermo Cabrera Infante, «un film plastico e metafisico che corre dritto come il suo protagonista», lo definì Alberto Moravia (da qui).
all’inizio non capivo dove andava a parare, piano piano il film si è arricchito di elementi che poi hanno fatto crescere la mia attenzione e partecipazione.
è un film unico, è una fuga da tutto, un film molto radicale, non troppe parole, ma chiarissime.
Kowalski è un eroe, senza volerlo essere, non (si) riconosce in niente, e niente riesce a trattenerlo
un piccolo grande film, un film unico, da non perdere - Ismaele





Le protagoniste et anti-héros par excellence Kowalski franchit certes une limite d'état après l'autre, laissant derrière lui les voitures de police dans d'immenses nuages de poussière, mais la raison pour cette course effrénée n'est jamais révelée. Le but apparent de son trajet est connu, mais quant à la raison pour son empressement déraisonnable, aucune hypothèse ne peut être écartée. L'interprétation qu'en fait le présentateur de radio, tel un choeur antique, n'est qu'une façon de voir les choses. D'ailleurs, ses commentaires nous ont rappelé ceux du clochard dans Bulworth, qui décèle avec autant de lucidité que Super Soul les dangers imminents de l'acte d'acrobatie du personnage principal désespéré pour des raisons diverses.
L'absence de justification pour l'intrigue ne freine cependant pas Richard C. Sarafian à créer un cocktail explosif et beau qui opère un tour d'horizon efficace de la société américaine. Les rencontres de Kowalski sont plutôt rares, mais elles traitent toutes, plus ou moins détendues et politiquement incorrectes, des préoccupations de l'époque. Entre une jolie fille qui se promène nue sur sa moto et deux homosexuels caricaturaux, la conscience afro-américaine se fait tabasser par une bande de ploucs et Kowalski opère son périple sans états d'âme. La frénésie qui monte autour de lui et qui le laisse grandement indifférent revient brutalement à la sobriété lors d'une fin qui n'est pas moins énigmatique que l'ensemble du film.
Comme il se doit pour un film issu d'une époque musicalement foisonnante, la bande originale est de premier choix. De même, la distribution puise sa force d'un éclectisme surprenant. C'est surtout le trop rare Cleavon Little dans le rôle de Super Soul qui approfondit encore l'étrange spiritualité d'un film dont l'appartenance au genre du road-movie n'est peut-être que façade.

Indeed, there's a spiritual, mystical component to Kowalski's journey, mostly provided by the pattering commentary of the radio DJ Super Soul (Cleavon Little), who learns about Kowalski and the cops in pursuit and begins providing bulletins and updates on the radio. It's Super Soul who seems to grasp the importance of Kowalski's escape, who lends a spiritual significance and a political undertone to what is, for the driver himself, an inexplicable act. But Super Soul sees it as an act of resistance, and his gospel-like incantations about "the big blue meanies" and "the super driver of the golden West" give the film much of its potency, stretching it beyond just another car chase into an epic expression of freedom and the power of the individual. He calls Kowalski "the last beautiful free soul on this planet," which may be hard to reconcile with the blank-faced Newman, who hardly ever expresses any emotion during his long drive, but he's talking about an ideal rather than a person…

La corsa inarrestabile verso l’ignoto è l’allegoria cardine, l’aristotelica "metafora continuata", di questo particolarissimo film che sta a metà strada fra Easy Rider (1969) e Zabriskie Point (1970), fra l’esordio/miracolo di Dennis Hopper ed il miglior film americano di Michelangelo Antonioni. Ma Kowalski è, fra i personaggi delle opere citate, il carattere più autenticamente moderno: un solitario vettore alienato da una società alienata, e per questo da essa emancipato. Richard C. Sarafian annulla la dimensione della speranza e dell’utopia, delinea un personaggio a-storico nella sua tragicità, un uomo scollegato da ogni cosa che assume droga unicamente per non dormire, speed per andare più veloce, un uomo impegnato in una corsa nichilista verso il nero/nulla della morte, col sorriso sulle labbra e gli occhi dolci di un bambino. Diceva PPP, ma potrebbero essere parole di Kowalski, «la parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario»…
Vanishing Point è un punto zero cinematografico, un’opera unica, che non ha nulla prima e nulla dopo di sé, un racconto mitico, ancor prima che metafisico, perché narra la conclusione della vita di un eroe (moderno). Il mito dell’eroe che procede verso la propria morte, sfidando chiunque gli si pari davanti per raggiungere scientemente la fine della propria esistenza terrena, è un motivo che ricorre in un gran numero di miti (appunto), fiabe, favole, narrazioni orali, nella letteratura ed, ovviamente, nel cinema. Seguendo le indicazioni di Carl Gustav Jung, «li troviamo (i miti) anche nelle fantasie, nei sogni, nei deliri e nelle allucinazioni di uomini d’oggi» e costituiscono «rappresentazioni archetipiche», cioè forme prive di contenuto, «facultas praeformandi», ovvero «possibilità di rappresentazione data a priori».
Se una delle caratteristiche essenziali del mito (dal greco mỳthos, μũφος, «parola, discorso, racconto, favola, leggenda») è la sua diffusione orale, prima che scritta, possiamo affermare con assoluta certezza che in Vanishing Point ciò che viene messo in scena è proprio la costituzione di un mito. La narrazione delle gesta di Kowalski è infatti affidata al non vedente dj radiofonico Super Soul (cieco proprio come Omero; (o mè oròn) «colui che non vede»), che amplifica attraverso l’etere la folle corsa, ammantandola di un senso "altro", amplificato appunto. Kowalski ha il piede poggiato sull’acceleratore, scardina ogni posto di blocco, ma è il narratore cieco a dare un senso libertario ed anarchico alla sua azione, è lui che ne canta la valenza rivoluzionaria. Attraverso le onde radiofoniche dell’emittente black piantata nel nulla, il mito si crea e si diffonde, raggiungendo le orecchie del popolo che infatti accorre dal moderno oracolo per assistere in tempo reale alla sua stessa narrazione. Dunque una riflessione non tanto sui media, e sul loro potere, ma sul funzionamento stesso della narrazione, del racconto, portato ad un grado zero, premoderno.
Un racconto mitico con un finale tragico, ma non una tragedia, nell’accezione aristotelica del termine, perché non è l’azione a qualificare il carattere di Kowalski, questo si caratterizza invece dalla doppia narrazione dei flashback (extra diegetici) e della cronaca radiofonica dello speaker non vedente. In quest’ottica dunque Vanishing Point rappresenta il racconto mitico di un fenomeno antropologico che testimonia l’espressione simbolica di un rifiuto psichico dei valori fondanti l’America della metà del secolo scorso. K. rappresenta il rifiuto delle regole di vita americane che in quei tempi si manifestò nelle svariate forme di ribellismo culturale: dal nichilismo dell’annientamento attraverso le sostanze stupefacenti, alla proliferazione di stili di vita apertamente contrari all’egemonia culturale di un’America totalitaria e ghettizzante nei confronti di ogni forma di dissenso…
da qui

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