martedì 18 marzo 2014

La vida loca – Christian Poveda

un film senza filtri, senza commenti, un documentario film verità.
la descrizione di un inferno in terra, dove si muore di morte violenta troppo spesso.
Christian Poveda si è affezionato a una banda, la Mara 18, e ha filmato le vite dei pandilleros, e troppo spesso la loro morte.
ci sono anche bambini con la strada segnata, e giovani che stanno insieme, in una guerra senza fine, in un posto che è una jungla.
e vediamo morire quelli e quelle che abbiamo conosciuto qualche minuto prima, come birilli di un destino implacabile.
e anche Christian Poveda, alla fine, li ha raggiunti, nel 2009, pochi mesi dopo.
davvero da non perdere, non per tutti, è un viaggio fra i dannati - Ismaele





…A El Salvador, ogni mattina è davvero una mattina in più se sei membro di una delle due gang (dette maras), la Salvatrucha e la Dieciocho, che da anni “se matano” a suon di reggaeton. Il motivo? Spesso neppure serve. La stessa nascita delle Maras non ha niente a che fare con la storia di El Salvador o con la criminalità locale ma è il frutto di un curioso fenomeno di contro-immigrazione dagli Stati Uniti, perlopiù da Los Angeles, dove gli immigrati Salvadoregni della Salvatrucha e quelli messicani della Dieciocho hanno iniziato a combattersi decenni fa per questioni legate ai racket di quartiere.
Stufi di riempire le proprie prigioni, nei ’90 gli USA diedero il via a una vasta operazione di rimpatrio dei membri delle Maras che nel frattempo si erano mischiati tra loro senza più riguardo per le rispettive nazionalità; così che molti salvadoregni erano entrati nella “messicana” Dieciocho col risultato che, una volta a El Salvador, metà dei rimpatriati ha iniziato a combattere l’altra e viceversa, in una catena di ritorsioni senza fine legate ai cartelli della droga.
A questo punto della storia arriva Christian Poveda, l’autore e regista de La Vida Loca e davanti a lui si presentano due scelte, una facile l’altra meno. Sceglie la seconda e invece di girare con un punto di vista distaccato da cui puntare il dito contro questo o quel problema sociale, questa o quella iniquità della globalizzazione, questa o quella colpa dell’America, preferisce adottare una lente d’ingrandimento e passare diversi anni a contatto con membri di entrambe le gang per registrarne la vita quotidiana senza sovrapporre mai la propria voce o il filtro del proprio sguardo alla situazione che sta filmando…

…Gli intellettuali di oggi (come di ieri) non sono in tv, nessuno li conosce, sono ignoti ai più.
Non sono popolari nemmeno in rete.
L'intellettuale va esattamente nella direzione opposta delle telecamere e delle penne dei cronisti.
L'intellettuale rischia la vita senza trucco, lontano dai riflettori e soprattutto privo di scorta.
L'intellettuale non è un eroe da ammirare su Facebook.
L'intellettuale non si preoccupa dei tagli allo spettacolo perché nulla lo può fermare finché ha fiato in corpo.
L'intellettuale non conosce nessuno di importante, per questo motivo è scomodo per la destra quanto per la sinistra.
L'intellettuale vive per le sue idee e il più delle volte per esse muore, come Pasolini.
E come Christian Poveda.


La Vida Loca però si distingue da altre pellicole sosia proprio per l'empaticità che traspira. Per il lavoro minuzioso di produzione e ricerca che lo ha reso possibile. Le storie dei giovanissimi pandilleros (e delle ragazze, le pandilleras, che occupano un ruolo centrale nelle baby gang) si dipanano a ritmo sincopato. Poco prima di morire a un giornalista di “El Pais” Christian Poveda spiegava: «Un documentario deve essere forte, avere un ritmo cinematografico, fare a pugni per conquistare lo spettatore. Nella mia vita ho filmato tanti cadaveri, ho visto tanti morti. La differenza è che quelli della Mara 18 li conoscevo, con loro avevo condiviso tempo e esperienze. Vederli morire ti cambia la vita ma fermarti e smettere di filmare non puoi, sarebbe un tradimento».


La Vida Loca è un capolavoro di immagini, di emozionanti testimonianze, ma anche di un crudo realismo e di inspiegabile disperazione. Il titolo stesso nasce dall’inspiegabile:”Perché si entrato a far parte di una banda”, risposta:”Por la Vida Loca”. Poveda ha il merito di aver portato all’attenzione di tutti le Maras, dal nome delle terribili formiche “marabundas”, gruppi di ragazzi tatuati giostrati dai cartelli della droga in America Centrale, in Messico, fino agli Usa, a Los Angeles, agnelli sacrificali di una politica da anni senza rispetto, né speranza per le periferie del mondo. Quello che succede lì è quello che potrebbe succedere ovunque. Poveda, che il mondo lo ha girato in lungo ed in largo, dal Belisario alla Cambogia, in America Latina dal 1980 aveva trovato la sua patria di denuncia e di passione, conoscendo le repressioni dei dittatori, le guerre degli ultimi, le carceri, le bande, i narcos. C’è già chi è sulla sua strada, nomi come Alvaro Lopez, Lissette Lemus, autori di Vida y Muerte de las Maras per la TVE…Ecco perché siamo convinti che Poveda stia continuando a lavorare…

La sobriété est la plus grande qualité de l'approche de Christian Poveda. On sent bien que le côté obscur des gangs lui est interdit, puisqu'il ne montre que très sporadiquement des activités illégales. Mais rien qu'à partir des tranches de la vie courante, comme les visites chez le médecin pour accoucher, se faire recoudre après une fusillade ou corriger une vue défaillante, comme les arrestations régulières ou le projet commun de la boulangerie, la précarité misérable de la vie de ces jeunes sans repère, autre que leur appartenance au gang, devient une triste évidence. La caméra ne peut nous montrer que les conséquences de la violence - à l'exception du rite d'initiation final -, les pleurs lors des nombreux enterrements et la promesse de venger l'assassinat de l'ami, qui alimente jusqu'à l'infini la spirale de la violence. Peut-être pire encore est la perte de la dignité humaine, à travers la répétition abrutissante des massacres, les mises en berne en série et le traitement policier sans la moindre compassion. Car les forces de l'ordre et les instances judiciaires sont elles aussi usées par un statu quo sans le plus infime espoir de rémission, voire d'amélioration.
Ce qu'il reste à ces jeunes sans avenir, ce sont soit des tentatives d'insertion bien intentionnées mais mal exécutées, soit la fuite dans la religion, prêchée par des missionnaires évangéliques américains, qui perpétuent ainsi la tradition abjecte de la colonisation par des idées point adaptées au vécu de leurs disciples potentiels. Le plus probable cependant, c'est que l'immense majorité des intervenants dans ce documentaire lucide et affligeant en même temps n'ait pas l'occasion de vieillir, puisqu'une balle de la guerre sans raison entre les gangs, que la police impuissante regarde de l'extérieur, les achevera sans prévenir et sans faire de vagues, comme l'effet sonore très sobre des coups de feu, qui annoncent chaque nouvelle disparition. Hélas, la mort brutale du chroniquer fidèle du quartier montre que la paix restera sans doute encore pour longtemps une utopie pour les pauvres salvadoriens.

La Vida Loca n’est ni un film ni un documentaire à part entière. Il est à la limite de ces deux termes, dans un no man’s land situé entre un grand reportage et un moment volé.
Un reportage sur ceux qu’on appelle les Maras, groupes d’individus vivant au San Salvador et qui ont un seul but, un seul fil conducteur, une seule famille : leur gang. Un moment volé car on s’immisce au cœur de leur vie, entre pleurs, morts, drogue et musique.
La Vida Loca est donc un témoignage à ciel ouvert, sans barrières ni frontières, sans ajouts d’émotions ou d’effets spéciaux. Un simple miroir de ce que vivent tous les jours ces jeunes en mal d’espérance, en mal de vie…
da qui

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