giovedì 31 gennaio 2013

Holy Motors – Leos Carax

ci sono un sacco di motivi per vedere questo film, provo con due soltanto, per convincere qualche indeciso:
-Denis Lavant, protagonista e attore di quasi tutti i film di Leos Carax, è da premio Oscar per il miglior attore (tra l'altro si chiama Monsieur Oscar, nel film),
-"Holy Motors" è un enorme piacere, una festa, per gli occhi e il cervello.

il film è dedicato a Yekaterina Golubeva (qui)morta giovane, a 44 anni, era anche qui e qui, e interpretava anche nel film di Claire Denis un personaggio misterioso, è anche la madre della ragazzina che viene presa dalla festa dal padre.

alla fine sai solo una cosa, che lo vedrai altre volte, ha tanto da dire, o magari solo per stupirti ancora.
non verrà distribuito in Italia, a tutt'oggi, ma non perdertelo, è roba da piani altissimi del cinema, non te ne pentirai - Ismaele




Holy Motors è un’opera unica, un film-monstre che inietta l’essenza della modernità nella settima arte rendendola un prisma rilucente; andiamo fieri d’essere testimoni di tale apparizione filmica, svegliamoci!, non è un miraggio, è una realtà da amare smisuratamente che può sintetizzarsi in una sola parola: è Carax. E basta.

Non più cinema-nel-cinema, ma cinema-nel-tutto. E ben venga allora la megalomania, ben venga questo allargamento filmico fino a comprendere la realtà stessa, ben venga il dialogo alla pari con i grandi e l’idea di un cinema più grande del cinema stesso. Le incomprensioni con i film di Carax derivano principalmente dal considerare negativamente, quasi come un atto di Hybris, questa tensione al confronto con l’idea stessa di cinema, un cinema che abbraccia tutto e tutti ma che continua a essere “sognato”. Ce ne fossero, invece, di registi che pensano così in grande, che riflettono con tale lucidità sul cinema totale, partendo dalle sue origini e proiettandosi nel futuro, che non si accontentano di film piccoli, ma osano quello che a molti parrebbe impossibile (e d’altronde se non fossero esistite menti pronte a sfidare titanicamente i limiti del cinema non avremmo avuto gli Stroheim, i Cimino, o gli Herzog, solo per fare alcuni nomi: registi che, come Carax, hanno fatto del superamento di questo limite lo scopo ultimo della loro poetica)…

Carax dimostra il suo essere al di fuori dello spazio e del tempo con il suo stile magnetico , unico e inimitabile.
Inafferrabile perchè ogni volta che ci si illude di essere sulla stessa lunghezza d'onda del film e del suo autore, le carte vengono di nuovo sparigliate in modo sorprendente.
Holy Motors non si guarda , si subisce come un naviglio nei flutti di un mare agitato subisce tutte le variazioni del moto ondoso.
E non è un esercizio intellettualistico sterile, è bello abbandonarsi , è dolce il naufragare in questo mare…
Interpretare Holy Motors può essere esercizio frustrante perchè Leos Carax lo dissemina di simbologie criptiche ad alto rischio di incomprensibilità e si ha sempre l'impressione che sia il regista che conduca il gioco a suo piacimento.
Come ho detto prima è un film da subire, a cui abbandonarsi senza riserve.
Unico.
Uno dei pochi film in cui qualsiasi parola utilizzata per descriverlo appare fatalmente inadeguata.

… Holy motors, film maestoso, geniale, ipnotico, splendido nella forma quanto profondo nella sostanza, coinvolgente quanto enigmatico, è una delle esperienze più incredibili che questo 2012 possa aver regalato ad uno spettatore.
Costruito sulle spalle della clamorosa interpretazione di Denis Lavant - che ruota attorno a ben undici characters, tutti con un'identità precisa e ben definita, dalla fisicità alla storia - e sulla splendida resa tecnica, questa pellicola rappresenta senza dubbio una sfida vinta dal suo eccentrico regista, che rischia grossissimo chiedendo al pubblico non soltanto di fidarsi del suo operato, ma di seguirlo come in un cammino alla cieca che resta in equilibrio tra realtà e sogno, e si fonde nella sua evoluzione con l'elemento all'interno del quale uno come lui pare essere nato per nuotare, respirare, esistere: la settima arte…

Film potente, film assurdo, film ricamato sulla pelle dell’istrionico protagonista Denis Lavant (alle prese con undici incarnazioni differenti) e sospinto sulle ali della fantasia visionaria del regista..


Ma “Holy Motors” supera il progetto autobiografico per essere innanzitutto un film universale sulla vita e sul cinema, sul tempo e l’immagine.
Vi si ritrova l’attaccamento di Carax al cinema delle origini (qui delle immagini di Etienne-Jules Marey), alle macchine (limousine e cineprese), in una celebrazione della meccanica contro il virtuale, sempre nella scia di Cocteau e Godard.
In “Holy Motors”, dalla magia truccata, consegna delle visioni splendide che non hanno bisogno di costosi artifici per disinnestare la siderazione. Il principale effetto speciale è il corpo umano, quello di Denis Lavant, doppio e invenzione di Carax, che qui si moltiplica in nove personaggi (prestazione geniale grazie alla quale l’attore si conferma erede di Lon Chaney e dei grandi del muto) senza dimenticare la presenza scultorea di Eva Mendes e la sconvolgente sequenza in cui Kylie Minogue canta la sua tristezza tra le rovine del grande magazzino La Samaritaine.
Non si ha che una voglia, quella di rivedere il film al più presto. Non è il migliore del festival, è IL film del festival.

…This has been a year of leading roles for limousines. M. Oscar's car upstages the limousine in David Cronenberg's "Cosmopolis," and the journeys of both cars seem to be odysseys through their cities, for purposes not very clear to the audience. "Holy Motors" is the more entertaining and funny of the two, although some parts are not funny at all, and many laughs are of disbelief or incredulity. Both end with their limousines going home for the night, answering a question asked in "Cosmopolis," although when the limo in "Holy Motors" gets home, its day is far from over.

Here is a film that is exasperating, frustrating, anarchic and in a constant state of renewal. It's not tame. Some audience members are going to grow very restless.
My notion is, few will be bored.

Oscar tiene el encargo, como se lo propone Carax, de desnudar las mentiras manchándolas de fango. En ese sentido, la estética del director sigue siendo incómoda y desagradable, con algo de aquellos amantes del Pont Neuf autodestruyéndose, pero igualmente bella y poderosa por su carácter enigmático. “Holy motors” podría proyectarse como complemento romántico a “Cosmópolis” (David Cronenberg, 2012), y no sólo por su escenario compartido. Al igual que aquélla, la película de Carax se abochorna ante su propio tiempo y aguarda, al final, un sentido común que en la realidad quizá nunca llegue. Tal vez cuando un diálogo entre limusinas durmientes dentro de un garaje se perciba como tristísima despedida de una realidad que ha dejado de necesitar tanto la fisicidad de las cosas como la fantasía.

Hay películas que no son recomendables para todos los públicos, y no por las imágenes o temas que tratan, sino porque su narrativa y estética se alejan de lo convencional, esquivan toda lógica lineal y racional y en su ambigüedad y espíritu libertario escapan a cualquier norma o cliché preestablecido. “Holy motors”  es una de ellas, y aunque se trata de un trabajo valiente, original, y de indudable calidad y personalidad cinematográfica, no es de extrañar que más de un espectador salga de la sala frustrado y pensando que su director Leos Carax se ha excedido en lo visionario, lo extravagante y lo provocativo. No le faltaría algo de razón, pues asistimos a una especie de viaje fantasmal por las calles de París, subidos a una limusina con el Sr. Oscar para verle interpretar papeles que nos hablan de la vida como gran teatro de un mundo en el que reina la insatisfacción, del cine como lugar donde lo real se mezcla y confunde con la ficción, del individuo como ser permanentemente cercenado en sus ilusiones y proyectado en sus sueños…

Carax gives us cinephile allusions to Jean Cocteau, Jean-Luc Godard, Jacques Demy and Georges Franju in the course of the film; with a chilling mask, Scob reprises her own famous persona from Franju's 1960 film Eyes Without a Face. But more potent influences are perhaps JG Ballard, Lewis Carroll, Fritz Lang or David Lynch, whose Eraserhead andInland Empire hover over the weird introduction, in which the director himself awakens and wanders through a darkened cinema auditorium accompanied by the unsettling sound of seagulls. Perhaps Oscar's guises are an exhibition of grotesques, a satirical commentary on our yearning for logic and progress in our lives, a yearning for stability and identity, or the exact opposite, a yearning to escape the prison of identity. It could be punk Buddhism, a set of wacky reincarnations, or maybe the film is in fact a literary adaptation of two lines from TS Eliot's Prufrock: "There will be time/ To prepare a face to meet the faces that you meet."
Yet the absurdity and dream anti-logic give an unexpected force to the serious and passionate moments, which are the more moving and disturbing because they come out of nowhere and are so overwhelmingly real. At one moment, Oscar is a dying, wealthy old man making a tragic farewell to his devoted great-niece Léa (Elise Lhomeau), whom he has made rich, but in so doing evidently caused her to attract a man who has broken her heart. In another gripping scene, Oscar becomes a grumpy dad, picking up his unhappy teenage daughter from a party. His treatment of her is one of the scariest things I have seen at the cinema all year.
Holy Motors could be a multiple-personality disorder of the spirit, a tragicomic shattering of the self, caused by some catastrophe that has happened just out of sight, just beyond the reach of memory. But it's quite possible it's just bravura, imagination, fun. This is the theory I favour. It's pure pleasure.

Se nutre de un dadaísmo insoportable. No posee el ingrediente universal del cine de primer orden, no hace industria ni aporta novedades al lenguaje cinematográfico. Jamás se la recomendarías a una persona convencional, o sea al espectador medio que solía alimentar las salas. No trasciende en el imaginario colectivo, pues es decididamente cool, pretenciosa y lisérgica. Hará felices, en cambio, a los heterodoxos que reivindican lo raro a cualquier precio, a los que no detectan la pobreza estilística y formal del realizador de Mala sangre, que practica el vampirismo en un negocio demasiado indulgente con la estafa. Si esta película la hubiera firmado un español, los iconoclastas de Sitges habrían encajado la ocurrencia con más bostezos que aplausos. Y Holy Motors sería –omitiendo lecturas vacuas– una película donde los coches dialogan, los perros tienen el tamaño de tigres y el protagonista enseña su débil erección. Sólo eso. Arte y ensayo que gustaría de ser comercial. Ni revela, ni escuece. Tal vez ahí reside el sobrevalorado triunfo de Léos Carax: en su facilidad para generar ruido.

Multitude de rôles endossés par Denis Lavant, multitude d’émotions et d’atmosphères régnant dans le film, qui balaie avec brio tout ce que peut offrir le cinéma en moins de deux heures. Holy Motors revêt tour à tour les parures d’un drame, d’une comédie, d’un film érotique, d’une œuvre musicale, d’un thriller – tout cela en se dirigeant en douceur vers une profonde mélancolie, en exprimant des regrets sur le cinéma d’antan, quand le pixel n’existait pas encore et que le grain donnait du caractère à l’image, quand un tournage nécessitait une machinerie imposante et impressionnante. Alors qu’il nous alerte sur la disparition possible du « Silence, moteur, action » puisque les gens ne veulent plus de ce cinéma, Leos Carax nous redonne foi en la magie du 7ème art, sa capacité à témoigner de notre condition, à nous plonger dans une fantasmagorie exquise, à nous faire vivre et revivre. Une œuvre singulière et fascinante.

The Los Angeles Film Critics Association awarded Holy Motors as the "Best Foreign Language Film". Leos Carax wasn't present but provided them with a speech. Listen here, or read below:
"Hello, I'm Leos Carax, director of foreign-language films. I've been making foreign-language films my whole life. Foreign-language films are made all over the world, of course, except in America. In America, they only make non-foreign-language films. Foreign-language films are very hard to make, obviously, because you have to invent a foreign language instead of using the usual language. But the truth is, cinema is a foreign language, a language created for those who need to travel to the other side of life. Good night."
da qui


It was French director Claire Denis who suggested Leos Carax to cast Kylie Minogue for the film. 

Edith Scob, who plays chauffeur Céline, starred in the French horror classic Occhi senza volto, by director Georges Franju. Franju's cinema is the object of several homages throughout 'Holy motors'. The mask that Céline puts on by the end of the film is a direct reference to 'Les yeux sans visage'. 

7 commenti:

  1. son contento che ti sia piaciuto, per me il film del 2012...e grazie per la citazione, sei sempre troppo buono!

    RispondiElimina
    Risposte

    1. "Uno dei pochi film in cui qualsiasi parola utilizzata per descriverlo appare fatalmente inadeguata" è una sintesi perfetta, se mi chiedessero di cosa parla direi "guardalo, e prova tu a dirmelo in poche parole, non ci riuscirai mai", è inafferrabile.

      Elimina
  2. invece avevo letto che verrà distribuito... speriamo! :)

    RispondiElimina
    Risposte

    1. per la distribuzione guardo sempre qui:
      http://www.cinematografo.it/pls/cinematografo/consultazione.redirect?sch=55714

      anche "Tabu" non risulta:
      http://www.cinematografo.it/pls/cinematografo/consultazione.redirect?sch=55187



      Elimina
  3. visto in sala, in italiano.

    il giudizio è sempre lo stesso, capolavoro senza se e senza ma.

    un errore nel doppiaggio, quando la bambina racconta al padre di Vincent, lo doppiano come se fosse un anglosassone, e non come un francese:(

    RispondiElimina