un erborista riesce a curare molti malati analizzando l'urina dei pazienti, tutto va bene, fino a che il potere politico decide di decretare la fine dell'attività.
Mikolášek è un personaggio non facile, sicuro di sè, devoto al giuramento di Ippocrate (anche se non è medico), e però le cose si complicano, e Mikolášek non riesce a gestire tutto al meglio, purtroppo.
Agnieszka Holland è brava come sempre, come pure gli attori.
buona (curante) visione - Ismaele
…La visioni registica
di Holland è geometrica, austera, elegante e spietata come la realtà
all'interno della quale si muove Mikolášek, cui si contrappone la presenza
vitale e generosa di Palko, uomo del popolo animato da slanci impetuosi e
incapace di calcolo. Dai totali filmati dall'alto ai primissimi piani di Jan e
Frantisek, Holland gestisce lo spazio con competenza e metodicità, raffreddando
intenzionalmente il potenziale incandescente (e sensazionalistico) della
storia, pubblica e privata, che racconta.
Ancora una volta la regista estrae dall'oscurità una
figura storica poco conosciuta e ne fa la metafora di un secolo, e di un
comportamento umano, ancora tutti da esplorare. La fotografia desaturata di
Martin Strba, la scrittura calibrata di Mark Epstein e le ottime
interpretazioni di Ivan Trojan e Juraj Loj nei ruoli di Jan e Frantisek sono a
servizio della sua visione nitida e rigidamente controllata come il carattere
di Mikolášek, e il passo lento e grave è necessario per raccontare un'epoca già
lontana ma ancora così determinante del futuro a seguire, e del nostro presente.
…Il nuovo film della Holland si configura dunque ben più
che come una semplice biografia. La volontà di ricostruire un’epoca e la sua
atmosfera è riscontrabile nell’opprimente modo in cui i personaggi vengono
inquadrati, nei colori spenti e nell’austerità della messa in scena. Tutto
tende a suggerire l’idea di contesto cupo, dove ognuno è in costante pericolo.
Per contrasto, i ricordi di giovinezza di Mikolášek sono ricchi di colore, di luce,
di bellezza. Sono scene che sanno di aria fresca, uno stacco necessario prima
di rigettarsi negli abissi della tensione degli anni Cinquanta.
Se da un punto di vista dell’immagine Charlatan è dunque particolarmente
curato, non lo stesso si può però dire di determinate scelte narrative. Nel
ritrarre gerarchi nazisti e funzionari comunisti si avvertono delle
semplificazioni eccessive, che non permettono di dar vita ad un significativo
cambio di prospettiva a riguardo. L’impressione dunque è che, alle prese con
questioni particolarmente importanti e da riscoprire, la regista confezioni un
film esteticamente attraente e con un protagonista estremamente interessante,
senza avere però qualcosa di nuovo da dire.
…Charlatan: Il potere dell’erborista è un film affascinante e complesso che va oltre il semplice
racconto biografico e che diventa al contempo uno spunto di riflessione più
ampia sulla natura del potere, della fede e della morale. Agnieszka Holland,
con una regia intensa e sensibile, dipinge un ritratto di un uomo che vive nel
perenne conflitto tra l’ombra e la luce, tra la necessità di proteggere i
propri doni e l’incapacità di evitare il giudizio altrui. Mikolášek non è solo
dunque un eroe tradizionale, ma anche è sopratutto un simbolo universale della
complessità umana: fallibile, straordinario, enigmatico.
…La
vita tutta protesa all'aiuto verso il prossimo, ma anche disposta a scendere a
compromessi ed incapace di amare senza l'impeto da rettile di prendersi ciò che
è proprio e fagocitarlo a danno degli altri, disegnano le luci ed ombre di una
figura tutta contraddizioni e ambiguità, che l'attore Ivan Trojan riesce
lodevolmente a far emergere durante il racconto, filmato con la calligrafica,
lodevole precisione anche scenografica a cui la prolifica ed affidabile autrice
di Europa Europa, Olivier Olivier, Poeti dall'inferno, The Spoor e tanti altri
film, ci ha abituato da ormai oltre un trentennio di costante lavoro sui personaggi
e sul contesto storico che li corconda.
Dalla Holland inutile aspettarsi sottigliezze narrative e
raffinatezze tecniche di rappresentazione, così come novità stilistiche:
l'autrice predilige una certa linearità di racconto che dà la precedenza alla
presa emotiva, ma si riconduce anche stavolta ad un risultato efficace e
solido, in grado di raffigurarci senza inutili didascalie un personaggio
davvero complesso, indecifrabile, sintesi indistricabile di bene e male fusi in
un corpo ed in una personalità di fatto fuori dal comune per sensibilità ed
abilità pratiche e diagnostiche.
a Cluj, seconda città della Romania, in Transilvania, territorio ungherese un secolo prima, il capitalismo immobiliare corre come dappertutto, e non fa prigionieri.
Radu Jude ci racconta una storia romena ma potrebbe essere italiana, al 100%, in comune c'è la speculazione immobiliare, ragazzi che hanno studiato, ma il lavoro che trovano è il rider, nulla più, e poi ci sono i preti, refugium peccatorum, provate a far parlare in romano, anzichè in romeno, e vediamo chi capisce la differenza.
a Cluj i lavori "migliori" sono quelli degli schiavi da ufficio delle multinazionali di rapina.
Orsolya è uno di quei dipendenti che fanno il lavoro sporco per i padroni lontani e a lei restano i dubbi etici, che la legge assolve, ma la sua anima è turbata.
la Romania (e tutto il mondo) è in una crisi dove il 99% delle persone non sta bene.
Radu Jude è sempre più bravo, non fa film inutili, sono pieni di sostanza, realismo, cattiveria, ironia, con attori bravissimi, nelle sue mani.
un film da non perdere, come capita sempre ai suoi film.
buona (capitalistica e non etica) visione - Ismaele
…Pur meno caleidoscopico dei suoi capolavori recenti, Kontinental '25 porta tutti i segni del genio di Jude, con
un'elegante struttura bipartita e il consueto gusto per l'assurdo che lascia
nella memoria immagini (si pensi ai dinosauri e ai robot poliziotti) tanto
ridicole quanto risonanti, capaci di far collassare le nozioni di alto e basso.
Il concetto di pittoresco, che spesso complica l'identità di Cluj, viene qui
smantellato formalmente filmando attraverso iPhone che sviliscono
l'architettura locale (a sua volta simbolo dell'emergenza abitativa locale e
globale) e posizionano le figure umane come spettri buffi che infestano lo
spazio pubblico. Ma è soprattutto attraverso la conversazione - motore
instancabile che però gira a vuoto - che Jude mette in scena l'insoddisfazione
e la frustrazione, confermandosi come l'autore del cinema europeo più rilevante
della nostra epoca.
Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di
un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The
World, ma ne è il controcampo grottesco financo
brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale,
altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di
quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto
non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e
rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque,
nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si
dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo
conviverci senza rompere troppo le palle agli altri…
Ci sono film che non ti baciano sulla bocca, ma
ti lasciano un sapore di ferro tra i denti e un foglietto spiegazzato in tasca,
di quelli con la lista della spesa che hai scordato di fare. Kontinental '25 è esattamente questo, una fotografia mossa scattata da
un treno in corsa che non sai bene dove stia andando, con i finestrini troppo
sporchi per guardare fuori e troppo lucidi per non vederci riflessi i nostri
stessi difetti. Radu Jude si conferma un geometra dei sentimenti storti, un
regista che non cerca l'inquadratura perfetta da cartolina ma preferisce
l'inquadratura continua che ti stringe alla gola, proprio come quando cerchi
disperatamente le chiavi sul fondo dello zaino e ci trovi solo scontrini
sbiaditi. Lo sguardo dietro l'obiettivo segue tutto con cura, sembra quasi
distratto e invece ti sta prendendo le impronte digitali a tradimento,
supportato da una sceneggiatura che è un frullatore di parole affilate e
silenzi che fanno rumore. I dialoghi sembrano rubati a un tavolo di un
autogrill alle tre di notte, intrisi di quella burocrazia dell'anima che ci fa
sembrare tutti dei moduli da compilare in triplice copia, dove non esistono
eroi ma solo persone che cercano di non scivolare sul pavimento bagnato della
storia contemporanea. In questo scenario gli attori si muovono con la grazia
goffa dei funamboli senza rete ma a un centimetro da terra, senza recitare
davvero. Eszter Tompa, Gabriel Spahiu e Adonis Tanta respirano dentro i propri
personaggi con una verità disarmante nei loro sguardi, capaci di passare dal
cinismo più feroce a una fragilità da bicchiere di cristallo lavato male, tanto
che ti verrebbe voglia di entrare nello schermo anche solo per offrirgli un
caffè o una strada secondaria. Alla fine il film diventa un grandangolo sulla
nostra Europa distratta, un continente che viaggia orgoglioso in prima classe
ma ha il motore visibilmente in avaria, trasformandosi in una riflessione amara
su come l'assurdo sia diventato la nostra nuova normalità. È una ballata cinica
e dolcissima che ci ricorda che siamo tutti quanti passeggeri con un biglietto
di sola andata per una destinazione che continua a cambiare nome sui tabelloni
elettronici. Se la perfezione assoluta rimane un'illusione da collezionisti,
questa pellicola ci va vicinissimo e si ferma un attimo prima, proprio dove
iniziano i sogni che ti lasciano un po' di amaro in bocca ma anche tanta voglia
di parlarne a colazione, meritando quasi il massimo dei voti e lasciando libero
solo quel piccolo spazio finale per il mistero.
…Nato da un fatto
di cronaca avvenuto diversi anni addietro, il soggetto del film viene però
contaminato coi modelli di un paio di capolavori mondiali: il tema della donna
consumata dal senso di colpa in cerca di redenzione potrebbe essere estrapolato
di peso da Europa ’51 di Roberto Rossellini (evocato
pure nella sua vocazione al cinema low-budget), con la differenza che in questo
mondo reso insensibile dal consumismo capitalista la protagonista di questo
film non riesce a trovare nessuno che la capisca e che le consenta di sublimare
il suo dolore. L’altro prestito riguarda la struttura drammaturgica di Psycho di Alfred Hitchcock: come accade in quel
capolavoro, anche qui il film inizia con una lunga sequenza in cui il
protagonista è la vittima, per poi spostare l’attenzione sul carnefice, lì materiale
(eccome!) qui morale.
Ma a prescindere da questi prestiti
d’autore, la forza del film risiede nella sua capacità di prendere di petto i
problemi sociali e politici nella Romania odierna,
che poi certamente vengono affrontati – come è proprio dello stile del regista
– in una chiave ironica e surreale. Interessante anche (altro topos della filmografia di Jude) il passaggio continuo dal format documentaristico a
quello più tradizionalmente fictional, che qui diventa però
proprio stilisticamente esplicito: il film parte adottando uno stile in cui
predomina il taglio schiettamente documentaristico, con una serie di
riquadrature che enfatizzano il caotico sviluppo immobiliare del paese, per poi
adottare una narrazione più canonica da “feature film” narrativo, e infine
chiudersi con l’affastellarsi anonimo dei palazzoni moderni che raccontano un
paese che è passato dalla dittatura
di Ceausescu verso un modello neoliberista con scarsa protezione
sociale; sancendo così, persino schematicamente, la vittoria del “documentario”
sulla “fiction”: dell’urgenza necessaria di documentare il reale, rispetto al
lusso di romanzarlo. Il risultato? Un apologo socio-politico
svolto sotto forma di satira feroce, in felice equilibrio tra commedia e
dramma, che interroga e diverte.
…La messa alla berlina in cui si lancia Jude non
risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in
quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia
a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il
pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere
politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia
per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella
vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione
alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo
stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche
caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se
Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma
coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio,
dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della
sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della
schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in
dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può
trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo
ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più
surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia –
non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di
“comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente
già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio
paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un
altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera
completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di
giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma
per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio
produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico,
strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo
stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai
conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo
costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo.
Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano
pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa
in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.
prima di essere censurato dal governo ceco-russo dopo l'invasione del 1968, Vojtěch Jasný ha fatto in tempo a girare Vsichni dobrí rodáci, la storia di un paese di campagna (ispirato alla cittadina del regista, Telc) con la sua birra, la sua orchestrina, i suoi cittadini alle prese con i problemi quotidiani.
però l'economia del paese è in mano di emissari del governo, che vuole collettivizzare la produzione dei contadini, che provano a resistere.
…The film is based on real events and
many of the characters were inhabitants of Jasny’s native Kelc. It’s a labor of
love film, a personal story reflecting a significant historical time that Jasny
felt had to be told. It tells of the break up of long friendships among the
countrymen (the seven pals of the Merry Widow), and how Communism caused
disharmony to a functioning farming community that was proud of its heritage.
It led to ruin in the community as farm properties were collectivized by those
who cared little about farming.
What’s exceptional is how the
Bruegel-like landscape comes alive as a pastoral paradise, as its illuminated
in its green fields, blooming trees and from the golden sun. An old
wrinkle-faced woman periodically pops into focus without saying anything, and
she represents the old ways elevating the story into an allegory. It has been
said by others that the film is “a psalm sung about the destinies of the land.”
In any case, it’s certainly one of the best films to tell about the grave
problems created by collectivization of the countryside and is considered by
most as the best work in Jasny’s long career.
Called the spiritual father of the Czech New Wave by Milos
Forman, Vojtěch Jasný, whose father died at Auschwitz and who participated in
the anti-Nazi resistance, began as a true believer in Communism. Vsichni dobrí rodáci is the rich product of his disillusionment. A tapestry
of the interwoven lives of Moravian villagers based on actual persons Jasný
knew from his own small village, it was one of the last Czech films to be made
prior to the 1968 Soviet invasion, after which it was promptly banned. The film covers
postwar life in a small village beginning in summer 1945. The opening movement,
set prior to the advent of Communism, is a good-humored idyll, executed
charmingly and with restrained lyricism. The second movement, in spring 1948,
announces the changeover—literally, by an official voice over a loudspeaker!
Some of the characters who were introduced in the first part are now
reintroduced as members of Party officialdom. (Others leave.) But one image
encapsulates the shift to collectivization and Party constraint: a white horse
galloping every which way across the snow-clad earth, seemingly in frantic
search for evaporated freedom. The young postal
carrier is killed by a bullet meant for another Communist; the village priest
is arrested. A man slips ever deeper into drunkenness, haunted by the ghost of
his wife, whom he divorced during the war because she was Jewish, thereby
sending her to her death. Dogs and geese at a barnyard standstill symbolize the
unhappy village. A dream of death becomes real: a man is buried by an avalanche
of goose feathers in a field. One man, František,
emerges as the leading opponent of the new order. The gorgeous seasons,
communal celebrations full of song and dance—life itself fortifies this
opposition. Oh, and the collective farm fails.
70
anni prima che Ari Aster, col suo straordinario “Midsommar – Il villaggio dei dannati” (2019), ci facesse apprezzare la più limpida luce diurna
come perfetto paesaggio dell’orrore, la Lapponia di Erik Blomberg proponeva un classico senza tempo, dalla
narrazione delirante, che eccede tutti gli obblighi del cinema occidentale: “Il
bianco pastore di renne” (1952), traduzione errata di “Valkoinen peura”, “la renna bianca”…
…Uno degli elementi che più colpiscono lo spettatore
è il colore dominante della scena. Le bianchissime distese della Lapponia sono
infatti teatro, sempre luminoso, di atrocità inaudite, che raccolgono gli
spunti centrali del folklore sui vampiri e sui lupi mannari senza ammantarle
nel buio delle notti gotiche. La fotografia è limpida, splendida nei suoi
contrasti talvolta invertiti, nelle sue inquadrature fatte di palchi e ossa
disseminati nella neve, di mandrie di renne che fluiscono come sangue su una
tela e di falò che sparpagliano galassie di scintille nel cielo della notte.
Il personaggio femminile di Pirita,
con costanti primi piani sul volto della Kuosmanen che anticipano di una decina
d’anni le magnetiche inquadrature baviane del viso della Steele, risulta sempre
esposto nelle sue manifestazioni angeliche e ferine. In questo senso, il
trattamento è analogo a quello che Jacques Tourneur aveva riservato, nel 1942,
a Simone Simon ne “Il bacio della pantera”, capolavoro (e capostipite) di quel
modo antispettacolare di fare horror che ne consacrò il produttore Val Lewton a
paladino del fuori scena. Ma, laddove Tourneur pone l’ombra, simbolo
dell’ambiguità tra realtà e pazzia, Blomberg riempie l’immagine col candore
abbacinante della mitologia. Non c’è spazio per il dubbio: la magia esiste, ed
è la fibra della nostra esistenza.
…Il bianco pastore di renne, girato in un potente bianco e nero, colpisce non tanto
per il soggetto, tutto sommato piuttosto semplice (la sceneggiatura è dello
stesso Erik Blomberg e della
protagonista Mirjami Kuosmanen, che di
Blomberg è stata la moglie). Rendono il film particolarmente interessante il
contrasto fra gli immacolati paesaggi nordici e l’oscuro dramma che lì vi si
compie. L’apparente quiete del Grande Nord, sottolineata efficacemente dalle
riprese in campo lungo o lunghissimo, in cui la vita è scandita dal ritmo delle
stagioni, viene rotta dallo scatenarsi della furia della creatura vampiro,
mezza donna e mezzo animale.
L’uso sapiente della fotografia
(diretta dallo stesso regista), nei momenti di massima tensione gioca sui
contrasti del bianco e nero – con giochi di ombre che possono rimandare, in
alcune scene, all’espressionismo tedesco – accentuando il climax della vicenda.
La Kuosmanen, inoltre, fornisce una prova di notevole
bravura, offrendo il suo bel volto alla macchina da presa che, con intensi
primi piani, ne coglie tutta la dolente intensità nei momenti di passaggio da
donna profondamente innamorata del proprio uomo alla condizione di belva
assetata di sangue.
Il film dura poco più di un’ora, ma
si tratta di sessanta minuti di grande cinema che ci permettono di scoprire – o
riscoprire – un regista dimenticato, qui alla sua opera prima.
…Essendo un prodotto girato all’inizio degli anni
cinquanta, “Il Bianco Pastore Di Renne” risente non poco del tempo trascorso:
non a caso si tratta di un film invecchiato male, dove la colonna sonora
orchestrale (curata da Einar Englund) si rivela fin troppo invasiva rispetto al
necessario. Per giunta la pellicola si dimostra relativamente lucida quando si
tratta di penetrare nel contesto antropologico del popolo Sámi (qui viene
sempre utilizzata la lingua finlandese, a discapito proprio dell’idioma
autoctono, una scelta comprensibile ma poco plausibile). Eppure “Il Bianco
Pastore Di Renne” ha tante frecce al suo arco, a cominciare da una storia di
indubbio fascino che affonda le sue radici nella mitologia pre-cristiana e
nelle pratiche sciamaniche dei Sámi. Un prototipo di chiara matrice
folk-horror, nel quale la figura del vampiro prende doverosamente le distanze
dal precedente modello espressionista. Dopotutto quella del regista Erik
Blomberg è un’immersione nel bianco della neve, una luce accecante dove uomini,
animali, slitte e cumuli di ossa compongono un paesaggio spoglio ma altamente
suggestivo. Ormai siamo prossimi al settantennale di
“Valkoinen Peura”, un film importante che non può mancare nella collezione di
ogni appassionato di folk-horror o di chiunque voglia rivolgere uno sguardo
alle usanze dei Sámi, il cui animismo ha avuto una certa influenza su tutto
l’immaginario nordico (già Hans Christian Andersen, nella sua celebre fiaba “La
Regina Delle Nevi”, aveva percepito la componente magico-misteriosa di queste
popolazioni). Un’esperienza unica, al di là del misero budget e dei tanti anni
sul groppone.
tre generazioni di ungheresi un po' surreali, ma molto concreti.
si inizia con un soldatino che vuole sempre infilare il suo membro virile in qualsiasi cavità possibile, la seconda generazione è quella di un campione straordinario in una disciplina che scoprirete, il terzo erede cambia del tutto vita, accudisce il babbo vecchio, finchè ce la fa.
detto così è niente, vederlo è un'altra cosa, inattesa e originale, György Pálfi è sempre sorprendente
…Il regista, l’ungherese György Pálfi, è da tenere d’occhio. Il film è di
un’originalità assoluta e se qualcosa trapela dalla sua poetica e dal modo in
cui padroneggia ogni stile, è sempre dalla grande fucina dell’umore nero dei
paesi dell’est europeo che trae ispirazione, penso ai romanzi di Ladislav Fuks (Il bruciacadaveri),
al cinema di Dusan Makavejev e Jan Svankmajer…
…TAXIDERMIA è senza
dubbio uno degli apici del genere cinematografico grottesco, dove l’eccesso e
l’esagerazione animano le gesta folli dei suoi bizzarri protagonisti, senza per
forza di cose seguire un filo logico. Se tutto avviene in un mondo quasi
parallelo al nostro, György Pálfi non esita a puntare il dito contro la
dittatura sovietica e la sua influenza pesante sulla politica ungherese nel
dopo guerra (non a caso, i russi durante la gara nella mangiatoia devono
vincere sempre), vista però con nostalgia una volta finita solo da chi ne ha
beneficiato come il nostro gigante Balatony Kálmán (il quale non esitava a
corrompere i compagni medici per modificare l’esito medico della moglie). Nella
scala dei valori del grottesco, il film ha una continua crescita esponenziale.
Se nel primo capitolo siamo testimoni di un eccesso di erotismo selvaggio e
assurdo regime militare, e nel secondo assistiamo allucinati a competizioni sportive
surreali (allenamenti compresi) che mescolano abbuffate e vomito, nel terzo e
ultimo capitolo siamo al cospetto di un assoluto capolavoro dell’estremo.
L’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di un padre che non esita a
disconoscere il proprio figlio, frustrato anche da un’invisibilità da parte del
genere femminile, confluirà in un finale epico, di pura arte estetica, triste
ed emblematico su quanto visionato durante i 90 minuti precedenti. Un’opera
d’arte, quella finale, figlia delle conseguenze delle azioni estreme subite da
György Pálfi non solo dal padre ma anche da decenni di politica repressiva
sulla creatività e sul libero pensiero (un taglio simboleggiato al meglio da
quell’amputazione finale della testa). TAXIDERMIA è uno dei film di genere estremo
più riusciti di sempre, figlio di tutto quel cinema orientale più bizzarro ma
anche di opere occidentali che hanno fatto dell’unione tra sesso e cibo la loro
forza (‘La Grande Abbuffata’ di Marco Ferreri e soprattutto ‘The Cook, the
Thief, His Wife and Her Lover’ di Peter Greenaway, con il quale questo film
condivide un finale similare ed altrettanto agghiacciante). Disgustosamente
spettacolare!!
…La trama potrebbe essere anche semplice da raccontare
(tre generazioni di una famiglia ungherese: un nonno soldatino onanista, un
figlio robusto campione di abbuffata veloce negli anni del socialismo reale, un
nipote rachitico imbalsamatore), ma le poche parole usate non renderebbero
giustizia alla ricchezza visiva e tematica messa in piedi da Pálfi, della quale, ma solo per darne un'idea, si
potrebbe dire che sembra mettere insieme Jancsó e Ferreri, Kusturica e John Waters, in una mistura che risulta comunque
visivamente moderna e contenutisticamente spunto di riflessione sulla bulimia
dello sviluppo della nostra società (e non solo dell'Ungheria).
…non vi è film più nero di Taxidermia. Si
parte con il nonno, soldato nella seconda guerra mondiale ma soprattutto gran
visir della deboscia e della depravazione, sognante coiti a raffica con ragazzine
o vecchie ciccione, poco importa…perchè soprattutto è importante fomentare la
voglia malaticcia che è in lui, nella propria mappa genomica per l’appunto. Con
un montaggio mozzafiato Gyorgy Palfi ci fa conoscere la mente deviata del
soldato Morosgovanyi, attraverso un uso sapiente della macchina che a volte
arriva al virtuosismo, come nella scena della vasca da bagno, che diventa mano
a mano culla, tavola autoptica per il maiale scannato e tanto altro o come
nella scena delle azioni che compie il militare ogni giorno, illuminante su
quanto sia idiota la vita militare. Lo stomaco viene più e più volte
solleticato, ma la visione non è mai gratuita e sempre divertita, sublimamente
grottesca. Il nostro soldato riesce finalmente ad avere un rapporto da cui
nasce il figlioletto. Questo prosegue caparbiamente la devianza della stirpe
divenendo un orrendo ciccione campione di abbuffata. Questa seconda fase del
film è una summa di tutto il vomito caduto nella cinematografia mondiale…mi ha
tanto fatto venire in mente i ritorni a casa a gattoni alla ricerca di un water
o di un lavandino o un vaso o perchè no? un sacchetto della Coop, quelli
biodegradabili. Anche in questa fase del film si arrivano a toccare immagini di
rara bellezza, le sole capaci di farci sopportare una visione globale per
stomaci forti! Il dna della stirpe ha una vera e propria virata verso il
degrado con l’ultimo discendente, con cui si chiude il film. Egli è un ragazzo
secco, emaciato, con lo sguardo spiritato, tipo un Pierre Clementi dopo due
martellate in testa e qualche litro di vodka avariata. Ha un negozio di animali
tassidermizzati, e cioè per dirla come il compare Gino, quello che va a caccia
e tiene le beccacce in salotto, impagliati!. La precisione chirurgica con cui
modella gli animali è già sintomo di devianza; oltre al negozio l’impagliatore
deve anche badare al padre, l’ex campione di abbuffata ormai ridotto a sorta di
Jabba the hut orribile obbligato all’immobilità sulla poltrona del salotto. Il
nostro viene maltrattato dal padre, nonostante le cure che gli riserva, e sente
sempre di più il peso della vita impostagli, in definitiva, dal proprio
corredino genetico. Con impeto salvifico alcune volte si tenta di risalire
dall’abisso oscuro per vedere un poco di luce; in un vero e proprio
cortocircuito il nostro impagliatore tenterà di virare verso il sublime la
propria storia di solitudine e insanità. Dopo aver ucciso e tassidermizzato il
padre, il nostro farà lo stesso con il proprio corpo, uccidendosi e
impagliandosi nella posa del David di Michelangelo. Ribellione contro i propri
cromosomi quando non si può accettare il destino scritto per noi, ribaltare la
tenebra in luce!.
…Sembra strano, ma Pálfi con questa sua opera parla
dell'umanità meglio di chiunque altro. Parla del suo attraversare le guerre,
del suo adattarsi a nuove forme di schiavismo (ecco, forse l'unico difetto è
quello di introdurre la dittatura socialista solo per uno sprazzo quasi
casuale) fino all'essere schiavi dell'unico, vero, desiderio: l'essere amati.
Perché è il pezzo finale del figlio a dare
la chiave di lettura del tutto. Perché altrimenti, sì, sarebbe stato davvero un
film ai limiti del voyeristico, ma sarà proprio nelle fattezze quasi repellenti
di quel tassidermista che tutto avrà una sua logica, dopo che si è saputo
superare ogni volte per il livello di assurdità - ma anche tecnico, perché la
confezione è a dr poco ineccepibile e ancor più fantasiosa.
Taxidermia parla d'amore,
semplicemente, parla di tre vita che se lo sono viste negato e che lo hanno
deformato nella peggiore delle maniere, perché è il mondo stesso - e la sua
storia - che lo nega. E quindi ci si maschera dietro la masturbazione compulsiva,
dietro la realizzazione agonistica, ma è tutto qualcosa che nasconde una
mancanza che non si è avuto e che di ricambio non si riesce a dare.
Pálfi ha tassidermizzato il mondo e la sua
storia, mettendoci in mostra come l'opera che apre e chiude il film. Solo un
corpo, alla fine siamo solo quello, perché c'è la nostra storia e il nostro
vissuto a riempire tutti i buchi, anche i più discutibili, e tutto quel poco
amore che ci è stato concesso e non abbiamo saputo dare, o che non abbiamo
ricevuto.
Tanto vale svuotarsi, anche se rimarrà lo
spiraglio prima della fine...
Sarà una cosa da schizzati, farà schifo in
più punti... ma un'opera che riesce a restituire tutto questo con una tale
lucidità, per me, ha vinto a prescindere.
Davvero, uno dei film più belli che io
abbia mai visto.