Pochi, pochissimi lo hanno ricordato. Qualche post sparuto sui social che neanche frequento. Mubi ha inaugurato con tre film una rassegna in concomitanza. Pochissimo d’altro, ma lo scorso 2 luglio sono dieci anni che Michael Cimino non c’è più. In realtà nessuno lo ricorda perché Cimino non c’è da molti più anni: mal contati sono trenta. Cioé dal suo ultimo film, realizzato per grazia ricevuta, apprezzato dai nostalgici e poi sparito nel nulla, come molto di ciò che lo riguarda.
Un buco nero
ingiusto. Provate a
cercarlo sulla bibbia cinefila dell’IMDb: non è neanche la prima scelta. Prima
di lui compare un coglioncello di attore, celebre per qualche serie tv. Solo
perché omonimo. Anche l’algoritmo lo disdegna.
Adesso noi
non è che vogliamo restituirgli il maltolto. Non pisciamo mai così lungo e comunque
queste cose sono davvero stucchevoli. Almeno quanto ricordare, quando capita,
sempre le stesse due cazzo di cose: l’Oscar per Il cacciatore e
il fallimento epocale de I cancelli del cielo. Noi (non plurale
majestatis, sempre noi del blog) a Cimino siamo invece
riconoscenti. Come lo dovrebbero essere molti se la memoria del singolo
momento non avesse la sostanza labile delle infatuazioni che si susseguono.
Quindi,
nessuna rivalutazione postuma, anche perché cui prodest? A noi no di certo, che
in qualche modo lo conosciamo bene. A voi ve ne fotte come a tutti gli altri,
per cui neanche. Al giornalismo che scrive solo in funzione del mercato ancora
meno perché al mercato interessava zero. Figurati adesso. Anche perché mercato
e Cimino, tanto per chiudere il tutto con un’inconfutabile tautologia, sono
stati un ossimoro triste e indissolubile per gran parte della sua sconfortante
carriera.
Lo facciamo
per noi. Per cui non staremo qua a cercare eroicamente di convincervi che
Cimino non è stato solo Oscar e fallimento, ambizione verso l’assoluto e
megalomania, come potreste aver letto nei coccodrilli fotocopia che quando morì
si accorsero quasi con sorpresa che fosse ancora vivo (e che comunque
ringraziamo: perché sono stati la molla per riprendere un progetto interrotto e
portarlo a compimento).
Noi sappiamo
che Cimino è stato ben altro. È stato colui che ha cercato di
preservare una forma classica in una modernità spesso solo propagandata ma per
larghi tratti ancora più conservatrice di quanto imputassero a lui. Ha avuto il
senso dell’immensità dello spazio come forse solo John Ford e David Lean, a cui
guardava con sincera ammirazione. Ha mostrato una cultura vastissima nelle sue
storie che i suoi denigratori per primi non erano in grado di decrittare e stroncavano
per manifesta (e mai ammessa) difficoltà di comprensione. Quelle storie le
amava, erano parte di lui: sarebbe bastato ascoltare con che passione le
raccontava a parole, avvolgendole, accarezzandole, perorandone la causa a
chiunque fosse stato disposto ad ascoltarle. Forte della sua formazione da
architetto, quelle stesse storie le costruiva geometricamente, infarcendole di
figure, simboli, strutture che esplicitavano il senso globale con naturalezza,
senza forzare in nessun modo la messa in scena. Aveva una capacità di
costruzione elisabettiana del dramma, così come tutta shakespeariana era la
presenza a specchio dei suoi personaggi, l’uno che si completava e annullava
sempre osmoticamente nell’altro. Aveva poi, infine, l’arte di legare
magnificamente immagini e musica a commento, per un connubio devastante sul
piano emotivo: ancora oggi, pur dopo visioni ripetute e ripetute e ripetute, ci
sono scene in cui comincio automaticamente a piangere. E solo per l’accuratezza
della regia, per la scelta opportuna di un movimento di macchina, per un gesto
apparentemente banale dei personaggi e che invece racchiudeva il loro senso di
profonda inadeguatezza riguardo alla loro esistenza.
Per tutti quei rari, rarissimi momenti in cui il cinema mi emoziona ancora.
Quindi, non
perdiamo altro tempo: per non volervi tirare dalla nostra parte ho impiegato
già troppe energie e voi sprecato fin troppa attenzione. Vi lasciamo con un
seguito. Da vedere. Da gustare. Un campionario di alcune delle sue immagini
migliori, prese dai fotogrammi dei suoi film.
Un museo, di fatto. Una mostra della sua grandezza dimenticata, che
ambiva all’immortalità e invece si è ritrovata ad essere ricordata solo su
questo blog.
Che beffa.
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