venerdì 29 gennaio 2021

Jenin, Jenin - Mohammad Bakri

 


Perché quel film va distrutto? - Miko Peled

Con una decisione particolarmente drastica, un tribunale israeliano ha stabilito che la proiezione del film documentario “Jenin, Jenin” sarà vietata in Israele. Inoltre, tutte le copie del film devono essere ritirate e distrutte. Il tribunale è andato anche oltre condannando il produttore, regista e attore Mohammad Bakri, l’uomo dietro il film che documenta l’assalto israeliano al campo profughi di Jenin, di risarcire un ufficiale israeliano che ha partecipato al massacro e appare nel film per circa cinque secondi.

L’invasione militare israeliana del campo profughi palestinese di Jenin e il massacro che ne è seguito hanno avuto luogo nel marzo 2002. L’esercito entrò nel campo con carri armati, forze speciali, unità di comando e diverse brigate riserviste. Il campo è stato bombardato dall’aria e da terra. Diverse centinaia di combattenti palestinesi hanno combattuto eroicamente, armati solo di fucili semiautomatici e rudimentali abilità di guerriglia. Venticinque soldati israeliani persero la vita nel campo e innumerevoli palestinesi, per lo più civili, furono uccisi.

Zittire le testimonianze dei sopravvissuti

“Jenin, Jenin” include testimonianze di persone di tutte le età che hanno vissuto l’assalto israeliano al campo. Non c’è dubbio che ascoltare le descrizioni e le esperienze dei sopravvissuti a quel terribile trauma sia straziante. Ma lo stesso Bakri non fa mai accuse dirette nel film. Mostra filmati di soldati israeliani, carri armati e veicoli corazzati, e di palestinesi che vengono arrestati, ma in nessun punto del film viene fatta un’accusa reale ed è chiaro che le uniche prospettive offerte nel film sono quelle di coloro che vivono nel campo.

Ci furono molte proteste in Israele non appena il film fu distribuito. Bakri è stato definito un nazista e calunniato dalla stampa e dall’opinione pubblica per aver osato mostrare ciò che i palestinesi avevano vissuto per mano dei soldati israeliani che entrarono nel campo. I soldati che avevano partecipato a quella che è conosciuta come “La battaglia di Jenin” chiesero alle autorità israeliane di censurare il film e di non permetterne la proiezione nei cinema, e alla fine ottennero quello che volevano.

Il film è stato bandito dall’Israeli Film Ratings Board (Commissione di Censura Cinematografica Israeliana) sulla premessa che fosse diffamatorio e potesse offendere il pubblico. Bakri ha fatto appello contro la decisione e il caso è arrivato fino alla Corte Suprema israeliana, che alla fine ha ribaltato la decisione della Commissione. Da allora, coloro che hanno partecipato all’assalto hanno cercato in tutti i modi di fermare il film.

Nel novembre 2016, Nissim Meghnagi, un ufficiale riservista che ha preso parte all’operazione Scudo Difensivo, nota anche come il massacro al campo profughi di Jenin, ha citato Bakri per 2,6 milioni di shekel, l’equivalente di circa 650.000 euro. Nella sua causa, Meghnagi ha affermato di apparire ed essere stato nominato nel film, e che diffamasse i soldati israeliani presentandoli come criminali di guerra.

Bakri sostenne, giustamente, che lo scopo della causa era persecutorio e politico, e che il film non fa alcuna accusa contro Meghnagi in particolare. Mostra solo, come Bakri ha continuamente ma inutilmente rivendicato, il punto di vista dei palestinesi che hanno subito l’assalto al campo. Tuttavia, il tribunale distrettuale della città di Lyd occupata da Israele si è pronunciata a favore di Meghnagi e ha condannato Bakri a risarcire Meghnagi con l’equivalente di 44.000 euro. Ora il caso dovrebbe tornare alla Corte Suprema.

Una storia di crimini di guerra

Le forze israeliane non hanno permesso alla Croce Rossa o ad altri osservatori internazionali di entrare nel campo per molti giorni dopo la fine dell’assalto. Questo gli ha permesso di ripulire il campo prima che qualcuno dall’esterno potesse accertare i fatti.

Le autorità israeliane, i tribunali, i media e l’opinione pubblica tendono a considerare le affermazioni palestinesi riguardanti violazioni dei diritti umani, violenza e massacri commessi da unità militari come bugie. Le indagini interne condotte dall’esercito e da altre agenzie governative israeliane raramente ritengono le forze israeliane colpevoli di qualunque crimine.

La ragione per cui “Jenin, Jenin” ha causato una reazione così forte in Israele è che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, sanno che Israele ha una lunga storia di atrocità e crimini di guerra. Israele afferma che l’IDF è “l’esercito più morale del mondo”, eppure quasi ogni singolo israeliano è stato testimone o conosce qualcuno che ha assistito, o addirittura partecipato, a queste atrocità.

Commettere crimini di guerra di ogni tipo è una tradizione profondamente radicata nell’esercito israeliano. Risale ai primi giorni dell’era pre-statale, alle operazioni delle milizie sioniste prima che fosse formato un vero e proprio esercito israeliano. Queste milizie furono trasformate in un esercito organizzato nel mezzo della campagna di pulizia etnica della Palestina del 1948. Erano nel bel mezzo di un crimine orrendo per il quale nessuno è stato giudicato quando divennero un esercito ufficiale e quando i coloni sionisti ebrei in Palestina sono diventati cittadini di un nuovo Stato di apartheid, uno Stato la cui stessa istituzione era un crimine di guerra.

Questo è il motivo per cui c’è una tale opposizione al film e allo stesso Mohammad Bakri tra gli israeliani. Bakri ha toccato un nervo scoperto e poiché come palestinese con cittadinanza israeliana, è molto conosciuto, gli israeliani sono furiosi con lui. Bakri ha osato entrare nel campo e parlare con i suoi residenti senza mostrare ciò che è comunemente noto come “contraddittorio”. Inoltre, come è ben chiaro in tutto il film, lo spirito delle persone nel campo rimane saldo.

Più e più volte durante il film, sentiamo i sopravvissuti all’assalto, anche mentre siedono sulle macerie delle loro case, ripetere che ricostruiranno il campo casa per casa e che non si arrenderanno mai. Questo non è certo il messaggio che gli israeliani, che solo poco tempo prima avevano votato per il criminale di guerra Ariel Sharon come loro Primo Ministro, vogliono ascoltare.

Alla guida di un bulldozer D9

Il 31 maggio 2002, il giornalista israeliano Tsadok Yehazkeli, che lavorava per il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, ha pubblicato un articolo in ebraico sull’autista di un bulldozer D9 che aveva il soprannome di “Bear the Kurd” (Orso il Curdo). “Bear” si è fatto notare durante l’assalto al campo profughi di Jenin, quando per 72 ore di fila ha guidato il suo bulldozer tra le case avvolte in una coltre di fumo distruggendo ogni cosa sul suo cammino, radendo al suolo le abitazioni indipendentemente dal fatto che fossero abitate o meno.

È stato sentito vantarsi: “Ho trasformato il campo in uno stadio di calcio” e “non ho rimpianti. Sono orgoglioso del mio lavoro” e “Non ho lasciato scampo a nessuno mentre demolivo le case con il mio bulldozer”. Niente di tutto questo viene mostrato o menzionato nel film di Bakri, eppure fornisce un’idea dell’esaltazione tra le truppe israeliane che sono entrate nel campo.

L’unità dell’esercito in cui operava il guidatore del D9 ricevette una medaglia per le sue azioni durante l’assalto, e l’uomo conosciuto come “Bear the Kurd” divenne un eroe per le truppe. Poiché così tanti furono sepolti sotto le macerie, fino ad oggi nessuno sa esattamente quanti palestinesi siano stati uccisi nel 2002 nel campo profughi di Jenin.

È difficile prevedere cosa deciderà la Corte Suprema di Israele quando si pronuncerà sul caso Bakri. Tuttavia, in uno stato costruito su crimini di guerra e atrocità, ci si può aspettare che tutti i rami del governo si concertino per impedire che la verità venga fuori. In ogni caso, pochi crimini di guerra israeliani sono documentati come questo, e quindi “Jenin, Jenin” deve essere visto e condiviso ampiamente.

Petizione a favore di Mohammad Bakri

Miko Peled è un autore e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme.  È l’autore di “The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.

Fonte: English Version

Fonte italiana e traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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