martedì 1 gennaio 2019

Morte di un supereroe - Ian FitzGibbon

tratto dal romanzo di Anthony Mc Carten (qui), il film è comunque meritevole. anche se inferiore al libro.
Donald ha poco tempo, si esprime disegnando fumetti, si è innamorato di una compagna.
e con la complicità del suo tanatologo riesce a fuggire dall'ospedale per una notte.
non è un capolavoro, ma si lascia vedere bene.
buona visione - Ismaele



Death of a superhero, a scanso di equivoci, è un bel ritratto di un adolescente un po' diverso dal solito non per causa sua. Sfugge le trappole della retorica, non cerca la comoda scorciatoia della lacrima facile, non percorre i clichet del classico film sul coming of age, genere ultimamente molto frequentato su grande schermo.
Soprattutto perché Donald non ha il tempo materiale per completare la sua formazione, per lui l'età adulta non arriverà mai e con essa la definitiva maturazione.
Dal punto di vista formale il film di Fitzgibbon è molto interessante: la commistione live action / fumetto è articolata in modo originale…
Death of a superhero convince soprattutto come racconto di un'adolescenza che non vedrà mai la sua fine, il suo sbocco naturale nell'età adulta. Donald sa benissimo che il suo è un percorso a breve termine e la sua consapevolezza dolorosa è il cardine attorno a cui ruota tutto il film.
Eccellente il lavoro del giovane Thomas Brodie-Sangster nella parte del giovane protagonista mentre meno convincente il personaggio del tanatologo Andy Serkis, il classico maestro di vita che sembra conoscere tutto e tutti perché ha vissuto tutto sulla sua pelle.
La morale è che si può essere supereroi dentro oltre che fuori.
Ma alle volte anche i supereroi muoiono.

Straziante, emozionante e costantemente avvolto nell’atmosfera emotivamente congelata dell’Irlanda, con i suoi mari in tempesta e le strade silenziose: Death of a Superhero si avvale sì di tutti quegli espedienti narrativi che rendono una pellicola tristemente drammatica, ma lo fa con uno sguardo verso il mondo delle graphic novel. “Non ero interessato a fare un film sul cancro”, dice FitzGibbon, “perché quel genere di film non ha nessun fascino su di me. Ho sempre detto che questo doveva essere un film in movimento e non deprimente. Ero interessato di più all’idea di una storia d’amore con poco tempo per svilupparsi”. E infatti la malattia di Donald diventa presto solo un assunto di base attorno alla quale girano i comportamenti dei vari personaggi. Interessante è l’uso che il regista fa dell’animazione, integrata come parte stessa (se non fondamentale) della storia: i disegni di Donald, violenti e con costanti riferimenti al sesso e alla morte, ci conducono all’interno della mente di un teenager problematico, un ragazzo con una vivida immaginazione e una vita che sta, suo malgrado, fluendo via…

già a partire dal titolo lo spettatore può capire come la vicenda si concluderà, il che vale a dire che Ian Fitzgibbon, il regista, sin da subito non nasconde l'intelligente approccio intrapreso nei confronti della narrazione: ritrarre in maniera molto vera pensieri, stati d'animo ed azioni dei personaggi, senza forzare la mano con un argomento di per sé delicato come la leucemia.
Ed è per questo che la pellicola risulta alla fine pura, sincera ed emozionante, lontana dalla plasticosità pietistica di autori letterari e cinematografici finti e fastidiosamente melodrammatici come i penosi Nicholas Sparks o Nick Cassavetes. Il film svela immediatamente la conclusione, con la prevista morte di Donald, il nostro super-eroe che, nei 100 minuti della narrazione, capirà come affrontare la propria tragica avventura, ovverosia non chiudendosi in sé stesso, ma vivendo il tempo rimastogli coltivando validi affetti coi genitori, col dottor King e con Shelly, la ragazza che ama…

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