mercoledì 12 giugno 2013

La leggenda di Kaspar Hauser – Davide Manuli

visto al cinema, alla presenza del regista e di Kaspar (la bravissima attrice e danzatrice Silvia Calderoni).
Kaspar Hauser appare, tutti si interrogano, la musica è il linguaggio che permette di comunicare.
bravi tutti, Vincent Gallo su tutti, che parla in inglese da sceriffo e in italiano da spacciatore.
uno di quei film che non si possono raccontare, solo vedendoli, magari anche una seconda volta, si riesce ad apprezzare l'opera.
il film, girato in Sardegna, è uscito in sala in alcuni paesi europei, questa settimana in Italia, e se gli incassi sono decenti si trattiene ancora, poi continuerà in altri paesi europei.
film diverso e altro, certamente da vedere - Ismaele

PS: nei titoli di coda ringraziamenti, tra gli altri, a Denis Lavant.


…Il cinema di Manuli è un’esperienza non facile da raccontare, un prodotto unico non riscontrabile né avvicinabile ad altro, diverso, libero, anarcoide (ma in un certo senso rigoroso), che fa leva innanzitutto sul linguaggio stesso, il linguaggio delle immagini e del racconto, lirico e terrestre (o forse lunare) allo stesso tempo. È un cinema alieno e desertico come il personaggio che racconta, utilizza un linguaggio altro, chiede allo spettatore di abbandonare il codice tradizionale d’approccio alla pellicola e di condividere il proprio. Il film si apre con dei titoli di testa tra i più belli mai realizzati per un film, quasi un film-nel-film (usati anche come trailer, che di per sé è già un capolavoro), con gli UFO che sovrastano Vincent Gallo che si muove come un John Travolta postatomico, fino all’esplosione sonora che annuncia le coordinate (quasi) cartesiane del film (Isola, Anno zero, Luogo X, Mare Y), una fusione tra immagine e parola vagamente godardiana, sicuramente unica.  
Da qui in poi il “La Leggenda di Kaspar Hauser” procede per quadri, annunciati da un titolo, che alternano un’insistenza per la staticità (inquadratura fissa, lenti movimenti, recitazione dimessa), a momenti in cui la parola assume toni sopra le righe (lo sceriffo, così esageratamente yankee, o la connotazione dialettale del prete-Gifuni, interprete di un bellissimo monologo sul senso stesso del linguaggio) e si accompagna a una grande dinamicità corporale. Un film, insomma, che apre molte strade e percorre sentieri nuovi e interessanti, che conferma lo straordinario talento visivo del suo autore, capace di trasformare luoghi geografici molto connotati in paesaggi d’un mondo sospeso e popolato da entità immobili, distaccate da sé, eppure costantemente in attesa (beckettianamente) di un fenomeno epifanico, di cui forse non saranno degni, ma che forse sarà soltanto l’ennesimo inganno (un falso profeta, un re con le orecchie d’asino, un principe dei folli, o solo un DJ). In Italia, come al solito, di questo film non si è accorto nessuno (o quasi), ma questo è un altro discorso.

Esteticamente, La leggenda di Kaspar Hauser ha un fascino indiscutibile. Il bianco e nero scelto dal regista, e la grande cura degli ambienti, accentuano l'astrattezza, e insieme l'universalità, della lettura data alla vicenda. L'uso della pellicola, e la sempre presente grana del quadro, avvicinano la fotografia a quel mood godardiano, da cinema naturalmente libero e sperimentale, in cui Manuli voleva avvolgere il progetto. La suggestione da esso emanata, "ritmica" e fisica oltre che puramente cerebrale, è merito anche dei suoni elettronici di Vitalic; perfettamente adeguati alle immagini, ma anche alla singolare reinterpretazione del personaggio. Nonostante l'assenza (orgogliosa, dichiarata) di concessioni e punti di riferimento per lo spettatore, la presenza di volti noti aiuta senz'altro l'ingresso nella storia, l'approccio alle sue simbologie, la decodifica del suo mondo: a uno straordinario Vincent Gallo, in un doppio ruolo la cui dialettica è riflessa anche nella quantità delle parole pronunciate, si sommano le apparizioni di Claudia Gerini e soprattutto di Fabrizio Gifuni; quest'ultimo si prodiga in un monologo (opera dello scrittore Giuseppe Genna) in cui c'è molto del senso del film. Su tutto, il Kaspar Hauser di Silvia Calderoni, notevole attrice teatrale che ha nell'ambiguità sessuale la sua più potente arma: magnetica, ipnotica, un corpo che è tabula rasa, con quell'unico nome tracciato sulla pelle, eppure, di suo, così comunicativo. La rischiosa, ma felice scelta del regista nell'affidarle il ruolo principale, sostanzia un film che riesce ad arrivare allo spettatore per vie traverse; attraverso la suggestione e la stimolazione costante del senso estetico, più che con la forza immediata delle immagini. Ma con la capacità, non da tutti, di sedimentarsi nella memoria, continuando a lavorarvi e a richiamare nuove visioni e possibili letture.

This is an endlessly bizarre play in which each character makes their own revisions. I half expected it to be different the second time I watched it. The fact that it's shot in high contrast black and white might imply a clear cut scenario, but The Legend of Kaspar Hauser is anything but.
If you dig the avant-garde or the straight up weird, you're going to love The Legend of Kasper Hauser. It's destined for a double dosing of cult status, both for Davide Manuli and Gallo. And don't forget to check out Beket, Manuli's first masterpiece. It's an existiabsurdist piece set in another infinite limbo…

Manuli torna a iniettare linfa vitale nello sconsolato panorama del cinema Italiano fatto di uno o due feticci da sventolare ai festival internazionali e una marea montante di mediocrità. Dopo essere stato presentato in anteprima mondiale al festival di Rotterdam nel 2012 ed essere uscito in Germania, Polonia, Francia, Russia e Inghilterra il Kaspar Hauser di Manuli sta per arrivare anche da noi.
In Italia, dove a meno ché il tuo nome non inizi con “Mucc” e finisca per “ino” nun te se incula nessuno, la promozione del film è stata affidata ad una rete informale di diffusione trans-mediale. Oltre all’hashtag #invasioneKaspar che annuncia su Twitter l’imminente venuta della pellicola e una costellazione di video sparsi per la rete che ne rivelano l’essenza indecifrabile, la promozione si avvale di una app (Social Cineama) che permette un servizio di proiezione a richiesta geolocalizzato…

…All'osso, la vicenda di Kaspar Hauser è una delle infinite varianti dello scontro tra natura – il buon selvaggio dall'identità misteriosa e dai poteri paranormali – e civiltà – la civiltà degli Sceriffi, dei Preti e delle Duchesse, ma pure dei Pusher, delle Puttane e dei Servi. Non c'è da meravigliarsi che da una narrazione di cronaca tutto sommato non sorprendente, quella di un ragazzetto bizzarro giunto a Norimberga da chissà dove e ucciso da chissà chi, si sia trasformata in pieno Romanticismo in una leggenda, in un enigma e, in definitiva, in una splendida metafora della violenza dell'acculturazione. Di per sé, dunque, Kaspar Hauser è una parabola anti-autoritaria. Nelle mani di Manuli, che con il suo eroe condivide la sorte di non riconciliato, diventa una sinfonia di libertà che si riflette in ogni piano del film – dalla messa in scena alla recitazione, fino alla post-produzione. Asfissiato da un'industria mai dimostratasi così misera, Manuli urla a gran voce le possibilità di un cinema altro, anarcoide, sregolato, magnetico, libero. Per quel che ne so, potrebbe persino non essere cinema.
Kaspar Hauser è la vita al lavoro.

Sicuramente negli intenti di Manuli non c’era quello di annoiare, ma in soli 87 minuti ci riesce molto bene: il ritmo lento e la desolazione che fa da sfondo alla storia, sono creati per far capire la voglia di uscire dal solipsismo, come soluzione all’incapacità di comunicare (Hauser può esprimersi al meglio solo in Paradiso, dove riesce finalmente a fare il deejay), tuttavia finiscono anche per non far godere appieno di un film che risulta pesante e lascia un gran vuoto dopo il finale.
da qui



8 commenti:

  1. Sono sempre scettico nei film di italiani, ma pian piano mi rendo conto di non essere tanto scettico quanto, piuttosto, coglione e razzista. Questo lo vedrò (sale permettendo, s'intende).

    RispondiElimina
  2. cinematograficamente parlando, "nostra patria è il mondo intero" non esclude l'Italia:)

    RispondiElimina
  3. Dalle mie parti zero completo. Me ne farò una regione.

    RispondiElimina
  4. sei in una regione sfortunata, per questo film:)

    RispondiElimina
  5. Io vado oggi, speriamo bene, sono molto legato al film di Herzog e non vorrei scadere involontariamente in inutili paragoni...Becket l'hai visto?

    RispondiElimina
  6. il film di Herzog è un'altra cosa, sono imparagonabili, cambia del tutto il punto di vista, sarebbe ingiusto metterli a confronto.
    "Beket" l'avevo visto al cinema, in comune ci sono lo sfondo della Sardegna, la fotografia in b/n e Gifuni, mi era piaciuto

    RispondiElimina
  7. Ti rispondo qua... pienamente d'accordo con il tuo commento. Che fortuna averlo visto al cinema. Deve essere stata un'esperienza unica. Lo è stato per me che l'ho visto al pc, quindi figuriamoci in sala. Mai visto un film dove la musica è così protagonista. Quel bianco e nero meraviglioso che annulla il tempo! belli anche gli estratti che hai scelto per descriverlo meglio...Adesso cercherò di recuperare Beket!

    RispondiElimina
  8. in "Beket" troverai anche Freak Antoni, lì c'è ancora :)

    anche questo visto al cinema, col regista e Luciano Curreli, poi mi dirai...

    RispondiElimina