martedì 26 marzo 2013

Su Re – Giovanni Columbu

Gesù non è biondo, né bello, e forse era così davvero, a Pasolini sarebbe piaciuto, secondo me.
le facce sono quelle che uno crede esistano solo nei film turchi o georgiani, la storia è sempre la stessa, ma non è la solita storia, qui è buia, sporca, concreta, crudele, dolorosa, non si vede quasi niente, ma si sente tutto, il dolore della madre è senza pari, la lingua è davvero perfetta, a molti sembrerà aramaico.
a me il film è piaciuto molto, non privatevene - Ismaele
  





Stamattina, avviandomi sotto la pioggia alla proiezione stampa delle 9, già sbuffavo leggendo le note di presentazione di Su Re. Figuriamoci. La ri-messa in scena della Passione di Cristo nella Sardegna più interna e selvaggia, naturalmente in lingua sarda con gente del posto a interpretare i ruoli. Come in una sacra rappresentazione di paese da settimana santa. Una roba anni Settanta, mi dicevo, di quel populismo-miserabilismo-terzomondismo che allora intrideva tanto cinema nostro, e oggi insopportabile. Invece, signori, questo è un gran bel film…

Le ultime dodici ore di Gesù tradito da Giuda, rinnegato da Pietro, processato (e flagellato) dai gaglioffi del Tempio, condannato dal popolo e pianto da Maria, che lo ricompone nel sepolcro. Ultima cena prima della comparizione davanti a Caifa e a Pilato e della Passione che lo "passerà da questo mondo al Padre". Condotto sulle pietre di Supramonte, Gesù verrà impietosamente 'conficcato' alla croce tra il clamore dei suoi avversari e il silenzio compianto delle donne. La sete spenta con aceto cede all'ultimo respiro e al sospiro scosso della terra, che trema prima di ritrovare Cristo e la luce…

il Cristo di Columbu è rappresentazione in bilico tra sacro e profano, capace di veicolare grazie alla sua immagine ruvida - come i luoghi e la gente che lo circondano - il dolore a un livello più primitivo, inconscio, strettamente legato all'asprezza essenziale della natura. Un ritratto che s'ispira alle parole del profeta Isaia: "...non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poter compiacere" e che cerca il contatto con una dimensione puramente interiore, quella dimensione visibile solo ai "puri di cuore". La stessa purezza che Columbu ricerca anche nella gente che affolla le tappe del martirio di Cristo, e sul cui volto e sui cui sguardi Columbu si sofferma più di ogni altra cosa, lasciando spesso la scena ferma sui loro volti scavati, e i loro occhi gravidi di astio, incomprensione, sofferenza, mentre il supplizio di Gesù si svolge fuori campo. È infatti proprio attraverso i volti e il rimbalzare da un sogno e da un ricordo all'altro che Su Re riesce a imprimersi nella mente e a ripercorrere con rara pregnanza e intimità il calvario di Gesù, conseguenza di quell'astio innato e di quella voglia di vendetta ingiustificata connaturati alla natura umana…

…Il film racconta e mostra i fatti come in un sogno in cui quasi nulla procede con semplice linearità e ricorda il rituale collettivo della messa cristiana.
Sicuramente come punto di riferimento immediato ci viene in mente “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, ma non solo, infatti la pittura, e in particolare quella di Caravaggio è l’altra grande protagonista del film.
I personaggi sono tutti intensi e magnifici nelle loro espressioni corrugate e accigliate. È Fiorenzo Mattu ad avere la parte di Cristo e non è esattamente il Cristo che ritroviamo nella storia del cinema o della tv finora nota. È basso, scuro e ricoperto di peli: molto mediterraneo, effettivamente “fatto uomo” nella cornice di un’isola selvaggia e spartana.
Sia Dio che la Madonna sono due esseri umani come tanti altri, non c'è niente di divino in loro. Una prospettiva e un punto di vista decisamente dal basso che rende il mito qualcosa di estremamente concreto, non solo nella passione, ma anche nell’aspetto.
Un film toccante e una vera e propria eccezione del cinema sacro: tutto si svolge davanti agli occhi dello spettatore, niente è nascosto o inspiegabile.

La Sardegna più intima, quella misteriosa e tormentata delle montagne del Sopramonte, la stessa, proprio il Monte Corrasi, che accolse alcune scene drammatiche della Bibbia di Houston, viene rappresentata dal regista come luogo significativo, senza dimensioni spazio-temporali delimitate, dell'eterna e tormentata storia dell'uomo. Attraverso la lettura sinottica dei Vangeli, Giovanni Columbu restituisce all'umanità l'essenziale, indissolubile legame religioso (di tutte le religioni) con la terra. L'illusione atavica (e blasfema) dell’umanità di liberarsi da questo legame, viene svelata e irrisa attraverso le immagini immense di una natura che parla: attraverso il suono del vento, l’incombere freddo delle nuvole, l’inviolabilità degli anfratti rocciosi. E restituisce all’uomo il ruolo di piccolo essere, partecipe della complessità infinita e misteriosa del creato: un essere fragile e sgomento, pronto a farsi carnefice e vittima, esule senza pace dopo la preclusione assoluta al paradiso perduto…


2 commenti:

  1. Grazie, sembra davvero un film molto interessante. Aggiungiamoci l'arte del Caravaggio e diventa imperdibile!

    RispondiElimina
  2. di quei film che se ne vedono una volta ogni 1000, almeno, e speriamo che il dio del cinema li protegga e li faccia nascere, quando meritano.
    questo merita:)

    RispondiElimina