un pò fiaba, un po' incubo, per qualche istante potrebbe essere come Miracolo a Le Havre, ma è tutta un'altra cosa.
Davide (Alessandro Borghi) vende libri in una bancarella a Roma, visitato qualche volta da Elsa (Valeria Golino), una professoressa, e poi c'è Michele (Valerio Mastandrea), che lavora all'obitorio e custodisce i corpi dei morti non richiesti.
e poi ci sono un bambino senza nome e tanti altri senza nome, a parte Amina.
Davide è un po' Lazzaro felice, un po' uno dei francescani pazzarielli del film di Rossellini, preda di non troppo astratti furori.
altri protagonisti del film sono i libri, che contengono storie avvincenti.
in certi momenti il film inquieta, Davide sembra portare sulle spalle una parte del male del mondo.
e poi compie finalmente il rito della sepoltura, e quel bambino sarà sempre con lui.
un film forse non perfetto, ma merita molto.
buona (sorprendente) visione - Ismaele
scrive
il regista:
Nessun
dolore nasce da un bisogno lontano: andare oltre il
racconto dell’esodo in Lamerica, un mio film di trent’anni fa, con il finale
sospeso su una nave in mezzo all’Adriatico. Che cosa è cambiato da allora, chi
è “l’immigrato”? Qualcuno da accogliere, o da respingere? Un nuovo amico, o un
estraneo pericoloso? Negli ultimi decenni il nodo non si è sciolto, anzi il
problema si è esasperato, non si vede in prospettiva una ragionevole soluzione.
Ma forse la “soluzione” non c’è, o non la si vuole
cercare. Forse va trovata nella ragione e nel cuore di ciascuno di noi. Se non
abbiamo già perduto, tra le tante occasioni, quella di riconoscerci come esseri
umani: cosa difficile e rischiosa.
…Perché il personaggio che Alessandro
Borghi interpreta con le giuste variazioni di atteggiamento è di quelli di cui
si vorrebbe venire più spesso a conoscenza. Non è inizialmente schierato su un
versante pro o contro (anche se la tendenza è quella di immergersi nel proprio
mondo di venditore di parole su carta lasciando il mondo fuori) ma si trova a
compiere un percorso inizialmente obbligato e progressivamente sempre più
consapevole. In uno dei fil rouge del film si avverte come un'affinità con 3/19 di Silvio Soldini
ma qui l'urgenza è diversa e si concretizza in un senso di colpa che sente la
necessità di gesti di riparazione.
L'avvertenza di apertura va tenuta sempre presente
perché altrimenti si rischia (e non è da pensare che Amelio lo voglia)
l'idealizzazione dei migranti che finirebbe con il risultare altrettanto
dannosa della loro (purtroppo indotta) demonizzazione in questi tempi in cui si
è coniato l'orrido neologismo di 'remigrazione'. Così come potrebbero avere
buon gioco coloro che parlano di assenza di volontà di integrazione di fronte a
queste persone che non possiedono nel loro lessico neppure un vocabolo italiano
di uso quotidiano. Peraltro in un film in cui si sottolinea il valore della
parola scritta come fonte di trasmissione di pensiero.
Se Alessandro Borghi carica il suo personaggio di
un senso di responsabilità che si trasmuta in una forma di respirazione che
sottolinea quanto vive, è Valerio Mastandrea che, con il suo addetto alla
ricezione di cadaveri di ignoti o comunque di persone di cui nessuno richiede
le spoglie, finisce con il sintetizzare il pensiero di Amelio.
È una 'brava persona', diversa da quelle che si nascondono
dietro alle 'leggi' o gettano brutalmente fuori dalla sala di attesa di un
pronto soccorso una giovane donna incinta immigrata che vi cercava riparo.
Nella sua quieta esistenza sa compiere le scelte giuste, come padre e come
essere umano. È a costoro che questo racconto immaginario e per immagini si
rivolge, auspicando la persistenza di quell'umana pietas che è sempre più
essenziale conservare.
…In Lamerica, l'esodo
degli albanesi verso la terra promessa italiana ricordava quella dei nostri
connazionali poveri ed emarginati verso le terre d’oltreoceano. Davide in Nessun dolore, come il cinico Gino in Lamerica, scopre nella cura dell’estraneo
il senso della solidarietà. Non si tratta solo di uno sradicamento
geografico, ma di un impulso affettivo in cui una nuova casa
trasforma l'accoglienza nell'unica vera "patria" possibile in
cui trovare rifugio.
Nessun
dolore si sofferma su quale sia il
prezzo della generosità, sottolineando che la pretesa di anestetizzare la
sofferenza costituisce soltanto una fragile illusione. È un’indagine a suo modo
cristologica, in cui alla fine uno straordinario Alessandro Borghi è il vero
portatore della Croce. Appassionante.
… Il Davide di Nessun dolore è una sorta di Albanese/Antonio Pane di L’intrepido fuso nel poetico dissolvimento esistenziale del
carabiniere Lo Verso di Il ladro
di bambini, là dove la fuga dalla realtà si fa pacifica
interiorizzazione di una latente inconscia involontaria trasformazione. In una
Roma livida, inusuale, più mitteleuropea che mediterranea, autenticamente
sprovincializzata, Amelio continua a mostrare che tra gli over 80 del cinema
italiano è quello a cui scorre ancora parecchio cinema nelle vene, che non
perde l’abitudine del filmare, del costruire la scena, mai un’inquadratura
uguale all’altra, mai un campo e controcampo che si somigliano, con la trovata
di quel baracchino chiuso per pioggia con i due amanti isolati abbracciati
stretti in mezzo al brulicare del mondo che fa venire i brividi.
Il
film parla di qualcosa che ancora non è accaduto.
Dunque potrebbe
accadere, e a guardar bene già accade.
La didascalia
iniziale potrebbe funzionare per un film di fantascienza. E fantascientifico
questo film lo è, prefigurando situazioni estreme, di confine, realtà fino ad
un certo punto vissute come normali.
I sentimenti siamo
abituati a circoscriverli, tracciarli, definirli (fines, i confini). Se i
confini saltano anche il dolore, il sovrano-despota dei sentimenti, tocca il
punto impensabile, come dice Elsa (Valeria Golino): "A volte si tocca
il punto impensabile dove anche il dolore è gioia piena".
Impensabile, giusto,
siamo convinti che ogni cosa si possa pensare e, pensandola, farla essere vera.
Non è così. C’è il
caso inaspettato, c’è un momento in cui si fa un incontro che ti cambia la
vita,
ti costringe ad
essere altro da quello che pensavi di essere e ti accorgi che i tuoi confini
erano solo convenzioni, o meglio, protezioni.
Amelio tocca un tema
a lui sempre caro, Lamerica,
Il ladro di bambini, sono passati molti anni e le storie non cambiano, ci
sono solitudini e disperazioni che il tempo non riesce a sanare, piuttosto le
aggrava e se una volta essere nomadi era una condizione naturale, i popoli si
spostavano alla ricerca di nuove terre e le civiltà si mescolavano, ne
nascevano altre, addirittura quel geniaccio di Aristofane inventò la città
degli uccelli, fra la terra e il cielo, oggi siamo nella terra dei confini, dei
muri, dei piccoli orticelli personali che custodiamo con granitica
determinazione…
…il registro espressivo scelto da Amelio si biforca: da
un lato c’è il realismo livido e cupo dell’incidente stradale e delle sue
conseguenze – e qui occupa uno spazio rilevante il personaggio interpretato da
Valerio Mastandrea, che diverrà un complice d’umanità di Davide –, e dall’altro si espande una fiaba
sociale dalle timbriche quasi surreali, con la casa dell’uomo che si trasforma
in un vero e proprio centro d’accoglienza per tutti i diseredati della città,
ai quali lui non chiede nulla. Non sempre Amelio gestisce al meglio l’evidente
discrepanza tra i due approcci estetici, ma l’afflato poetico ed etico è senza
dubbio cristallino, anche se la retorica fa capolino di quando in quando tra le
maglie della storia, come testimonia ad esempio la scelta di far leggere al
protagonista Furore di John Steinbeck, quasi a ribadire il diritto
del migrante non solo a lasciare la propria dimora, quand’essa non gli concede
più una vita degna d’esser vissuta, ma anche e soprattutto a ribellarsi a una
società che gli mette i bastoni tra le ruota e lo considera al pari dei
criminali. E così, pur non mancando ridondanze, semplificazioni e squilibri
narrativi, si apprezza la limpidezza di un pensiero che di questi tempi si fa
sempre più urgente, e non scontato. Credere nell’umano in un’epoca dominata da
intelligenze – o supposte tali – artificiali è dote perfino commovente, e
l’odissea sempre più consapevole del personaggio di Davide è struggente nella
sua volontà di non piegarsi all’ovvio di una società marcescente, in cui la
collettività è vista come un pericolo. A venire incontro al regista di Colpire al cuore, I ragazzi di via Panisperna e Il ladro di bambini è in particolar modo un cast che si presta alla
bisogna con grande e palpabile empatia.
Questo è un film di
fantascienza. Reo-confesso. Infatti in apertura è immediatamente detto: ecco qualcosa che potrebbe accadere
a breve.
Ma forse è già avvenuto, e quindi
siamo di fronte a un film biblico, qualcosa che ha a che vedere con il Giudizio
Universale… Oppure, ma chissà se poi importa a qualcuno, è solo una totale
fantasia, dove si spinge fino al vuoto cosmico la disperazione dell’accoglienza
impossibile e delle coscienze (sporche?) dell’uomo occidentale…
Non ci sono certezze, dentro Nessun dolore di
Gianni Amelio. E non ne abbiamo noi che proviamo a raccontarlo, a mettere
insieme i pezzi, quasi a “ricrearlo”. Certo è un film necrologico. Qualcosa che
ha a che vedere con la fine (di un mondo).
Tre protagonisti “bianchi”,
occidentali, italiani. Davide (Alessandro Borghi) è appassionato di libri: li
legge (poco) li accumula (molto) li vende (anche qui pochi). È un guardiano del
cimitero dei libri, mummificato in un sapere inerte e invendibile che non sa
parlare più ai vivi. Elsa (Valeria Golino) è un’insegnante di letteratura
all’università, ma le sue lezioni sembrano dei contenitori esausti, e gli
studenti (pochi) le seguono svogliatamente. Ma anche lei ama i libri e ne offre
in continuazione a Davide per venderli nel suo chiosco librario in Piazza
Risorgimento a Roma (a pochi metri dal Vaticano). Infine abbiamo Michele
(Valerio Mastandrea) che è un vero e proprio custode di corpi morti, lavorando
come guardiano dell’obitorio…
…ad onore del vero va detto che la sceneggiatura prende in seguito
una linea direttiva un po' confusa, affastella fin troppe scelte che possono
apparire inverosimili o comunque non approfondite, soprattutto la scelta di
Davide di portarsi a casa Aminah, per alleggerire la sua coscienza dopo
l'incidente, che risulta però in un'occupazione da parte di una tribù di
homeless che agiscono indisturbati in casa sua e che finisce per assomigliare a
un quadretto surreale un po' troppo sganciato dalla realtà più cruda, a cui
Amelio vorrebbe rifarsi. Anche la parte conclusiva, su cui preferisco non
spoilerare, soffre di una trama e di caratterizzazioni dei personaggi non del
tutto soddisfacenti, anche se vi sono buoni momenti soprattutto nei confronti
fra Davide e l'impiegato all'obitorio interpretato da Valerio Mastandrea.
Dispiace parlarne in questi termini, però stavolta si avverte
un certo calo nell'ispirazione da parte del regista, riscontrabile anche in
alcune scelte di regia (soprattutto il ricorso un po' pleonastico ad alcune
canzoni come commento sonoro, in particolare quella di Ornella Vanoni verso la
fine), mentre rimane efficace la direzione degli attori, in particolare un
Alessandro Borghi che ha affrontato il ruolo con un impegno ammirevole e ne
esce vincitore anche quando il copione lo mette in situazioni non del tutto
credibili, una Valeria Golino che apporta un professionismo di alta scuola ad
un ruolo, quello della professoressa universitaria che si innamora castamente
di Davide, che poteva essere sviluppato meglio, e un Valerio Mastandrea in una
partecipazione speciale, ma decisamente in parte…
…Sarebbe ingiusto non notare la sensibilità sincera alla
base di Nessun Dolore.
Gianni Amelio costruisce il
film intorno a un’idea di solidarietà quotidiana, lontana dai grandi gesti
eroici: accogliere qualcuno, condividere uno spazio, rinunciare
progressivamente a una parte del proprio comfort.
È una materia che appartiene profondamente al cinema del regista.
Il problema è che il film sembra
procedere senza riuscire a stabilire quale debba essere davvero il centro della
propria riflessione. L’odissea di
Davide potrebbe parlare di solitudine, senso di colpa, immigrazione,
responsabilità individuale, paura dell’altro e necessità di costruire una
comunità, tutti temi importanti che restano separati anziché confluire in un’unica
traiettoria.
Nessun Dolore cerca l’umanità nei
gesti del suo protagonista, ma finisce per smarrire la complessità delle
persone che lo circondano.
…Nessun dolore è
un film che nasce da un’idea forte: raccontare il senso di colpa,
l’accoglienza, la fragilità umana. Ma la realizzazione non riesce a sostenere
questa ambizione. La sceneggiatura è povera di spunti, nonostante le situazioni
siano sempre lì, pronte a offrirne. Il tono è incerto, oscillante tra dramma e
surreale, senza trovare mai un equilibrio. Lo spettatore vive un senso di smarrimento
che non è frutto della complessità, ma della mancanza di direzione.
La presentazione fuori concorso alla Mostra
internazionale d’arte cinematografica di Venezia conferma che il film è stato
considerato un’opera interessante, ma non abbastanza solida da competere. È
un’opera che tenta di affrontare temi importanti, ma che non riesce a
trasformarli in un racconto coerente.
…Gesti di autentica intensità e gentile poesia. Non a caso è
un verso di Luzi ad aver ispirato Amelio per il titolo che ancora una volta
parla di vicinanza, confini, sbarchi, paure dell'altro e risvolti sociali.
La somma di questi elementi ad oggi sempre più rari fa
riflettere molto.
Inoltre affronta anche in modo subliminale quella soglia del
male, varcata la quale, si cade giù in un baratro, rappresentando così la via
del non ritorno.
Da quel punto in poi si inizia a capire davvero. E si lascia
andare tutto verso il risarcimento, spesso degli altri. Verso la spoliazione e
la perdita. Verso l'ascolto, persino delle nostre vite - giù in profondità.
La sensazione è un pò quella di perdere il controllo, come fa
il ritmo circadiano. O il frangersi ritmico delle onde sul mare. Intangibili.
Sono gli altri o entità diverse dallo status quo che controllano e fanno accadere,
l'accadibile…
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