tratto dal libro di Nicola Lagioia (che firma la sceneggiatura, senza i fratelli d'Innocenzo) il film è quasi un complemento del libro.
si lascia intuire cosa è avvenuto, ma il film parla sopratutto dei vivi, di quelli che hannoconosciuto e restano depo la scomparsa tragica di Luca, restano i genitori di Luca e la fidanzata, nei loro cuori Luca vivrà ancora.
un film che non delude, promesso.
buona (sopravvivente) visione - Ismaele
…''Quando ho visto il
film sono rimasto molto colpito e commosso, anche sentimentalmente, per il modo
in cui Edoardo ha adottato la prospettiva di questo libro'', confida Lagioia.
''Io racconto la storia soprattutto dal punto di vista dei due assassini, mentre
lui si concentra sulla vita di Luca e della sua fidanzata Marta Gaia
Sebastiani. Cambiare il punto di vista – continua - non significa cambiare i
fatti di una storia, ma illuminarla e farla sentire in maniera diversa.
Per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro''…
…Se Lagioia, nei suoi vari punti di contatto con
l'omicidio di Luca Varani (reportage, romanzo, podcast e ora soggetto del film)
parla a un certo punto di una "malvagità dei luoghi", Gabbriellini fa
di tutto per esorcizzarla, per opporre invece una semplicità limpida e
comprensibile alle parti di quella vicenda che più sono assurde e oscene. Con
pudore danza attorno alla violenza, e si direbbe quasi che la riempie di vuoti:
quelle inquadrature di stanze senza persone - nelle case dove si è cresciuti,
dove si sogna di abitare, e perfino dove si spargerà del sangue - o in quegli
autobus che attraversano Roma e sono belli perché non c'è mai nessuno, e in
quei bicchieri che ritornano spesso e "sono fatti per rompersi".
Così facendo prende in esame soltanto Luca e il suo universo affettivo, il
rapporto schietto con i genitori e quello fisiologicamente appena più
complicato con la fidanzata (li vediamo lasciarsi brevemente e poi tornare
subito insieme e immaginare un nido domestico sotto un cavalcavia romano). Le
contemporanee traiettorie dei due ragazzi che si macchieranno del delitto, e la
casualità crudele che li porta non solo a incrociare il cammino di Luca ma
anche quello reciproco, sono relegate al fuoricampo se non per qualche piccolo
accenno…
…La città dei vivi
vuole umilmente anche essere una storia di formazione per i sopravvissuti, un
invito quasi giubilare (la cupola di San Pietro che accompagna la fuga della
MdP dagli schizzi ematici della casa in cui è stato appena ucciso Varani) a
guardare la vittima senza la facile condanna morale del giudicante. E anche se
spesso il film sembra sfiorare i confini degli in memoriam
commissionati dalle famiglie soprassedendo sui fatti più ambigui o
compromettenti (la ludopatia solo suggerita), resta l’originalità di un
approccio fortemente umanista e, persino, carico di speranza. Nell’era del true crime, talmente incistato nella nostra dieta mediatica da monetizzare collettivamente morti e dolori personali, il crimine vero per il regista è difatti
dimenticarsi di quella città dei vivi che continua a vendere dolciumi o portare
piatti ai matrimoni anche quando il loro affetto è stato ucciso per noia da due
persone che non meritano invece spazio narrativo. È in queste scene di
(impossibile) risveglio dal lutto o in quelle altrettante cariche emotivamente
della possibile fuga dal destino di morte – Luca che abbraccia il camioncino
del padre dopo aver partecipato per la prima volta al festino di Prato – che
Gabbriellini mostra uno sguardo sicuramente meno lucido di Lagioia ma molto più
compassionevole e necessario.
…L’operazione di Gabbriellini ha il merito di
interrogare la vicenda attraverso ciò che precede e circonda l’omicidio,
spostando l’attenzione dal semplice fatto criminale alle fragilità sociali,
culturali ed emotive che attraversano i suoi personaggi. Il film cerca nelle
relazioni, nella solitudine e nel bisogno di riconoscimento le coordinate di
un’esistenza contemporanea nella quale centro e periferia, appartenenza e
marginalità continuano a convivere.
Il
risultato conserva una notevole forza proprio quando rimane vicino a Luca e
alla sua vita. Alcuni passaggi avrebbero beneficiato di un approfondimento
maggiore, soprattutto nel rapporto tra la dimensione individuale e quella
sociale evocata dal film. La materia narrativa è enorme e Gabbriellini sceglie
una prospettiva precisa, concentrandosi sulla vittima e sulla sua umanità. È
una scelta che produce momenti intensi e rispettosi, sostenuti da un cast di
grande livello e da una regia capace di mantenere una distanza necessaria dalla
tragedia.
…se
c’è una vicenda in cui sarebbe importante cercare di capire cosa si cela dietro
l’orrore, è proprio quella di Luca Varani. Se dunque da un
lato è apprezzabile la scelta di focalizzarsi esclusivamente su Luca
e i suoi cari, dall’altro la mancata esplorazione dell’altro lato di questa
storia – ossia le figure di Marco Prato e Manuel Foffo,
qui ridotti a due personaggi del tutto anonimi – lascia un po’ d’amaro in bocca
e la sensazione di un’occasione sprecata.
Proprio
perché l’omicidio di Luca è stato così inspiegabile e
insensato, si sente la mancanza di un ancorché minimo tentativo di indagarne le
cause. E’ interessante in questo senso il fatto che i fratelli D’Innocenzo,
autori della sceneggiatura, abbiano disconosciuto il film, spiegando che Gabbriellini
ha apportato importanti modifiche allo script senza il loro consenso. Viene
dunque spontaneo interrogarsi su come fosse la sceneggiatura originale, se
esplorasse maggiormente le figure dei due assassini e se la sensazione che
all’opera manchi qualcosa dipenda dalle modifiche apportate dal regista.
Al
di là di tutto, comunque, La città dei vivi è un film
apprezzabile per intenti e realizzazione, con un cast molto azzeccato (Emanuele
Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi sono assolutamente
credibili e autentici; interessante, tra l’altro, è il fatto che il primo era
già stato tra i protagonisti di un film incentrato su un gravissimo caso di
cronaca nera italiana, ossia La scuola cattolica, che raccontava il
massacro del Circeo) . La sensazione, però, è che con un
materiale del genere si potesse fare qualcosa di più, e che nella realizzazione
dell’opera la prudenza e la sobrietà abbiano in qualche modo avuto la meglio
sulla volontà di scavare davvero.
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