giovedì 23 marzo 2017

ricordo di Tomas Milian

Il disprezzo (Le Mépris) - Jean-Luc Godard

in qualche cinema è ri-apparso questo film di Godard.
la versione italiana di pare che sia vergognosamente tagliata, e ho aspettato di vederlo come è stato pensato e girato ab origine.
l'attesa è stata premiata, senza alcun dubbio.
il produttore del film sembra contenere dentro di sé Carlo Ponti.
ah, quanto è stato preveggente Godard!
il suo film contiene anche un po' della grande bellezza di Sorrentino, la morte di Cinecittà è tristissima.
gli interpreti sono perfetti, Michel Piccoli e Brigitte Bardot sono una coppia perfetta, che dura poco, poi le cose della vita, del cinema, le scelte, i tempi, il detto, il non detto, tra le altre cose, li fanno allontanare, si apre un abisso fra i due.
Fritz Lang, che interpreta se stesso, è il vecchio saggio; il produttore Jack Palance è il padrone delle vite degli altri, potente e squallido come gli altri padroni, convinti che tutto si può comprare.
il film è pieno di citazioni di mille tipi, tra cui la frase dei fratelli Lumière, sul cinema come invenzione senza futuro, invece il film di Godard dimostra che i fratelli francesi avevano torto marcio, per nostra fortuna.
vogliatevi bene, cercatelo e guardatelo tutti - Ismaele







Attivista politico e giornalista, Moravia ebbe accesi contrasti con il regime fascista, per cui fu costretto ad allontanarsi da Roma. Tra il 1967 e il 1968 visse come corrispondente in Cina, Giappone e Corea, e i suoi articoli vennero raccolti nel libro La rivoluzione culturale in Cina. Nei suoi romanzi ha esplorato i temi della sessualità moderna, dell’alienazione sociale e dell’esistenzialismo. Romanzi come La noia e, appunto, Il disprezzo contengono i temi centrali che caratterizzano la visione profondamente critica che aveva della società a lui contemporanea: l’aridità morale, l’ipocrisia della vita moderna e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità. Godard nel suo film, riprende queste tematiche e in più trasforma la tragedia piccolo-borghese di Emilia e Paolo (i protagonisti del romanzo) in un’intensa riflessione metacinematografica tanto ironica quanto amara. Godard ci mostra il dissidio dell’uomo moderno e della sua tragica odissea, intrappolato nel conflitto tra arte e merce, tra la bellezza eterna del classico e il disincanto instabile della modernità.
Non a caso, difatti, c’è il forte legame con l’Odissea: in questa svendita della bellezza, che così va miseramente a perdersi, non resta altro che un disarmante senso di precarietà. Ulisse diventa l’emblema di questa instabilità, tragico eroe che non riesce a raggiungere la sua patria e, nel finale, si trova davanti solo il mare. Il diverbio tra il protagonista e sua moglie diventa lo spunto per l’idea di una reinterpretazione del poema: Ulisse, non amando più Penelope, volontariamente non ha voglia di tornare da lei e le intima di essere gentile con i suoi corteggiatori. Così il mito diventa raffigurazione della vicenda dei protagonisti, riducendosi a specchio di una banale routine, privo di grandi valori ed eroiche gesta. In questo scenario di conflitto tra arte e industria troneggia lo sguardo del cinema, personificato in Fritz Lang che pieno di sarcastica sfiducia osserva i personaggi di questa vicenda, i quali si guardano e si giudicano, emblema di una classicità imponente che non trova eco nella modernità consumistica, rappresentata dalla figura del produttore. Come due divinità essi si scontrano e si respingono, senza sbocchi di comprensione…

Le Mépris – che bello, il titolo in francese, più insinuante di quello italiano – c’è molta dell’audacia sperimentalista del suo autore, della sua voglia di esplorare e fabbricare il nuovo, e insieme c’è il massimo sforzo da lui mai tentato di avvicinarsi al cinema mainstream, di largo consumo. Nessun altro titolo godardiano cerca di essere un film (anche) da pubblico come questo, nel sogno forse impossibile di conciliare l’urgenza di una propria visione di cinema con quella dell’industria, un tentativo che non si ripeterà più nella carriera di JLG. Forse il massacro da parte di Ponti lo indurrà a ritrarsi, a optare per quel radicalismo, espressivo e anche di mezzi e modi di produzione, che ne farà il cineasta più rivoluzionario – in ogni senso – del secondo Novecento, anzi l’incarnazione stessa del cinema come rivoluzione. Se Il disprezzo non fosse stato stravolto dal suo produttore, se il pubblico ne avesse fatto un successo, forse avremmo avuto un altro Godard.
Certo che oggi si resta stupefatti di fronte alla ricchezza del film, alla sua pluralità di livelli e alla pluralità di letture e interpretazioni cui si presta. Al suo essere una sorta di laboratorio in cui Godard incessantemente sperimenta ed esplora. Trasformando anche i più scontati passaggi del plot – in fondo, si tratta della solita crisi di un amore, con corna e rinfacci e rimbrotti -  in occasione per inventare cinema. La sequenza iniziale, per dire: i due a letto, con BB nuda, e la macchina da presa a solcare il suo corpo, e insieme la voce di lei a classificare, nominare, elencare erotizzandole le parti di sé, è già un esempio folgorante. E la parte centrale, il cuore del film, il suo nucleo, con la coppia già disamorata che si aggira cercandosi, scontrandosi, evitandosi nell’appartamento romano di gelida modernità, e se ricordo bene con la macchina da presa a seguire in un lunghissimo, vistuosistico piano sequenza soprattutto lei (e qui, BB strepitosissima e assolutamente godardienne): una scena che distrugge ogni convenzione su come-si-racconta-una-coppia riportandola al tempo, al ritmo della vita così com’è. In un’operazione che non è bieco naturalismo, ma reimmissione del cinema nel flusso del reale (e viceversa)…

…Le sujet du Mépris est de regarder ce qui s'est passé dans un couple, non pas pendant des années comme dans le cinéma des scénaristes mais pendant un dixième de seconde, celui précisément où le décalage a lieu, où la méprise s'est installée pour la première fois. Ce dixième de seconde, à peine visible à l'œil nu, où les vitesses ont cessé d'être synchrones. Encore une affaire de montage : revenir sur la coupe pour trouver l'accord ou le désaccord. Et dans cette enquête sur un sentiment, il nous faudra revenir plusieurs fois sur le lieu du crime sur cette scène sans drame où Camille monte pour la première fois dans la voiture de Prokosch qui démarre d'abord lentement comme au ralenti, puis d'un seul coup en trombe devant Paul qui en sait quelle vitesse adopter. Et il ne faut pas s'étonner si cette enquête passe par L'Odyssée qui est aussi une affaire de trajectoire, de tours et de détours, de vitesses différentielles. La crise que Paul traverse c'est celle de quelqu'un qui s'affole car il n'arrive pas à trouver la bonne vitesse et qui se met à bouger par saccade dans tous les sens. Le pathétique du personnage, c'est qu'il cherche à fixer des sentiments avec des mots et que dans son affolement de ne pas arriver à comprendre (là où il n'y a sans doute rien à comprendre avec des mots qui ne renvoient qu'à eux-mêmes, mais tout à regarder, ce que Camille sait mieux faire que lui comme le prouve ce dialogue où il lui demande : "pourquoi tu as l'air pensive ?" Et où elle lui répond : "c'est parce que je pense, imagine-toi"), il se heurte précisément aux apparences, à la surface des choses où il n'a pas la patience, ni la sagesse de chercher la vérité. Dans cette précipitation à comprendre, il va se heurter à l'inertie de Camille qui sait elle que l'amour passe par une attention à la surface, comme le montre la fameuse scène d'ouverture aux masques et aux remparts dont s'entoure Jérémie Prokosch et à la sagesse suprême de Fritz Lang qui est celle des dieux, à la fois ironique et bienveillante, totalement réconciliée.
Comme le disait lui-même Jean-Luc Godard dans le compte-rendu de son film dans les Cahiers du cinéma d'août 1963 :
"le Mépris est un film simple et sans mystère, film aristotélicien, débarrassé des apparences, le Mépris prouve en 149 plans (176 après montage) que, dans le cinéma comme dans la vie, il n'y a rien de secret, rien à élucider, il n'y a qu'à vivre et à filmer"
Comment parler des choses les plus simples (l'émergence d'un sentiment, les différences de comportement) en les incarnant dans des images sublimes et définitives. Succession de plans magnifiques montés musicalement, les saccades désordonnées de Piccoli, les accélérations de Jack Palance et le rythme étale de Fritz Lang. D'une ligne à l'autre, il ne reste plus que l'intensité sans la substance, la vitesse sans la masse, l'émotion sans le pathos afin de saisir les différences de rythmes et de comportements (la sublime inertie de Bardot)
Pourtant Godard a pris grand soin dans son scénario de définir ses personnages :
Camille n'agit que deux ou trois fois dans le film. Et c'est ce qui provoque les trois ou quatre rebondissements véritables du film, en même temps que ce qui constitue le principal élément moteur.
Mais contrairement à son mari, qui agit toujours à la suite d'une série de raisonnements compliqués, Camille agit non psychologiquement, si l'on peut dire, par instinct, une sorte d'instinct vital comme une plante qui a besoin d'eau pour continuer à vivre.
Le drame vital entre elle et Paul, son mari vient de ce qu'elle existe sur un plan purement végétal, alors que lui vit sur un plan animal.
Si on se pose des questions sur elle, comme le fait Paul, elle ne s'en pose aucune. Elle vit de sentiments pleins et simples, et n'imagine pas de pouvoir les analyser. Une fois le mépris pour Paul entré en elle, il n'en sortira pas, car ce mépris, encore une fois, n'est pas un sentiment psychologique né de la réflexion, c'est un sentiment physique comme le froid ou la chaleur, rien de plus, et contre lequel le vent et les marées ne peuvent rien changer ; et voilà en fait pourquoi le Mépris est une tragédie.
Paul est d'un aspect un peu antipathique, dans le genre gangster de film, mais d'une antipathie sympathique, si l'on peu dire, secrètement attiré que l'on est par son côté renfermé, maussade, souvent provocateur, qui cache une âme tourmentée, rêveuse, qui se cherche elle-même. Avec l'argent qu'il gagnera, Paul espère pouvoir enfin se consacrer tranquillement à la pièce de théâtre qu'il médite depuis longtemps mais en est-il vraiment capable ? Son ambition change trop souvent de sens pour être vraiment pure. Du moins il pense que Camille pense peu à peu ça de lui et que c'est une raison supplémentaire qui alimente le mépris qu'elle a conçu pour lui. Sur ce point Fritz Lang dans les discussions qui les oppose l'un à l'autre au sujet des aventures d'Ulysse, lui fera la morale. La vérité s'opposera ainsi au mensonge, la sagesse à l'esprit brouillon, un certain sourire grec, fait d'intelligence et d'ironie, à un sourire moderne incertain, fait d'illusion et de mépris. C'est l'insécurité perpétuelle de Paul qui doit être touchante, car elle est néanmoins, malgré les apparences signe de candeur et de non-méchanceté. Jérémie Prokosch américain du nord, né à Tulsa, il y a environ 37 ans. Il a sauvé Francesca à la fin de la guerre d'un camp de concentration allemand et ne se prive pas de le lui faire sentir. Jérémie Prokosch est producteur par orgueil bien plus que par intérêt, comme la majorité des producteurs. Il a toujours dans sa poche ce que Francesca appelle sa bible, un petit livre plein de maximes, dont il se sert quand il est pris de court dans une discussion ; Jérémie Prokosch n'est ni homme ni dieu, amis comme tous les grands producteurs, seulement un demi-dieu, ce qui est sa force et sa faiblesse. Il voudrait comme Dieu, en effet, façonner les hommes à son image. C'est oublier dira Lang que ce ne sont pas les dieux qui ont créé les hommes mais les hommes qui ont créé les dieux !
Aujourd'hui, Fritz Lang, l'auteur de Mabuse, ressemble un peu à un vieux sage indien, sage serein, qui a médité longtemps et enfin compris le monde et qui abandonne les sentiers de la guerre aux jeunes et turbulents poètes.
Francesca Vanini est une jeune femme italienne d'environ 25-26 ans les cheveux noirs, l'air un peu eurasienne, vive et jolie. Elle parle quatre langues, le français, l'américain, l'allemand et l'italien naturellement. Elle escorte Jérémie Prokosch jour et nuit, et lui sert autant de secrétaire particulière que de chargée de presse pour ses firmes la Compagnie Cinematografica Minerva et la Jérémie Prokosch and Associates. Le film étant parlé en plusieurs langues, le rôle de Francesca sera de traduire simultanément les conversations à deux, trois ou quatre langues, suivant les nécessités du moment. Elle le fera de son propre chef, comme quelque chose d'admis sans que personne même ne lui demande. Sa voix, ainsi sera comme un violon supplémentaire qui paraphrase dans d'autres tons les mélodies des autres violons du quatuor formé par Camille et Paul Javal, Fritz Lang et Jérémie Prokosch
La deuxième partie du film se passe à Capri le seul décor utilisé est celui de la villa Malaparte avec, aux alentours, les énormes et grandioses blocs de rochers sauvages plongeant directement dans le royaume de Poséïdon, lequel, ne l'oublions pas, est l'un des seuls dieux à ne pas aimer Ulysse et à ne pas le protéger. C'est pour cette raison que la situation géographique de la villa est importante. Seul face à la mer, elle renforcera l'idée d'un monde odysséen, en lui donnant une réalité et une présence quasi palpable. Toute la deuxième partie sera dominée du point de vue couleurs par le bleu profond de la mer, le rouge de la villa et le jaune du soleil, on retrouvera ainsi une certaine trichromie assez proche de celle de la statuaire antique véritable. Dans tout le film, le décor ne doit être utilisé que pour faire sentir la présence d'un autre monde que le monde moderne de Camille, Paul et Jérémie Prokosch. Les scènes de l'Odyssée proprement dite, c'est à dire les cènes que tournent Fritz Lang en tant que personnage, ne seront pas photographiées de la même façon que celles du film lui-même. Les couleurs en seront plus éclatantes plus violentes, plus vives, plus contrastées, plus sévères aussi, quant à leur organisation. Disons qu'elles feront l'effet d'un tableau de Matisse ou Braque au milieu d 'une composition de Fragonard ou d'un plan d'Eisenstein dans un film de Rouch. Disons encore que d'un peint de vue purement photographique, ces scènes seront tournées comme de l'anti-reportage. Les acteurs y seront très maquillés. La lumière du monde antique tranchera ainsi par sa dureté par sa netteté de celle du monde moderne où s'agitent nos héros (ou plutôt nos pantins- car les héros ce sont Ulysse et ses compagnons
Contrairement au roman, le temps n'est pas fragmenté en une série de petites scènes s'étalant sur plusieurs moins, mais composé de quelques longues scènes s'espaçant sur une durée de quelques jours. Il s'agit, dans le film, de raconter l'histoire à la fois du point du vue de chaque personnage, surtout Paul et Camille et d'un point de vue extérieur à eux et c'est ici que le personnage de Fritz Lang prend toute sa valeur.

martedì 21 marzo 2017

Chevalier – Athina Tsangari

un gruppo di uomini su uno yacht, per una vacanza.
solo uomini, alcuni servi, altri i privilegiati.
si tratta di gente potente, uomini affermati, con mille debolezze, che non accettano.
le donne sono qualcosa di lontano, che esistono solo perché possono essere utili, in qualche modo, ma sono inferiori, si capisce.
per passare il tempo fanno giochi da deficienti, come si fanno nel mondo, e gareggiano per scoprire chi è il migliore, anzi per capire ed evidenziare i meno forti, in qualsiasi cosa.
sono degli infelici, questi potenti impotenti, in certi momenti il film di Athina Tsangari sembra essere una specie di Perfetti sconosciuti, con più tragedia e meno commedia.
c'è anche una voce inquietante, che guida lo yacht, una specie di deus ex machina, un capitano in carne e ossa o un pilota automatico-computer, chissà.
un film che non lascia tranquilli, una specie di apologo tristissimo sullo stato del genere umano maschio, non è una passeggiata e c'è poco da ridere, ma merita - Ismaele







…Quello di oggi è un film dalla trama inattesa e intrigante. Ci fa sorridere per le tante situazioni che sorgono e per gli inevitabili infantilismi che emergono, e ci inquieta per le assurde tensioni che scoppiano sullo yacht a dimostrazione che anche un banale gioco sia in grado di scardinare vecchi (e giocosi) equilibri e tramutarli in una gara senza esclusione di colpi, potenzialmente rischiosa. Quando le preferenze e le abitudini iniziano ad essere esaminate al microscopio, una sorta d’istinto animale, un riflesso incondizionato esplode e dà il via ad una serie di piccole catastrofi.
CHEVALIER è una bella esplorazione del maschio del nuovo millennio (probabilmente involontaria) ed è sicuramente un’istantanea delle invidie e debolezze insite in tutti noi. Tra una sottile battuta e l’altra, nessuno uscirà indenne da quello che ben presto si rivelerà essere un gioco al massacro senza un vero vincitore.
Ancora una volta il cinema ellenico si è dimostrato una bella sorpresa. L’opera è gradevole e coinvolgente, ha un buon passo e i dialoghi attingono al reale. Peccato non aver sfruttato lo spazio ridotto per spingere su claustrofobia e suspense, ne sarebbe uscito un film esplosivo. In definitiva: imperfetto ma da vedere.

Chevalier ha parecchio del nuovo cinema di Atene, l’impassibilità con cui si osservano i personaggi – insetti da laboratorio entomologico -, l’esplorazioni di microcosmi in cui la normalità trascolora nel patologico e vi si confonde. Un gruppo di amici decide di imbarcarsi su uno yacht per una partita di pesca e immersioni nell’Egeo. Solo uomini. A bordo anche il maggiordomo-chef e il suo assistente. Per ammazzare il tempo si inventerà un gioco, quello di assegnare dei punti non solo alle abilità (sportive, mentali ecc.) di ciascuno, ma anche ai suoi comportamenti, alle sue eventuali manie, lacune, ossessioni. Non ci vuol molto perché l’apparente armonia si spezzi e faccia emergere rivalità distruttive, apra linee di faglia all’interno del gruppo. Tutto è lecito pur di accumulare punti e farne invece perdere gli avversari. Si penetra di notte nella loro cabine a scoprire segreti ben celati, si impone che le telefonate siano pubbliche in modo da poterne giudicare il tono e l’efficacia…

…Chevalier è un film piatto e di una crudeltà precotta, che manca totalmente di coraggio, di velleità umane, di qualsivoglia intento eversivo. Mentre i protagonisti costantemente si giudicano con tanto di blocco degli appunti, l’unica idea che riesce a emergere è quella di un cinema insincero che, con la spocchia di chi si sente senza peccato, pontifica opinabili verità dal proprio palco sopraelevato. Una distanza quasi fisica, dalla quale osservare la marcescenza degli uomini senza rischiare che una sola goccia del loro sangue osi sporcare la macchina da presa, né chi la muove. Una concezione profondamente reazionaria del mezzo che, per noi cresciuti con la simpatetica, onesta e straziante umanità di Alberto Grifi, risulta semplicemente insopportabile e oltraggiosa. Perché all’origine dell’occhio sta sempre una lacrima, ma lo sguardo di Athina Rachel Tsangari si rivela glaciale, alieno, arido. Disonesto, e per questo da rifiutare.

… La realizadora helena usa la cámara como si fuera un bisturí, para ir mostrándonos los comportamientos básicos de un hombre cualquiera de mediana edad. Su mirada es incisiva, irónica, y sobre todo, muy divertida. Todo con el sano objetivo de poner en relevancia la estupidez del género masculino. Crea imágenes de gran belleza, con precisos encuadres, que ponen de relevancia su pesimista visión, porque para ella los varones no tenemos solución, y lo comparto plenamente. Es un mundo cargado de rivalidad y testosterona, donde se antepone la violencia a la negociación. Los seis personajes irán al límite para poder ganar. Para ello no dudarán en usar la violencia psicológica, la física, la manipulación o la traición. En la naturaleza del varón está ser competitivo. A ello debemos sumar otro pequeño detalle, que al varón se le educa para que no admita públicamente sus inseguridades psicológicas, profesionales o personales. De ahí la necesidad del reconocimiento social.
Finalmente, le da un giro de complejidad al guion para pasar de la crítica social a la política. De tal forma que introduce tres personajes más que encarnarían la clase proletaria, frente a la burguesa encarnada por los seis jugadores. Ahí es donde el discurso se vuelve más pesimista. Por todos estos motivos os recomendamos esta genialidad de la cinematografía griega.

Symbole de richesse et de pouvoir, le yacht permet un huis-clos que les scénaristes rendent pourtant physiquement caduc en amarrant le bateau à Athènes. L’absolutisme, aveugle, de l’engagement des personnages à terminer le jeu est alors le révélateur d’une névrose sclérosant la société dans son ensemble. Forte de témoigner de l’infantilisme des hommes (de l’homme), la réalisatrice joue habilement avec la notion même de masculinité qu’elle confronte à d’indépassables tabous : l’impuissance, l’infertilité et, certainement la pire de toute, la contraception féminine. Au-delà, elle met en scène la promiscuité entre les personnages en s’en jouant avec délice, flirtant avec l’homoérotisme et s’amusant d’une homophobie latente.
La dynamique de cadrage et le sensationnel travail sur le son participent à la mise en place d’un climat qui renforce l’impression de huis-clos tout en en soulignant le paradoxe. Parallèlement Athina Rachel Tsangari observe l’arène, nous fondant à son regard d’anthropologue. La musique rythme le film au fil d’une partition magnétique, tantôt hypnotisante tantôt invraisemblable – et dès lors fascinante. Aux résonances de Patrick Cowley répondent celles de Marilena Orfanou tandis que Tchaikovsky côtoie Petula Clark dont le titre « Let it be me » est utilisé avec brio. Notons encore que la réalisatrice nous offre la scène de playback la plus savoureuse qui soit en employant superbement « Loving You » par Minnie Ripperton. Enfin l’ensemble du casting, nous confrontant à la folie de l’ordinaire, est remarquable.

…Con il suo ultimo lungometraggio Athina Tsangari mette in scena un universo maschile tetanizzato dal panico da prestazione, dalla necessità di essere sempre “il migliore”. L’unica cosa che conta è vincere, sempre e comunque.
Le sfide lanciate possono essere apparentemente banali (montare nel minor tempo possibile una libreria Ikea) oppure indecentemente intime (chi avrà la miglior erezione?), sorta di barometro dell’ipotetica “coolitudine” umana. Chevalier propone un universo fatto di assurdità senza freni, di situazioni al limite dell’assurdo che diventano però, grazie allo sguardo acuto e irriverente di Athina improvvisamente razionali e logiche.
I comportamenti sociopatici e a tratti patetici dei nostri eroi del Mar Egeo si dissolvono nell’universo finzionale della nostra regista greca fino a diventare limpidamente verosimili. Lo spettatore è totalmente libero di interpretare gli atteggiamenti dei protagonosti che possono apparire al contempo: irritanti, commoventi o osceni. Il legame che li unisce rimane un altro grande mistero del film, così come il motivo che li ha spinti a partire in vacanza insieme. Tutto è deliziosamente sfuocato e permeabile, sorta di universo parallelo fatto a bivi dove il finale rimane aperto.
Un film terribilmente realista dallo humor irresistibile.

…Premessa e ambientazione sono tutto. Forza, schiavitù e dannazione del film. In questo yacht e da questo gioco non c'è scampo, nè possibilità di fuga o deviazione. Nasce come demolizione dell'uomo, della sua competitività e del suo orgoglio e finisce a demolizione e ridicolizzazione concluse. Non proprio un gioco al massacro, non c'è la giusta crudeltà. La forza che si poteva percepire inizialmente data dai peggiori istinti che emergono per via della competizione e del giudicare liberamente gli altri si stempera nella comicità pura, in percorsi inspiegabilmente tutti uguali, tutti ugualmente diretti al dissolvimento, lasciati andare in quell'unica  direzione come se la regia non ne avesse il controllo. Ed è un peccato. Perché in gran parte,  oltre alla comicità, funziona anche il gioco psicologico, l'addentrarsi nelle dinamiche del confronto a carte scoperte con l'altro. Le diverse personalità sono delineate con chiarezza e si accostano l'una all'altra creando a volte un'atmosfera incerta e sospesa in cui anche la chiacchierata più informale sulla ricetta di un'insalata risulta un'indecifrabile combinazione di manifestazioni vere e studiate, del mettere in mostra le proprie competenze o anche del farsi vedere a proprio agio davanti a ciò che non si conosce. Allo stesso modo anche i gesti più umani, le rassicurazioni di amicizia e la sportività dimostrate durante le gare si tingono per buona parte dell'opera di questo apprezzabile dubbio. Poi però, come dicevo , si sceglie la ridicolizzazione completa e il dubbio sparisce, ma sparisce con lui anche la  forza dei personaggi e del loro percorso, in buona sostanza lasciato andare alla deriva…

lunedì 20 marzo 2017

The Cow (Gaav) - Dariush Mehrjui

film del 1969, che sembra arrivare da un altro mondo.
in un poverissimo villaggio dimenticato da dio e dal mondo, ma non dai banditi, che sono una presenza inquietante, sembra che l'unica ricchezza e gioia sia una vacca, che aspetta un figlio.
Hassan la tratta meglio di qualsiasi essere umano, la cura più della moglie, quella vacca è la ragione della sua vita.
quando la uccidono impazzisce.
sembra un film girato da Ernesto De Martino, o un suo discepolo.
ma chi ha ucciso l'animale?
un bianco e nero bellissimo, una storia che non ti dimentichi, un piccolo grande capolavoro - Ismaele





QUI il film completo sottotitolato in inglese




…Not only is Dariush Mehrjui’s The Cow a great film, it is one of the most important one’s in Iranian history. It was made during the Iranian Revolution, obviously a time of great political turmoil in Iran. The only reason why it was even distributed was because Ayatollah Khomeini was reported to have liked it, thereby allowing it to be shown in theaters. But even then, it had to be smuggled out of the country in order for it to be shown at the 1971 Venice Film Festival. But from that moment on, the face of Iranian cinema would be forever changed. Many believe that it sparked the Iranian New Wave. But what we do know is that it inspired such legendary directors as Abbas Kiarostami. Mehrjui’s use of realism and symbolism would become defining characteristics of Iranian cinema. And all of these influences can be seen in The Cow. It’s amazing how such a simple story can spark such a great cultural uprising. Like the death of Hassan’s cow, the release of The Cow would create a personal redefinition of its viewer’s sensibilities. Thankfully, instead of driving them insane, it made them realize that Iran had the potential to become one of world cinema’s most powerful voices.

…The distressing factor of the film is not just Hassan’s descent into madness; it lies in how the village community reacts to it. As they repeatedly find themselves in a situation unable to address (or find solution to) Hassan’s mental illness, the community slowly seem to give in to his illusion. As the man is stripped off his identity, the villagers overstep their boundaries to reach for some kind of resolution. At the end, the rebelling man/animal becomes a just a burden to be abolished. This disturbing notion is sharply expressed in the climax when Islam loses his senses to treat stubborn Hassan as an animal (‘get going you beast!, he shouts). The movie’s success also belongs to the stupendous performance of Ezzatolah Entezami in the central character.
The Cow aka Gaav (100 minutes) is a seminal work of Iranian cinema which served as the precursor to the nation’s post-revolutionary cinema of Mohsen Makhmalbaf, Abbas Kiarostami, etc. The film could serve both as a touching cinematic experience and contemplated deeply from a philosophical point of view.

…The film does not require subtitles. It's visual. It's simple. The story is set in a remote Iranian village, where owning a cow for subsistence is a sign of prosperity. The barren landscape (true of a large part of Iran) reminds you of Grigory Kozintsev's film landscapes as in Korol Lir (the Russian King Lear) where the landscape becomes a character of the story.
The sudden unnatural death of the cow unsettles the village. Hassan, the owner of the cow, who nursed it as his own child, is away and would be shocked on his return. Eslam, the smartest among the villagers, devise a plan to bury the cow and not tell the poor man the truth. Hassan returns home and is soon so shocked that he loses his senses. He first imagines that the cow is still there and ultimately his sickness deteriorates as he imagines himself to be the cow, eats hay, and says "Hassan" his master will protect him from marauding Bolouris (bandits from another village). Eslam realizes that Hassan needs medical attention and decides to take him to the nearest hospital. He is dragged out like a cow. "Hassan" is beaten as an animal as he is not cooperative to the shock of some humanistic villagers. The demented Hassan, with the force of an animal breaks free, to seek his only freedom from reality--death.

venerdì 17 marzo 2017

Il prezzo della gloria (La rançon de la gloire) - Xavier Beauvois

un film che non ti immagini, attori bravissimi e convincenti, mai sopra le righe, neanche Benoît Poelvoorde.
una storia di sfigati con l'anima un po' chapliniana, che tentano il colpo grosso, ma le cose non finiscono come nei film, o forse sì.
un film che merita, divertente con un retrogusto amaro, o viceversa.
buona visione - Ismaele





La scommessa di Beauvois è proprio quella di raccontare questa vicenda coi toni chapliniani di una favola moderna dove prevale il candore dei personaggi. Le loro azioni che sconfinano nell'illegalità hanno un nobile scopo e, pur sbagliando, non potranno che meritarsi un bel happy end come nei più grandi successi del regista inglese. La recitazione di Poelvoorde, molto fisica, inventa gag da cinema muto (come quella dell'antenna della televisione) e la regia di Beauvois esalta questa visone "chapliniana" con riprese quasi sempre fisse e frontali.
Il risultato è tutt'altro che scontato: un film che si fa volere bene proprio per questa semplicità lontana da qualsiasi intellettualismo. Il tutto è impreziosito da una serie di comprimari ben caratterizzati e in parte (come il personaggio di Peter Coyote) e da una colonna sonora trionfale e squillante che si diverte ad arrangiare le musiche de "Il monello" e "Luci della ribalta". 
Il finale con l'apparizione del circo (Chiara Mastroianni) è la conferma che la visione della vita gioiosa e spensierata di Eddy ha avuto la meglio.

Non so quanto Beauvois ci abbia pensato, ma quel che viene fuori è un film come ormai se ne vedono pochi. Intendo, un film sanamente e solidamente tradizionale, senza fanfaluche e fuffe avanguardistiche, con uso di campo e controcampo e qualche piccola carrellata solo quando serve, senza narcisismi autoriali, e niente uso smodato e incontinente della camera a mano. Una storia buona, e scritta come Dio comanda, una regia senza frilli che si mette al servizio della narrazione. Poi, gli attori. Perfettamenti scelti, benissimo diretti. Perché il cinema, come sapevano bene i tycoon della Golden Age di Hollywood, è fatto in primis di una buona storia e di buoni interpreti. La rançon de la gloire fila via dritto come un fuso per le sue due ore, c’è solo qualche incertezza da parte di Beauvois dopo che il colpo, chiamiamolo così, è stato eseguito, ma il film vien rimesso subito in pista con gran mestiere. Si vede che il regista ama quello che ci racconta, ama i suoi due protagonisti poveri e parecchio sprovveduti, ama quella loro marginalità che è anche, in qualche modo e pasolinianamente, innocenza, ama la loro goffaggine da povericristi alle prese con qualcosa di troppo grosso per loro. Fa del cinema nel cinema, mostra Chaplin e progressivamente conforma il suo film sul modello chapliniano, in un’operazione linguisticamente alquanto sofisticata, ma senza metterla giù dura,senza darlo troppo a vedere, senza atteggiarsi a Grande Autore…

…Ben sostenuto dai sempre bravi Poelvoorde e Zem, La rançon de la gloire presenta alcune gag davvero riuscite ma anche dei personaggi secondari buttati via o ridotti a macchietta. E se qualche risata la strappa senza fatica, di certo non riesce a suscitare alcuna riflessione. Ma forse è un film che non aveva realmente altre pretese se non intrattenere, forse ciò che dà l’impressione di poter essere non interessava davvero gli autori. E allora non si può dire che sia riuscito male, né che guardarlo sia tempo perso. Di certo, però, non ci si deve aspettare qualcosa di memorabile.

…Il film non ha particolari exploit, ma si dimostra molto equilibrato, sia nel delineare i due amici, che non potendosi concedere il lusso di avere finanziamenti dalle banche  (come desidererebbe Osman per curare la moglie a far studiare la figlia) e di potersi riscattare in modi semplici e onesti, decidono di fare il grande passo del rapimento con il maldestro riscatto, tralasciando le inevitabili conseguenze di arresto, gestite più dal maggiordomo della famiglia Chaplin, che non dagli investigatori svizzeri.
L’equilibrio riguarda anche il modo di proporre al pubblico un film del genere; è tra il lugubre e il cinico, tra la punta di ironia e la speranza di una nuova vita.
Questo film molto blando, da anche la possibilità di un riscatto; i giudici cercano di capire i veri motivi che hanno spinto i due a compiere tale gesto, quando la figura di Charlie Chaplin affascina ancora il pubblico, e provoca nostalgia.
In una pellicola, che contiene al suo interno lunghi silenzi (anche troppi, sembra che non sapevano come occupare il tempo per certi versi) a volte occupati dalla colonna sonora incalzante, si rivela una piacevole visione senza impegno, che vede protagonisti Benoît PoelvoordeRoschdy ZemSéli Gmach, Chiara Mastroianni, e Nadine Labaki.


giovedì 16 marzo 2017

Quelle pellicole scomode a Raggi e Pd

Da bene confiscato alla mafia a spazio comune. Questo il lungo percorso che ha attraversato il Cinema Aquila a Roma, grazie alla presenza di un territorio che, nel corso degli anni, ha dapprima denunciato la presenza della banda della Magliana portandolo alla confisca da parte del Comune e, in tempi più recenti, ha contestato i due bandi mandati volutamente a vuoto nel tentativo di un’assegnazione diretta. Un percorso a cui oggi si aggiunge un’ulteriore ed inedita parentesi: quella della censura.
Tutto ha inizio due giorni fa quando il presidente del V Municipio di Roma, Giovanni Boccuzzi, pubblica un comunicato stampa nei portali istituzionali in cui si annuncia il blocco del tavolo partecipato che vedeva cittadini e municipio collaborare alla programmazione del Nuovo Cinema Aquila. Un percorso innovativo che poteva rendere l’esperimento del cinema un modello esportabile di reale partecipazione dal basso, un laboratorio di democrazia in dialogo e un luogo aperto di confronto tra cittadini ed istituzioni.
Le presunte ragioni della revoca del tavolo sarebbero l’infrazione da parte dei cittadini di alcune regole, nella fattispecie, la pubblicizzazione della programmazione prima dell’approvazione del Municipio, di fatto inspiegabile vista la costante presenza del Municipio in quello stesso tavolo. Si tratta di un’argomentazione assolutamente pretestuosa, non a caso coincidente con unamozione municipale votata dal Pd che chiedeva la revoca di tre film internazionali (The wanted 18This is my land… Hebron, The salt of the sea) e di uno spettacolo teatrale (Mi chiamo Rachel Corrieche denunciano l’apertheid del popolo palestinese, mozione che ha visto l’astensione in blocco del M5S.
Oltre a questo, la censura è dovuta anche alla presenza in calendario dell’anteprima di “Piccolo Mondo Cane”, un documentario sull’autogestione del canile comunale della Muratella portato avanti dagli ex lavoratori: in un’email inviata a SCCA dall’assessora Maria Teresa Brunetti se ne annunciava la cancellazione a causa della posizione espressa in un post su Facebook degli ex lavoratori che contestava l’operato della sindaca Virginia Raggi riguardo alle sorti del canile.
Per tutta risposta il Municipio V lunedì 13 marzo pubblica un programma settimanale integralmente diverso e mai condiviso nei tavoli partecipati. I cittadini, le associazioni e le realtà sociali che hanno fin’ora contribuito al percorso delle aperture confermano invece la programmazione stabilita pubblicamente ed in presenza dello stesso municipio, invitando alla massima partecipazione.
Per giovedì 16 marzo, alle ore 19, è convocata un’assemblea pubblica all’interno del cinema.

mercoledì 15 marzo 2017

Alice nelle città – Wim Wenders

un film da niente, una storiella leggera leggera, direbbe chi legge la trama, e si ferma lì.
perché poi il film è un capolavoro, il tempo lo fa splendere ancora di più.
la storia di un uomo e di una bambina, un gigante buono e una bambina che deve tornare a casa, la mamma è un po' incasinata e consegna la bambina per il ritorno, come se fosse un pacco postale.
solo che i due protagonisti sono vivi e diventano complici e amici, ogni giorno di più.
astenersi quelli che "...non reggo i film in bianco e nero", quelli che "... senza un po' di violenza e di sesso che film è?".
cercatelo e godetene tutti - Ismaele

una curiosità: nello stesso anno è uscito un altro gran film, Paper Moon, protagonisti una bambina e un uomo, anche loro in movimento.




Questo film merita l’appellativo paradossale di “classico del cinema moderno”. Infatti, da una parte costituisce un caposaldo della cosiddetta modernità cinematografica, ossia quell'estetica del filmare aperta, episodica, sdrammatizzata e anti-narrativa suggerita da alcuni autori italiani a partire dai tardi anni 40 (Rossellini, Antonioni) e messa in atto radicalmente e sistematicamente da tutta una serie di nuove leve, in giro per il mondo (dalla Francia al Brasile, dal Giappone alla Cecoslovacchia) nei primi anni 60; dall’altra, tuttavia, questo di Wenders è un film talmente nitido e risoluto nel distendere il suo tappeto tematico che, a differenza di tante “imperfette” opere moderne, può contare su quella chiarezza di intenti propria del cinema classico. E’ curioso (e un pochino sconfortante) constatare come lo stesso Wenders sarebbe stato, nei decenni successivi, fautore di un cinema spesso prolisso e ridondante, agghindato di futili orpelli poetici per coprire quella che è stata (e continua ad essere, vista la sua valenza profetica) una delle grandi conquiste della cinematografia contemporanea: la riflessione sul rapporto fra realtà e rappresentazione (filmica, fotografica, scritta). Un tema trattato da tanti autori, ma nessuno con la sagacia e l’acume di Wenders. Sagacia ed acume che, sfortunatamente, si accompagnano ad una leggerezza di sguardo solamente in alcune sue opere, specialmente quelle dei primi anni 70. In “Alice nelle città” c’è tutto ciò che Wenders aveva di dire e avrebbe detto nelle sue (troppe) opere successive, nonostante certa critica lo faccia passare per eclettico ed ambizioso…

Philip Winter è serafico, laconico, solo all'inizio del film, incalzato da una sua amica che lo accusa di aver perso se stesso (motivo per cui scatterebbe foto senza sosta, per fissare la propria identità), afferma di voler proseguire il suo viaggio, senza conoscerne la meta; e, forse, questa è l’unica condizione preliminare possibile per un mutamento vero: non sapere esattamente dove si andrà a parare, mettendosi sulla traccia di un Evento, rispetto alla cui globalità e infinità si è solo degli ‘operatori’ finiti e locali, ma ostinatamente determinati. Dov'è la casa di Alice? Perché la mamma è sparita? E, soprattutto, perché Philip si porta dietro la bambina, senza che abbia alcuna responsabilità nei suoi confronti? Un destino da qualche parte è già segnato, aspetta solo che, con la nostra azione, se ne completi il percorso. Un Wenders crepuscolare, disarmato, fa mostra di sé e del proprio itinerario, in un rapporto di completa sincerità con il pubblico, cui non cessa di mostrarsi per quello che è, senza alcuna sovrastruttura che faccia da filtro…

En el guion, Wenders, inspirado por la lectura de un relato de Peter Handke, Carta breve para un largo adiós, colaboró con Veith von Fürstenberg creando un libreto en el que lo pequeño nos lleva a lo más grande. Solo en la celebrada Paris, Texas (1984) y en algunos momentos de El cielo sobre Berlín (Der Himmel über Berlin, 1987) Wenders lograría alcanzar tales cotas de emoción. El final de Alicia en las ciudades se nos mostrará con la misma sencillez que el resto de la aventura: los dos protagonistas asomados por la ventanilla de un tren dejando que el viento azote sus rostros. Quizá el último momento de libertad que Alicia y Phil disfruten juntos.



lunedì 13 marzo 2017

Il diritto di contare (Hidden figures) - Theodore Melfi


ottimi interpreti (tra cui due che erano anche in Moonlight, e un rinato Kevin Kostner, e tutte le altre e gli altri) per una storia nascosta che finalmente possiamo conoscere tutti.
dietro un grande astronauta c'è una grande donna nera che fa i conti giusti per farlo tornare sulla Terra, e lui lo sa.
erano anni in cui il KKK bruciava i neri, e tornare a casa ogni sera, tutto intero, per un nero, non era semplice come per un bianco, oggi anche, ma nel 1961 e 1962 era difficile davvero.
solo pochi anni prima un medico nero, Charles Drew aveva "inventato" la trasfusione (qui), e poco dopo un genio al contrario aveva deciso che non si poteva mischiare il sangue dei neri e quello dei bianchi.
nel film il direttore della Nasa decide che i bagni separati dovevano sparire.
io lo farei vedere in tutte le scuole, lo possono capire tutti - Ismaele

ps: proprio oggi leggo qui la storia di Cecilia Payne-Gaposchkin








...Il diritto di contare mette in scena efficacemente il razzismo e il sessismo ordinario dei bianchi, concentrandosi sui drammi silenziosi che muovono la Storia in avanti. Suscettibile di incontrare il favore di un largo pubblico, Melfi sa bene quando spingere l'emotività dislocando lo sguardo sul romance di Katherine e James, Il diritto di contare segue la storia dell'esplorazione spaziale americana attraverso lo sguardo di tre eroine intelligenti e ostinate che hanno cambiato alla loro maniera il mondo. Hanno doppiato la 'linea del colore', inviato John Glenn in orbita e Neil Armstrong sulla Luna.

Film come Il Diritto di Contare sono forse l’unica categoria che invece che portare avanti un discorso ne ratifica la sua vittoria. Non si produce un film così, non si scrive e poi racconta una storia simile, con questo tono e questa sicurezza nell’assegnare colpe e meriti, se i fatti e i problemi messi sul piatto non sono già ampiamente digeriti, discussi, accettati e inglobati dalla società che poi riceverà il film. Questo non è il cinema di rottura, è semmai quello che presenta allo spettatore l’opinione che questi già ha in una forma affascinante, per confermare il suo pensiero tramutandolo in grande epica.

Il film è quasi interamente ambientato tra il 1961 e il 1962 e racconta parte della storia di queste tre donne (l’attenzione è focalizzata soprattutto sulla figura di Katherine Goble Johnson), attraverso la narrazione degli eventi che portarono al lancio in orbita di John Glenn. La ricostruzione degli aspetti scientifici è accurata, mentre l’aderenza ai fatti storici viene parzialmente messa da parte per esigenze sceniche. La West Area Computing Unit, per esempio, è ancora attiva nel 1961 e le leggi segregazioniste sono in vigore anche all’interno della NASA, tanto che Katherine Johnson, magistralmente interpretata da Taraji P. Henson, dopo aver cominciato a lavorare nello Space Task Group è costretta a percorrere un chilometro a piedi per poter raggiungere l’unico bagno riservato alle persone di colore. Mary Jackson (Janelle Monáe) si rivolge addirittura a un tribunale dello stato della Virginia per poter seguire i corsi serali che le consentiranno di diventare ingegnere, quando in realtà – come abbiamo visto – si era limitata a chiedere un permesso speciale al comune di Hampton, mentre i lavoratori bianchi del Langley Research Center sono dipinti come più razzisti di quanto non fossero in realtà; su tutti Paul Stafford, l’odioso ingegnere capo dello Space Task Group, interpretato dall’ottimo Jim ‘Sheldon Cooper’ Parsons. Insomma, gli sceneggiatori hanno scelto di accentuare le difficoltà e gli ostacoli delle protagoniste in modo da dare più risalto al loro coraggio e alla loro tenacia, a discapito dell’accuratezza storica. Tali libertà narrative, che sarebbero state inaccettabili in un documentario, sono però perfettamente comprensibili in un film come questo, e anzi ne costituiscono uno dei punti di forza. In questo modo l’impatto emotivo della storia è decisamente più forte e il film riesce, in sole due ore, a trasmettere tutta la sofferenza e la tensione dietro decenni di segregazione razziale. Per queste ragioni, Il diritto di contare è sicuramente un film riuscito, in grado di rendere perfettamente l’atmosfera di un periodo storico estremamente complesso, in cui le tensioni politiche della guerra fredda si intrecciano con le speranze della corsa allo spazio e la stupidità del razzismo non può che fare un passo indietro di fronte al genio di tre donne eccezionali.

A nosotros como espectadores también nos llena el alma ver películas como Hidden Figures. Aun siendo inofensivas, son importantes. Aun arriesgándose a ser inocentes y casi fantásticas (es una adaptación, y las mismas no pueden ser 100% fieles a la realidad), logran el objetivo primordial: reconocer la historia y permitirnos conocer personajes admirables que deberían ser nuestros ideales. Hoy el racismo es un hecho, no tan marcado como hace cincuenta años pero tampoco es un hecho menor. Pensar que estos ideales pueden ser mujeres afroamericanas será algo difícil de aceptar y, para algunos, será hasta vergonzoso. Pero quizás el espectador común podría aprender a cambiar un poco su mentalidad y ser más tolerante. Si este es un objetivo de quienes hicieron Hidden Figures, estoy seguro que de alguna forma y en alguna medida, será logrado.

La película es, como casi todos sus personajes, adorable. Es divertida, graciosa, tiene un gran ritmo y consigue su objetivo ideológico de punta a punta. El racismo y el machismo de aquella época hoy se ve como algo tan absurdo que no hay riesgo alguno en atacarlo y pasarle por encima. No hay polémicas en la película, todos estamos del mismo lado. Sí hay conflictos, angustia, pero que transcurra en el pasado ayuda a sentirse menos preocupado. Claro que funciona como una denuncia de la actualidad, pero jamás es agresiva y, tal vez por eso, muchísimo más efectiva. 
Es imposible no querer a las tres protagonistas, es complicado no lagrimear frente a los grandes momentos de la película, está fuera de discusión que cuando aparece Kevin Costner todos sabemos que es para hacer el bien y nada más que el bien. Esta no es la clase de películas que suele recibir premios porque el público es su gran objetivo. Pero si la coyuntura política le da nominaciones a Talentos ocultos y no a otros bodrios bajadores de línea de años anteriores, bienvenidos sean los premios. Gane o pierda, el objetivo político y cinematográfico lo logró con creces. Y sí, está basada en una historia real, lo que nos advierte con tiempo que debemos reservar nuestros pañuelos para el momento en el cual aparezcan los títulos del final con fotos y todo lo que uno imagina.

…il film non vende la sua anima, morde a più riprese mostrandoci tutti i modi più sottili in cui si manifesta il razzismo, anche nei modi apparentemente gentili di una Kirsten Dunst, o in quelli più spietati di Jim Parsons, e mostra poi la bellezza e l'importanza della matematica con tutto il suo fascino, e qui, gioca un ruolo importante e salvifico, un redivivo Kevin Kostner.
Aiuta così una colonna sonora decisamente black e decisamente anni '60 che pare uscita e curata da un episodio di Scandal, aiuta una ricostruzione degli abiti e delle scenografie di quegli anni davvero impeccabili.
Aiuta soprattutto una regia frizzante, che sa quando permettersi siparietti più leggeri tra tensioni innegabili, che sa evidenziare e sottolineare bene il periodo storico, l'importanza delle missioni speciali.
A fare la differenza, ovviamente, il trio di protagoniste d'eccezione dove alla candidata agli Oscar Octavia Spencer, più marginale, si preferisce la camaleontica Taraji P. Henson, vera sorpresa rispetto al ruolo tamarro interpretato nella serie Empire e la volitiva e combattiva Janelle Monáe, che dopo la piccola presenza in 
Moonlight è ormai lanciata nell'olimpo di Hollywood.
Così facendo, Il diritto di contare è un film che si mantiene in perfetto equilibrio tra film educativo e di intrattenimento, tra film informativo e di denuncia. E raccontando la storia di chi è rimasto per troppo tempo nell'ombra, senza diritti, appare tristemente e purtroppo, attuale.