sabato 11 marzo 2017

Jackie – Pablo Larraín

un film strano, questo di Pablo Larraín.
per la prima volta gioca in trasferta, come qualche tempo prima è capitato a Denis Villeneuve, e Pablo sceglie una storia che non è laterale, ma entra subito nel vivo di quel paese.
i giorni dopo l'omicidio di JFK, ma senza parlare di John, è ormai morto, è Jackie, la first lady a parlare di lui, parlando di lei.
tutto parte da un'intervista, che diventa il film.
immagini straordinarie, epiche, casalinghe, pubbliche, tutte inestricabili.
il film resta freddo, e bellissimo, ma forse partendo dal Cile Pablo ha perso qualcosa, ma tutto, forse, dipende dalle aspettative.
un ruolo importante hanno le musiche di Mica Levi, quando all'inizio del film la macchina corre subito dopo lo sparo ho pensato alla Cavalcata delle Valchirie di Apocalypse now.
un film che merita molto, di livello davvero di un altro pianeta, ma preferisco il Pablo Larraín cileno - Ismaele







Ecco qui l’articolo di Theodore H. White, apparso su Life il 6 dicembre 1963

ed ecco le immagini vere:








La protagonista è infatti segnata su più livelli dal dramma della perdita e quindi dalla ricerca di simulacri materiali del possesso: per ciò il film dedica particolare attenzione agli oggetti, agli abiti, ai gioielli e alla spoliazione progressiva della Casa Bianca che avviene con il trasloco di ciò che resta dei Kennedy per lasciare posto alla nuova coppia presidenziale.
Larraín sceglie dunque di costruire il personaggio di Jackie a partire dal suo desiderio di autodeterminazione, inquadrandone il conflitto con le norme e i protocolli di stato (il rapporto con Bobby incarna questo dissidio) per ricavarsi uno spazio entro cui costruire un simbolico nuovo e decisamente molto contemporaneo, caratterizzato dalla spettacolarizzazione della tragedia.
Nel film si respira un’atmosfera inquietante intonata all’accordo che, a schermo nero, apre il film dandogli il “la”. La colonna sonora è stratificata, talvolta più intima, talvolta sontuosa e ingombrante come in un classico biopic di fattura hollywoodiana. Fondamentale è infine la canzonetta Camelot, utilizzata quale sintesi di quell’idealismo a stelle e strisce fortemente anticomunista che, tra immaginario “cavalleresco” e teoria della Nuova frontiera, la coppia Kennedy desiderava portare nel mondo.

Parvenant à nous faire vivre comme jamais l’assassinat de Kennedy, le réalisateur nous immerge auparavant au coeur de l’agitation « ordinaire » d’une visite officielle pour la Première Dame (l’arrivée du couple à Dallas apparaît être un documentaire). Il ancrera ensuite ses vertiges et devient l’étonnant témoin de ses prises de décision comme ne pas changer ses vêtements tachés de sang. Revenant sans cesse au dialogue premier, le montage laisse interrogatif tant il semble mettre en exergue les vertiges de la protagoniste sans jamais parvenir à les transcender – cela permet de sympathiques scènes de garde-robe dont les occurrences miroirs ne servent guère à grand chose. La musique jouera ce rôle, ancrant à son tour un dialogue, quelques fois contrastant, avec les images.
Si le scénario se veut intelligible au point d’être didactique, quelques lignes demeurent obscures comme un échange entre Jackie Kennedy et un prêtre. Mais l’écriture n’est qu’un prétexte à la performance. Et force est de constater que Pablo Larraín est un virtuose qui, sous les atours d’un biopic, questionne « la manipulation des images » (jusqu’à celles que nous avons de J.F.K. et de « Jackie ») dont on ne peut, heureusement, pas l’accuser.

…Non c’è alcuna traccia di revisionismo  e critica alla presidenza Kennedy (Baia dei Porci, Vietnam), non si accenna mai ai tradimenti privati, alle molte storie di sesso e alle collusioni mafiose. A Larrain e Oppenheim evidentemente non interessa riconsiderare storiograficamente né John Kennedy né quel periodo (e va bene così), il loro focus restano Jackie e la costruzione da parte sua del mito Kennedy. Perché, ci viene suggerito, in fondo (anche) questo deve fare una moglie e una first lady, offrire alla storia l’immagine migliore e migliorata di se stessa e della propria famiglia. Anche al di là della verità. C’è un che di primitivo, di animale nella feroce forza di Jackie, nella sua determinazione, qualcosa di leonino, di tigresco, anche questo molto à la Larrain. Anche questo segno della radicale diversità del film. Larrain sbarca in America ma rimane se stesso, portandosi dietro il suo senso della Storia come tragedia ma anche come messinscena (esattamente come in No). Il film fa fatica a ritrovarsi nel finale, arranca lungo qualche minuto di troppo. Ma quando Jackie mette sul piatto la canzone del musical Camelot l’opera si è compiuta e ci è finalmente chiara. La corte di Artù si è reincarnata nella stagione kennediana alla Casa Bianca, il mito è costruito, la missione di Jackie compiuta. Da quel momento tutti crederanno al ritorno di Camelot e a lei come nuova Ginevra. (E basta questo finale per farci capire il bello e la potenza del musical più delle due ore e passa di La La Land).

2 commenti:

  1. Dal punto di vista filmico, in effetti, il Larraìn di "Neruda" o "Il Club" è probabilmente superiore... però questo film ha smosso in me un coinvolgimento, una commozione, come poche volte in passato. Merito della sua splendida interprete, e anche di un regista che ha saputo girare un film "americano" senza svendere l'anima a Hollywood, portando sullo schermo (a modo suo) la vicenda forse più americana di tutte. Per me, finora, è il film dell'anno :)

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    1. certo non lascia mai indifferente Pablo Larraín :)

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