lunedì 27 novembre 2017

Le Samouraï (Frank Costello faccia d'angelo) - Jean-Pierre Melville

il Samurai compie il suo lavoro di killer alla perfezione, fa una vita da eremita, l'essere vivente a cui vuole più bene, e convive con lui, è un uccellino, in gabbia, che si accontenta di poco, di pochissimo, come lui.
Jef non è mai sopra le righe, ha un profilo basso, non deve farsi riconoscere, lo conosce chi serve.
l'eremita dandy di periferia si trova in un gioco più grande di lui, deve difendersi, senza quartiere.
sappiate che è un film come pochi, non sapete cosa vi perdete - Ismaele

ps: ho visto la versione italiana, con qualche taglio, mi sembra di capire; il titolo italiano fece arrabbiare Melville, che apostofò i "colpevoli" del titolo italiano con il seguente gentile attributo: "Salauds!".

QUI il film completo, in italiano


E' incredibile la bellezza di questo film. Una bellezza che lascia davvero senza fiato. Quando il cinema d'autore si unisce ad una superba interpretazione (penso sia inutile parlare della bravura di Delon, una bravura, a mio parere, persino sottovalutata, se si considera l'incredibile curriculum di questo grande attore), ecco, improvvisamente, uno spettacolo davvero da manuale. E qui si tratta di un cinema veramente serio, che offre sensazioni inimitabili. Quale è il sentimento che affiora in noi dopo questa proiezione? Innanzi tutto, una sensazione di estrema partecipazione a questa storia. Si tratta quasi di cinema muto, talmente è intensa la recitazione, direi plastica, del protagonista. Ma i protagonisti, in realtà, sono due: Frank Costello ed il suo uccellino. Ed ecco affiorare il tema della solitudine, un tema costante delle interpretazioni di Delon. Questo spietato killer ha, come tutti, un volto umano: l'amore per l'unico vero compagno della sua vita, anzi, direi, del suo modo disperato di vivere: un piccolo animale rinchiuso in una gabbia, che lo sa allietare e che gli fa pesare un pò di meno la sua estrema solitudine. Ed è l'amore per questo animale che, più volte, lo salva, facendogli capire da dove arriva veramente il pericolo. Deluso da tutto quanto, dall'animo veramente sporco degli uomini e dalla vita disperata che conduce, lo sceglie come suo unico e vero amico. Anche lui, come il suo canarino, è un animale chiuso in una gabbia. E si tratta di una gabbia intrisa di sofferenza, di una disperazione tanto forte che culminerà con un vero gesto d'onore. L'ambientazione è scarna, come la sua anima: porte scrostate, periferie tristissime, a cui fa da contrapposizione un modo particolare di vestire, di aggiustarsi sempre il cappello. E' solo, ma ama se stesso, e lo dimostra con il suo abbigliamento sempre a puntino. Una vera parabola sulla solitudine, sulla difficoltà di fidarsi degli altri e sul modo di cercare, inutilmente, dei punti fermi a cui aggrapparsi. Un film tristissimo, come è triste, tante volte, la vita. Veramente superbo.
Scrivere di questo film è un’autentica follia, un atto di superbia, di pura tracotanza. L’unica attività concessa da “Le Samouraï” a chiunque abbia un briciolo d’intelligenza è la visione. La visione di una pellicola che, pur rispettando le regole cogenti del noir, travalica ogni indicazione di genere per affermare una vera e propria filosofia del cinema. Tradotto in italiano con un titolo irripetibile, “Le Samouraï” è il decimo film di Jean-Pierre Melville; l’anno prima, con lo strepitoso “Tutte le ore feriscono... l’ultima uccide” (“Lè deuxième souffle”) ha ottenuto il riconoscimento definitivo da parte di critica e pubblico. Adesso può finalmente portare alle estreme conseguenze il suo approccio stilistico. La secchezza narrativa di “Tutte le ore feriscono...” si trasforma in disadorna essenzialità, l’asciuttezza visiva in raggelata astrazione, il codice morale del milieu in regola monastica. Frank Costello (Jef nell’originale) è un asceta del crimine. Non commette omicidi o esegue delitti: segue un rituale, officia una cerimonia. La sua solitudine è prova di un’assoluta indipendenza, il rigoroso rispetto delle regole il segno paradossale della sua libertà, lo scontro con la morte il teatro della verità. Nel suo sfidare l’ineluttabile Frank Costello afferma l’autonomia morale dell’uomo, un’autonomia che trascende ogni determinazione contingente e accidentale. Voto: 10

Non esiste solitudine più profonda del samurai 
Se non quella della tigre nella giungla 

La frase è apocrifa, attribuita al Bushidō anche nel doppiaggio giapponese che la presero per buona e invece è una interpolazione dello stesso Melville mentre, sempre in tema di "curiosità" delle distribuzioni, in Italia, che il film lo co-produsse, si optò per una lettura creativa del titolo che da "Le Samouraï" divenne un incredibile "Frank Costello faccia d’angelo" attirandosi le ire di Melville che li apostrofò con un Farabutti che è la sintesi della disistima del regista francese per il nostro Paese, basta solo ricordare i suoi difficili rapporti con Volontè sul tournage de "Le Cercle Rouge" (1970) e la pessima fine che fa fare a Riccordo Cucciolla ne "Un Flic". 
Jef (o Frank, comunque Alain Delon) è un lupo solitario utilizzato dalla pegre parigina per lavori di fino e senza intoppi. 
Metodico al limite della mistica (o della schizofrenia, ci torneremo) vive da solo con un uccellino la cui sopravvivenza è garantita da piccoli gesti rituali, un goccio d’acqua, due semini e tanta tranquillità..

The elements of the film--the killer, the cops, the underworld, the women, the code--are as familiar as the movies themselves. Melville loved 1930s Hollywood crime movies and in his own work helped develop modern film noir. There is nothing absolutely original in "Le Samourai" except for the handling of the material. Melville pares down and leaves out. He disdains artificial action sequences and manufactured payoffs. He drains the color from his screen and the dialogue from his characters. At the end, there is a scene that cries out (in Hollywood terms, anyway) for a last dramatic enigmatic statement, but Melville gives us banalities and then silence. He has been able to keep constantly in mind his hero's chief business.

…Melville utiliza poca complejidad en su película, y más busca la intensidad de sus bien desplegados personajes, en un definido filme de crimen que sabe manejar con destreza sus pocas piezas que se asientan con solvencia creando personalidades marcadas que a medio camino de conocerlos se nos tuercen voluntariamente y se nos hacen impredecibles; la dama faltando a su cita o el samurái provocando la sorpresa en su decisión final, salvo el oficial que se debe a su trabajo y no tiene otra meta que atrapar a su presa.
Desde el principio el dardo apunta a Costello y su sentencia es asunto de tiempo, una genialidad que juega a favor de la caza del gato sobre el ratón, sin embargo el asesino también va tras otras personas, no es un ente estático y despliega sus fichas con ingenio aunque sabe que tiene la soga al cuello, lo que no lo altera sino lo hace definir su situación, ordenar su ideas y sacudirse el polvo, despedirse de todo saldando cuentas…

Nessun commento:

Posta un commento