domenica 28 febbraio 2016

Perfetti Sconosciuti - Paolo Genovese

Perfetti Sconosciuti è un film d'attori, con una sceneggiatura a orologeria.
si inizia ridendo e scherzando, piano piano diventa un altro film.
spesso senti ridere in sala, anche troppo, molti credono che sia una commedia, non sai se tutti stiamo guardando lo stesso film, ma anche la vita è così.
in realtà è u film dell'orrore, ma non quello esterno, dei mostri alieni, è solo un'orrore quotidiano, che si fa finta di non vedere, finché non tocca a te.
bravi gli attori, Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston e Marco Giallini su tutti.
la fine sembra un happy end, sembra, ma fa ancora più male.
non trascurarlo, è un film che merita. 

(fra qualche anno ci sarà un remake a Hollywood, sicuro) - Ismaele




…Grande intelligenza e senso della misura si uniscono nelle battute spassose che gli amici si riversano contro con la noncuranza di chi è abituato a ferirsi ed essere ferito, ma anche nell'escalation tensiva in cui la presunta trasparenza ad ogni costo diventa elemento di violento sopruso nelle vite che ognuno di noi, nel bene o nel male, si costruisce.
E quando sembra che si sia superato il limite della decenza tra i segreti manifestati, ecco un bel finale che rimette in gioco tutto e tutti…

Se il cast - con la sola eccezione di Alba Rohrwacher alla quale riescono soltanto ruoli piagnucolosi - è affiatatissimo, il vero valore aggiunto del film sta in uno script congegnato in maniera assai imprevedibile, quantunque incapace di risolvere il finale con maggiore coraggio (ma lo si può leggere in diverse maniere)…

I due mattatori della pellicola però sono indubbiamente Battiston, alle prese con una parte drammatica che gestisce con una facilità estrema, e soprattutto Mastandrea che interpreta in assoluto il personaggio più tridimensionale della pellicola ed è in grado, in cinque minuti, di ribaltare la prospettiva sul suo ruolo completamente, complice una scena madre e una singola battuta potente, di quelle che rimangono impresse all’uscita dal cinema…
Perfetti Sconosciuti rimane un film molto interessante, molto ben scritto, ma sopra ogni cosa un film di attori, sicuramente un enorme passo avanti nella filmografia di Paolo Genovese, non possiamo far altro che augurarci che continui su questa strada.

Con "Perfetti sconosciuti" Paolo Genovese realizza quello che è probabilmente il suo film più maturo e compiuto, impreziosito da una scrittura di grande scioltezza e a tratti genuinamente brillante. E si distingue dai vari Brizzi, Zalone e Miniero nel novero dei nuovi "maestri" della commedia all'italiana.
Il film però non riesce mai a raggiungere il respiro ampio dello spaccato socio-generazionale, come seppero fare a modo loro "Compagni di scuola" di Verdone e pure "L'ultimo bacio" di Muccino, e purtroppo l'autore dimostra di non poter evitare le secche della più becera retorica, alla ricerca di una "morale" ad uso e consumo del pubblico più distratto. Si pensi, per esempio, all'agghiacciante metafora ripetuta più volte dei telefonini come "scatole nere" delle nostre vite.
L'inciampo definitivo si consuma in chiusura: il finale conciliatorio, che è tristemente amaro ma sembra lieto, finisce per disinnescare il cinico gioco al massacro condotto con programmatica perizia per tutta la durata del film. Un epilogo posticcio che, aggravato dalla metafora indigesta dell'eclisse lunare, sembra avere il solo scopo di pacificare lo spettatore con la propria realtà di (supposte) bugie e ipocrisie quotidiane. Come dire, il re è nudo, ma non indichiamolo.

Il copione lavora bene sugli incastri e sugli snodi narrativi che rimangono fondamentalmente credibili, instilla verità nei dialoghi (che certamente verranno riecheggiati sui social e nelle conversazioni da salotto, perché questo fanno certe "conversazioni": l'eco), descrive tipi umani riconoscibili. Il cast, anch'esso corale, fa onore al testo, e ognuno aggiunge al proprio ruolo una parte di sé, un proprio timore reale. Perché questa società così liquida da tracimare di continuo, sommergendo ogni nostra certezza, fa paura a tutti, e tutti ne portiamo già le cicatrici, abbiamo già assunto la posizione del pugile che incassa e cerca di restare in piedi (o sopravvivere, come canta il motivo di apertura sopra i titoli di testa)…

Il film, ammiccante e non nuovo, risulta tuttavia piuttosto riuscito grazie soprattutto all'apporto prezioso di sette attori tutti bravi e piacevoli, che risultano, più che altre volte, compatti e motivati, forti ognuno di personaggi perfettamente nelle corde di ognuno ed equamente ripartiti e tratteggiati nel gioco al massacro che si scioglie abilmente nell'ora e mezza di mattanza psicologica e morale che ne segue.

E allora Perfetti sconosciuti sembra diventare il paradigma, l’incarnazione impeccabile, di questa commedia italica contemporanea: il classico potrei ma non voglio, che non si riesce mai bene a distinguere dal vorrei ma non posso. In tal senso sembra addirittura che Perfetti sconosciuti sia vittima dello stesso limite di cui soffrivano in passato certi film della Hollywood classica che, vista l’imposizione dell’happy end, ribaltavano negli ultimi minuti tutto il coraggio mostrato nel corso del film. È possibile che sia così? È possibile che a Genovese sia stato imposto un finale posticcio? In realtà crediamo di no, crediamo anzi che tra Genovese e i suoi produttori – al contrario di quanto per l’appunto succedeva ai registi americani degli anni Quaranta – vi sia una totale condivisione d’intenti. L’idea cioè di un’auto-censura che debba tenere a bada gli istinti più bassi, con l’obbligo ontologico di salvaguardare un velo d’ipocrisia e facendo sì che lo spettatore esca sempre dalla sala con il sorriso. È il cinema italiano, bellezza!

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