martedì 15 novembre 2022

Addio, signor Haffmann - Fred Cavayé

un gioielliere ebreo, in Francia, coi nazisti, deve fuggire.

la famiglia parte, lui deve restare, nascosto nella cantina del suo negozio, ceduto a un dipendente, con la promessa di riaverlo dopo la guerra.

ma l'avidità, come sempre, è in agguato.

ottimo regista e ottimi, come sempre, Daniel Auteuil e Sara Giraudeau.

buona (seminterrata) visione - Ismaele


 

 

…La sceneggiatura che il regista ha scritto con Sarah Kaminsky restituisce impeccabilmente e minuziosamente la trasformazione di un uomo senza talento e con una gran voglia di riscatto (è poliomielitico) che, ubriaco per l'incredibile opportunità ricevuta, scende nei più sordidi bassifondi morali, stringe un'amicizia putrida con l'ufficiale della Gestapo che gli ha procurato numerosi clienti tra i nazisti occupanti (interpretato da Nikolai Kinski, il figlio di Klaus), il tutto sotto lo sguardo attonito di una moglie in equilibrio precario tra l'amore per il consorte e il senso di giustizia nei confronti di quell'uomo semirecluso che ha fatto la loro fortuna. Nota a parte per la prova miracolosa dei due protagonisti, che conferma Daniel Auteuil come uno dei migliori attori al mondo.

da qui

 

A Parigi, durante l'occupazione nazista, per evitare il sequestro del negozio, un gioielliere ebreo lo vende fittiziamente a un suo lavorante con il patto che questi lo restituirà alla fine della guerra... Spunto non nuovo ma sviluppo originale per questo dramma che si svolge quasi interamente in interni contrapponendo l'umanità umiliata ma sempre salda del primo con l'incarognimento progressivo del secondo causato dall'avidità e dalla voglia di rivalsa sociale. In un film che conserva l'impostazione teatrale di origine, gli attori sono fondamentali e qui offrono prove eccellenti.

da qui

 

scrive Mauro Gervasini:

Parigi, 1942, tedeschi dappertutto. Mercier è un umile artigiano orafo innamorato della moglie Blanche, senza ambizioni che non siano quelle strettamente familiari. Ma il suo principale, il gioielliere ebreo Haffmann, gli propone un patto che potrebbe evitare a lui la deportazione e assicurare all’altro un futuro radioso. Da un testo teatrale pluripremiato di Jean-Pierre Daguerre, Fred Cavayé, autore di una memorabile trilogia polar (Pour ellePoint BlankMea culpa, gli ultimi due su Prime Video), modifica sguardo e personalità di Mercier (Gilles Lellouche) diminuendone l’ambiguità e aumentando l’involuzione morale, come a ritornare al noir intimo dell’esordio. Un uomo ordinario che la condizione straordinaria cambia nel profondo, e non in meglio. Il lato oscuro di L’ultimo metrò, il capolavoro (per chi scrive) di Truffaut la cui eco, qui, è fortissima; non c’è il teatro ma ci sono i sotterranei e i bassifondi della civiltà. Blanche (Sara Giraudeau) è il deus ex machina, Haffmann (Daniel Auteuil) la vittima designata ma non scontata, e l’ufficiale della Gestapo Jünger (Nikolai Kinski, figlio di Klaus) il quarto incomodo. Prova d’attori superba, in particolare quella di Giraudeau, anche lei figlia d’arte (il babbo è il mitico Bernard Giraudeau), scissa tra l’amore dubitante per Mercier e la preoccupazione per Haffmann. Montmartre al servizio degli scenografi trasformata in piena pandemia (il confinamento ha conferito un tono ancora più spettrale agli esterni) e riprese con lenti anamorfiche in CinemaScope, ad aumentare la qualità di immagini nate per il grande schermo. Cavayé è uno bravo, qui lo dimostra alla grande.

da qui 

 

 


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