martedì 10 gennaio 2017

’71 - Yann Demange

girato in Inghilterra (e non a Belfast, vedi qui), '71 fa ripiombare in mezzo alla guerra civile, quartiere per quartiere, casa per casa, con l'intervento della civilissima Gran Bretagna (la stessa che metteva in galera, fino a non troppi anni fa, gli omosessuali, vedi qui).
il soldato Gary Hook trascorre la notte più terribile della sua vita, notte nella quale non è facile distinguere nemici e meno nemici.
se la caverà, fortuna, intuito e molto culo lo aiutano.
gran bel film, latitante in sala, naturalmente, da recuperare senza esitazione - Ismaele 




un esordio nel lungometraggio di un regista acclamato per la serie Top Boy il quale non è tanto interessato ad indagare su torti e ragioni degli uni e degli altri o alla ricostruzione storica. Ciò che lo coinvolge e lo spinge a realizzare un film in cui la macchina da presa è in costante movimento non è neppure l'azione finalizzata a se stessa. Gli interessa invece proporre una riflessione (non dimenticando lo spettacolo) sul ruolo assegnato a giovani, ragazzi e bambini in qualsiasi conflitto e ancor più in quelli che lacerano al proprio interno una nazione. A partire dalla recluta Hook (non dimentichiamo che in inglese il termine significa gancio/uncino) '71 è un susseguirsi di speranze, fragilità, possibilità di futuro che vengono infrante da una logica demolitrice di qualsiasi ideale che non sia portatore di morte per il 'nemico' del momento. Chi sembra voler combattere per un futuro migliore da consegnare alle nuove generazioni in realtà ne sta bruciando, giorno dopo giorno, idealmente e materialmente le esistenze. È un film questo in cui lo sguardo e il corpo sempre più segnati del protagonista si aggirano inizialmente interroganti e poi in cerca di salvezza in un inferno in cui anche la luce è sporca e ragazzini e coetanei ne hanno interiorizzato l'ammorbante pervasività che sembra non lasciare scampo.

Yann Demange si “limita” a mostrare l’assurdità della violenza, la totale mostruosità della guerra, e lo fa tracciando le linee di una Odissea senza dei e senza eroi, in cui solo il sangue può lavare via l’odore del sangue. Un film incompiuto e imperfetto che viene però naturale difendere, sia per l’afflato che lo anima sia (ancor più) per un’idea di cinema civile che non abbandona mai i solchi del popolare.

C'è una tensione costante priva di pause e cedimenti, pur nella mancanza deliberata di una suspense costruita secondo i dettami consueti.
L'alternanza (snervante) sta tutta nei pochi vantaggi cognitivi concessi appositamente al pubblico per approntare il ribaltamento beffardo di ogni apparenza: Demange (e la sceneggiatura di Gregory Burke) prepara sempre accuratamente l'ambito della sequenza, senza perdersi nella velocità di esecuzione della messa in scena; dispone le eventualità, informando sulle minacce imminenti, e capovolgendo qualunque attesa si possa generare.
Qualora qualcuno fosse interessato a questo aspetto, si potrebbe sollevare un problema morale privo di alcuna soluzione: non esistono buoni e cattivi, non esiste una parte per cui parteggiare (a meno che non si sia membri dell'IRA o fieri lealisti, ma non è il nostro caso). Anche le istituzioni mostrano il loro aspetto marcescente. Esiste soltanto la purezza del bambino che il soldato Hook, indicativamente, riabbraccia alla fine. Si punta esclusivamente a rimanere vivi.
La traduzione sul piano narrativo è un'attesa continua, un senso d'incombenza che vive sulle illusioni di salvezza e sull'inversione: ci si salva quando ci si crede irrimediabilmente perduti, si cade nella rete se si allenta anche solo per un istante l'inevitabile tensione.
Il sorgere del sole è un sospiro di sollievo. Esistenziale.

Contraddistinto da una fotografia livida e spettrale, ’71 è un esercizio di stile e di narrazione. Infatti laddove la complessità della trama e dei volti possono confondere, la pellicola tende a sommare e a non lasciare scampo, ostentando un susseguirsi di violento non sense. Un film che non è interessato a indagare su torti e ragioni e nemmeno a prostrarsi a una fedele ricostruzione storica, ma che preferisce immergere lo spettatore in un’azione frenetica, che si interroga sul ruolo assegnato ai giovani all’interno di qualsiasi conflitto…

un gran bel thriller con qualche momento vagamente action, che utilizza il contesto storico, politico e sociale più che altro per dare uno sfondo solido alla tensione dettata dagli eventi. Yann Demange, al suo esordio cinematografico, dirige con una padronanza notevole e confeziona un centinaio di minuti coinvolgenti, tesi, brutali, basati su uno spunto certo risaputo, ma utilizzato benissimo. È genere puro, senza pretese di raccontare in maniera approfondita il periodo o le implicazioni sociali e politiche degli eventi, ma che riesce a non banalizzare o mancare di rispetto agli stessi, tratteggiandoli in maniera convincente nei momenti di raccordo che intervallano l'azione.
Il protagonista, interpretato da un Jack O'Connell come al solito ottimo nel mescolare ingenua vulnerabilità e una certa qual presenza ruvida, viene infatti per ampi tratti messo da parte, in modo da dare spazio a un bell'intreccio, che fa incontrare militanti più o meno moderati, militari, soldati sotto copertura e cittadini presi nel mezzo da una rete di doppi giochi e macchinazioni. E il risultato, anche grazie a un manipolo di attori in formissima, è davvero notevole, non si abbandona mai ai facili patetismi pur raccontando qualche discreta tragedia e spinge dritto verso un finale duro, senza compromessi, di quelli che lasciano l'amaro in bocca. Insomma, consigliatissimo.
Consigliatissimo anche l'utilizzo di sottotitoli per chi dovesse decidere di recuperarlo in lingua originale, ché è tutto un borbottare a base di accenti spinti.


2 commenti:

  1. Lo facemmo mesi fa al cineclub. Andò piuttosto male. Film bellissimo e bellissima recensione. Ancora devo utilizzare il contatto che mi hai dato. Il cittadino illustre sei riuscito a vederlo?

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    1. quel film mi manca, immagino sia meritevole.
      '71 non è passato al cinema, lo conoscono quattro gatti e a tutti è piaciuto, ma così va il mondo, mi chiedo con che forza girano i film, non sapendo se e quando qualcuno li vedrà, ma, come direbbe de Gregori, non è dagli incassi che si giudica un regista :)

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