domenica 12 giugno 2016

El clan – Pablo Trapero

finita la dittatura dei colonnelli torna la democrazia in Argentina, la televisione in sottofondo scandisce quei momenti, anche la presentazione del rapporto Nunca más, nel 1984 (alla tv si riconosce, con Alfonsín, Ernesto Sabato).
Arquimedes Puccio, non potendo trafficare con servizi segreti ed esercito, come prima, si ricicla in quello che o sapeva fare, o ha visto fare, nel settore dei rapimenti con riscatto, niente di politico, solo per il suo conto in banca, per la famiglia e con la famiglia.
tutto va per il meglio fino al momento in cui tutto va a puttane, per troppa impunità o troppa sicurezza, e anche il dio dei rapimenti cade, con tutta la famiglia (il suo clan).
gran ritmo, con diversi flashback o flashforward, dipende dal punto di vista.
il protagonista, Guillermo Francella, era Pablo Sandoval, il collega-amico di Benjamin Esposito, ne Il segreto dei suoi occhi.
El clan è un gran bel film, chissà se e quando arriverà in sala da noi - Ismaele





questo è cinema di rara potenza, che finalmente si misura con un caso (di vera e nerissima cronaca) sconvolgente, con i demoni che stan sotto la civilizzazione e la borghese vita dei suburbia, che non si perde nei narcisismi e negli ombelicalismi di tante cose e cosucce viste anche a questo Venezia Film Festival. E alla fine del press screening, lungo e sacrosanto applauso.
Nell’ultimo anno della dittatura militare (1982), in un regime già vacillante in cui comincia la resa dei conti, Arquimedes Puccio, lavoratore dei servizi segreti con parecchi figli a carico, capisce che è ora di riciclarsi. Di trovare nuove fonti di denaro. Avendo, si immagina, sviluppato un certo know-how durante il regime in fatto di torture, rapimenti di oppositori e altre sporchissime faccende, pensa di mettere a frutto quanto ha imparato mettendo su un’aziendina familiare insieme a un paio di amici. Un’azienda di rapimenti a scopo di lucro. Tutti in famiglia sanno, la moglie, i figli, le figlie. Il rampollo più grande, star della squadra argentina campione di rugby, vien subito coinvolto come braccio destro, incaricato di individuare i bersagli grossi e di far da picchiatore quando occorre. Un paio di loschi figuri, probabilmente pure loro implicati nei servizi, vengono arruolati come manovalanza. Un rapimento, due, tre. Si terrorizzano i familiari degli ostaggi fingendosi un gruppo armato rivoluzionario, si incassano i soldi, si ammazzano i rapiti. Una catena di montaggio del massacro e dell’accumuazione barbara del capitale, il boss e i suoi non si fermano davanti a niente, alla tortura, all’inganno, e intanto in cassaforte i soldi si ingrossano…

Trapero con un’abilità registica accostata spesso a quella scorsesiana, specie per l’avvilupparsi della musica alle scene più coinvolgenti, costruisce un film pieno di ritmo, dal montaggio serrato e costellato da piani sequenza (un po’ il suo marchio di fabbrica), in particolare quello finale mozzafiato che chiude sapientemente una storia dove le angosce sotterranee, controbilanciate dai successi al rugby, dalla freschezza dei ragazzi, da un desiderio di normalità che attraversa tutte le componenti sane della famiglia, alla fine deflagrano tragicamente.
Riflettendo retrospettivamente sulla storia di un paese che ha stentato/stenta ad abituarsi alla democrazia, l’argentino mette in scena i mostri partoriti dalla dittatura, sui quali svetta Arquimedes, mitologico Crono che pur di sopravvivere inghiotte i propri figli.

Un attimo prima di scomparire nel vuoto, il figlio sorride al padre. La vicenda della famiglia Puccio coinvolta nell’organizzazione di una serie di sequestri nell’Argentina degli anni ’80 è nel film di Trapero il pretesto per indagare la fallibilità dei rapporti, o meglio, i ripetuti tentativi di interrompere dei legami di asservimento. La Storia è la scena dalla quale si diramano altri sistemi di influenza che coinvolgono, in un processo di inarrestabile corruzione, il rapporto vittima-carnefice, padre-figlio, famiglia-Stato. Ogni specifico sistema è l’esempio di un servizio dovuto e reso ad un organismo panottico, in apparenza felicemente funzionante (i riferimenti al Kynodontas di Lanthimos sono evidenti) in cui il dettaglio imprevisto inceppa il piano, fa crollare l’organizzazione, affonda il contesto sicuro nel quale ricevere un ruolo…

Buenos Aires, fine anni Ottanta, a cavallo fra la caduta del regime militare e l’avvento di Alfonsin. Una famiglia dall’apparenza tradizionale, tutta a casa e chiesa, è in realtà una banda di feroci criminali dediti ai rapimenti e agli omicidi di ricchi borghesi. Tratto da eventi reali, El Clan, diretto da Pablo Trapero, regista quarantaquattrenne fra i quotati nel mondo latino americano, e coprodotto da Deseo di Almodovar, è una storia – come la definisce lo stesso Trapero – dove «l’incredibile diventa realtà». Il doppio volto della famiglia di Arquimedes Puccio, infatti, ha scosso l’Argentina proprio nel momento in cui il Paese stava per liberarsi dalla dittatura. Il pater familias Arquimedes plagia con sadica nonchalance non solo il il figlio Alejandro, campione di rugby e nazionale dei Pumas, utilizzandone la celebrità, ma anche la moglie e gli altri pargoli, fra cui due femminucce: tutti accettano, come in una sorta di tragica commedia vissuta con passiva normalità, i criminali ordini di papà…

Nel complesso la Storia dell’Argentina penetra nelle vicende di famiglia Puccio con discrezione e gli eventi salienti di quegli anni sono mostrati prevalentemente attraverso rapidi estratti dai notiziari televisivi o discorsi ufficiali dei rappresentanti delle istituzioni.
Apprendiamo che dittatore Leopoldo Galtieri è stato deposto, poi che il paese è tornato alla democrazia con l’elezione di Raúl Alfonsín, questi inizia un lungo processo di riappacificazione della popolazione con la propria recente storia, grazie anche all’istituzione del CONADEP (la commissione nazionale sulla scomparsa delle persone) e la conseguente compilazione del rapporto Nunca mas (mai più). Il film parte però proprio da quest’ultimo evento, facendo andare la sua storia à rebours, e il fatto poi che gli intermezzi storici siano di così breve durata non facilita ad un pubblico internazionale la perfetta e lineare comprensione dei fatti. Ma d’altronde un eccesso di zelo avrebbe appesantito il film, rendendolo oltretutto indigesto allo spettatore argentino.
È invece proprio limitando gli intermezzi da “bignami storico”, che Trapero lascia emergere con nettezza in El Clan le sue crudeli metafore. Appare chiaro allora che l’attività criminale dei Puccio è stata possibile proprio perché questa si ispirava in piccolo a quanto la dittatura aveva fatto su più vasta scala con il rapimento, la tortura e l’uccisione dei dissidenti politici (i desaparecidos). L’omertà che consente poi alla famiglia di sopravvivere e di proseguire con rapimenti ed estorsioni (i figli minori simulano, fino alla fine, di non sapere) è la stessa di un intero paese, che per anni ha tollerato i soprusi del regime, magari anche negandone l’esistenza.
El Clan è dunque principalmente un film su un lungo processo di espiazione e di recupero del rimosso, sull’elaborazione di un atroce lutto collettivo, che va ben oltre la condanna o la morte dei suoi responsabili.

Trapero recurre en su brioso film a un estilo deconstruido, alternando en la narración brevísimos planos, flashes, del asalto del hogar de los Puccio por unos hombres armados, cuya identidad inicialmente desconocemos, con diferentes secuestros del pasado y momentos de la vida normal de los Puccio, incluido el enamoramiento de Alejandro hacia una chica, Mónica, que por supuesto no sabe nada de lo que hace el otro. Llegado cierto punto de inflexión, el epílogo que podría describirse como judicial, aunque suponga cierto cambio de tono, está perfectamente imbricado en la trama, hasta conducir a un poderoso y abrupto desenlace, donde el espectador tiene la sensación de haber recibido un tremendo puñetazo en el estómago.


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