venerdì 15 luglio 2016

I racconti delle luna pallida d’agosto (Ugetsu monogatari) - Kenji Mizoguchi

un film del 1953 che non finisce di stupire.
violenza, amore, fantasmi, avidità, la vita sotto i nostri occhi.
Genjurō lascia moglie e figlio, Miyagi e Gen’ichi, novello Ulisse, parte per fare soldi, e sarà stregato da una magia, tornerà a casa, distrutto e pentito, tutto (anche lui) sarà cambiato.
la condizione umana è fragile.
non perdetevelo, se vi volete bene - Ismaele



QUI il film completo con sottotitoli in italiano



Bellezza, tristezza ed essenzialità...Mizoguchi è un autore cui basta poco per dire tanto. In questa storia di fantasmi, ma non di paura, l'effetto è garantito dall'atmosfera fatta di pochi elementi scelti egregiamente. La luna pallida d'agosto (che si dice sia quella di ferragosto, straordinariamente bella quando si affaccia nel cielo dopo la pioggia) è perfetta come la vediamo ripresa nel bianco e nero nebbioso di Kazuo Miyagawa, direttore della fotografia che ha illuminato tante opere importantissime. Del resto il bianco e nero si addice al cinema di Mizoguchi, che ha utilizzato il colore solo in un paio di occasioni. In particolare per la coproduzione con gli Shaw Brothers di Hong Kong "L'imperatrice Yang Kwei-Fei" ("Yokihi", 1955), altro film idolatrato da alcuni critici da (ri)scoprire, anche per la curiosità di vedere come ha lavorato Mizoguchi con gli studios che stavano dietro ai lavori di Li Hanxiang, che nei primi anni sessanta ci regalò la sua versione della stessa storia (a proposito, a quando la riscoperta di Li Hanxiang?).
E' stato detto quanto i critici e gli studiosi di cinema siano legati alla figura di Mizoguchi, che nel corso degli anni ha ricevuto moltissimi attestati di stima. Su tutti piace ricordare quella di Serge Daney, che nel suo "Lo sguardo ostinato" si lancia in un entusiastica dichiarazione nei confronti di "Ugetsu", soprattutto per la scelta stilistica di mostrare un certo tremore della macchina da presa nell'immortalare la scena di un omicidio brutale, come a suggerire pudore e riluttanza nel riprendere la morte. Un tocco di finezza da parte di un autore consapevole di come il cinema, prima ancora che una questione estetica, sia una questione morale.

Un’opera quindi imprescindibile per chi ama il  "vero" cinema, da "assaporare" lentamente per lasciarsi davvero travolgere dalle profonde emozioni che suscita oggi quasi più di "allora".
 P.S. Come semplici note di costume, si può aggiungere che il film fu realizzato con grande difficoltà, perchè la produzione non condivideva le idee del regista, e che lo stesso si dichiarò al termine della sua fatica, insoddisfatto del risultato. 
Ancora una volta transitato dalla Mostra del cinema di Venezia, il film si aggiudicò “soltanto” un semplice Leone d’Argento, al termine di una rassegna che – se non vado errato – si rifiutò di assegnare il Leone d’oro (sic!!) per la mancanza di opere effettivamente degne di fregiarsi di tale titolo (c’è da inorridire no? considerato ciò che accade ai giorni nostri).

…A distanza di anni la maestosa perfezione stilistica di Ugetsu mostra forse con maggiore chiarezza la molteplicità semantica di cui è portatore, non solo l'oppressione della donna, non solo le radici violente della società ma una visione articolata della vita umana e delle ambiguità cui il reale si presta agli occhi degli uomini. Così la maestria tecnica della sequenza del ritorno a casa di Genjuro (una panoramica da destra a sinistra a destra in cui l'uomo entra nella sua catapecchia, non trova nessuno ad attenderlo, esce a sinistra per ripetere l'entrata e trovare l'immagine dei suoi desideri: la moglie che prepara la cena) anticipa solo la chiusura che, con un lento movimento a salire dal bimbo sulla tomba della madre, inquadra la vallata con gli uomini al lavoro, in contrasto con la desolazione della medesima immagine che apre il film, evitando ogni semplicistica morale  ed al contempo esaltando la "duplicità dell'essere umano teso tra il mondo fisico e quello spirituale" (Acquarello, Strictly Film School).
…Riconosciuto da subito come uno dei grandi capolavori del cinema, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa (e nello stesso Giappone, nonostante alcune resistenze cui si faceva cenno dianzi), I racconti della luna pallida d’agosto rappresenta ancora oggi una delle visioni irrinunciabili per ogni cinefilo degno di questo nome. Racchiuso all’interno di una regia di rara compostezza formale ed eleganza, mai attirata dal superfluo ma in grado di restituire attraverso limpidi carrelli laterali e piani sequenza – comunque meno elaborati e “lunghi” di altre opere di Mizoguchi – un vero e proprio senso di meraviglia, si cela un racconto morale dolorosissimo, in cui l’avidità e la brama di possesso sono il motore dell’esistenza stessa nonché le responsabili della sua distruzione. Mizoguchi non rinuncia ad alcuni dei punti essenziali della sua poetica espressiva (si prenda ad esempio il modo in cui vengono descritti i personaggi femminili, siano essi demoni tentatori o mogli abbandonate a un destino tutt’altro che rassicurante) e utilizza la macchina da presa non come un mezzo per “riprendere” la vita, ma come un luogo di accesso alla vita ricreata sullo schermo. Non una macchina/occhio, dunque, ma una macchina/soglia, elemento di passaggio che dona la possibilità allo spettatore di entrare e non solo di guardare.
Da questo punto di vista acquistano un valore quintessenziale i due movimenti di macchina che aprono e chiudono il film, panoramiche atte a svelare la “verità” senza mai permettersi stacchi, in un continuum che è il senso stesso, per Mizoguchi, del cinema. In particolar modo il finale, dal ritorno a casa di Genjurō fino alla presa di coscienza sulla vera natura della moglie e al gesto del figlioletto Gen’ichi di porre del cibo sulla tomba della madre, sembra svelare con una naturalezza annichilente il senso del cinema e della narrazione per Mizoguchi: quella macchina da presa che letteralmente svela allo spettatore (e anche a Genjurō) la presenza in casa di Miyagi – o meglio, del suo fantasma – ridando luce e pienezza a un luogo fino a quel momento mostrato come spoglio e inospitale, già morto, produce considerevoli sussulti al cuore a ogni nuova visione…

…The characters in "Ugetsu" are down to earth, and in the case of Tobei, even comic, but the story feels ancient, and indeed draws on the ghost legends of Japanese theater. Unlike ghost stories in the West, Mizoguchi's film does not try to startle or shock; the discovery of the second ghost comes for us as a moment of quiet revelation, and we understand the gentle, forgiving spirit that inspired it.
Nor are Lady Wakasa's seduction techniques graphic; she conquers Genjuro not by being sexy or carnal, but by being distant and unfamiliar. Always completely cloaked, often hidden by veils, she enchants him not by the reality of flesh but by its tantalizing invisible nearness. I was reminded of Murnau's silent masterpiece Sunrise (1928), also about a country man who abandons his wife and child to follow an exotic woman across a lake to the sinful city.
The period detail is accurate and rich. The city marketplace, the headquarters of the samurai, Tobei's visit to a shop to buy armor and a spear, Genjuro's haste when he asks another merchant to watch his prized pots (for he must hurry after Lady Wakasa) -- all of these create a feudal world in which life is hard and escape comes through the silly dreams of men. Women are more cautious, and there is a blunt realism in the sequence where Miyagi, left behind, tries to protect and feed their son as armies loot and rape the countryside. At the end of "Ugetsu," aware we have seen a fable, we also feel curiously as if we have witnessed true lives and fates.

Película que combina hasta sus últimas consecuencias el realismo más cruel de las imágenes sobre la violencia con la serena belleza de los momentos sobrenaturales,Cuentos de la luna pálida culmina, como no podía ser menos, con una secuencia absolutamente magistral que pone de manifiesto, una vez más, la genialidad de la puesta en escena de Mizoguchi: de regreso su poblado, Genjuro entra en su abandonada casa con la vana esperanza de reencontrarse con Miyagi; la cámara recoge al personaje entrando en la casa y le sigue en panorámica a través de la estancia vacía hasta que sale de nuevo al exterior, da la vuelta por fuera y vuelve a entrar para descubrir, en donde antes nadie había, a Miyagi cocinando en la estancia. La secuencia entre Genjuro y el espíritu de Miyagi, bellísima escena de reconciliación y absolución del marido derrotado por parte de la esposa fallecida, seguido del plano final del pequeño Genichi depositando un cuenco de comida sobre la tumba de Miyagi, es el sobrecogedor y bellísimo final de esta obra maestra, una de las más hermosas películas sobre el amor y la muerte de la historia del séptimo arte.

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