sabato 3 gennaio 2026

No Other Choice – Non c’è altra scelta - Park Chan-wook

Park Chan-wook ha girato capolavori indimenticabili, e anche questa volta non delude.

una miscela di umorismo nero, perseguimento dell'obiettivo (il posto di lavoro) senza limiti, valore della famiglia, homo homini lupus, con tasso di violenza altissimo.

in fondo è una lezione applicata sul dio capitalismo, all'ultimo stadio, produzione a luci spente, deserto di rapporti umani, i colleghi non sono amici con i quali andare a bere dopo il lavoro, sono diventati nemici da abbattere, lo si capirà alla fine del film.

dice Jean Rostand: "Se uno uccide un uomo è un assassino; ne uccide un milione, è un conquistatore; li uccide tutti, è un dio".

un film esageratoe convincente, da non perdere, nessuno se ne pentirà.

buona (senza mangiare carne di maiale) visione - Ismaele 


 

Park Chan-wook, che come sempre lavora per eccesso e non è certo in cerca di sfumature, costruisce in questo modo una trama scandita e al tempo stesso caotica, fatta di sovrapposizioni e ripetizioni, sospetti e tradimenti, omicidi voluti e involontari, incomprensioni e colpi di fortuna…

da qui

 

Come osserva Lee Byung-hun, c’è una frattura evidente nel modo in cui uomini e donne vengono rappresentati nel film: «Le mogli sono più flessibili, si chiedono perché i loro mariti non possano fare altro, cercano di farli reagire, di mostrare loro un’alternativa. Gli uomini, invece, hanno costruito tutta la loro identità sul lavoro e non riescono a immaginarsi diversamente».

È qui che No Other Choice diventa tanto grottesco quanto devastante. Man-su non deve risalire da una povertà estrema, perché è già qualidicato, è già benestante, fa già parte di quelli che ce l’hanno fatta. Per ritrovare la sua serenità e il suo prestigio, deve solo dimostrare di essere più spregiudicato, più amorale, più disperato degli altri. Nel finale raggelante, trae piacere nel riuscire, di nascosto, a perpetrare un gesto professionale che sa essere anacronistico e inutile, compiuto in uno spazio lavorativo ormai svuotato di presenza umana. Un luogo rassicurante proprio perché, dopo ciò che ha fatto, gli altri esseri umani oltre la sua famiglia non possono che essere un pericolo per il suo status quo faticosamente riguadagnato.

Abbandonando parte della sua consueta eleganza formale, Park Chan-wook firma uno dei film più espliciti sulla nostra contemporaneità e ci costringe a una domanda che resta sospesa ben oltre i titoli di coda: come si sopravvive in una società il cui primo comandamento è estirpare ogni forma di solidarietà e morale dai lavoratori? E perché continuiamo a desiderare di definirci attraverso il nostro lavoro anche quando è proprio questo a consumarci?

Risposte non ne ha nemmeno Park Chan-wook stavolta, ma fa qualcosa che i colleghi che finora l’avevano preceduto in questo racconto ci avevano risparmiato: ci ricorda quanto la nostra sicurezza lavorativa acquisita, per quanto precaria, sia costruita ai danni di qualcun altro, perché non sembra esserci altro modo per mantenere un impiego oggi. Il mercato sa di poter contare sul nostro silenzio assenso se ci permetterà di goderci ancora un po’ il nostro presente lavorativo, su cui però già si staglia l’ombra lunga dell’irrilevanza umana.

da qui

 

No Other Choice è un vortice filmico di energia e intelligenza visiva. L’unico vero difetto è una durata forse eccessiva e qualche compiacimento estetico, ma poco importa: siamo di fronte a uno dei lavori più affascinanti, complessi e vitali dell’intera Mostra. Il film, incredibilmente ignorato dalla giuria guidata da un distratto Alexander Payne, unisce azione, commedia grottesca e lirismo funambolico. È recitato e fotografato in modo eccelso, con una colonna sonora che amplifica ogni emozione.

Sì, la durata. Sì, un accumulo di temi e stili degno di un alchimista impazzito. Ma è proprio questa esagerazione – la sua natura ipertrofica, libera, eccessiva – a rendere No Other Choice un capolavoro. Park Chan-wook non chiede di essere compreso: chiede di essere vissuto, fino allo stordimento. E noi non possiamo che assecondarlo, decretando senza esitazione il suo valore cinematografico abissale e travolgente.

da qui

 

L'ottima riuscita del Film è aiutata da un Cast in grandissima forma in cui spicca il sempre grandissimo (soprattutto in ruoli sospesi tra ordinarietà e follia) Lee Byung-hun e da virtuosismi tecnici strabilianti (in particolare ha colpito la mia immaginazione il modo in cui segue il bicchiere durante lo shot con la birra) mai fini a se stessi. Molto importante è anche la gestione degli spazi, soprattutto in certe inquadrature, in campo lungo ma non solo, in cui vediamo convivere ambienti quasi diametralmente opposti (la strada e la scogliera), oppure in cui vediamo i personaggi spostarsi su livelli differenti (quando il protagonista sta per tirare un vaso a un personaggio, oppure quando scappa verso l'auto in montagna inseguito dalla moglie
Un Gioiellino da rivedere al più presto, anche per l'iconicità di certe immagini come un certo "bozzolo". Devo anche recuperare al più presto il film di Gavras e, prima o poi, anche il romanzo di Westlake.

da qui

 

Come costringere lo spettatore ad empatizzare con un assassino: lezione del maestro Park Chan-wook.

È inutile girarci intorno, chi è che durante il film ha pensato anche solo una volta: “questo Man-soo è un pazzo criminale”? Nessuno.
Eppure Man-soo è un pazzo criminale. Però il capitalismo è brutto e le grandi aziende sono cattive. Però lui ha la faccia simpatica e lo fa anche per la famiglia. Però quei cagnoloni devono tornare a casa.
Così la regia di Park diventa la molletta dorata che tappa il naso e non fa sentire la puzza dei cadaveri; diventa la benda di seta che copre gli occhi e non fa vedere i corpi martoriati; diventa la musica che non fa sentire le urla disperate di chi sta per essere ucciso.
Per ottenere questo effetto, il regista coreano ha dovuto nascondere il dramma sotto il tappeto (o sotto le foglie autunnali se preferite), dando alla storia quella patina grottesca che permette a chi guarda di fare il tifo per il protagonista, senza concentrarsi troppo sul cosa sta succedendo ma focalizzando l’attenzione sul come sta succedendo.
Il rischio in questo tipo di approccio poteva essere quello di togliere forza alla tematica trattata, ma Park è come un fiorettista, quando sembra inoffensivo mette a segno le stoccate migliori, solitamente all’ultimo secondo. No Other Choice non fa eccezione...

da qui


Il film evidenzia come, di fronte alla precarietà e all’“ottimizzazione” spietata del capitale, ogni elemento identitario ( mestiere, posizione, abitazione, ruolo di capofamiglia ) diventi fragile.
La narrazione scava nella paura  molto reale  della discesa sociale: la perdita del lavoro significa non solo crollo economico, ma perdita di status, vergogna, impotenza. Mansu teme non solo per sé, ma per la sua famiglia, per il tenore di vita, per il futuro dei figli. La tensione sociale, la competitività esasperata, la scarsità di opportunità rendono quasi inevitabile la deriva verso la disperazione che si concretizza nella rinuncia alle automobili, agli indici dello status sociale agiato quale le lezioni di tennis della moglie, persino l'abbandono dei cani "perchè non ce la facciamo a sfamare tutte queste bocche".
Il film mette in luce il crollo delle certezze e le conseguenze psicologiche — gelosia, tensioni, sfiducia — che si intrecciano col senso di colpa e la percezione di impotenza. La disgregazione non è solo materiale, ma morale e familiare…

da qui

 

…Probabilmente ciò che eleva di più il film è proprio questo continuo gioco di regia e montaggio che gioca con l’immagine e la mescola tra diverse inquadrature, creando figure geometriche e disfacendole, abbellendo certi momenti con la musica e riempiendo la storia di piccoli flashback. La caduta morale del protagonista è quindi sempre mostrata dal punto di vista dei familiari, del suo affinare gli omicidi e del freddo traffico urbano che imperversa per le strade.

E tutta l’apparente comicità del film scompare. Tutto ciò per il quale prima si rideva viene rivalutato. A un certo punto non rimane niente della montagna russa vissuta fino a quel momento, solo volti silenziosi che hanno vissuto tanto e nascondo qualcosa. Volti che si aggirano in un mondo vuoto e cattivo, che scatena il peggio delle persone, e che solo nella loro incomunicabilità rivelano il vero suono di un violino.

Tutto asettico in fabbrica, prima l’hanno abbandonata le anime e adesso anche gli esseri umani, lasciando il posto solo alle macchine. Intere sale di confronto sono piene di uomini licenziati che si ticchettano la testa per andare avanti, alcuni di loro addirittura seguono e si inginocchiano ai piedi dei superiori anche quando sono in bagno per farsi assumere.  I grandi capi sono spesso coperti da un raggio di luce solare che impedisce ai candidati di riuscire a vederli. Tutti abbiamo dei maiali nascosti sotto il nostro giardino, e in fin dei conti lo sappiamo. I valori morali non si adattano più all’uomo moderno. Non c’era più nessun’altra scelta. Ma per cosa?

da qui

 

Nessun commento:

Posta un commento