Park Chan-wook ha girato capolavori indimenticabili, e anche questa volta non delude.
una miscela di umorismo nero, perseguimento dell'obiettivo (il posto di lavoro) senza limiti, valore della famiglia, homo homini lupus, con tasso di violenza altissimo.
in fondo è una lezione applicata sul dio capitalismo, all'ultimo stadio, produzione a luci spente, deserto di rapporti umani, i colleghi non sono amici con i quali andare a bere dopo il lavoro, sono diventati nemici da abbattere, lo si capirà alla fine del film.
dice Jean Rostand: "Se uno uccide un uomo è un assassino; ne uccide un milione, è un conquistatore; li uccide tutti, è un dio".
un film esageratoe convincente, da non perdere, nessuno se ne pentirà.
buona (senza mangiare carne di maiale) visione - Ismaele
…Park
Chan-wook, che come sempre lavora per eccesso e non è certo in cerca di
sfumature, costruisce in questo modo una trama scandita e al tempo stesso
caotica, fatta di sovrapposizioni e ripetizioni, sospetti e tradimenti, omicidi
voluti e involontari, incomprensioni e colpi di fortuna…
…Come osserva Lee Byung-hun, c’è una frattura evidente nel modo in cui uomini e
donne vengono rappresentati nel film: «Le mogli sono più flessibili,
si chiedono perché i loro mariti non possano fare altro, cercano di farli
reagire, di mostrare loro un’alternativa. Gli uomini, invece, hanno costruito
tutta la loro identità sul lavoro e non riescono a immaginarsi diversamente».
È qui che No Other
Choice diventa tanto grottesco quanto devastante. Man-su non deve
risalire da una povertà estrema, perché è già qualidicato, è già benestante, fa
già parte di quelli che ce l’hanno fatta. Per ritrovare la sua serenità e il
suo prestigio, deve solo dimostrare
di essere più spregiudicato, più amorale, più disperato degli altri. Nel
finale raggelante, trae piacere nel riuscire, di nascosto, a perpetrare un
gesto professionale che sa essere anacronistico e inutile, compiuto in uno
spazio lavorativo ormai svuotato di presenza umana. Un luogo rassicurante
proprio perché, dopo ciò che ha fatto, gli altri esseri umani oltre la sua
famiglia non possono che essere un pericolo per il suo status quo faticosamente
riguadagnato.
Abbandonando parte della sua consueta eleganza formale, Park Chan-wook firma uno dei film più espliciti
sulla nostra contemporaneità e ci costringe a una domanda che
resta sospesa ben oltre i titoli di coda: come si sopravvive in una società il
cui primo comandamento è estirpare ogni forma di solidarietà e morale dai
lavoratori? E perché continuiamo a desiderare di definirci attraverso il nostro
lavoro anche quando è proprio questo a consumarci?
Risposte non ne ha nemmeno Park Chan-wook stavolta, ma fa
qualcosa che i colleghi che finora l’avevano preceduto in questo racconto ci
avevano risparmiato: ci ricorda quanto
la nostra sicurezza lavorativa acquisita, per quanto precaria, sia costruita ai
danni di qualcun altro, perché non sembra esserci altro modo per mantenere
un impiego oggi. Il mercato sa di poter contare sul nostro silenzio assenso se
ci permetterà di goderci ancora un po’ il nostro presente lavorativo, su cui
però già si staglia l’ombra lunga dell’irrilevanza umana.
…No Other Choice è un vortice filmico di energia e intelligenza
visiva. L’unico vero difetto è una durata forse eccessiva e qualche
compiacimento estetico, ma poco importa: siamo di fronte a uno dei lavori più
affascinanti, complessi e vitali dell’intera Mostra. Il film, incredibilmente
ignorato dalla giuria guidata da un distratto Alexander Payne, unisce azione, commedia grottesca e
lirismo funambolico. È recitato e fotografato in modo eccelso, con una colonna
sonora che amplifica ogni emozione.
Sì, la
durata. Sì, un accumulo di temi e stili degno di un alchimista impazzito. Ma è
proprio questa esagerazione – la sua natura ipertrofica, libera, eccessiva – a
rendere No Other Choice un capolavoro. Park Chan-wook non
chiede di essere compreso: chiede di essere vissuto, fino allo stordimento. E
noi non possiamo che assecondarlo, decretando senza esitazione il suo valore
cinematografico abissale e travolgente.
…L'ottima riuscita del
Film è aiutata da un Cast in grandissima forma in cui spicca il sempre
grandissimo (soprattutto in ruoli sospesi tra ordinarietà e follia) Lee
Byung-hun e da virtuosismi tecnici strabilianti (in particolare ha colpito la
mia immaginazione il modo in cui segue il bicchiere durante lo shot con la
birra) mai fini a se stessi. Molto importante è anche la gestione degli spazi,
soprattutto in certe inquadrature, in campo lungo ma non solo, in cui vediamo
convivere ambienti quasi diametralmente opposti (la strada e la scogliera),
oppure in cui vediamo i personaggi spostarsi su livelli differenti (quando il
protagonista sta per tirare un vaso a un personaggio, oppure quando scappa
verso l'auto in montagna inseguito dalla moglie
Un Gioiellino da rivedere al più presto, anche per
l'iconicità di certe immagini come un certo "bozzolo". Devo anche
recuperare al più presto il film di Gavras e, prima o poi, anche il romanzo di
Westlake.
Come
costringere lo spettatore ad empatizzare con un assassino: lezione del maestro Park Chan-wook.
È inutile girarci intorno, chi è che durante il film ha pensato anche solo
una volta: “questo Man-soo è un pazzo criminale”?
Nessuno.
Eppure Man-soo è un pazzo criminale. Però il capitalismo è brutto e le grandi
aziende sono cattive. Però lui ha la faccia simpatica e lo fa anche per la
famiglia. Però quei cagnoloni devono tornare a casa.
Così la regia di Park diventa la molletta dorata che tappa il naso
e non fa sentire la puzza dei cadaveri; diventa la benda di seta che copre gli
occhi e non fa vedere i corpi martoriati; diventa la musica che non fa sentire
le urla disperate di chi sta per essere ucciso.
Per ottenere questo effetto, il regista coreano ha dovuto nascondere il dramma
sotto il tappeto (o sotto le foglie autunnali se preferite), dando alla storia
quella patina grottesca che permette a chi guarda di fare il tifo per il
protagonista, senza concentrarsi troppo sul cosa sta succedendo ma focalizzando l’attenzione
sul come sta
succedendo.
Il rischio in questo tipo di approccio poteva essere quello di togliere forza
alla tematica trattata, ma Park è come un fiorettista, quando sembra
inoffensivo mette a segno le stoccate migliori, solitamente all’ultimo secondo. No Other Choice non
fa eccezione...
…Il film evidenzia come, di fronte alla precarietà e
all’“ottimizzazione” spietata del capitale, ogni elemento identitario (
mestiere, posizione, abitazione, ruolo di capofamiglia ) diventi fragile.
La narrazione scava nella paura molto reale della discesa
sociale: la perdita del lavoro significa non solo crollo economico, ma perdita
di status, vergogna, impotenza. Mansu teme non solo per sé, ma per la sua
famiglia, per il tenore di vita, per il futuro dei figli. La tensione sociale,
la competitività esasperata, la scarsità di opportunità rendono quasi
inevitabile la deriva verso la disperazione che si concretizza nella rinuncia
alle automobili, agli indici dello status sociale agiato quale le lezioni di
tennis della moglie, persino l'abbandono dei cani "perchè non ce la
facciamo a sfamare tutte queste bocche".
Il film mette in luce il crollo delle certezze e le
conseguenze psicologiche — gelosia, tensioni, sfiducia — che si intrecciano col
senso di colpa e la percezione di impotenza. La disgregazione non è solo
materiale, ma morale e familiare…
…Probabilmente ciò che eleva di più il
film è proprio questo continuo gioco di regia e montaggio che gioca con
l’immagine e la mescola tra diverse inquadrature, creando figure geometriche e
disfacendole, abbellendo certi momenti con la musica e riempiendo la storia di
piccoli flashback. La caduta morale del protagonista è quindi sempre mostrata
dal punto di vista dei familiari, del suo affinare gli omicidi e del freddo
traffico urbano che imperversa per le strade.
E tutta l’apparente comicità del film scompare. Tutto ciò per il quale
prima si rideva viene rivalutato. A un certo punto non rimane niente della
montagna russa vissuta fino a quel momento, solo volti silenziosi che hanno
vissuto tanto e nascondo qualcosa. Volti che si aggirano in un mondo vuoto e
cattivo, che scatena il peggio delle persone, e che solo nella loro incomunicabilità
rivelano il vero suono di un violino.
Tutto asettico in fabbrica, prima l’hanno abbandonata le
anime e adesso anche gli esseri umani, lasciando il posto solo alle macchine.
Intere sale di confronto sono piene di uomini licenziati che si ticchettano la
testa per andare avanti, alcuni di loro addirittura seguono e si inginocchiano
ai piedi dei superiori anche quando sono in bagno per farsi assumere. I
grandi capi sono spesso coperti da un raggio di luce solare che impedisce ai
candidati di riuscire a vederli. Tutti abbiamo dei maiali nascosti sotto il
nostro giardino, e in fin dei conti lo sappiamo. I valori morali non si
adattano più all’uomo moderno. Non c’era più nessun’altra scelta. Ma per cosa?
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