martedì 31 marzo 2026

E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare - Beatrice Minger, Christoph Schaub

Eileen Gray era una donna architetto che ha costruito un edificio n Costa Azzurre, sulle rocce davanti al mare. Le Corbusier decide che le pareti della casa sono più belle dipinte, e fregandosene della propietaria le dipinge.

il film/documentario racconta la storia di Eileen Grey, della casa, e della prepotenza del piccolo Le Corbusier.

una sorpresa per tutti la storia della casa e di Eileen Grey, per gli architetti di più.

buona (architettonica) visione - Ismaele



Nel 1929 la designer irlandese Eileen Gray realizza in Costa Azzurra un rifugio modernista, intimo e radicale. La sua prima architettura, battezzata E.1027, nasce dall’intreccio delle sue iniziali con quelle di Jean Badovici, con cui la progetta. Quando Le Corbusier scopre la villa, ne rimane affascinato fino all’ossessione: dipinge murali sulle pareti senza permesso e ne pubblica le immagini. Gray definisce quei gesti un atto di vandalismo e chiede che vengano rimossi. Lui ignora la richiesta e costruisce il suo Cabanon proprio alle spalle della casa, imponendo la propria presenza sul luogo fino a oggi.

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Gray arriva all’architettura passando per la lacca, per i paraventi, per i tappeti in fibra naturale, per i tubolari metallici e il plexiglas. Le mani le si riempiono di eruzioni cutanee, ma insiste. Apre una bottega, sperimenta, espone nel 1923 al Salon des Artistes Décorateurs il celebre Boudoir de Monte-Carlo: troppo audace, troppo inquietante, troppo moderno. La critica è feroce. Aristocratica irlandese, lesbica in un’epoca in cui l’omosessualità è perseguitata, Gray osa entrare nel territorio maschile dell’architettura. E lo fa senza chiedere permesso.

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…A metà tra documentario e finzione, “E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare” racconta la storia di una lotta fra la forza dell’espressione femminile e sul desiderio maschile di controllarla, attraverso un linguaggio visivo capace di rendere giustizia a un’artista enigmatica, complessa e luminosa. I registi esplorano così lo spazio architettonico e il genere, il conflitto tra punti di vista, il confine tra documentario e finzione.

«Al centro di questo film c’è un conflitto irrisolto» – ha dichiarato la regista e sceneggiatrice Beatrice Minger – «Si potrebbe sostenere che Le Corbusier non abbia fatto nulla di “sbagliato”: quando arrivò, Eileen Gray non viveva più nella casa, e Jean Badovici gli diede il permesso di dipingere i murali. Ma è accettabile appropriarsi della visione artistica di un’altra persona? Per me, no. Da questa inquietudine è nato il film. La violazione non riguarda solo le pareti bianche di una casa. All’inizio del Novecento, le artiste erano confinate agli spazi interni – arredi, decorazione, pittura, scrittura. Gray infranse quel limite entrando nel territorio maschile dell’architettura. Le Corbusier, il “Zeus” del modernismo francese, reagì cercando di ricondurla al suo posto.»

«Gray dovette affermarsi come una delle prime architette in un mondo dominato dagli uomini» – ha dichiarato il co-regista e co-sceneggiatore Christoph Schaub – «Portò una voce femminile nel dibattito modernista. L’interesse di Le Corbusier per la sua casa generò una storia emotiva, quasi un dramma. Per raccontarla abbiamo scelto un approccio radicale: niente interviste, niente esperti, niente ricerca della “verità” documentaria. Abbiamo preferito l’astrazione: creare uno spazio cinematografico dove emozioni e domande potessero emergere. Un luogo in cui anche Eileen Gray potesse interrogare sé stessa.»

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quello di Beatrice Minger e Christoph Schaub non è propriamente un documentario e non è propriamente un film.

È un’opera ibrida, che sfugge ad ogni tentativo classificatorio, mettendo insieme tutte e tre le funzioni (anche definite voci o prospettive) che secondo Carl Plantinga contraddistinguono il film documentario – formale, aperta e poetica – e mescolando le sei modalità – espositiva, poetica, osservativa, interattiva, riflessiva e rappresentativa – considerate da Bill Nichols come distintive del film documentario…

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"In Time" di Andrew Niccol e David Graeber - Federico Greco

 

lunedì 30 marzo 2026

Un poeta - Simón Mesa Soto

Oscar vive con la madre, era sposato, ha una figlia (Daniela) che si vergogna del padre, Oscar ama la poesia, è (stato?) poeta, ha scritto due libri di poesia, tanti anni prima, è stato alcolista, è disoccupato, non ha speranze nella vita.

dietro le insistenze della sorella accetta un lavoro come insegnante, e nella scuola conosce Yurladi, una ragazza che lui crede un talento, una poetessa in divenire.

succedono tante cose nel film, con una sceneggiatura a orologeria.

motore del film è Oscar (un eccezionale Ubeimar Rios), che in pochi giorni affronta vicende avventurose, tragiche e comiche, ma anche la poesia è una protagonista, come raramente avviene al cinema.

un film da non perdere, solo in una ventina di sale, che evidentemente sono poco poetiche.

buona (Oscar) visione - Ismaele


ps1: ho avuto la fortuna di vedere il film alla presenza di Ubeimar Rios, che dopo il film ha raccontato del film e ha risposto alle domande del pubblico, nella vita è un professore di filosofia, amante della poesia, che ha citato il poeta da lui più amato, Raúl Gómez Jattin (qui alcune sue poesie)

ps2: il film è ambientato a Medellin, e non si parla di cartelli della droga, mi ha ricordato un altro film, di Barbet Schroeder, ambientato nella stessa città

ps3: Un poeta mi ha ricordato Detachment, di Tony Kaye, con Adrien Brody protagonista, supplente in una classe difficile, che vuole proteggere una studentessa vittima di bullismo.


 

..È un film fresco, dinamico, dotato di un’impressionante urgenza espressiva. Girato in 16 mm, con la macchina da presa sempre a ridosso dei personaggi, come se ne volesse succhiare la linfa, più che osservarli, in un’estetica di sporca immediatezza che ricorda la ruvidità dei volti spiattellati contro l’obiettivo di Cassavetes, immersa però in un impasto in cui si mescolano sciagure e derive esistenziali grottesche, causate dalle conseguenze di azioni intensamente drammatiche. Quella che organizza il regista, Simón Mesa Soto, è una miscela profondamente umana, forse anch’essa, intesa come prodotto, totalmente fuori tempo come il suo protagonista, perché immagine di un cinema che fu, scabro, irregolare, sgranato ma incontestabilmente vero, che si avverte sulla pelle marchiata dalle sue scorie. Non c’è niente di poetico nella contemporaneità, ma anche senza poesia la vita è una lunga e complicatissima conquista della propria umanità.

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Oscar Restrepo abita il mondo come certi uomini che hanno scambiato il fallimento per un destino e il risentimento per una forma d’identità. Un poeta, secondo lungometraggio di Simón Mesa Soto, prende questa figura consumata, alcolica, autoreferenziale, e la segue nel punto esatto in cui la vocazione artistica smette di essere promessa e si trasforma in rovina privata, posa, autoassoluzione. Della poesia Oscar conserva meno la febbre che il relitto, meno l’urgenza che il mito personale, e proprio per questo il film trova nella sua miseria morale una materia sorprendentemente fertile: il ritratto non di un autore tormentato nel senso romantico e consacrato del termine, ma di un uomo che continua a pensarsi al centro di tutto quando il mondo, intorno a lui, ha già cominciato a sottrarsi, a degradarsi, a fare a meno di lui. La sua è una marginalità che non ha nulla di eroico, e proprio per questo ferisce di più: una condizione impastata di rancore, di nostalgia di sé, di un’incapacità di accettare che il talento, da solo, non basti a salvare nessuno dalla propria inettitudine affettiva e morale. Il passato pesa, nel suo caso, come una moneta falsa che il personaggio continua a spendere sperando ancora che qualcuno la riconosca come autentica. Due raccolte poetiche premiate all’inizio della carriera gli bastano per sentirsi eternamente creditore di un destino che, ai suoi occhi, avrebbe dovuto consacrarlo una volta per tutte; da allora, invece, si trascina tra impieghi precari, alcool, umiliazioni sociali, una sorella che cerca di rimetterlo in piedi, una figlia che gli sfugge, e soprattutto un’immagine di sé rimasta congelata in un passato che continua a usare come alibi. In questo senso, Un poeta è anche un film sulla menzogna intima del talento, sul modo in cui un dono o una promessa iniziale possono trasformarsi, col passare del tempo, in un capitale simbolico speso male, in una piccola rendita narcisistica con cui giustificare la propria paralisi. Oscar non vive soltanto nel ricordo di ciò che è stato: abita l’idea di ciò che avrebbe dovuto essere, ed è questa distanza, più ancora della povertà materiale o dell’alcolismo, a renderlo patetico e insieme dolorosamente riconoscibile…

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Un poeta è un film che non giudica, dove non ci sono punti fissi, coordinate da seguire per lo spettatore. E questo si traduce anche visivamente nello stile di regia, girando in pellicola 16mm con una mdp sempre instabile e precaria. Sembra di tornare a quella tendenza di piani sequenza e macchina a mano diffusa in molto cinema d’autore degli anni Novanta, dai Dardenne ai film Dogma. Simón Mesa Soto è riluttante ai campi controcampi, risolvendo i momenti di dialogo con panoramiche a schiaffo dei due personaggi ripresi di lato. Numerose sono le elissi narrative, per esempio di quando Oscar si fa prestare i soldi dalla figlia. Esemplare anche il momento in cui il protagonista porta l’allieva al festival di poesia, che non è narrativamente annunciato ma viene fatto intuire mostrando Yurlady in casa con un abito elegante, che contrasta con il tenore sociale basso della sua famiglia, per prepararsi a quella serata mondana. Si ha come la sensazione di una mdp che insegue, e rincorre affannosamente come un cronista, eventi che stiano avvenendo spontaneamente, non una messa in scena cinematografica. Un occhio impietoso che non si tira indietro rispetto alle visioni sgradevoli, nel mostrare le condizioni di vita umili della casa di Yurlady, una famiglia numerosa che vive promiscuamente in condizioni precarie e non proprio igieniche. Così è la scena di Oscar che dorme, a torso nudo, nel letto matrimoniale con la madre, oppure quella in cui il protagonista e il presidente dell’associazione di poeti si guardano i rispettivi peni all’orinatoio. Simón Mesa Soto non assolve né condanna il poeta, ma ne fa emergere la fragilità e la precarietà all’interno di un mondo ipocrita e ostile, lasciando lo spettatore senza alcun appiglio.

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Un poeta si rivela molto presto una commedia molto sofisticata nel riportare tutto ciò che sembrerebbe aereo, sospeso e intellettuale sulla terra. Anzitutto, dal punto di vista estetico, visto che il film è girato in pellicola eccetto alcuni passaggi diegetici. La musica che parte ogni volta che lo schermo diventa rosso a segnalare l’inizio di un nuovo capitolo della storia, è sempre tronca, precipita sulle immagini (in un meccanismo simile ai famigerati video social verticali). Sono diversi gli elementi che concorrono a creare la sensazione di un capitombolo. Così il film, in certi momenti molto divertenti, si avvicina perfino alla comicità slapstick che sono sostenuti da Ubeimar Rios nel ruolo da protagonista con una prova eccellente, con un’espressività limitata al minimo, ma che riesce a comunicare tantissimo, anche oltre questo accostamento tra malessere e ridicolo che sembra un esempio di umorismo pirandelliano…

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Sublimare se stesso nell'altruismo verso una giovane poetessa è il suo atto ultimo e radicale, e anche quello finirà per metterlo nei guai. Dietro un velo di assurdo quasi fantozziano (che soprattutto nella seconda parte tende a esagerare, vanificando un po' il solido lavoro di costruzione iniziale) Soto architetta una parabola di moralità perduta in un contesto in cui chi è povero sente di dover competere con altri poveri. Anche l'ideale artistico della poesia come ultimo baluardo di purezza viene messo alla berlina, in una satira sociale che lo rende ennesimo espediente per mettere un piede nella porta.
In questo senso è interessante che il film veda la luce nello stesso anno di La mattina scrivo di 
Valérie Donzelli - emisferi di provenienza diversi, toni del racconto che non potrebbero essere più opposti, ma due storie radicate entrambe nel parossismo dell'impossibilità del lavoro culturale al giorno d'oggi. Come lo yin e lo yang, i rispettivi protagonisti scelgono l'integralismo del rifiuto di fronte a un sistema che non li vede e non li prevede; uno si radica nella dignità sommessa ed estrema, mentre l'altro (il povero Oscar) ha da tempo accettato l'umiliazione eppure rimane in cerca della scintilla che lo porti al riscatto.

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La riconciliazione possibile — tra Oscar e Yurlady, tra Oscar e la figlia, tra lo spettatore e il film — si compie dunque al di là dei confini tracciati dalla contingenza della diegesi. Essa non si iscrive nell’ordine delle azioni, ma nei gesti di poetizzazione del film, nella voce individuale che si ostina a presentarsi come voce collettiva. È, piuttosto, un gesto di restituzione. Di fronte alla disillusione che colpisce Yurlady nel confrontarsi con le esigenze necessarie a essere poeta, resta almeno che l’intervallo tra il singolare e il comune — quello stesso che, aperto dalle poesie scritte entro le mura di casa sua, ha reso possibile l’incontro inatteso con Oscar — possa essere restituito.

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domenica 29 marzo 2026

Eastern Plays (Iztochni piesi) - Kamen Kalev

nella Bulgaria dopo la caduta del muro, il paese è nelle mani di politici terroristi e mafiosi.

Itzo, un bravissimo Christo Christov, morto troppo presto, cerca di trovare la sua strada, una famiglia da dimenticare, un fratello giovane attratto dai neonazisti (prezzolati da politici senza scrupoli), che Itzo prova a salvare, una fidanzata che non gli dice più niente.

una bellissima sorpresa, un'opera prima da non perdere.

buona (Christo Christov) visione - Ismaele

 

 

Sofia. Un gruppo di skinhead attacca una famiglia turca in viaggio da Istanbul a Berlino e che si è fermata in città solo per una notte. Tra gli assalitori c'è Georgi, un ragazzo di 17 anni che per sopperire al suo disagio interiore e ai conflitti familiari ha deciso di entrare nella banda di teppisti. A testimoniare l'aggressione c'è Itzo, il 38 enne fratello di Georgi, che interviene per salvare i malcapitati. La drammatica situazione sarà occasione per Georgi e Itzo di ritrovarsi dopo anni di allontanamento l'uno dall'altro. Allo stesso tempo Itzo, artista dedito all'alcool e alla droga, cercherà un'opportunità di riscatto grazie all'amore per Izil, la ragazza turca vittima dell'aggressione. Lo sviluppo degli eventi porterà i protagonisti a fare i conti con le proprie solitudini e angosce, ma anche a riscoprire e ritrovare sentimenti e affetti che credevano perduti.

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In una Sofia livida e degradata, l'adolescente Georgi entra in contatto con un gruppo di neonazisti. Durante un'aggressione ai danni di una famiglia turca, s'imbatte casualmente nel fratello maggiore Itso, che interviene per mettere fine alla violenza. Dopo una lunga assenza dovuta a problemi di dipendenza dalla droga, Itso torna allora in contatto con Georgi, mentre stringe un rapporto con Ils, la figlia dell'uomo vittima del pestaggio.
Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2009, Eastern Plays presenta una struttura inizialmente duale, accordandosi alle vite dei due fratelli, per poi concentrarsi sulla sola linea narrativa di Itso (diminutivo di Christo). Scomparso poco prima della conclusione delle riprese a causa di una conclamata tossicodipendenza, l'artista bulgaro Christo Christov riempe lo schermo con un personaggio oltremodo vero che pesca a piene mani dalla sua stessa esperienza di vita, confondendo realtà e finzione come poche altre volte si è visto sullo schermo: suoi sono i disegni che vediamo, sua la casa divisa con un coinquilino con cui non ha dialogo, sua la nera e muta disperazione. È inevitabile che la morte prematura del non attore Christov abbia finito col forgiare, in itinere, la sceneggiatura, aggiungendo un palpito di tragica concretezza all'esordio di Kamen Kalev.
In seguito all'innesco della vicenda, dopo il momento in cui i due fratelli entrano traumaticamente quanto casualmente in contatto, la macchina da presa pare interessarsi solo alla figura di Itso: la solitudine, i controlli medici, le giornate senza uno scopo, l'alcol e il tabacco come sostituti della droga, la mancanza di comunicazione con la propria ragazza, la speranza di un nuovo e impossibile amore, fino alla sequenza di una peregrinazione notturna sulle note del Concerto BWV 974 di Johann Sebastian Bach eseguito da Glenn Gould. È forse qui il cuore più vero di Eastern Plays, nello stare ben ancorato ad un corpo preciso e al suo smarrimento, sprigionando una libertà, tragica e inaspettata, memore di molto cinema francese, da Fino all'ultimo respiro in poi. A discapito di una narrazione quadrata, Kalev si prende il proprio tempo, quasi volesse restituirlo all'amico scomparso, con la diretta conseguenza di abbandonare del tutto il tema iniziale della permeabilità della città di Sofia al neonazismo.
Un'opera dolente sulla dipendenza e l'avvilimento che va avanti per piccoli episodi, scene dimesse, qualche folgorazione, difficilmente giudicabile senza mettere in conto la fine toccata in sorte a Christo Christov (1969-2008), cui il film è dedicato.

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venerdì 27 marzo 2026

I favoriti di Mida - Miguel Barros, Mateo Gil

ispirato a un racconto di una decina di pagine di Jack London, pubblicato alla fine del XIX secolo, in Spagna traggono una serie di 6 puntate, poco più di 5 ore, adattata ai nostri tempi..

il protagonista è Luis Tosar, sempre bravo, ma anche gli altri attori e attrici sono convincenti.

niente di memorabile, ma non male.

buona (complottistica?) visione - Ismaele


 

Lo svolgimento della vicenda nonostante sia ben strutturata, purtroppo, però, non regala sempre forti emozioni che ci si aspetta da un thriller-crime. Non rasenta, comunque, mai la piattezza. In un modo o nell’altro, ci fa affezionare alla storia tenendoci comunque attaccati allo schermo se non altro per capire come va a finire; un finale però che sembra restare aperto a una nuova stagione…

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…Victor Genovés è un ricco uomo d’affari che ha appena ereditato una fortuna, per questo motivo è allo stesso tempo molto ammirato e odiato. I membri della sua società non sembrano approvarlo e la sua ex moglie ha con lui un rapporto complicato. Victor perciò non sembra spaventarsi quando riceve una lettera minatoria da parte di una setta che si firma I Favoriti di Mida. Il gruppo minaccia di uccidere periodicamente un civile se Victor non versa una somma di 50 milioni.

La trama si infittisce quando Victor si rivolge alla polizia; la setta infatti sembra conoscere le sue mosse, al punto da far sospettare una talpa tra gli amici dell’uomo. Questi elementi creano una suspense crescente che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Lo sviluppo della trama è imprevedibile e mantiene alta l’attenzione, Questo è possibile anche grazie alla buona caratterizzazione del personaggio. Victor infatti si trova davanti a un bivio: se paga il riscatto finanzierà una setta terroristica, se si oppone diversi civili innocenti saranno uccisi, Questo rende Victor un personaggio tormentato, per questo motivo lo spettatore si sente coinvolto dalle decisioni del protagonista…

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È nata WikiFlix, la piattaforma streaming gratuita che raccoglie migliaia di film classici (e c'è anche La corazzata Potëmkin…) - Simona Buscaglia

 

 

Chi si ricorda alcuni valori fondanti di Internet, come la condivisione di cultura e informazione? Esiste un progetto che sembra pensato decenni fa. Si chiama WikiFlix, una piattaforma streaming di film finiti nel pubblico dominio, consultabili gratuitamente senza nemmeno la necessità di creare un account. A oggi sono più di quattromila i titoli presenti su questa piattaforma digitale, che riunisce pellicole provenienti da Wikimedia Commons, da Internet Archive e da YouTube. Un modo soprattutto per renderle facilmente fruibili e consultabili, visto che in molti casi si tratta di film che hanno fatto la storia del mezzo cinematografico. A questa idea ne è collegata un'altra, sui file audio, che segue lo stesso principio: rendere fruibili musiche, suoni e altre tracce, organizzate per essere consultate come un catalogo. Si chiama WikiVibes.

Nascita del progetto

Il progetto nasce dalla mente della comunità di Wikipedia. Nella sezione informazioni si può leggere in parte la genesi del progetto e alcune specifiche importanti: "Wikidata contiene oltre 33 mila elementi relativi a film che sono diventati di pubblico dominio. Una parte di questi (circa 1300 al momento della stesura) dispone di un file video, ospitato su Wikimedia Commons, Internet Archive o YouTube. Il database di WikiFlix viene aggiornato ogni ora a partire da Wikidata. Lo strumento WikiFlix è ospitato su Toolforge negli Stati Uniti. Toolforge è gestito dalla Wikimedia Foundation. Tutti i contenuti di WikiFlix sono generati a partire da Wikidata e mantenuti dalla relativa comunità". Come viene riportato nell'approfondimento sulla nascita di questa piattaforma streaming, tutto parte come idea personale di un utente attivo della comunità Wikipedia, poi proposta in varie occasioni pubbliche e alla fine realizzata: "In realtà non sono fan dei film d’epoca! (Non li odio nemmeno! Mi piacciono, per esempio, i primi film sperimentali astratti e i vecchi anime.) - spiega l'ideatrice - Sono invece appassionata di patrimonio culturale e, più in generale, di materiali video e multimediali. Mi ha colpito il fatto che su Wikimedia Commons abbiamo così tanti file video e audio, inclusi probabilmente tutti i momenti salienti dei film e della musica di pubblico dominio. Tuttavia, sono descritti male, poco attraenti e di solito piuttosto difficili da trovare".

 

Com'è strutturato WikiFlix

Nel momento in cui scriviamo sono 4475 i film consultabili. La prima sezione, una volta aperto il sito, è quella dei caricamenti recenti. Si passa poi a quelli collegati ai contenuti molto richiesti e cercati, fino a quelli realizzati da registe (come ad esempio Charlot all'Hotel, del 1914, diretto e interpretato da Mabel Normand e noto per essere il primo film in cui Charlie Chaplin compare come Charlot). C'è poi la categoria più visti: "WikiFlix ricava le informazioni sui film da Wikidata e le 'classifiche' dei film si basano sul numero di link presenti nel rispettivo elemento Wikidata, in modo simile alla ricerca interna di Wikidata - si racconta in una sezione dedicata - Gli elementi con un punteggio elevato verranno mostrati all'inizio di una sezione e quindi anche nella pagina principale dello strumento". Tra i classici intramontabili possiamo vedere (solo per citarne alcuni): Nosferatu: A Symphonie of Horror, film muto espressionista del 1922 diretto da F. W. Murnau; La febbre dell'oro di Charlie Chaplin del 1925; La corazzata Potëmkin, film muto sovietico del 1925, prodotto dalla Mosfilm, diretto e co-sceneggiato da Sergej Ėjzenštejn; Viaggio sulla Luna, film di fantascienza e avventura francese del 1902, scritto, diretto e prodotto da Georges Méliès e ispirato al romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna. Cliccando sulla singola pellicola è possibile accedere alla sua descrizione, al cast, e ai registi, tutti elementi che portano alla singola pagina personale e agli altri film interpretati e diretti dallo stesso personaggio presenti sulla piattaforma. Ci sono sezioni anche dedicate a film tradotti in spagnolo, francese, danese o sottotitolati in queste lingue (la maggior parte dei film rimane in lingua inglese o sottotitolato in inglese). Sono presenti sezioni dedicate ai generi, dai Noir agli Spy film fino ai cartoni animati (ad esempio quelli con Mickey Mouse).

Movie blacklist

Esiste anche un processo di selezione delle pellicole, come viene spiegato in una pagina a parte del progetto"Diversi elementi cinematografici con un punteggio elevato contengono anche messaggi discutibili, per gli standard odierni, tra cui motivazioni razziste e fasciste. Mentre questi elementi, i relativi file video, le relative pagine Wikipedia ecc. sono perfettamente adatti a un contesto educativo, WikiFlix è più focalizzato sull'intrattenimento. Mostrare questi film nella pagina principale potrebbe non essere adatto a tale scopo". Per questo motivo, la community può creare un elenco di questi film in una pagina a parte: "Compariranno nei risultati di ricerca, quindi potranno essere trovati se richiesti intenzionalmente. Saranno inoltre visualizzati nell'elenco dei film sotto la pagina biografica di una persona".

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giovedì 26 marzo 2026

Final Cut - Hölgyeim és Uraim (Final Cut: Ladies and Gentlemen) - György Pálfi

una storia d'amore in un secolo di cinema, György Pálfi citando 500 film, con musiche indimenticabili.

non si può raccontare, bisogna vederlo (si può vedere online)

buona (amorosa e cinematografica) visione - Ismaele

 

 

il film si può vedere QUI o QUI

 


Questo film dell'ungherese Palfi, classe 1974, è uno dei più incredibili omaggi al Cinema che io abbia mai visto. Con una lavorazione durata otto anni, Palfi taglia e incolla, trapianta e dà nuova vita a circa 500 film che hanno fatto, chi più chi meno, la storia della settima arte: ne esce un Frankenstein cinematografico di purissima bellezza, la storia d'amore delle storie d'amori del cinematografo. Un'opera di montaggio virtuosistico, in cui, anche per pochi secondi, si susseguono situazioni similari montate ad arte per creare un nuovo canovaccio, per niente scontato, fra le altre cose. E' un film davvero unico, straniante e molto divertente, anche perché spinge inevitabilmente a cercare d'indovinare il film da cui, in quel momento, è stata utilizzata la sequenza cinematografica. E' impossibile per un cinefilo, (ma non necessariamente, attenzione!), non esaltarsi davanti a un'opera di questo calibro. L'ora e mezza circa vola via senza nemmeno accorgersene e lascia in bocca quella sensazione agrodolce di malinconia e di bellezza per un Cinema che in qualche modo avevamo dimenticato. La colonna sonora, anch'essa montata e scelta, ovviamente, da famose musiche dei film, è perfetta pur'anche e contribuisce non poco alla meraviglia di questa visione. Un film assolutamente geniale.

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film ungherese, per altro prodotto anche da Bela Tarr, costituito dal faraonico lavoro di montaggio di circa cinquecento spezzoni della storia del cinema, quasi sempre su musiche estranee alla colonna sonora della sequenza specifica. Un ora e venti di autentiche emozioni con qualche chicca godibilissima (una per tutte Charlie Chaplin su Disco Inferno). Come non bastasse è anche rintracciabile una trama filmica. Divertitevi a riconoscere da quali film sono estratte le sequenze. Film di assoluto alleggerimento ma, a mio parere, imperdibile.

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…Operazione per cinefili incalliti che difficilmente può interessare il grande pubblico.

Ma questo non e' per forza un male, il cinema ungherese degli ultimi anni non puo' che ricercare una nicchia di consensi (tipo Fuori orario) schiacciato dalla crisi mondiale e soprattutto dal Cinema mainstream d'oltreoceano.

Sono stato particolarmente incuriosito nella visione di alcuni spezzoni che non conoscevo e cio' mi spingerà a ricercare i titoli dei vari film per me ignoti.

La scelta delle singole porzioni di pellicola e' stata così minuziosa da estrapolare solo momenti di alto Cinema per cui solo la visione di quei pochi secondi (dai 2 ai 5 di media) di ogni singolo loop risulta gradevole.

In coda il lungo elenco delle sequenze estrapolate con, in maniera puntuale, il titolo del film, gli attori presenti, il regista, l'anno di produzione e il nome della casa di produzione.

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