lunedì 16 marzo 2026

Grand ciel - Akihiro Hata

Vincent lavora come operaio in un'enorme costruzione, che è anche un simbolo del capitalismo, di quel capitalismo che usa lavoratori interinali, spesso migranti senza le carte in regola, da prendere e lasciare in un attimo, senza diritti, schiavi moderni, che costruiscono un palazzo da sogno, luminoso, tecnologicamente avanzato, attrattivo e respingente.

i lavoratori della squadra di Vincent lavorano qualche piano sotto il livello della strada, come minatori (d'altri tempi?), non ci sono sindacati, e neanche coscienza di classe, chi ci prova ha l'ostilità dei compagni di lavoro, e viene licenziato in meno di un secondo.

il calcestruzzo in quei piani sotto terra ha qualche problema serio, che va risolto.

piano piano qualche lavoratore sparisce, sacrifici umani della crescita del capitalismo.

e solo alla fine sapremo cosa succede.

Akihiro Hata, nella sua opera prima, riesce a colpire lo spettatore, in un film da non perdere.

buona (sotterranea) visione - Ismaele 



…Vincent lavora di notte nel cantiere di un quartiere futuristico. Quando un operaio scompare, Vincent e i suoi colleghi iniziano a sospettare che i loro superiori stiano insabbiando un incidente. Ma presto scompare un altro operaio.
“Come possono la precarietà lavorativa e la pressione sociale deformare insidiosamente il corpo e la mente di una persona, al punto da distruggere ogni senso di solidarietà, fiducia e cameratismo? Questa domanda è al centro di Grand Ciel. Attraverso Vincent, un operaio edile temporaneo, terrorizzato dal declassamento sociale, il film esplora come l’interesse personale prenda lentamente il posto del bene comune.
Gran parte del cambiamento inizia a contaminare anche la sua vita familiare. Le relazioni si sfrangiano, logorate dalla sua paura di fallire. Vincent vive sotto una minaccia costante, reale, quasi palpabile: in un sistema economico spietato, in una guerra silenziosa, ogni lavoratore deve combattere per proteggere il proprio pezzetto di vita.
E poi c’è la minaccia più silenziosa, come un’eco nelle viscere del cantiere: un labirinto di cemento dove le luci al neon scavano volti cadaverici, dove il silenzio stringe la gola e asfissia la mente. Quel cemento onnipresente, freddo e minerale, la cui polvere fluttuante, come una nebbia tossica inarrestabile, s’insinua in ogni fessura, minacciando di inghiottirti, mentre il gigantesco cantiere continua a crescere e crescere, a qualunque costo.”

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Hata riesce a creare un clima claustrofobico e angosciante, anche con un notevole lavoro sul suono, evidente negli inquietanti e premonitori rumori che accompagnano il team di operai quando scende sottoterra e in quello ripetuto del martello pneumatico. Grand Ciel è una rappresentazione autentica del capitalismo e trova, da un punto di vista cinematografico, una strada nuova per farlo. Inoltre, denuncia con efficacia la precarietà delle condizioni del lavoro degli operai e la mancanza dei necessari controlli di sicurezza. Il volto spaventato, immobile, trasformato di un ottimo Damien Bonnard incarna tutta la sua speranza ma anche la sua impotenza. Questa opposizione è evidente nelle scene in cui Vincent guarda gli annunci immobiliare e in cui racconta la storia del padre che lavorava a una fabbrica che costruiva cruscotti per le automobili. Qui emerge il vissuto, anche disperato, di un film che non fa sconti e lascia emergere verità che sono come cicatrici profonde…

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…"Grand Ciel" è la grigia metafora del capitalismo peggiore. Ma nel mostrare il peggio di esso mette in luce anche la complicità della base nel processo di impoverimento sociale. Una base umana ed economica che finisce per sgretolarsi una volta chiamata a difendere il proprio statuto con la protesta, la richiesta di chiarimenti e lo sciopero. Chi esce vincitore (morale) dalla battaglia si lecca le ferite rinunciando ad un lavoro necessario e vitale in nome della sicurezza. Gli altri, i poveracci e gli irregolari, non possono che cedere sotto la pressione di un sistema che non ammette vie di fuga. 

Per il giapponese buona la prima.

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L’abilità del regista è anche quella di realizzare un racconto claustrofobico e dal climax crescente quasi da thriller in cui si percepisce come in determinate situazioni i lavoratori siamo portati all’estremo e senza vie d’uscita. Nello stesso tempo, punto di forza di Grand Ciel è anche quello di descrivere bene le dinamiche e le tensioni che si creano tra gli operai con Vincent, ben interpretato da Damien Bonnard, disposto a tutto per cambiare le sue condizioni di vita e regalare un futuro diverso alla compagna e al figlio di lei. E’ chiaro l’intento di Akihiro Hata di far passare il messaggio dell’ingiustizia e delle distorsioni del capitalismo e la denuncia è evidente fin dalle prime scene. Grand Ciel è un “piccolo” film che si inserisce nel solco del lavoro cinematografico di Laurent Cantet e che, a nostro avviso, merita di essere visto.

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…In una inquietante indagine, condotta con scrupolo personale ed a proprio rischio e pericolo a cura del coscienzioso ed inquieto protagonista, ottimamente reso dal bravissimo e noto attore Damien Bonnard, qui ancora una volta assai credibile e convincente.

Una ricerca della verità su sparizioni misteriose che in qualche modo assurgono a metafora della ormai concreta alienazione dell'individualità, e di un progresso che deriva da una forma deviata e cannibalesca di capitalismo ove tutto ciò che si produce deve assicurare guadagni massimizzati, per ottenere i quali si giustificano intrallazzi e sotterfugi come lo sfruttamento della forza lavorativa, l'utilizzo di materiali scadenti contro ogni apparente programmazione ufficiale.

Facendo ciò, la società del progresso che predomina nel film ma che pure ci caratterizza a tutti gli effetti, finisce per svalutare la considerazione del singolo e di una intera classe sociale, a beneficio del ceto dirigente, sempre più affamato di risultati, di profitti e guadagni ottenuti col minor sacrificio possibile.

Diretto con solido mestiere dal regista ed attore francese di evidenti origini nipponiche, Akihiro HataGran Ciel funziona efficacemente e si struttura procrastinando spiegazioni che conviene lasciare a personali interpretazioni per non svilire la buona suspense che la storia riesce a costruirsi durante la narrazione.

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Grand Ciel affonda anzitutto nel realismo sociale: osserva i turni di notte, la fatica, i gesti ripetuti, le gerarchie implicite, il logoramento quotidiano di chi vive sospeso dentro un’economia che promette stabilità e distribuisce invece sostituibilità, esposizione, paura. E tuttavia, quasi senza che lo spettatore se ne accorga, quel terreno realistico comincia a inclinarsi, ad aprirsi sotto i piedi dei personaggi; le coordinate del dramma del lavoro restano tutte al loro posto, ma vengono lentamente contaminate da un’inquietudine che appartiene già all’horror, o più precisamente a quella zona liminare in cui il reale, senza cessare di essere reale, comincia a mostrare il proprio fondo allucinato. Non ci sono svolte gridate, non c’è alcuna compiacenza nel colpo di scena: il perturbante entra nel film come una crepa, come un’infiltrazione invisibile, come qualcosa che era già lì e che il racconto si limita poco a poco a rivelare. Hata costruisce così il proprio film come un’indagine morale prima ancora che narrativa. Non gli interessa tanto orchestrare il mistero delle sparizioni secondo i codici del thriller industriale, quanto mostrare il modo in cui una comunità lavorativa, già fragile, già precaria, già indebolita dalla fatica e dalla mancanza di prospettive, si decompone sotto il peso della paura. Le sparizioni non producono soltanto suspense: erodono la fiducia reciproca, insinuano il sospetto, dissolvono la solidarietà possibile, rendono ogni corpo potenzialmente esposto a una violenza che nessuno sa più nominare. È anche in questo punto che Grand Ciel smette di essere soltanto un racconto di minaccia e diventa un film sulla crisi del collettivo: Hata mostra con grande lucidità come il mondo del lavoro contemporaneo non produca soltanto sfruttamento, ma anche una progressiva interiorizzazione dell’isolamento, una pedagogia dell’ognuno per sé che indebolisce il legame tra i corpi e rende la solidarietà sempre più fragile, sempre più difficile da praticare. In questo senso il cantiere di Grand Ciel non è solo uno scenario: è una figura del presente. Uno spazio in costruzione che coincide con uno spazio in rovina, una promessa di futuro che si manifesta fin dall’inizio come necrosi del legame umano.

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