lunedì 13 aprile 2026

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo - Simone Manetti

il regista ricostruisce la vicenda di Giulio Regeni, a dieci anni dalle orribili torture per una settimana fino alla morte, e dà voce ai genitori di Giulio e al loro avvocato, Alessandra Ballerini, che non si fanno convincere da imbroglioni e assassini.

questo è un film dell'orrore, mostrare le orribili facce dei governanti italiani, ma non solo, fa davvero paura (e schifo).

per sapere qualcosa in più sul modus operandi degli agenti egiziani si potrebbe (ri)guardare Omicidio al Cairo.

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo è un film da non perdere, nella trentina di sale dove si può vedere.


ps1: il film non è stato ritenuto di ricevere contributi, mica è un film sull'immenso Gigi D'Alessio.

Giuli, il ministro con l'anello, più che Frodo è Frode, è un bugiardo, dice che la sottocommissione che ha deciso di non finanziare il film su Regeni è indipendente (sono amici suoi?) e lui non può intervenire (leggi qui), invece alla Biennale di Venezia lui interviene eccome (leggi qui).


sotto due articoli sullo scandalo dei finanziamenti al cinema (qui ne parla la mamma di Giulio):

Fondi al cinema: zero euro a Bertolucci e Regeni, un milione per D’Alessio - Thomas Mackinson

Abbasso Bertolucci, ma viva Gigi D’Alessio. L’ultimo film con sceneggiatura scritta da uno dei più grandi maestri del cinema italiano prima di morire non riceve neppure un euro dallo Stato. E nemmeno il documentario su Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo giusto dieci anni fa. Ma consoliamoci: in compenso, 1 milione di euro dei contribuenti italiani finanzia il biopic su Gigi D’Alessio, 800mila euro vanno al film Tony Pappalardo di Pingitore e 400mila a Il tempo delle mele cotte. E pensare che queste sono le scelte degli esperti della Commissione ministeriale per i contributi selettivi al cinema, chiamati a valutare secondo il criterio dell’“interesse artistico e culturale e dell’identità nazionale italiana”, con una dote complessiva di 14 milioni di euro.

Sul sito della Direzione generale Cinema sono stati pubblicati ieri gli esiti dei bandi selettivi 2025, destinati a finanziare a fondo perduto scrittura, sviluppo e produzione di opere di giovani autori, opere prime e seconde, cortometraggi e progetti di particolare qualità culturale.

Le risorse erano inferiori rispetto agli anni precedenti, ma comunque rilevanti: 38 milioni di euro, 15 solo per la linea dedicata alla “qualità artistica” e all’“identità culturale italiana”. A concorrere 45 progetti, di cui 22 ammessi al finanziamento. Ma a scorrere l’allegato con ammissioni, esclusioni e punteggi, viene da chiedersi quale criterio sia stato adottato dagli “esperti del ministero”.

Tra le opere di “qualità”, l’occhio cade subito sul primo degli esclusi: forse il caso più clamoroso. Non passa The Echo Chamber (Indigo Film), basato sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini poco prima della sua morte nel 2018. Un progetto con cast internazionale – Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon –, musiche del compositore francese Clément Ducol e il coinvolgimento di professionisti pluripremiati tra Oscar e David di Donatello. Eppure, per la commissione non ha i requisiti di “artisticità, culturalità e identità nazionale italiana”. Il film di Andrea Pallaoro, costo 4,6 milioni e richiesta di 1,8 milioni sul bando qualitativo. Risultato: una produzione già candidata ai festival internazionali del 2026, da Cannes a Venezia, non prende un euro. Non è “meritevole”. E allora torniamo su.

Chi passa invece la rigorosa selezione “qualitativa”? L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, porta a casa 1 milione su un costo di 6,8 milioni. Tony Pappalardo Investigation di Francesco Pingitore ottiene 800mila euro. Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, 400mila. Prima degli esclusi è La sindrome degli amori passati di Chiara Malta (4,3 milioni di budget, 750mila richiesti), ma anche Illusione di Francesca Archibugi e Piercing di Margherita Ferri.

È un altro dato che pesa: nei due bandi più rilevanti, economici e culturalmente rilevanti, su 22 progetti finanziati non compare una sola regista donna. Unica eccezione parziale Margherita’s Pizza (320mila euro), forse perché assieme ad Alessia Caimorano lo co-firma Marco Pollini.

Le registe vengono di fatto relegate alle categorie minori – documentari, cortometraggi, giovani autori – dove si concentrano le poche ammissioni femminili. I commissari poi chi erano? Il solito film. Tra i cinque “esperti” spicca ad esempio Benedetta Fiorini, ex deputata leghista emiliana come la sottosegretaria con delega al Cinema Lucia Borgonzoni, viene ricandidata nel 2022 ma non viene eletta. A giugno 2024 però diventa membro del Cda di Enac. Segni particolari: selfie con la sottosegretaria.

Insomma, dopo quattro anni di furibonde polemiche della destra contro il cinema finanziato dallo Stato come “amichettificio” della sinistra, nelle mani della destra resta quello di prima: solo un affare per gli amici, soprattutto uomini, mentre la pretesa “qualità” continua a lasciare ampi margini di miglioramento

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“Taglio di 90 milioni delle risorse, ma 100 milioni di tax credit per film stranieri girati in Italia”, la lettera di 200 artisti contro il governo


Nel giorno in cui Cinecittà festeggia il ritorno all’utile e rilancia il proprio ruolo nel panorama internazionale, il cinema italiano si ritrova ancora una volta diviso e in polemica con il Governo sulla gestione dei fondi pubblici. Da una parte i numeri positivi degli storici studios romani, dall’altra la protesta compatta di autori e autrici che denunciano una redistribuzione delle risorse penalizzante per la creatività nazionale. La contestazione arriva attraverso una lettera aperta del Coordinamento Autori Autrici, firmata da oltre 200 protagonisti del settore: tra loro premi Oscar come Giuseppe Tornatore e Paolo Sorrentino, insieme a nomi come Paolo Virzì, Alba Rohrwacher, Marco Bellocchio e Matteo Garrone.

“Sembra incredibile ma è vero: mentre le risorse del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo subiscono un taglio di 90 milioni, sale da 40 a 100 milioni la quota del tax credit dedicata ai film stranieri girati in Italia”, si legge nel documento. Una scelta che, secondo i firmatari, comporta un doppio effetto: “Il Governo decide di raddoppiare la spesa per l’attrazione delle produzioni estere, e diminuire di due terzi i fondi erogati dal Ministero della Cultura per il finanziamento di scrittura, sviluppo, produzione e distribuzione dei progetti audiovisivi italiani di particolare qualità artistica, dei documentari e delle opere di animazione”.

Nel mirino c’è in particolare il decreto di ripartizione del Fondo, che – secondo quanto riportato nella lettera – sarebbe passato “dai 696 milioni di euro del 2025 ai 606 milioni del 2026”. Da qui l’allarme del settore: “Così si uccide il nostro cinema”, scrivono sceneggiatori, registi, attori e compositori, dichiarandosi “fermamente contrari a questa scelta iniqua”, tanto più delicata perché inserita nel percorso verso una nuova legge di sistema destinata a incidere sul futuro dell’intero comparto. Gli artisti rivendicano quindi “con forza che tale riforma dovrà avere al proprio centro la creatività italiana”, ricordando che essa rappresenta “l’espressione dell’impegno di migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore. Perché non c’è Italia senza Cinema”.

Eppure, mentre la filiera creativa lancia l’allarme, un altro segmento dell’industria mostra segnali di netta ripresa. Proprio a Cinecittà, durante l’evento “Cinecittà Interno Giorno”, sono stati presentati i dati del bilancio 2025, che segnano un ritorno alla profittabilità: utile netto di 1,1 milioni di euro, in forte controtendenza rispetto alla perdita superiore agli 11 milioni registrata nel 2024. Il miglioramento è legato soprattutto alla crescita dei ricavi – passati da 21,5 a 30,5 milioni (+43%) – e a una consistente riduzione dei costi di produzione. Numeri che superano anche le previsioni, trasformando una perdita stimata in un risultato positivo. A confermare il rinnovato dinamismo degli studios romani è anche l’annuncio di nuove produzioni internazionali, a partire dal progetto dedicato ad Annibale che vedrà nuovamente insieme Denzel Washington e Antoine Fuqua, fino alla serie Netflix “Assassin’s Creed”.

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ps2: qualche articolo su Giulio Regeni, negli anni passati 

https://stanlec.blogspot.com/2016/02/il-detenuto-desaparecido-giulio-regeni.html

https://stanlec.blogspot.com/2016/04/un-eroe-di-nome-giulio-bortocal.html

https://stanlec.blogspot.com/2022/02/la-brigata-giulio-regeni-tersite-rossi.html

https://stanlec.blogspot.com/2016/04/regeni-come-cucchi-litalia-e-come.html

https://stanlec.blogspot.com/2020/07/legitto-dei-morti.html

https://stanlec.blogspot.com/2022/10/a-proposito-di-giulio-regeni.html

 

 

 

 

La proiezione del film, l’assunzione di un rischio imprenditoriale diretto, è quindi un gesto di impegno civile. Andare a vederlo lo è altrettanto che scendere in piazza a reggere una candela o un cartello giallo. A questo gesto seguirà quello costituito dall’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un’iniziativa per la libertà di ricerca”, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo in collaborazione con la Fondazione Elena Cattaneo, Fandango e Ganesh Produzioni, che porterà per due mesi il documentario nelle università. Ancora una volta, a prescindere dalle scelte dei governi, la società civile dice forte e chiaro che ha a cuore la memoria, la testimonianza, la verità, la libertà.

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Chiunque abbia indossato un braccialetto giallo con su scritto "verità per Giulio Regeni" o abbia seguito un telegiornale conosce questa storia. Che è quella, atroce, di Giulio Regeni, partito da Cambridge per compiere una ricerca sui venditori ambulanti egiziani, sparito al Cairo il 26 gennaio 2016. Scambiato, in malafede, per una spia (erano passati appena cinque anni dalla rivolta di piazza Tahrir e c'era in giro un'aria paranoica), il ragazzo viene torturato in una maniera che fa male solo a sentirla nei racconti, roba che nemmeno Torquemada, per poi essere ucciso. Il film di Simone Manetti - una predilezione per i documentari biografici: vedi alla voce Pippa Bacca - ricostruisce quella vicenda, rimettendo in fila i fatti e le parole, servendosi di materiali di risulta, compreso il video girato di nascosto dal sindacalista che lo aveva segnalato, ma anche delle udienze in aula di quel processo infinito (e di interessi economici italiani), osteggiato da al-Sisi, al punto da costringere l'allora presidente del consiglio Renzi a compiere quello che forse è stato l'unico atto responsabile della sua carriera politica: richiamare l'ambasciatore italiano al Cairo (ci penserà quel democristiano di Gentiloni, bontà sua, a far tornare tutto come prima). Tra depistaggi, messinscene, false testimonianze, connivenza da parte della televisione araba e controaccuse, il giovane friulano non ha trovato pace nemmeno da morto. Ma il fatto che qualcuno si sia preso la briga di dedicargli un film e che tanta parte della società civile continui a combattere affinché la verità venga a galla è un segno positivo per i familiari di Regeni, per l'avvocata Alessandra Ballerini che li sostiene e per il cinema.

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Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il primo documentario che ricostruisce chi era Giulio e tutto il male che gli è stato fatto, dando conto della battaglia processuale sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato ucciso nei pressi del Cairo il 3 febbraio del 2016. A raccontare la sua storia, per la prima volta, sono i genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi. Un padre e una madre che per arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fatah al-Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva di Alessandra Ballerini, l’avvocato che li ha assistiti nella lunga battaglia legale che nel 2023, a distanza di otto anni dalla scomparsa di Giulio, ha portato al processo contro quattro agenti della National Security egiziana.

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Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è uno straordinario esempio di come cinema e reportage possano avvicinarsi al punto quasi da sovrapporsi in alcuni punti. Simone Manetti, insieme agli sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi, ricostruisce le ultime ore di Giulio Regeni e soprattutto ciò che è avvenuto dopo.

Non c’è finzione, anzi il documentario segue una struttura classica e lineare, il cui centro sono le interviste sedute ai genitori di Giulio e all’avvocata Ballerini. C’è però anche un ampio utilizzo dei materiali d’archivio sia televisivo che giudiziario. Vengono mostrati i telegiornali egiziani e italiani dei giorni e dei mesi successivi al ritrovamento del corpo di Regeni, così come video delle rivolte in Egitto. Senza dimenticare le testimonianze rilasciate durante i processi, sia dell’ex ambasciatore italiano sia dell’ex presidente del consiglio Renzi, ma anche di altri uomini, detenuti dal regime negli stessi giorni in cui Giulio Regeni veniva torturato e interrogato.

Non ci sono artifici narrativi: la voce e il volto di Giulio sono quelli reali, poiché il film mostra anche il video girato di nascosto da Mohamed Abdallah per i servizi segreti egiziani. Abdallah, capo del sindacato dei venditori ambulanti nonché una delle fonti di Regeni per la sua ricerca in Egitto, è stato identificato come l’uomo che ha denunciato Regeni alla polizia di Gyza.

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo si affida perciò alla forza dei fatti e dei volti che in tutti questi anni hanno fatto sì che non si dimenticasse mai che la storia di Giulio non è solo una tragedia privata, ma una questione pubblica, che riguarda tutti noi italiani. E la cui memoria spetta a noi tutelare, anche con un gesto semplice come quello di andare al cinema.

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Tutto il male del mondo è infatti l’espressione con cui Paola Regeni sintetizza il sentimento provato di fronte alla vista del viso deturpato e rimpicciolito del figlio; un ridimensionamento talmente accanito e brutale da concentrare su di sé una quantità di crudeltà intollerabile e inimaginabile per  un solo essere umano; la consapevolezza di come non mai, nelle parole asciutte e laceranti di una madre, negli occhi illuminati dal pudore di pronunciale e dalla dignità di farsi ascoltare, nella sua espressione scavata e tenace, il volto umano rappresenti veramente una soglia invalicabile oltre la quale la pietas diventa empietà. Uno scarto abissale rispetto all’ultima foto di Giulio che ha continuato e continua a girare, quella di un ricercatore universitario di ventotto anni con un sorriso aperto e generoso, spinto da un desiderio di studiare e di conoscere sul campo una situazione complicata come quella dell’Egitto uscito da poco da un regime, quello di Hosni Mubarak, per entrare in una situazione di ulteriore instabilità, fino ai giorni della dittatura militare di Abdel Fattah al-Sisi. Il 25 gennaio, il giorno in cui Regeni è stato rapito, si era infatti festeggiato il quinto anniversario della caduta di Mubarak e al tempo stesso, nel crocevia di contraddizioni e di contrappassi aperto dalla fine delle cosiddette primavere arabe, si contestava l’attuale regime. Un misto di esaltazione e di paranoia che Manetti non traduce solo sul piano della ricostruzione degli eventi storici ma scegliendo di utilizzare come struttura e filo portante del racconto, dal punto di vista visivo e uditivo, le immagini filmate con una videocamera nascosta da Mohamed Abdallah, il leader del sindacato degli ambulanti, durante un incontro con Giulio alcuni giorni prima che sparisse; l’uomo era infatti il contatto principale per le informazioni che Regeni stava raccogliendo ai fini della sua ricerca per l’Università di Cambridge sulla condizione dell’associazionismo e dell’attivismo per il riconoscimento dei diritti civili in Egitto. Abdallah lo aveva invece denunciato come possibile spia dei servizi segreti e sobillatore di moti rivoluzionari contro il regime, per ottenere dei favori e dei vantaggi da parte delle autorità locali…

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