Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
mercoledì 1 aprile 2026
martedì 31 marzo 2026
E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare - Beatrice Minger, Christoph Schaub
Eileen Gray era una donna architetto che ha costruito un edificio in Costa Azzurra, sulle rocce davanti al mare. Le Corbusier decide che le pareti della casa sono più belle dipinte, e fregandosene della proprietaria le dipinge.
il film/documentario racconta la storia di Eileen Grey, della casa, e della prepotenza del piccolo Le Corbusier.
una sorpresa per tutti la storia della casa e di Eileen Grey, per gli architetti di più.
buona (architettonica) visione - Ismaele
Nel 1929 la designer irlandese Eileen Gray realizza in
Costa Azzurra un rifugio modernista, intimo e radicale. La sua prima
architettura, battezzata E.1027, nasce dall’intreccio delle sue iniziali con
quelle di Jean Badovici, con cui la progetta. Quando Le Corbusier scopre la
villa, ne rimane affascinato fino all’ossessione: dipinge murali sulle pareti
senza permesso e ne pubblica le immagini. Gray definisce quei gesti un atto di
vandalismo e chiede che vengano rimossi. Lui ignora la richiesta e costruisce
il suo Cabanon proprio alle spalle della casa, imponendo la propria presenza
sul luogo fino a oggi.
…Gray arriva all’architettura
passando per la lacca, per i paraventi, per i tappeti in fibra naturale, per i
tubolari metallici e il plexiglas. Le mani le si riempiono di eruzioni cutanee,
ma insiste. Apre una bottega, sperimenta, espone nel 1923 al Salon des Artistes
Décorateurs il celebre Boudoir de Monte-Carlo: troppo audace, troppo
inquietante, troppo moderno. La critica è feroce. Aristocratica irlandese,
lesbica in un’epoca in cui l’omosessualità è perseguitata, Gray osa entrare nel
territorio maschile dell’architettura. E lo fa senza chiedere permesso.
…A metà tra documentario e finzione, “E.1027 – Eileen Gray
e la casa sul mare” racconta la storia di una lotta fra la forza
dell’espressione femminile e sul desiderio maschile di controllarla, attraverso
un linguaggio visivo capace di rendere giustizia a un’artista enigmatica,
complessa e luminosa. I registi esplorano così lo spazio architettonico e
il genere, il conflitto tra punti di vista, il confine tra documentario e
finzione.
«Al centro di questo film c’è un conflitto irrisolto» – ha
dichiarato la regista e sceneggiatrice Beatrice Minger – «Si potrebbe sostenere
che Le Corbusier non abbia fatto nulla di “sbagliato”: quando arrivò, Eileen
Gray non viveva più nella casa, e Jean Badovici gli diede il permesso di
dipingere i murali. Ma è accettabile appropriarsi della visione artistica di
un’altra persona? Per me, no. Da questa inquietudine è nato il film. La
violazione non riguarda solo le pareti bianche di una casa. All’inizio del
Novecento, le artiste erano confinate agli spazi interni – arredi, decorazione,
pittura, scrittura. Gray infranse quel limite entrando nel territorio maschile
dell’architettura. Le Corbusier, il “Zeus” del modernismo francese, reagì
cercando di ricondurla al suo posto.»
«Gray dovette affermarsi come una delle prime architette in un
mondo dominato dagli uomini» – ha dichiarato il co-regista e
co-sceneggiatore Christoph Schaub – «Portò una voce femminile nel
dibattito modernista. L’interesse di Le Corbusier per la sua casa generò una
storia emotiva, quasi un dramma. Per raccontarla abbiamo scelto un approccio
radicale: niente interviste, niente esperti, niente ricerca della “verità”
documentaria. Abbiamo preferito l’astrazione: creare uno spazio cinematografico
dove emozioni e domande potessero emergere. Un luogo in cui anche Eileen Gray
potesse interrogare sé stessa.»
…quello di Beatrice Minger e Christoph Schaub non
è propriamente un documentario e non è propriamente un film.
È un’opera ibrida, che sfugge ad ogni
tentativo classificatorio, mettendo insieme tutte e tre le funzioni (anche
definite voci o prospettive) che secondo Carl Plantinga contraddistinguono il
film documentario – formale, aperta e poetica – e mescolando le sei modalità –
espositiva, poetica, osservativa, interattiva, riflessiva e rappresentativa –
considerate da Bill Nichols come distintive del film documentario…
lunedì 30 marzo 2026
Un poeta - Simón Mesa Soto
Oscar vive con la madre, era sposato, ha una figlia (Daniela) che si vergogna del padre, Oscar ama la poesia, è (stato?) poeta, ha scritto due libri di poesia, tanti anni prima, è stato alcolista, è disoccupato, non ha speranze nella vita.
dietro le insistenze della sorella accetta un lavoro come insegnante, e nella scuola conosce Yurladi, una ragazza che lui crede un talento, una poetessa in divenire.
succedono tante cose nel film, con una sceneggiatura a orologeria.
motore del film è Oscar (un eccezionale Ubeimar Rios), che in pochi giorni affronta vicende avventurose, tragiche e comiche, ma anche la poesia è una protagonista, come raramente avviene al cinema.
un film da non perdere, solo in una ventina di sale, che evidentemente sono poco poetiche.
buona (Oscar) visione - Ismaele
ps1: ho avuto la fortuna di vedere il film alla presenza di Ubeimar Rios, che dopo il film ha raccontato del film e ha risposto alle domande del pubblico, nella vita è un professore di filosofia, amante della poesia, che ha citato il poeta da lui più amato, Raúl Gómez Jattin (qui alcune sue poesie)
ps2: il film è ambientato a Medellin, e non si parla di cartelli della droga, mi ha ricordato un altro film, di Barbet Schroeder, ambientato nella stessa città
ps3: Un poeta mi ha ricordato Detachment, di Tony Kaye, con Adrien Brody protagonista, supplente in una classe difficile, che vuole proteggere una studentessa vittima di bullismo.
..È un film fresco, dinamico, dotato di un’impressionante urgenza espressiva. Girato in 16 mm, con la macchina da presa sempre a ridosso dei personaggi, come se ne volesse succhiare la linfa, più che osservarli,
in un’estetica di sporca immediatezza che ricorda la ruvidità dei volti
spiattellati contro l’obiettivo di Cassavetes, immersa però in un impasto in
cui si mescolano sciagure e derive esistenziali grottesche, causate dalle
conseguenze di azioni intensamente drammatiche. Quella che organizza il
regista, Simón Mesa Soto, è una miscela profondamente umana, forse anch’essa, intesa come prodotto, totalmente fuori
tempo come il suo protagonista, perché immagine di un cinema che fu, scabro,
irregolare, sgranato ma incontestabilmente vero, che si avverte sulla pelle
marchiata dalle sue scorie. Non c’è niente di poetico nella contemporaneità, ma
anche senza poesia la vita è una lunga e complicatissima conquista della
propria umanità.
Oscar Restrepo abita il mondo come certi uomini che hanno
scambiato il fallimento per un destino e il risentimento per una forma
d’identità. Un poeta, secondo lungometraggio di Simón Mesa Soto,
prende questa figura consumata, alcolica, autoreferenziale, e la segue nel
punto esatto in cui la vocazione artistica smette di essere promessa e si
trasforma in rovina privata, posa, autoassoluzione. Della poesia Oscar conserva
meno la febbre che il relitto, meno l’urgenza che il mito personale, e proprio
per questo il film trova nella sua miseria morale una materia sorprendentemente
fertile: il ritratto non di un autore tormentato nel senso romantico e consacrato
del termine, ma di un uomo che continua a pensarsi al centro di tutto quando il
mondo, intorno a lui, ha già cominciato a sottrarsi, a degradarsi, a fare a
meno di lui. La sua è una marginalità che non ha nulla di eroico, e proprio per
questo ferisce di più: una condizione impastata di rancore, di nostalgia di sé,
di un’incapacità di accettare che il talento, da solo, non basti a salvare
nessuno dalla propria inettitudine affettiva e morale. Il passato pesa, nel suo
caso, come una moneta falsa che il personaggio continua a spendere sperando
ancora che qualcuno la riconosca come autentica. Due raccolte poetiche premiate
all’inizio della carriera gli bastano per sentirsi eternamente creditore di un
destino che, ai suoi occhi, avrebbe dovuto consacrarlo una volta per tutte; da
allora, invece, si trascina tra impieghi precari, alcool, umiliazioni sociali,
una sorella che cerca di rimetterlo in piedi, una figlia che gli sfugge, e
soprattutto un’immagine di sé rimasta congelata in un passato che continua a
usare come alibi. In questo senso, Un poeta è anche un film sulla menzogna intima del talento, sul
modo in cui un dono o una promessa iniziale possono trasformarsi, col passare
del tempo, in un capitale simbolico speso male, in una piccola rendita
narcisistica con cui giustificare la propria paralisi. Oscar non vive soltanto
nel ricordo di ciò che è stato: abita l’idea di ciò che avrebbe dovuto essere,
ed è questa distanza, più ancora della povertà materiale o dell’alcolismo, a
renderlo patetico e insieme dolorosamente riconoscibile…
…Un poeta è un film che non giudica, dove non ci sono punti
fissi, coordinate da seguire per lo spettatore. E questo si traduce anche
visivamente nello stile di regia, girando in pellicola 16mm con una mdp sempre
instabile e precaria. Sembra di tornare a quella tendenza di piani sequenza e
macchina a mano diffusa in molto cinema d’autore degli anni Novanta, dai
Dardenne ai film Dogma. Simón Mesa Soto è riluttante ai campi controcampi,
risolvendo i momenti di dialogo con panoramiche a schiaffo dei due personaggi
ripresi di lato. Numerose sono le elissi narrative, per esempio di quando Oscar
si fa prestare i soldi dalla figlia. Esemplare anche il momento in cui il
protagonista porta l’allieva al festival di poesia, che non è narrativamente
annunciato ma viene fatto intuire mostrando Yurlady in casa con un abito
elegante, che contrasta con il tenore sociale basso della sua famiglia, per
prepararsi a quella serata mondana. Si ha come la sensazione di una mdp che
insegue, e rincorre affannosamente come un cronista, eventi che stiano
avvenendo spontaneamente, non una messa in scena cinematografica. Un occhio
impietoso che non si tira indietro rispetto alle visioni sgradevoli, nel
mostrare le condizioni di vita umili della casa di Yurlady, una famiglia
numerosa che vive promiscuamente in condizioni precarie e non proprio
igieniche. Così è la scena di Oscar che dorme, a torso nudo, nel letto
matrimoniale con la madre, oppure quella in cui il protagonista e il presidente
dell’associazione di poeti si guardano i rispettivi peni all’orinatoio. Simón
Mesa Soto non assolve né condanna il poeta, ma ne fa emergere la fragilità e la
precarietà all’interno di un mondo ipocrita e ostile, lasciando lo spettatore
senza alcun appiglio.
…Un poeta si rivela molto presto una commedia molto sofisticata
nel riportare tutto ciò che sembrerebbe aereo, sospeso e intellettuale sulla
terra. Anzitutto, dal punto di vista estetico, visto che il film è girato in
pellicola eccetto alcuni passaggi diegetici. La musica che parte ogni volta che
lo schermo diventa rosso a segnalare l’inizio di un nuovo capitolo della
storia, è sempre tronca, precipita sulle immagini (in un meccanismo simile ai
famigerati video social verticali). Sono diversi gli elementi che concorrono a creare la
sensazione di un capitombolo. Così il film, in certi momenti molto divertenti,
si avvicina perfino alla comicità slapstick che sono sostenuti da Ubeimar Rios
nel ruolo da protagonista con una prova eccellente, con un’espressività
limitata al minimo, ma che riesce a comunicare tantissimo, anche oltre questo
accostamento tra malessere e ridicolo che sembra un esempio di umorismo
pirandelliano…
…Sublimare se stesso nell'altruismo verso una
giovane poetessa è il suo atto ultimo e radicale, e anche quello finirà per
metterlo nei guai. Dietro un velo di assurdo quasi fantozziano (che soprattutto
nella seconda parte tende a esagerare, vanificando un po' il solido lavoro di
costruzione iniziale) Soto architetta una parabola di moralità perduta in un
contesto in cui chi è povero sente di dover competere con altri poveri. Anche
l'ideale artistico della poesia come ultimo baluardo di purezza viene messo
alla berlina, in una satira sociale che lo rende ennesimo espediente per
mettere un piede nella porta.
In questo senso è interessante che il film veda la luce nello
stesso anno di La mattina scrivo di Valérie Donzelli - emisferi di provenienza diversi, toni del
racconto che non potrebbero essere più opposti, ma due storie radicate entrambe
nel parossismo dell'impossibilità del lavoro culturale al giorno d'oggi. Come
lo yin e lo yang, i rispettivi protagonisti scelgono l'integralismo del rifiuto
di fronte a un sistema che non li vede e non li prevede; uno si radica nella
dignità sommessa ed estrema, mentre l'altro (il povero Oscar) ha da tempo
accettato l'umiliazione eppure rimane in cerca della scintilla che lo porti al riscatto.
…La
riconciliazione possibile — tra Oscar e Yurlady, tra Oscar e la figlia, tra lo
spettatore e il film — si compie dunque al di là dei confini tracciati dalla
contingenza della diegesi. Essa non si iscrive nell’ordine delle azioni, ma nei
gesti di poetizzazione del film, nella voce individuale che si ostina a
presentarsi come voce collettiva. È, piuttosto, un gesto di restituzione. Di fronte alla disillusione che colpisce Yurlady
nel confrontarsi con le esigenze necessarie a essere poeta, resta almeno che
l’intervallo tra il singolare e il comune — quello stesso che, aperto dalle
poesie scritte entro le mura di casa sua, ha reso possibile l’incontro inatteso
con Oscar — possa essere restituito.
domenica 29 marzo 2026
Eastern Plays (Iztochni piesi) - Kamen Kalev
nella Bulgaria dopo la caduta del muro, il paese è nelle mani di politici terroristi e mafiosi.
Itzo, un bravissimo Christo Christov, morto troppo presto, cerca di trovare la sua strada, una famiglia da dimenticare, un fratello giovane attratto dai neonazisti (prezzolati da politici senza scrupoli), che Itzo prova a salvare, una fidanzata che non gli dice più niente.
una bellissima sorpresa, un'opera prima da non perdere.
buona (Christo Christov) visione - Ismaele
Sofia. Un gruppo di skinhead attacca una
famiglia turca in viaggio da Istanbul a Berlino e che si è fermata in città
solo per una notte. Tra gli assalitori c'è Georgi, un ragazzo di 17 anni che
per sopperire al suo disagio interiore e ai conflitti familiari ha deciso di
entrare nella banda di teppisti. A testimoniare l'aggressione c'è Itzo, il 38
enne fratello di Georgi, che interviene per salvare i malcapitati. La
drammatica situazione sarà occasione per Georgi e Itzo di ritrovarsi dopo anni
di allontanamento l'uno dall'altro. Allo stesso tempo Itzo, artista dedito
all'alcool e alla droga, cercherà un'opportunità di riscatto grazie all'amore
per Izil, la ragazza turca vittima dell'aggressione. Lo sviluppo degli eventi
porterà i protagonisti a fare i conti con le proprie solitudini e angosce, ma
anche a riscoprire e ritrovare sentimenti e affetti che credevano perduti.
In una Sofia livida e degradata, l'adolescente Georgi
entra in contatto con un gruppo di neonazisti. Durante un'aggressione ai danni
di una famiglia turca, s'imbatte casualmente nel fratello maggiore Itso, che
interviene per mettere fine alla violenza. Dopo una lunga assenza dovuta a
problemi di dipendenza dalla droga, Itso torna allora in contatto con Georgi,
mentre stringe un rapporto con Ils, la figlia dell'uomo vittima del pestaggio.
Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2009, Eastern
Plays presenta una struttura inizialmente duale, accordandosi alle
vite dei due fratelli, per poi concentrarsi sulla sola linea narrativa di Itso
(diminutivo di Christo). Scomparso poco prima della conclusione delle riprese a
causa di una conclamata tossicodipendenza, l'artista bulgaro Christo Christov
riempe lo schermo con un personaggio oltremodo vero che pesca a piene mani
dalla sua stessa esperienza di vita, confondendo realtà e finzione come poche
altre volte si è visto sullo schermo: suoi sono i disegni che vediamo, sua la
casa divisa con un coinquilino con cui non ha dialogo, sua la nera e muta
disperazione. È inevitabile che la morte prematura del non attore Christov
abbia finito col forgiare, in itinere, la sceneggiatura, aggiungendo un palpito
di tragica concretezza all'esordio di Kamen Kalev.
In seguito all'innesco della vicenda, dopo il momento in cui i due fratelli
entrano traumaticamente quanto casualmente in contatto, la macchina da presa
pare interessarsi solo alla figura di Itso: la solitudine, i controlli medici,
le giornate senza uno scopo, l'alcol e il tabacco come sostituti della droga,
la mancanza di comunicazione con la propria ragazza, la speranza di un nuovo e
impossibile amore, fino alla sequenza di una peregrinazione notturna sulle note
del Concerto BWV 974 di Johann Sebastian Bach eseguito da Glenn Gould. È forse
qui il cuore più vero di Eastern Plays, nello stare ben ancorato
ad un corpo preciso e al suo smarrimento, sprigionando una libertà, tragica e
inaspettata, memore di molto cinema francese, da Fino all'ultimo respiro in
poi. A discapito di una narrazione quadrata, Kalev si prende il proprio tempo,
quasi volesse restituirlo all'amico scomparso, con la diretta conseguenza di
abbandonare del tutto il tema iniziale della permeabilità della città di Sofia
al neonazismo.
Un'opera dolente sulla dipendenza e l'avvilimento che va avanti per piccoli
episodi, scene dimesse, qualche folgorazione, difficilmente giudicabile senza
mettere in conto la fine toccata in sorte a Christo Christov (1969-2008), cui
il film è dedicato.
venerdì 27 marzo 2026
I favoriti di Mida - Miguel Barros, Mateo Gil
ispirato a un racconto di una decina di pagine di Jack London, pubblicato alla fine del XIX secolo, in Spagna traggono una serie di 6 puntate, poco più di 5 ore, adattata ai nostri tempi..
il protagonista è Luis Tosar, sempre bravo, ma anche gli altri attori e attrici sono convincenti.
niente di memorabile, ma non male.
buona (complottistica?) visione - Ismaele
…Lo svolgimento della vicenda nonostante sia ben
strutturata, purtroppo, però, non regala sempre forti emozioni che ci si
aspetta da un thriller-crime. Non rasenta, comunque, mai la piattezza. In un
modo o nell’altro, ci fa affezionare alla storia tenendoci comunque attaccati
allo schermo se non altro per capire come va a finire; un finale però che
sembra restare aperto a una nuova stagione…
…Victor Genovés è un ricco uomo d’affari che ha appena ereditato
una fortuna, per questo motivo è allo stesso tempo molto ammirato e odiato. I
membri della sua società non sembrano approvarlo e la sua ex moglie ha con lui
un rapporto complicato. Victor perciò non sembra spaventarsi quando riceve una
lettera minatoria da parte di una setta che si firma I Favoriti di Mida. Il
gruppo minaccia di uccidere periodicamente un civile se Victor non versa una
somma di 50 milioni.
La trama si infittisce quando Victor si rivolge alla polizia; la setta infatti sembra conoscere le sue mosse, al punto da far sospettare una talpa tra gli amici dell’uomo. Questi elementi creano una suspense crescente che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Lo sviluppo della trama è imprevedibile e mantiene alta l’attenzione, Questo è possibile anche grazie alla buona caratterizzazione del personaggio. Victor infatti si trova davanti a un bivio: se paga il riscatto finanzierà una setta terroristica, se si oppone diversi civili innocenti saranno uccisi, Questo rende Victor un personaggio tormentato, per questo motivo lo spettatore si sente coinvolto dalle decisioni del protagonista…
È nata WikiFlix, la piattaforma streaming gratuita che raccoglie migliaia di film classici (e c'è anche La corazzata Potëmkin…) - Simona Buscaglia
Chi si ricorda alcuni valori fondanti di Internet,
come la condivisione di cultura e informazione? Esiste un progetto che sembra
pensato decenni fa. Si chiama WikiFlix, una piattaforma streaming di
film finiti nel pubblico dominio, consultabili gratuitamente senza
nemmeno la necessità di creare un account. A oggi sono più di quattromila i
titoli presenti su questa piattaforma digitale, che riunisce
pellicole provenienti da Wikimedia Commons, da Internet Archive e da YouTube.
Un modo soprattutto per renderle facilmente fruibili e consultabili, visto che
in molti casi si tratta di film che hanno fatto la storia del mezzo
cinematografico. A questa idea ne è collegata un'altra, sui file audio, che
segue lo stesso principio: rendere fruibili musiche, suoni e altre tracce,
organizzate per essere consultate come un catalogo. Si chiama WikiVibes.
Nascita del progetto
Il progetto nasce dalla mente della comunità di
Wikipedia. Nella sezione informazioni si può leggere in parte la genesi del progetto e
alcune specifiche importanti: "Wikidata
contiene oltre 33 mila elementi relativi a film che sono diventati di pubblico
dominio. Una parte di questi (circa 1300 al momento della stesura) dispone di
un file video, ospitato su Wikimedia Commons, Internet Archive o YouTube. Il
database di WikiFlix viene aggiornato ogni ora a partire da Wikidata. Lo
strumento WikiFlix è ospitato su Toolforge negli Stati Uniti. Toolforge è
gestito dalla Wikimedia Foundation. Tutti i contenuti di
WikiFlix sono generati a partire da Wikidata e mantenuti dalla relativa comunità".
Come viene riportato nell'approfondimento sulla nascita di questa piattaforma
streaming, tutto parte come idea personale di un utente attivo della comunità
Wikipedia, poi proposta in varie occasioni pubbliche e alla fine realizzata: "In
realtà non sono fan dei film d’epoca! (Non li odio nemmeno! Mi piacciono, per
esempio, i primi film sperimentali astratti e i vecchi anime.) - spiega l'ideatrice - Sono invece appassionata
di patrimonio culturale e, più in generale, di materiali video e multimediali. Mi ha colpito il fatto che su Wikimedia Commons abbiamo
così tanti file video e audio, inclusi probabilmente tutti i momenti salienti
dei film e della musica di pubblico dominio. Tuttavia, sono descritti male,
poco attraenti e di solito piuttosto difficili da trovare".
Com'è strutturato WikiFlix
Nel momento in cui scriviamo sono 4475 i film consultabili. La prima sezione, una volta aperto il sito, è
quella dei caricamenti recenti. Si passa poi a quelli collegati ai contenuti
molto richiesti e cercati, fino a quelli realizzati da registe (come ad esempio Charlot
all'Hotel, del 1914, diretto e
interpretato da Mabel Normand e noto per essere il primo film in cui Charlie Chaplin compare come Charlot).
C'è poi la categoria più visti: "WikiFlix
ricava le informazioni sui film da Wikidata e le 'classifiche' dei film si
basano sul numero di link presenti nel rispettivo elemento Wikidata, in modo
simile alla ricerca interna di Wikidata - si racconta in una sezione dedicata - Gli
elementi con un punteggio elevato verranno mostrati all'inizio di una sezione e
quindi anche nella pagina principale dello strumento". Tra i classici intramontabili possiamo vedere
(solo per citarne alcuni): Nosferatu: A Symphonie of Horror, film
muto espressionista del 1922 diretto da F. W. Murnau; La febbre dell'oro di
Charlie Chaplin del 1925; La corazzata Potëmkin, film muto sovietico
del 1925, prodotto dalla Mosfilm, diretto e co-sceneggiato da Sergej
Ėjzenštejn; Viaggio
sulla Luna, film di fantascienza e avventura francese del 1902,
scritto, diretto e prodotto da Georges Méliès e ispirato al romanzo di Jules
Verne Dalla Terra alla Luna. Cliccando sulla singola pellicola è possibile accedere alla sua descrizione, al cast, e ai
registi, tutti elementi che portano alla singola pagina personale e
agli altri film interpretati e diretti dallo stesso personaggio presenti sulla
piattaforma. Ci sono sezioni anche dedicate a film tradotti in spagnolo, francese, danese o
sottotitolati in queste lingue (la maggior parte dei film rimane
in lingua inglese o sottotitolato in inglese). Sono presenti sezioni dedicate
ai generi, dai Noir agli Spy
film fino ai cartoni animati (ad esempio quelli con
Mickey Mouse).
Movie blacklist
Esiste anche un processo di selezione delle pellicole, come
viene spiegato in una pagina a parte del
progetto: "Diversi elementi cinematografici con
un punteggio elevato contengono anche messaggi discutibili, per gli standard
odierni, tra cui motivazioni razziste e fasciste. Mentre questi elementi, i
relativi file video, le relative pagine Wikipedia ecc. sono perfettamente
adatti a un contesto educativo, WikiFlix è più
focalizzato sull'intrattenimento.
Mostrare questi film nella pagina principale potrebbe non essere adatto a tale
scopo". Per questo motivo,
la community può creare un elenco di questi film in una pagina a parte: "Compariranno
nei risultati di ricerca, quindi potranno essere trovati se richiesti
intenzionalmente. Saranno inoltre visualizzati nell'elenco dei film sotto la
pagina biografica di una persona".
giovedì 26 marzo 2026
Final Cut - Hölgyeim és Uraim (Final Cut: Ladies and Gentlemen) - György Pálfi
una storia d'amore in un secolo di cinema, György Pálfi citando 500 film, con musiche indimenticabili.
non si può raccontare, bisogna vederlo (si può vedere online)
buona (amorosa e cinematografica) visione - Ismaele
il film si può vedere QUI o QUI
Questo film
dell'ungherese Palfi, classe 1974, è uno dei più incredibili omaggi al Cinema
che io abbia mai visto. Con una lavorazione durata otto anni, Palfi taglia e
incolla, trapianta e dà nuova vita a circa 500 film che hanno fatto, chi più
chi meno, la storia della settima arte: ne esce un Frankenstein cinematografico
di purissima bellezza, la storia d'amore delle storie d'amori del
cinematografo. Un'opera di montaggio virtuosistico, in cui, anche per pochi
secondi, si susseguono situazioni similari montate ad arte per creare un nuovo
canovaccio, per niente scontato, fra le altre cose. E' un film davvero unico,
straniante e molto divertente, anche perché spinge inevitabilmente a cercare
d'indovinare il film da cui, in quel momento, è stata utilizzata la sequenza
cinematografica. E' impossibile per un cinefilo, (ma non necessariamente,
attenzione!), non esaltarsi davanti a un'opera di questo calibro. L'ora e mezza
circa vola via senza nemmeno accorgersene e lascia in bocca quella sensazione
agrodolce di malinconia e di bellezza per un Cinema che in qualche modo avevamo
dimenticato. La colonna sonora, anch'essa montata e scelta, ovviamente, da
famose musiche dei film, è perfetta pur'anche e contribuisce non poco alla
meraviglia di questa visione. Un film assolutamente geniale.
film ungherese, per
altro prodotto anche da Bela Tarr, costituito dal faraonico lavoro di montaggio
di circa cinquecento spezzoni della storia del cinema, quasi sempre su musiche
estranee alla colonna sonora della sequenza specifica. Un ora e venti di
autentiche emozioni con qualche chicca godibilissima (una per tutte Charlie
Chaplin su Disco Inferno). Come non bastasse è anche rintracciabile una trama
filmica. Divertitevi a riconoscere da quali film sono estratte le sequenze.
Film di assoluto alleggerimento ma, a mio parere, imperdibile.
…Operazione per cinefili incalliti che difficilmente può interessare
il grande pubblico.
Ma questo non e' per forza un male, il cinema ungherese degli
ultimi anni non puo' che ricercare una nicchia di consensi (tipo Fuori orario)
schiacciato dalla crisi mondiale e soprattutto dal Cinema mainstream
d'oltreoceano.
Sono stato particolarmente incuriosito nella visione di
alcuni spezzoni che non conoscevo e cio' mi spingerà a ricercare i titoli dei
vari film per me ignoti.
La scelta delle singole porzioni di pellicola e' stata così
minuziosa da estrapolare solo momenti di alto Cinema per cui solo la visione di
quei pochi secondi (dai 2 ai 5 di media) di ogni singolo loop risulta
gradevole.
In coda il lungo elenco delle sequenze estrapolate con, in
maniera puntuale, il titolo del film, gli attori presenti, il regista, l'anno
di produzione e il nome della casa di produzione.
mercoledì 25 marzo 2026
martedì 24 marzo 2026
Flora and Son - John Carney
protagonista massimo dei film di John Carney è sempre la musica, sopratutto la chitarra.
e tutti i protagonisti umani sono al servizio della musica.
è come se il regista girasse sempre lo stesso film, con variazioni sul tema.
anche qui ne esce un film non male, anche se è non è dei suoi migliori.
buona (musicale e dublinese) visione - Ismaele
…Eve Hewson sorprende per l'interpretazione sincera e
credibile di Flora, una protagonista che per una volta non insegue l'american
dream di chi deve esaudire desideri di grandezza, ma nella sua umiltà crede
comunque di meritare qualcosa in più di quel che le è toccato in sorte. Un
matrimonio fallito, un figlio che pare più un fratello minore, difficile e
ribelle, cleptomane e autolesionista. I ceppi che trattengono Flora nella
prigione della sua vita sembrano troppo spessi da svellere per chiunque,
ammesso che questo chiunque esista o si prenda la briga di farlo.
Ma c'è sempre la musica, ci ricorda John Carney, inguaribile ottimista che non
smette di credere fermamente nel potere degli accordi di una chitarra,
taumaturgico strumento di dannazione o redenzione. Nella scena di gran lunga
più intensa e meglio girata del film, il maestro di chitarra assegna un compito
a Flora, che consiste nell'ascolto di un'esibizione di Joni Mitchell facilmente
reperibile su YouTube. Flora sembra poco interessata, la lascia in sottofondo
mentre lava i piatti. Poi capisce che in quelle strofe piene di dolore e
consapevolezza si nasconde l'universalità di un messaggio destinato a tutti, in
grado di far vibrare all'unisono le corde interiori di ricchi e poveri,
privilegiati e svantaggiati.
Una voce e una chitarra possono questo, sollevare
il mondo e fermarlo per qualche minuto. Nel suo piccolo, nella sua dimensione
di consapevole semplicità, anche Flora and Son può infondere
un po' di speranza, divertendo e coinvolgendo durante il cammino.
…C’è tanta (presunta) verità in Flora and Son ma invece si sente puzza di
bruciato, anche dal semplice piano di Flora con la testa appoggiata sul
finestrino del bus. Così come appaiono forzati gli incontri dal vivo con i due
protagonisti. Sono visioni, desideri, sogni. Sulla carta anche bellissimi, ma
non ci si crede. Anzi, sbagliato, non si riesce a volerci credere. Forse la
colpa è anche della scarsa intesa tra i due protagonisti. Eve Hewson spesso col
volto imbronciato che quando si commuove sembra fare uno sforzo enorme, Joseph
Gordon-Levitt si impigrisce in quella stanza a Los Angeles da cui non vuole più
uscire. C’è solo Joni Mitchell. Da quel suo video tutto poteva cambiare. E
invece non è successo.
lunedì 23 marzo 2026
La torta del presidente - Hasan Hadi
ispirandosi alla lezione del cinema neorealista e del grande cinema iraniano (Kiarostami, Panahi e Majid Majidi, per esempio), Hasan Hadi gira un'opera prima davvero potente.
in un Iraq sotto sanzioni degli stati canaglia (Usa, Israele e paesi Nato, sempre gli stessi) la povera gente cerca di sopravvivere.
il film mostra le vicissitudini di Lamia (col suo gallo), Saeed e Bibi, alle prese con problemi insolubili, per i poveri.
Lamia "vince" l'onore e sopratutto l'onere di preparare una torta per il suo maestro, un compito quasi impossibile, Ercole avrebbe avuto difficoltà insormontabili, ma Lamia è un'eroina, contro tutti e tutto.
e per fortuna c'è uno straordinario portalettere.
un piccolo grande film, da non perdere.
buona (dolceamara) visione - Ismaele
…questa straordinaria capacità di saper mostrare la violenza e
la dolcezza di protagonisti e comprimari vari, mostri di feroce adattamento ai
dettami dittatoriali come il maestro o nonne compassionevoli come Bibi che è
disposta a dare in affidamento l’amata nipote per toglierla dal futuro di
povertà che le toccherebbe, ad elevare l’esordio del regista iracheno dalla
fiaba sociale – genere che fornisce comunque l’intera struttura della
sceneggiatura con l’unico passaggio a vuoto del film, ovvero il classico
momento di crisi tra i due co-protagonisti che qui appare troppo posticcio –
verso un cinema più poetico e allo stesso tempo piacevolmente leggibile nella
sua denuncia. Il paese guidato con polso di ferro da Saddam Hussein sconta
infatti sulla propria carne viva le conseguenze dell’isolameno internazionale,
tra un’inflazione galoppante che rende la corruzione un grasso necessario a
tutti i livelli per oliare i gangli dell’amministrazione o della semplice vita
civile e le conseguenze sulla popolazione della prima campagna di bombardamenti
U.S.A….
…La torta del presidente è anche la dimostrazione che il
particolare, quando sincero e sentito, ha risonanza universale: per quanto
fuori dalle rotte conosciute, comprese quelle del cinema, l'Iraq di Lamia,
Saeed e Bibi è quello sempre riconoscibile del cinema neorealista, con il
teatro a cielo aperto delle strade (qui anche del fiume, che dà luogo alle
sequenze più suggestive), l'uso di attori non professionisti, la verità della
luce naturale; un luogo a suo modo ancestrale e archetipico, non a caso
collocato nel Sud del paese, alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate.
Ma ciò che conta di più è la visione del regista,
incarnata dalla giovanissima protagonista, della vita in quel luogo e in quel
tempo (ricostruito nell'aspetto e nell'atmosfera) come di una continua peripezia,
un cammino scandito da un imprevisto dopo l'altro, che, nell'accezione
aristotelica, forma e trasforma. Come i bambini delle fiabe classiche, Lamia
cammina e cammina alla ricerca di zucchero, uova e farina, e intanto conosce il
peggio e il meglio del genere umano, e si forma e trasforma, costretta a
crescere in fretta, come ci racconta l'immagine, tenera e straziante, di lei
col bastone (simbolo anche felice, nonostante tutto, di una preziosa eredità).
In un'epoca in cui tanti cineasti, anche espertissimi, sentono il bisogno di
spiegare ogni cosa, forse poco fiduciosi delle capacità intellettive del loro
pubblico, Hasan Hadi, nel suo debutto, non aggiunge una parola di troppo e
lascia invece che siano le immagini a fare il racconto e gli spettatori e
formulare le loro considerazioni. Un'immagine in particolare, quella di Saddam
Hussein, è ovunque nel film - muri, scuole, manifesti, statue-, quasi un santo
protettore, eppure il paese è abbandonato a se stesso e, a proteggere Lamia e
la gente come lei, non c'è nessuno.
…Hasan
Hadi mostra una maturità inconsueta per un’opera prima, perché non usa mai la
bellezza come compensazione estetica del trauma, né la miseria come certificato
di autenticità. La forma resta sensibile, mobile, porosa, ma non tradisce mai
la durezza materiale delle cose; semmai la rende ancora più dolorosa, proprio
perché si rifiuta di ridurre quel mondo a semplice fondale della sofferenza.
Anche il paesaggio sonoro, dominato dalle corde del liuto arabo, contribuisce a
questa qualità insieme lirica e inquieta, perché non accompagna semplicemente
il racconto, ma lo avvolge, lo rende permeabile, lasciando che il mondo
sensibile continui a respirare anche mentre il potere tenta di soffocarlo. In
fondo, la forma del film trova la propria misura proprio in questa tensione:
Hasan Hadi l’ha pensato come una sorta di favola pervasa di realismo
naturalistico, e la definizione è tanto più felice quanto più il racconto evita
sia l’astrazione simbolica sia il naturalismo greve. La torta, il gallo, il
viaggio, gli incontri, perfino certi scarti solo apparentemente lievi del
percorso non alleggeriscono il dolore: gli danno una cadenza obliqua, lo fanno
passare attraverso il tremore instabile dell’infanzia invece che attraverso la
rigidità della denuncia…
…Hadi realizza un’opera prima di
rara compattezza, capace di tenere insieme precisione storica, finezza
sensibile e dolore politico, e soprattutto di restituire all’infanzia non un
valore simbolico astratto, ma la sua concreta, vulnerabile esposizione al male
del mondo.
…Con un
occhio al grande Abbas Kiarostami ma anche e forse
soprattutto al Neorealismo di casa nostra, Hasan Hadi segue
e pedina, stazione per stazione, le varie avventure dei due piccoli
protagonisti, le loro liti, il pennuto che compare, scompare e ricompare, le
soste ai posti di polizia, la prigione, il minareto, per non parlare poi di
squallidissime, losche persone che si vogliono approfittare dell’ingenuità di
Lamia.
A parte forse
qualche lungaggine al centro con un leggero calo dell’intensa tensione
narrativa generale, La torta del Presidente è
un piccolo grande film (per altro interpretato dai bravissimi
protagonisti) in cui, con sovrana leggerezza e, a tratti, con sotterraneo
umorismo, si narra, senza mai cadere nella farsa, la storia di un inconsueta
avventura giovanile. In essa si mischiano impegno e devozione che vanno a
confondersi con il sogno e la speranza, a partire da un complesso background
storico-sociale nel quale ogni parola o gesto potrebbero pesare negativamente e
ogni piccola azione portare a delle conseguenze imprevedibili. Da segnalare
poi, in modo molto positivo e grazie alla fotografia del rumeno Tudor
Vladimir Panduru (ha lavorato, tra l’altro, con autori del
calibro di Cristian Mungiu o Cristi
Puiu), la qualità della resa visuale dell’ambientazione, soprattutto
quella iniziale nella zona degli acquitrini particolarmente affascinante
– Hasan Hadi ci ha tenuto a girare il film nel suo
paese e in alcuni luoghi reali della storia. Ci sembra che abbia fatto benissimo.
domenica 22 marzo 2026
sabato 21 marzo 2026
D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre
Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.
Molti
modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata
una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo
grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside
d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone,
studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici
sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).
È
chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti
della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse
stagioni.
Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).
e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.
Un
capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente
rappresentativi, la Cgil e la Cisl, per esempio.
Da
molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di
lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura
neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa
(Margaret Thatcher docet).
Dice
Stendhal: Il pastore cerca sempre di
convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I
sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro
sono gli stessi dei lavoratori.
E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori
se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni
sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e
delle lavoratrici, e di tutti).
I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque
quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi,
vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi
qui) e la copertura
assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi
qui)
Il nemico - Bertold Brecht
Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.
Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.
Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed
esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento,
passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della
scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.
…Il film si svolge su tre piani,
intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule
dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo
Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze
animate a cura di Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra
cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola
democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, Lucio
Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso.
Il montaggio delle sequenze dei tre
piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello
scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che
una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione
della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su
spinta del mondo industriale anglosassone, e a inizio millennio, quando
viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come
dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In
Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa
operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che,
liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi
(con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della
“modernizzazione”. Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli
anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo
soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su
cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe
fornito agli studenti).
Questa convergenza “bipartisan” è
sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine
di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con
ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può
chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano
sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se,
viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la
boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle
discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di
Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben
si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del
passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica,
certo no.
Comunque, l’impianto provocatorio e
didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le
sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è
uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei
luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla
scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive
di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la
retorica tecnocratica dell’orientamento e delle competenze e con quella
inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita
l’emergenza pandemica con quella bellica, appare chiaro come il
neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola,
l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire
al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…
Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale.
Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come
l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento
terribilmente nocivo.
Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi
dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste,
stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un
elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.
Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli
non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è
facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai
docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di
avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.
Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i
problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi
padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione
della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il
profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la
seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra
nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità
capitalistica…
…Con un
montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e
affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le
interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli
autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di
"disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino).
Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge
Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto
costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e
proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai
responsabili a venire.
La finalità del film è riportare l'attenzione
dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema
centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e
sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo,
che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come
i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o
da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e
interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso
civile del Paese…