martedì 29 settembre 2015

Eliza Graves (Stonehearst Asylum) - Brad Anderson

ispirato a un racconto di Edgar Allan Poe, è una storia tutta giocata in un manicomio, ritmo lento, grandi attori, sorprese continue.
Ben Kingsley è uno che sta bene nei manicomi, anche qui fa la sua figura, e se continua così bene lo rinchiuderanno in uno di quei posti, se lo merita.
Brad Anderson è sempre bravo, fa pochi film, ma buoni.
chissà se arriverà in sala, e comunque non perdetevelo - Ismaele






...Con un cast pazzesco, che vede Ben Kingsley nel ruolo di Silas Lamb, Michael Caine nei panni del dottor Salt e la nostra vecchia conoscenza Kate Beckinsale a dare il meglio di sé recitando il sofferto personaggio di Eliza Graves, Stonehearst Asylum nel corso delle sue quasi due ore di durata ha il gran pregio di tenere vivo l’interesse dello spettatore dilazionando le rivelazioni e non offrendo mai punti di riferimento: può succedere sempre di tutto e non si è in grado di prevedere le evoluzioni della storia. Non pago, però, lo script di Joe Gangemi si e ci regala anche un finale sorprendente, di quelli che fanno assistere ai titoli di coda con un sorriso di soddisfazione. Missione compiuta, quindi, per Brad Anderson, che dirige con classe e, dopo circa tredici anni, torna a regalare un nuovo, bellissimo film sullo sfondo di un manicomio...

il nosocomio d'ambientazione non fatica ad assumere i metaforici connotati di un mondo le cui menti realmente folli sono quelle che occupano i posti di comando, di potere.
Quindi, evitando, come di consueto, spargimenti di liquido rosso e sensazionalismi da violenza grafica, il buon Brad confeziona con adeguato ritmo narrativo una coinvolgente vicenda ad alta tensione piuttosto impegnata dal punto di vista socio-politico... in maniera non molto distante dalla filosofia del fare celluloide di autori artisticamente sbocciati negli anni Settanta quali George A. Romero, John Carpenter e Wes Craven.
da qui

Il tallone d’Achille di Stonehearst Asylum, ben confezionato e recitato, è proprio nell’approccio troppo diligente del regista statunitense, legato mani e piedi ai rigidi meccanismi della narrazione e poco alle potenzialità visive. Si ha l’impressione, a lungo andare, di trovarsi di fronte a quelle trasposizione inglesi per il piccolo schermo dei romanzi di Agatha Christie, come il Poirot interpretato dal londinese David Suchet, che ogni sabato allieta i pomeriggi di Rete 4. Tutto chiaro, spiegato e rispiegato, innocuo. Ma il grande schermo dovrebbe essere un luogo altro, dove osare, confondere, inquietare. O per lo meno sparigliare le carte…
da qui


sabato 26 settembre 2015

Sicario - Denis Villeneuve

a Denis Villeneuve non devono piacere i film che finiscono bene.
Sicario è un film solido, compatto, che non annoia mai.
una storia al confine degli Usa e del Messico e al confine della legalità, confine mobile, a seconda delle circostanze. 
ricorda l'ultimo film di Kathryn Bigelow, sia per la protagonista donna, sia per la caccia all'uomo (mutatis mutandis).
naturalmente le scene ambientate a Juarez non sono state girate lì, c'è un limite a tutto.
l'agente Kate viene usata per un'operazione più grande di quanto immagina, nella quale il fine giustifica i mezzi, alleati e nemici, buoni e cattivi non si capisce bene chi siano.
lo sguardo impotente di Kate, che vede cose che non avrebbe mai dovuto vedere, è il nostro sguardo sul mondo, e non sei più sicuro se esistono i buoni e i cattivi.
attori bravissimi e regista super, senza alcun dubbio.
non è il miglior film di Denis Villeneuve, ma solo perché ha fatto dei film immensi.
questo è "solo" un gran film, non perdetevelo - Ismaele





Un'imboscata dell'FBI rivela molto più di quanto era previsto: lo spettacolo orripilante di decine di cadaveri nascosti nei muri e con la testa sigillata in sacchetti di plastica. Per allargare la squadra che va a caccia dei mandanti di quel massacro la CIA arruola Kate, la giovane agente dell'FBI che ha partecipato all'imboscata rivelatrice, anche se lei è un'esperta di rapimenti mentre la squadra combatte da tempo contro il cartello messicano della droga. È l'inizio di una discesa agli inferi che coinvolgerà tutti i servizi segreti statunitensi (e la coscienza di un Paese) disposti a trasgredire ogni regola e a sacrificare ogni parvenza di umanità pur di mantenere il controllo (ma senza alcuna volontà di debellare il Male)…

Sicario, oltre a raccontare una storia di criminalità e operazioni sotto copertura, ha secondo i suoi realizzatori e interpreti un significato più profondo.
Il regista Denis Villeneuve pensa che il film sia incentrato sull'America e sullo scontro tra idealismo e realismo che avviene nel momento in cui deve affrontare i problemi di altre nazioni.
«Sicario è in parte dedicato a un vecchio fantasma: l'idea che il Nord America risolverà i problemi più violenti del mondo in un modo efficiente e invisibile. Una volta era un pensiero in grado di dare conforto, ma il mondo sembra essere diventato sempre più complicato».
Benicio Del Toro è invece convinto che sul grande schermo si assista a una riflessione sulle conseguenze delle proprie scelte.
Più filosofica ancora la prospettiva di Josh Brolin: «Il film è un mistero umano che devi afferrare e risolvere da solo. Un puzzle ricco di tensione ed emozionante»…

Sicario è uno di quei film in cui il genere si sposa perfettamente con il cinema d’autore, in cui attraverso una forma narrativa vicina all’intrattenimento puro si riesce a fare anche arte, per usare parole scomode. È impossibile non pensare al cinema migliore di Michael Mann guardando il nuovo lavoro di Villeneuve, sicuramente assimilato nella sua capacità di costruire eroi solitari in mondi spietati. Qui non c’è un uomo al centro, c’è una donna, forte, che a un certo punto capisce che la stanno sfruttando e lo accetta perché sa che sta succedendo qualcosa con cui lei non è in grado di confrontarsi, non con il codice che fino a quel momento ha seguito. Matt e Alejandro portano Kate nelle zone del grigio più scuro della legalità e delle azioni governative, del caos funzionale alla costruzione dell’equilibrio. Il confine non è solo geografico, ha un valore più esteso, tra quello che è giusto e quello che non lo è, tra quello che è necessario e i modi per raggiungerlo…

Se cierran las fronteras en la Europa del Este, la única vía de escape a la terrible situación bélica que se vive actualmente en Siria es tapiada a consecuencia, en gran medida, de la presión popular. Mientras cuatro millones de personas suplican por un lugar en el que cobijarse de las constantes detonaciones que arrasan día tras día su país, y del reguero de muertes que éstas originan, nosotros, europeos del primer mundo acomodado —y perdón por la generalización—, apelamos a un dictamen justo basado en unas prioridades que consideramos ineludibles. No es que seamos reacios a ofrecer ayuda al necesitado, el problema es simplemente que, “ahora”, no es un buen momento. Y es precisamente ese “ahora” el que nos ha excusado cada vez que nuestro apoyo ha sido requerido, un presente inmediato que nunca sonó tan ambiguo e indefinido: desesperanzador. ¿Qué podemos hacer? Nos gusta el orden y cada cosa en su sitio; los santos en el cielo y los pecadores en el infierno. Somos capaces de asumir que la coherencia en el infierno es el caos mismo, siempre que éste no salga de sus fronteras y nos salpique. En el infierno, el orden se conserva gracias a que las víctimas asumen su condición de mártires, a quienes lloraremos desconsoladamente y cuyas imágenes llenarán los muros digitales de todas nuestras redes sociales. Sin embargo, cuando esas víctimas, esperanzadas por nuestro apoyo remoto, deciden pedir ayuda real, en ese momento se subvierte el orden establecido y el caos invade nuestra zona de confort. Las consecuencias de perder la contención de la violencia entre estratos geográficos, dejando que la crueldad se expanda fuera de sus fronteras asumibles, son devastadoras.
Sicario muestra uno de esos infiernos terrenales, donde hace tiempo que el primer mundo tiró la toalla y lo abandonó a su suerte en medio de un caos violento reinado por los magnates del crimen. El filme se recrea con una impresionante potencia audiovisual —ojo a la fotografía de Roger Deakins— en las consecuencias que se producen cuando esas fronteras invisibles que lo separan del mundo civilizado desaparecen, y ese orden, aniquilado, origina que se crucen ambos mundos en un choque de secuelas fatales…

Dopo gli ottimi Prisoner e Enemy, Villeneuve fa una marchetta. Essendo un genio non può farla così male ma lealte aspettative non raggiungono quanto sperato…

…Rarefatto ma esplicito nel rappresentare la violenza, sempre pronta ad esplodere in carneficina nelle zone di confine tra USA e Messico, Sicario più che un film d’azione è un accurato affondo nelle menti tormentate dei suoi personaggi. Sebbene risultino infatti impeccabili dal punto di vista registico, le sequenze action vengono infatti diluite in una serie di momenti di stasi dove, dai ritratti insistiti dei volti e dei corpi dei protagonisti, emerge la loro profonda inquietudine, lo spaesamento, la paura della morte. Impossibile non registrare dunque nel film di Villeneuve una complessiva schizofrenia del ritmo, che lo rende ben distante dallo sviluppo usuale del thriller odierno e più apparentabile, proprio per le sue smagliature narrative, al cinema americano della New Hollywood, con i suoi outsiders un po’ nichilisti e silenti e la sua alta dose di paranoia antigovernativa, allora figlia della contestazione, oggi di una realtà sempre più multiforme e difficile da interpretare. Al centro di Sicario vi è infatti la necessità per la protagonista di prendere una posizione in una situazione le cui dinamiche sono indecifrabili, mentre l’inganno e il relativo twist narrativo sono sempre dietro l’angolo, ma tardano a manifestarsi.
Sono forse numericamente troppe le sequenze di dialogo che ribadiscono quanto la nostra agente dell’FBI si trovi a disagio in una squadra della quale non comprende né la procedura né i reali obiettivi, ma evidentemente a Villeneuve questa storia interessava più come sfida ed esercizio di stile che altro. In tal senso, l’autore rischia in più di un’occasione di incarnare i panni del turista in una realtà, quale è quella del narcotraffico, distante dalle sue latitudini geografiche come anche dalla sua, sempre più eclettica, poetica. A consolare e a tratti a far completamente dimenticare le lacune del film ci pensa però la strabiliante fotografia di Roger Deakins, intento a profondere della sua luce una pellicola che del gusto ricercato per l’immagine fa il suo reale punto di forza e il suo primario interesse.

martedì 22 settembre 2015

Pickpocket (Diario di un ladro) – Robert Bresson

la storia di un ladro diventa l'oggetto di un film di Robert Bresson, e, pur essendo stato censurato in Finlandia per insegnare troppo realisticamente le tecniche del borseggiatore, è un film da non perdere.
una donna lo ama, nonostante tutto, un amico cerca di farlo desistere dai suoi deliri di onnipotenza, quella piccola di un borsaiolo, e un commissario di polizia cerca di riportarlo sulla retta via, ma Michael ama troppo il rischio, l'adrenalina del ladro, quasi un cleptomane.
e come tutti i film di Bresson, le parole servono a poco,  Pickpocket bisogna vederlo e basta - Ismaele






Pickpocket di Bresson è un piccolo grande capolavoro, piccolo perché la narrazione non supera i 68 minuti, una narrazione semplice dal taglio documentaristico quasi neorealista, con l'unica peculiarità di essere raccontata tramite un diario.
Perchè questo film può essere considerato un capolavoro, innanzitutto per l'assoluta perfezione della caratterizzazione del personaggio protagonista, le dinamiche, i meccanismi psicologici sugli eventi di un ragazzo che vuol fare il ladro sebbene non sia la sua strada è raccontata con una precisione e fedeltà introspettiva che non mi stupirebbe lo sceneggiatore, o l'aiuto sceneggiatore, fosse dedito al taccheggio prima di darsi al cinema.
Inoltre il regista getta uno sguardo sociale ed esistenziale, "sarò il migliore?", "ha senso vivere?", "ha senso lavorare, a che serve?", "non è inutile la vita, non è meglio morire?", "è forse l'amore l'unica possibilità di redenzione?"..in questo caso, come parabola drammaturgica ideale, sarà proprio l'amore la svolta definitiva e necessaria.
Per qualcuno, può essere impossibile non rimanere secchi d'innanzi a questa pellicola.

…“Pickpocket” is about a man who deliberately and self-consciously tries to operate outside morality (“Will we be judged? By what law?”). Like many criminals, he does it for two conflicting reasons: because he thinks he is better than others, and because--fearing he is worse--he seeks punishment. He avoids Jeanne because she is wholly good, and therefore a threat to him. “These bars, these walls, I don't even see them,” he tells her. But he does, and is healed by the touch of her hand. (The famous last line: “Oh, Jeanne, what a strange way I had to take to meet you!”)
There is incredible buried passion in a Bresson film, but he doesn't find it necessary to express it. Also great tension and excitement,tightly reined in. Consider a sequence in which a gang of pickpockets, including Michel, works on a crowded train. The camera uses closeups of hands, wallets, pockets and faces in a perfectly timed ballet of images that explain, like a documentary, how pickpockets work. How one distracts, the second takes the wallet and quickly passes it to the third, who moves away. The primary rule: The man who takes the money never holds it. The three men work the train back and forth, at one point even smoothly returning a victim's empty wallet to his pocket. Their work has the timing, grace and precision of a ballet. They work as one person, with one mind. And there is a kind of exhibitionism in the way they show their moves to the camera but hide them from their victims.
Bresson films with a certain gravity, a directness. He wants his actors to emote as little as possible. He likes to film them straight on, so that we are looking at them as they look at his camera. Oblique shots and over-the-shoulder shots would place characters in the middle of the action; head-on shots say, “Here is a man and here is his situation; what are we to think of him?”

Humain, spirituel ou moral, Pickpocket est un parcours, un voyage. Le dernier vol de Michel répond au premier. Même lieu, juste une inversion de la position de Michel qui passe de derrière sa victime à devant, position à l’image qui enferme le héros dans le temps du film. Position également qui rend inéluctable son cheminement dans le film mais qui dans le même temps lui confère un statut à part, parenthèse dans la vie de Michel. Celle-ci va véritablement reprendre à la fin du film au moment où débute son histoire avec Jeanne. Pickpocket est un simple préliminaire, un rêve, un songe.

La mia generazione non ha potuto mai vedere un film di Bresson in sala, tranne nei club che dedicavano al Maestro una retrospettiva, un cineforum, una rassegna. Ecco, allora, che la visione di Pickpocket è rimasta un fatto privato: il cinema ascetico visto, esplorato, analizzato da asceti. Qualche anno fa, però, un piccolo locale napoletano ebbe la bella idea di inserirlo nella programmazione tradizionale, senza neanche pensarci troppo. Recatomi al cinema, pensando di trovare la sala vuota, resto esterrefatto: posti in piedi !...

domenica 20 settembre 2015

Inside Out - Pete Docter, Ronnie del Carmen

dal Minnesota (quello di Fargo) pieno di neve e freddo alla California (San Francisco), come cambiare pianeta. 
Riley ha 11 anni, pratica l'hockey su ghiaccio, uno sport non proprio da femminucce, e sta crescendo, e Pete Docter, Ronnie del Carmen inquadrano la sua vita, e la sua psicologia.
tutto è bellissimo, pieno di idee, praticamente perfetto.
ma qualcosa non mi torna, in troppi momenti la sceneggiatura sembra tratta e adattata da un libro di psicologia, niente di male, anzi, solo che mi è sembrato un po' troppo meccanico, un film per gli adulti, meglio se genitori, per adolescenti, molto meno per bambini.
ripensando al film mi è venuto in mente Nel paese delle creature selvagge, di Spike Jonze (film bellissimo, per i miei gusti), anche lì un bambino che cresce, ma i turbamenti del giovane Max sono resi in un modo meno meccanico.
ecco, questa è la critica che mi viene in mente, il film è ambizioso, straordinario, ma c'è quella nota stonata.
ps: fra tutti i personaggi Tristezza e Bing Bong sono quelli che mi sono piaciuti di più - Ismaele





Si son lette recensioni strabilianti di questo nuovo Pixar movie dopo la prima mondiale di Cannes lo scorso maggio. Per molti il miglior film del festival e il migliore film di sempre di casa Pixar. Dissento. Il concept è straordinario, di una raffinatezza e complessità come poche volte nel cinema di massa. Ma non tutto funziona, anzi. Storia di una ragazzina di nome Riley di undici anni, e delle emozioni di base che regolano il suo cervello, il suo umore, la sua vita. Emozioni che diventano personaggi, e che vediamo agire alla console di un quartiere centrale cerebrale determinando con le loro decisioni quello che capita a Riley e come lei lo percepisce. Idea semplicemente pazzesca, che pure diventa un film di massima godibilità…
Diciamo che siamo, in versione Pixar, tra Il mago di Oz e Inception. Con un aspetto molto, molto inquietante. Che la povera Riley è una marionetta priva di libero arbitrio, il cui agire dipende solo da quel che fanno le Emozioni alla console. E questo, consentitemi, è agghiacciante, è il frutto di una visione meccanicistica e veterodeterministica del funzionamento della mente umana. Tant’è che se nel film al posto delle Emozioni ci fossero, poniamo, delle figure che rappresentano ciascuna uno psicofarmaco, il risultato sarebbe lo stesso. Sopravvalutato.

Gli artisti e gli sceneggiatori del film hanno voluto portare sul grande schermo una storia ricca di fantasia ma in cui la rappresentazione della mente umana, della memoria e delle emozioni fosse realistica.
Per farlo è stata chiesta la collaborazione di molti esperti in materia, tra cui Dacher Keltner, co-direttore del Greater Good Science Center e professore di psicologia all'Università della California, a Berkeley.
I suoi studi ventennali hanno contribuito a delineare le cinque emozioni umane da inserire nella storia e il modo in cui mostrare come queste influenzano i comportamenti di ognuno di noi…

Riley ha 11 anni e una vita felice. Divisa tra l'amica del cuore e due genitori adorabili cresce insieme alle sue emozioni che, accomodate in un attrezzatissimo quartier generale, la consigliano, la incoraggiano, la contengono, la spazientiscono, la intristiscono, la infastidiscono. Dentro la sua testa e dietro ai pulsanti della console emozionale governa Joy, sempre positiva e intraprendente, si spazientisce Anger, sempre pronto alla rissa, si turba Fear, sempre impaurito e impedito, si immalinconisce Sadness, sempre triste e sfiduciata, arriccia il naso Disgust, sempre disgustata e svogliata. Trasferiti dal Minnesota a San Francisco, Riley e genitori provano ad adattarsi alla nuova vita. Il debutto a scuola e il camion del trasloco perduto nel Texas, mettono però a dura prova le loro emozioni. A peggiorare le cose ci pensano Sadness e Joy, la prima ostinata a partecipare ai cambiamenti emotivi di Riley, la seconda risoluta a garantire alla bambina un'imperturbabile felicità. Ma la vita non è mai così semplice. 
Il segreto della Pixar non risiede nell'abilità tecnica, sempre raggiungibile o perfezionabile, ma nella forza drammatica delle loro storie. Storie che non abdicano mai l'originalità narrativa. Prima un bel soggetto, a seguire la scelta grafica, sempre coerente con quella narrativa che tende a semplificare la superficie e mai la sostanza. 
La bellezza delle loro sceneggiature è costituita poi dai risvolti teorici, che dopo aver esplorato il mondo oggettuale e indagato i sogni delle cose, reificano le emozioni umane, in altre parole prendono per concreto l'astratto. Inside Out visualizza ed elegge a protagonisti della vicenda la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e il disgusto, emozioni che guidano le decisioni e sono alla base dell'interazione sociale di Riley, che a undici anni deve affrontare sfide e cambiamenti…

Se l'idea alla base, forse, questa volta non è delle più originali, il modo in cui viene sfruttata è qualcosa di realmente unico. Non è solo la trovata della sala di comando del corpo umano gestita dalle cinque emozioni (gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto), è il modo in cui questo spunto di partenza viene utilizzato a definire un film fenomenale per intelligenza, forza espressiva, intensità, capacità di commuovere e dire cose intelligenti e profonde all'insegna dell'estrema semplicità. Le dinamiche fra le emozioni, la maniera in cui il loro comportamento e i rapporti cambiano a seconda dell'età e delle persone che le ospitano, l'impatto che esse stesse hanno sui ricordi e su come questi vanno a definire la persona svanendo o restando impressi, mutando di significato con lo scorrere del tempo... la quantità di esperienze, emozioni e cambiamenti al centro di questo film ha dell'incredibile e lascia il segno. E lo lascia anche la bravura con cui i vari "personaggi" vengono utilizzati per fare da allegoria di quel che accade, è accaduto e accadrà nella testa di ciascuno di noi. Sulla superficie, viene raccontato un mondo pazzerello e alieno, ma all'atto pratico Inside Out sfrutta i propri personaggi per mostrare un'esperienza attraverso cui, prima o poi, passiamo tutti…

A volte ci si può soltanto arrendere.
Certo, resistere è lecito, tentare quasi doveroso, ma di fondo, il risultato sarà scontato, deciso, devastante.
Pete Docter, oltre ad essere uno dei cervelli dietro l'ascesa della Pixar, una delle realtà più importanti del Cinema - non solo d'animazione - della nostra epoca, e l'autore dietro i due film più importanti della stessa casa di produzione - Monsters&Co e Up! -, deve essere un profondo conoscitore della parte bambina dell'animo umano, essere lui stesso rimasto un "fanciullino" o riuscire ad empatizzare incredibilmente non solo con quello che portiamo dentro - indubbiamente viziato - noi adulti, ma anche e soprattutto con i più piccoli.
Se non fosse che si tratta di uno dei registi più importanti che l'animazione abbia in scuderia in questo momento, sarei felice se potesse essere l'insegnante del Fordino, perchè ho come l'impressione che ne avrebbe solo ricordi costruttivi ed importanti.
Ma a prescindere da lui, si parlava di resa.
Incondizionata, nello specifico.
Perchè Inside out porta a questo.
Con leggerezza e colore, semplicità e lampi di genio che fanno invidia perfino alle porte di Sully e Mike o all'apertura fulminante legata alla vita di Carl ed Ellie.
Inside out, oltre a mostrare uno spaccato della nostra testa e dei sentimenti che farebbe invidia ad artisti e psicologi, è come un bimbo…

Eppure prima o poi doveva accadere.
L'unico approdo possibile era questo.
Perchè se sei una fabbrica di emozioni, come la Pixar è da anni, ad un certo punto non ti accontenti più soltanto di regalarle queste emozioni ma fai un passo successivo, provi a descriverle, farcele vedere, capirne i meccanismi, renderle protagoniste dei tuoi cartoni.
E' quasi un'operazione di auto analisi quella degli autori, come se tutti quei geni che questi anni hanno scritto e disegnato quelle storie indimenticabili adesso avessero voluto entrarvi dentro con un bisturi per capirne le dimamiche emozionali.
Come se quella bimba fossimo noi e loro quelli alla torre di controllo.
E hanno tirato fuori un film geniale, labirintico, emozionante e profondo, un'opera di animazione che con gambe ferme e schiena dritta si piazza sulla strada della storia del genere, specie di pietra miliare per il proseguio del cammino.
Inside Out è la summa di tutti i Pixar precedenti, ha dentro tuttto il loro genio, il loro coraggio, le loro emozioni.
Inseriti in una struttura talmente impressionante che tutta la meraviglia dell'architettura di Monster & Co, ad esempio, a sto punto sembra solo un passatempo…

…Inside Out è una folgorazione, è un’opera raccontata al femminile e questo ci piace tantissimo, ancor più ci piace la sovversione e la destrutturazione definitiva della fiaba tradizionale, con il principe azzurro che non è unico ma infinitamente replicabile usato come oggetto, e la salvezza che arriva da un amico immaginario, asessuato e alieno da sovrastrutture sociali, ma forse è solo perché una childhood, e gli ormoni non sono ancora presenti nè raccontati qui, forse in un sequel auspicabilissimo. Capolavoro assoluto, uno dei segni indelebili di questo 2015 grandioso per il cinema, dentro e fuori i confini della animazione digitale.

…Es evidente que los genios detrás de Intensamente se hicieron asesorar de la mejor manera en temas como la neurociencia y la psicología emocional. Todas las escenas de los pensamientos de Riley tienen una manera diferente de explicar cómo funciona nuestra mente o porqué ocurren ciertas cosas. Detrás de cada gags y parlamento se esconden profundos conceptos sobre el subconsciente y el verdadero camino tras la búsqueda de la felicidad, siendo la película capaz de empaparnos con su mensaje sin dejar de lado la entretención y la emoción, con personajes adorables que terminan extrañándose una vez terminada la cinta, y sorprendentemente sin ningún mega villano como antagonista.
Intensamente en definitiva NO ES una película hecha para niños, los que podrán entretenerse con facilidad, pero difícilmente comprenderán todo lo que se esconde detrás de cada uno de los entrañables personajes.
Intensamente es un mensaje sincero, con la mirada de un adulto que juega a serlo, que nos enseña que crecer es disfrutar las alegrías, pero también aceptar las tristezas y enfrentar los peligros. Una clase de educación emocional a la que todos debiéramos asistir, y vivirla intensamente.

venerdì 18 settembre 2015

The Roe’s room (Pokój saren) – Lech Majewski

l'ho visto da qualche giorno, è vero che non ricordo la storia, quella non c'è, ma forse non è la cosa più importante.
qui Lech Majewski è agli inizi e questo è un film per la tv, che la TVP (televisione di stato polacca) ha prodotto, e questo è un miracolo, che da noi è da molto che non si verifica, una televisione che finanzia un'opera d'arte.
le immagini sono dei quadri in movimento, la camera del regista si sposta per abbracciare un enorme quadro, pezzo a pezzi, e fissare qualche dettaglio in movimento.
poi Lech Majewski farà anche storie più comprensibili, ma qui no.
guardare le immagini di questo film e ascoltare la musica insieme è un'esperienza che davvero merita, è un'altra cosa.
potete provare, poi direte se vi è piaciuto, o anche no, chissà.
a me è piaciuto molto - Ismaele





Se la morte è la certezza dell'uomo materiale la solitudine di fronte all'immenso è quella dell'uomo spirituale che si mette da parte, introspettivo spettatore, ed osserva ciò che avviene, guarda l'esterno per guardarsi all'interno, sanguina nei punti fermi imposti, gioisce degli spazi non confinabili nemmeno dai muri di una casa da dove non esce mai e nella quale la natura, la vita prenderà inarrestabile il sopravvento sventrando i muri partendo da un germoglio rampicante, non un impalpabile cielo ma una prateria in una stanza mondo, da falciare per resistere ancora senza cedere alla materia e continuare la ricerca del grande significato, che puoi intravedere e non cogliere ché se lo cogli lo descrivi e se descrivi la bellezza che è la grande legge è come se la distruggessi, non c'è staticità in quel mondo elevato e puoi solo accomodarti passeggero su quell'onda, e goderne fino all'ultimo saluto che sarà come il primo vagito su un candore di neve...

…all’innegabile bellezza visionaria di alcune situazioni, non posso non rimarcare quello che per me è un difetto macroscopico: non c’è una storia, non c’è il racconto. Sono solo tanti quadri, anche belli per carità, messi in sequenza. In altre parole non esiste una trama, e senza una logica nell’intreccio degli eventi accade che un autore possa sbizzarrirsi nell’inserire le stranezze più strane che gli vengono in mente, come chessò… mettere dei cerbiatti che brucano l’erba nella casa…

"Majewski's normal multi-tasking takes on even greater dimensions in his absolutely singular 'autobiographical film opera'. Writing (libretto and music), directing and designing this often limpidly beautiful 'cycle of life' parable, he conjures some remarkable images out of an extremely contained spatial and thematic environment…One of a kind." Gareth Evans, Time Out London

"A fantastical, haunting tale set in a house where nature fuses with - and eventually consumes - the lives of a family." Laurence Kardish, Senior Curator, New York Museum of Modern Art

"A modern visual arts masterpiece!" Ruben Guzman, Curator, Buenos Aires Museum of Fine Arts

"Fascinating film. Extraordinary imagination." Pierre-Henri Deleau, Biarritz International Festival of Audiovisual Media

"A visionary and musical poem. A profound, subtle and very original movie." Claude Chamberlan, Montreal International Film Festival

"There is a strange, entrancing beauty to the images and music in 'The Roe's Room'. Majewski creates striking visual tableaux that possess a memorable, haunting quality." Brendan Kelly, Variety

"Henri Langlois Association presents two equally unique film masterpieces at Cinema Accatone in Paris: the somber 'Film' by Samuel Beckett, and hypnotic 'Roe's Room' by Lech Majewski."
Allan Riou, Le nouvelle Observateur

"Disturbing and visionary." Carlo Montanaro, La Nuova di Venezia

Ultimately pretentious operatic musical about various aspects of a family unit with the various forces in it represented as natural symbols. Family life is explored through four seasons, with plants growing through walls, fountains coming out of dinner tables, weeds growing in the house, deer eating grass, the son attempting to eat grass, sex, mundane household chores or activities, a paternal influence, a maternal presence, etc. All this is shown with slowly moving artsy visuals while the opera sings about what we see. For fans of movies like Cremaster only.

mercoledì 16 settembre 2015

Sangue del mio sangue – Marco Bellocchio

un cavaliere, mercenario, soldato, chissà, si reincarna(?) in un truffatore che il potente di turno scopre e compra con pochi soldi.
quel potente è Roberto Herliztka (bravissimo), vive appartato, capo riconosciuto di un gruppo di potere locale, ormai al tramonto, in un tempo deve tutto è parodia e inganno, mala tempora currunt.
suor Benedetta, la strega, sopporta le torture di un'Inquisizione senza speranza, e alla fine, strega, diavolo o angelo, chissà, esce dalla prigione (come Roberto Herliztka/Moro in "Buongiorno notte").
un Bellocchio minore, probabilmente, ma le opere minori dei grandi artisti non vanno trascurate - Ismaele






Due storie fra passato e presente. Stesso luogo, ovvero le antiche prigioni di Bobbio, un tempo sede di un convento. La prima è ambientata nel seicento e narra la vicende di un giovane uomo d’armi (Pier Giorgio Bellocchio) che viene sedotto come il suo gemello prete da una suora che ricorda tanto la monaca del Manzoni, chiamata Suor Benedetta, la quale sarà suo malgrado costretta a subire prove dolorosissime al fine di accertare o meno il suo patto con il Demonio. La seconda invece si svolge ai giorni nostri, dove un misterioso conte/vampiro (Roberto Herliztka), che esce solo di notte, viene incalzato da un sedicente ispettore ministeriale (sempre interpretato da Pier Giorgio Bellocchio).
Quello che mette in scena Marco Bellocchio nel suo ultimo personalissimo film è un mondo perduto dove passato e presente si confondono, un ambiente ostile chiuso in sé stesso fatto di ombre, echi e rimandi…

Sangue del mio sangue (che spero vivamente possa portarsi a casa un premio all’interno del Concorso) è una pellicola che rende palpabile l’eternità dell’esistere nel suo tempo soprannaturale tutto terreno. Un’eternità portata addosso da esseri-simboli, metafore di tutti gli uomini che ‘attraversano’ i secoli, schiacciati alla terra dalla finitezza, imbrigliati tra la schiavitù ad un presunto peccato da cui ci si deve proteggere (perché la morte ci rende monchi sin da quando nasciamo) e l’anelito alla libertà e alla bellezza, temuti anch’essi per i limiti che sono capaci di superare.
Eppure la pellicola di Marco Bellocchio è ‘sparpagliata’, frammentata nella genesi e nelle tematiche affrontate, apparentemente ‘incollata’ nelle porzioni…con buchi (si fa per dire) di nonsense, di ‘confusione’. Questo per chi non è abituato al cinema di Bellocchio. I suoi seguaci (io lo sono), annusano le tracce che lascia senza esitazione, e alla fine del viaggio, non possono non commuoversi

…nel suo complesso, anche se apprezziamo la libertà di espressione cercata dall’artista, nonostante alcuni interpreti tornino tra i due episodi, la sensazione di frammentarietà un po’ ci pervade. Ad unire le due epoche e le due storie è idealmente il Potere e la messa in discussione dello stesso; parallelamente a stupirci positivamente è il registro di ironia e leggerezza che talvolta si respira (vedi, su tutto, il dialogo tra il conte e il suo dentista – Toni Bertorelli). Così, come in un altalena, quando il tono rimuta con soluzioni narrative inaspettate, lo si avverte ancor più. Vogliamo citare, in ultimo, la figura del folle a cui dà corpo Filippo Timi, il quale spunta proprio come tale, come se fosse un Amleto dal tragico sberleffo e guarda caso proprio nella storia ambientata nell’epoca moderna…
da qui


Enigmatico, svincolato e sfuggente, Sangue del mio sangue è un film che affronta la Storia e (ancora una volta) la biografia del suo autore attraverso una declinazione libera, una rielaborazione del materiale narrativo sganciata da qualsiasi aderenza o fedeltà. Traslocato di nuovo il suo cinema a Bobbio, estensione di un corpo individuale, familiare e sociale in procinto di esplodere ieri e di 'risolversi' oggi, Marco Bellocchio non è mai pago di sperimentare e di sperimentarsi, andando contro o rivedendo il sé che era. Sangue del mio sangue porta addosso i segni di questo lavoro paziente e faticoso di messa in discussione, sprigionando un'energia abbagliante, una sintesi di rigore, semplicità, essenzialità, movimento, fisica, chimica, storia, filosofia, mistero...

Se Marco Bellocchio voleva spiazzarci c’è riuscito in pieno. Questo è il suo film più fuori-rango, risqué, anarchico, irregolare, di un autore e di un signore che a settant’anni può permettersi tutto e ha deciso di rimettersi in gioco e pure divertirsi. E fin qui tutto bene, châpeau. Però, in questa sua coraggiosa impresa Bellocchio deraglia, infrange ogni regola di minimo buonsenso e anche minimo buongusto e ci consegna un film sincero e nudo, urticante nel suo esibito estremismo, ma anche imbarazzantissimo per cose che mai avresti voluto vedere e sentire. Sincero e insieme impudico. Grideranno entusiasti, e già hanno applaudito freneticamente in sala alla proiezione stampa, i ragazzi e i ragazzacci che adorano il cinema di genere o i Bellocchio-dipendenti che in questa sconclusionata storia di streghe, vampiri, révenants lassù nella piacentina Val Trebbia, in questo plot confusissimo e con voragini narrative, hanno ritrovato o hanno creduto di ritrovare il repertorio delle loro passioni schermiche…

lunedì 14 settembre 2015

Non essere cattivo – Claudio Caligari

Claudio Caligari ha fatto tre film nella sua vita, sempre a livelli alti, senza scorciatoie, e l'ultimo, in certo modo, contiene anche i due precedenti.
è vero, come dicono molti, che il cinema di Caligari ricorda molto cinema Usa degli anni settanta, quello con Al Pacino e Robert de Niro, storie di disperati come quelle di Claudio Caligari, e non è un casi che Valerio Mastandrea si sia pubblicamente rivolto a Martino Scorsese per produrre "Non essere cattivo" (qui).
intanto Mastandrea ha spinto e contribuito alla promozione del film, che il regista non ha fatto in tempo a vedere in sala (qui Mastrandrea ricorda l'amico/maestro Claudio)
i ragazzi che sono sopravvissuti ai tempi di "Amore tossico", del 1983, (qui), o erano ancora bambini, sono cresciuti e sempre la droga è lì, un modo per fare soldi o per sballarsi.
rispetto a quel film qui i ragazzi sono più tristi e sopratutto hanno già visto gli effetti della droga e dell'Aids, c'è chi muore e chi sopravvive, come la sorella e la nipotina di Cesare, che ha una mamma distrutta dal dolore (per la morte della figlia e la malattia di Debora) e fortissima, anche per loro.
come nel film precedente, "L'odore della notte", del 1998, (qui), l'unica via d'uscita è mollare tutto per la famiglia, altrimenti la fine violenta è segnata.
Vittorio, l'amico di sempre di Cesare, conosce un altro Cesare, e anche noi ci commuoviamo con lui.
non perdetevelo - Ismaele






E’ una vergogna che il cinema italiano, che ha prodotto qualcosa come duecento film all’anno, in gran parte inutili, non abbia aiutato Caligari a fare i suoi film, tutti concentrati, e documentatissimi, su una sorta di storia di Ostia e quindi di Roma vista attraverso lo sviluppo della droga e della malavita.
E’ vero che questo film, in fondo, è una sorta di sequel di Amore tossico, ma come nessuno trattò come Caligari, nel 1983, lo sviluppo dell’eroina a Ostia, nessuno ha trattato dopo lo sviluppo della cocaina. E non è certo solo un problema di Ostia e di Roma. E nessuno è andato a vedere l’effetto che hanno fatto le pasticche e la cocaina nelle borgate e nelle classi meno ricche.
Il cinema italiano tende a nascondere certi problemi e certe storie, preferisce mettere i soldi sulle storie borghesi con le famiglie in crisi o nelle commedie. Caligari è andato dritto sulla sua strada con una forza di volontà degna dei suoi eroi perdenti…

“La vita è dura e se non sei duro come la vita non vai avanti”, dice Cesare, il più mosso, nevrotico, aggressivo dei due amici. E “andarsene da tutta ’sta merda” è più facile a dirsi che a farsi. “I sòrdi ce vonno”, e di conseguenza lo spaccio, perché “tanta gente ce campa”. I cattivi non sono solo cattivi, e non sempre è colpa loro se lo sono. La differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi, anche i più trucidi, perché sa vedere oltre e dentro. Perché sa, mentre quasi sempre gli scrittori e i registi non sanno, cioè vedono con gli occhi di chi sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi, di quella condanna. Non capiscono e non possono capire, ma sono loro a costituire le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine delle cose, quali che siano le loro opzioni ideologiche…

Non essere cattivo è la fotografia della nuova borgata attraverso la storia di due amici Vittorio e Cesare, “fratelli di vita”, vita di eccessi – macchine, alcol, cocaina – finché Vittorio non incontra l’amore, Linda, e decide di cambiare, iniziando a lavorare come manovale, mentre Cesare si perde sempre più. L’aiuto di Vittorio, tornato proprio per Cesare, sembra risolutivo: lavoro, fidanzata, futuro, come lui. Ce la possono fare, esiste un’alternativa anche per loro. Ma tentare di salvare Cesare, per Vittorio significa rischiare il lavoro, persino perdere Linda, mettere in pericolo insomma quel poco che è riuscito a costruire. Di contro Cesare, dopo ripetute lusinghe dal vecchio mondo, cede definitivamente perché ha bisogno di soldi subito, e in borgata c’è solo un modo per fare soldi veloci.
Emanuel, nel ruolo tecnico di Assistente personale del regista, segue Caligari in ogni fase. Dalla documentazione, alla ricerca delle location, fino all’orsacchiotto.
“L’orsacchiotto è fondamentale nel film, vedrai…” Trovare un orsacchiotto sembra semplice. Nel caso di Caligari no. Anche sull’orsacchiotto lui ha un’idea precisa. Con Emanuel fanno il giro di giocattolai, centri commerciali, autogrill, passano giornate su internet, scoprendo che gli orsacchiotti si dividono in due grandi categorie: europeo e americano. Ma niente. “Nessuno era come ce l’aveva in testa Claudio”, sempre Emanuel.
La scenografa stremata, la troupe anche: non si può perdere tanto tempo su un pupazzo. Alla fine viene fatto a mano. “Che c’aveva di speciale? – s’inalbera Emanuel – pelo lungo, chiaro, e lo sguardo. Uno sguardo diverso dagli altri. Era l’orso di quando era ragazzino Claudio, lui rivoleva quello”.
Intanto la sceneggiatura è alla terza stesura.
Sceneggiatura scritta da Caligari con Francesca Serafini e Giordano Meacci. Non due sceneggiatori alla moda. Tutt’altro che glamour: lei cresciuta a Torpignattara, lui a Ciampino. Due outsider di talento. Entrambi allievi di Luca Serianni, lei scrive libri di linguistica e saggi narrativi (questo è il punto – Laterza, Di calcio non si parla – Bompiani), lui lavora in una libreria di Prati, e scrive romanzi, quest’anno, dopo dieci anni dall’esordio Tutto quello che posso (minimum fax), esce il nuovo romanzoIl cinghiale che uccise Liberty Valance. Serafini e Meacci danno struttura drammaturgica all’idea e al materiale, tanto che Caligari, dopo l’ultimo montaggio, confessa: “è più potente di Amore tossico.
Ma questo succede alla fine.
Prima c’è la scelta degli attori. Protagonisti: Luca Marinelli e Alessandro Borghi.
Emanuel fa un piccolo cameo in un’allucinazione di Vittorio.
“Claudio mi diceva: tu sei un diamante, ti devi solo sfinare. – racconta Emanuel – Anche alla mia ragazza: è perfetto, perfetto, ma quant’è rozzo… Per raffinarmi mi manda alla scuola di recitazione… due giorni sono durato. L’ho chiamato: Claudio, io il leone, la candela, la tazzina di caffè, non la faccio”.
E dunque: soggetto, sceneggiatura, location, orsacchiotto, attori.
Ospedale. Che non c’entra niente col film, ma con la storia del film, di come è stato prodotto e girato: intoppi, ostacoli, vittorie, tempo. Trentantadue anni di attesa, sei mesi di azione.
Ricoverato prima delle riprese, Caligari sta male. I medici dicono che non c’è più niente da fare. Gli amici però non si arrendono, non si arrende Emanuel Bevilacqua, non si arrende Valerio Mastandrea.
E Claudio Caligari ce la fa, proprio perché vuole girare il suo film, il suo terzo film. Alla lettera di Mastandrea, Scorsese non ha risposto, ma hanno risposto altri produttori: Kimerafilm, Rai Cinema, Taodue, e Leone Film. GoodFilms per la distribuzione. Budget chiuso. Tutto pronto per partire, e per partire come vuole Claudio: la storia che vuole lui, gli attori che vuole lui. Trentadue anni per arrivare fin qui. Come passano trentadue anni, sarebbe da chiedergli di nuovo. E forse la risposta sarebbe sempre la stessa: “Perdi due, tre anni su un’idea, non ci riesci a farla, prendi un’altra idea, ci stai due, tre anni, non riesci a realizzare nemmeno questa, e così via, ed è così che passano trentadue anni” dove il tempo non è mai perduto, mai fallimento, ma solo tempo che passa, come se il vero privilegio fosse il tempo di per sé. Tempo di conoscere, scoprire, invecchiare.
Pochi giorni prima delle riprese Claudio va al cimitero di Arona – ricorda Francesca Serafini – sulla tomba del padre. Ha nevicato, tutto è ricoperto di bianco, nessuno è ancora passato di lì. Allora lui decide di non entrare. Rimane fuori. Rimane a contemplare la bellezza intatta.
Una bellezza che ha a che fare con la verità, non con l’artificio. Una bellezza che va rispettata. Questo è il cinema di Claudio Caligari. Ecco l’idea precisa che ha in testa, tanto che se mancano le condizioni per rispettarla, lui preferisce rinunciare.
“Muoio come uno stronzo” dice a Mastandrea, un giorno in macchina, semaforo di Viale dell’Oceano Atlantico. “Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film”.
Sbagliato, tre. Perché gira il terzo. Ce la fa. Gira e monta il suo ultimo film: Non essere cattivo.
Claudio Caligari 1956 – 2015.

Il regista non ci risparmia niente, ma nel suo sguardo non c'è mai nè cinica indifferenza nè facile moralismo. Anche nei loro comportamenti più abietti, lo spettatore non riesce a non provare compassione ed empatia per i due giovani sbandati che sono capaci di litigare furiosamente ma anche di abbracciarsi con tenerezza e di improvvisare una partita a calcio sulla spiaggia. Come degli eterni bambini cresciuti nel posto sbagliato. Ma questo, per Caligari, ed è un altro merito del film, non rappresenta un alibi: la redenzione è sempre possibile e la vita è più forte di tutto, come si vede nel finale, amarissimo e al tempo stesso aperto alla speranza.
"Non essere cattivo", infine, è un film attualissimo: i giovani non hanno scoperto le pasticche quest'estate come le cronache ci portavano a pensare. E il municipio di Ostia è stato di recente sciolto per mafia...

… Da mesi Mastandrea aveva impostato la lavorazione  con il ruolo di Vittorio lo scoppiato affidato a Luca Marinelli, già protagonista di La solitudine dei numeri primi,mentre quello di Cesare che tenta di rigare dritto era di Alessandro Borghi, una solida carriera televisiva che non l’ha guastato, poi un giorno Caligari, che non poteva parlare tanto perché era tracheotomizzato (handicap che gli forniva il suo unico cespite, una pensione minima di invalidità) ha fatto un gesto con la mano. «Voleva dire inverti i ruoli. E porca miseria se aveva ragione». Di gesti ce sono stati tanti durante la lavorazione e uno il Buono non lo dimenticherà mai. «Il film era finito, mancava qualche aggiustamento e io stavo partendo per girare Fai bei sogni con Bellocchio. Sono andato a trovarlo, stava nel letto dove è morto, a casa della madre di 95 anni. Mentre mi alzavo per andare, mi ha salutato alzando il pollice come per dire tutto OK. Quando sono arrivato alla porta gli ho detto rifammelo e  me l’ha rifatto».
Il Ruvido che non si fidava tanto di nessuno si è affidato al Buono, che ha dato gli ultimi ritocchi all’eredità. E che mette le mani avanti: «Tutto il buono del film è suo, tutto il cattivo è di noi che siamo rimasti. Frank Capra non si lascerebbe sfuggire un dettaglio: nel dire queste cose, il Buono si commuove.

sabato 12 settembre 2015

La bottega dei suicidi – Patrice Leconte

tratto da un romanzo di Jean Teulé (qui).
Patrice Leconte si butta nell'animazione, con un film simpatico, con lo stile di Sylvain Chomet.
un film che non resterà nella storia del cinema, ma non dispiace - Ismaele







Cantare la morte per esaltare la vita. Costruire un film incorniciando una storia dentro un posto che si chiama "La bottega dei suicidi" in cui si fanno affari d'oro all'insegna del "trapassati o rimborsati" perché "si muore solo una volta quindi perché non renderlo indimenticabile?". Ma farlo solo per arrivare a trasformare quella bottega di morte in una creperie in cui tutto è celebrazione di vita. Tutto grido di gioia. Tutto perché il grande Patrice Leconte non ha dubbi: "Musica + amore + crepes  e la vita può essere meravigliosa". Però il tutto è stato vietato nientemeno che ai minori di 18 anni . Solo in Italia: "Ho saputo solo ieri sera di questo divieto e sono rimasto di stucco. Io ho una nipotina di 8 anni e, facendo il film, ho pensato continuamente a lei, perché volevo farlo anche per lei. Quando è finito l'ho fatto vedere a lei e a dei suoi compagni che si sono ovviamente identificati con l'Alan del film, perché come lui trovano troppo seri gli adulti, come lui credono che la vita è bella, perché questo è il messaggio del film: che la vita è meravigliosa. Mai pensato di fare un film per suggerire alla gente di suicidarsi e ritengo assurdo che qualcuno possa, anche solo per scherzo, credere il fil possa indurre qualcuno al suicido". E, invece, c'è chi pensa di vietarlo in nome di presunti pericoli di emulazione, "perché il tema del suicido è trattato con estrema leggerezza... per di più la struttura del cartone animato potrebbe essere più pericolosa per i più giovani...". Incredibile ma vero…

una black comedy, che per definizione dovrebbe avvolgere la sala nel malessere e suscitare il riso come un esorcismo, lascia il posto ad un elogio nemmeno troppo giustificato (narrativamente, s'intende) della bellezza di vivere e di fare le bolle di sapone. I teschi che in Burton sarebbero diventati simboli di un diritto all'individualità e di uno scomodo essere "contro", finiscono per dar forma alle dolcissime crêpes dei Touvache e volume ai loro affari, mentre le tristi canzonette monocordi che non danno tregua al film cambiano di soggetto ma restano tristi allo stesso modo. 
Modificando il finale rispetto al romanzo firmato da Jean Teulé, Leconte rivendica infine apertamente la volontà di cambiare radicalmente disegno alla favola dolceamara di partenza, ma sono troppe le lacune di sceneggiatura perché non ci si senta un po' truffati. Tuttavia, a meno di non trapassare, nessuno si aspetti di venir rimborsato.

…La bottega dei suicidi è un film delizioso, particolare, poetico, macabro, cinico ed ironico, un film adatto a tutti, ma non per tutti, che difficilmente potrà essere apprezzato dal grosso pubblico, soprattutto dopo il divieto ai minori di diciotto anni che inspiegabilmente la commissione di censura ha deciso di assegnargli, per il timore che a qualcuno, soprattutto in tenera età, potesse venir voglia di togliersi la vita.

Commerciale, aussi, cette idée saugrenue d’enlever au roman de Jean Teulé tout ce qu’il avait de politiquement incorrect pour aplanir les reliefs — visuels tout autant que moraux— et faire en sorte que « ça passe bien ». En dépit d’un sujet qui s’y prêtait pourtant énormément, Leconte a fait le choix de ne pas déranger le spectateur ; mieux vaut le brosser dans le sens du poil. Mais à douze ans passés, on s’ennuie ferme. Quant au dénouement de l’histoire… Trop optimiste pour être cohérent, pas suffisamment brutal pour faire opérer le second degré, il laisse pantois…

…L’animation est correcte, sans plus. On regrettera une certaine lenteur et une certaine répétitivité mais l’ensemble reste digeste et drôle, notamment dans certaines scènes politiquement incorrectes, comme faire fumer son fils pour s’en débarrasser plus vite, etc… De même, le visuel rétro de l’ensemble est cohérent avec des personnages aux looks caricaturaux.
Bref, ce Magasin des Suicides est une bonne surprise : film étonnant pour un réalisateur comme Patrice Leconte, le rendu Burtonien de l’ensemble est pertinent et les chansons ne sont pas très dérangeantes car bourrées de jeux de mots improbables. Il est donc préférable d’aller au cinéma voir ce long-métrage que de faire le grand saut!

…Sinceramente la pellicola per il sottoscritto è stata una grande delusione. L’atmosfera “gotica” usata dal regista e dal suo staff conferisce all’opera fin dall’inizio un “vuoto” contenutistico, producendo una involuzione narrativa dovuta al continuo privilegiare concetti filosofici propri della vita (come il bene e il male) incastonati (però) in situazioni stereotipate, a scapito proprio dell’approfondimento psicologico dei personaggi.
Pur essendo l’idea di partenza sicuramente accattivante, il film Leconte però, a causa di scelte discutibili (intermezzi canori francamente stucchevoli, a tratti quasi irritanti; la fin troppo prevedibile distinzione tra grigiore quotidiano e calore/colore dell’amore) restituisce un prodottofin troppo semplice per il genere cui appartiene (ad esempio il Tim Burton di Nightmare Before Christmas) non tanto a livello iconografico (la scelta dello stile “disegnato” è anche apprezzabile), quanto a livello narrativo.

Un film d'animazione sostanzialmente incomprensibile. Non è per bambini, non vedo come possano divertirsi, non è per adulti, troppo infantile, ha una tecnica d'animazione brutta e vecchia e un doppiaggio italiano orrendo, che ti fa odiare, istantaneamente, il bambino felice, che segherei in due dopo dieci secondi. Prova a rimandare a Tim Burton, ma neppure il peggior Burton riesce a mettere insieme una schifezza simile. E' insulso, inutile, ha qualche battutina felice, ma dopo un'ora fa venire voglia di suicidarsi. Appunto, forse lo scopo è quello. Ma siccome ho resistito 59 minuti, mi sono salvato. E poi è anche francese, con tutti i difetti del caso. Brutto.