sabato 31 gennaio 2015

Noam Chomsky parla di "American Sniper"

Noam Chomsky ha avuto parole di critica sulla popolarità di "American Sniper", il suo ardore recensione del New York Times, e ciò che il culto di un film su un assassino a sangue freddo dice del popolo americano.
Non va bene.
Nel corso di un evento di Cambridge, Massachusetts ospitato da The Baffler, Chomsky prima di leggere la recente recensione incandescente che il New York Times ha pubblicato sul film. La recensione inizia in modo inatteso per insultare l’intellighenzia costiera degli Stati Uniti…
Così, Chomsky chiede ad alta voce: "Qual è stato il film patriottico, pro-famiglia che ha così incantato gli americani? Si tratta del cecchino più “mortale” nella storia americana, un ragazzo di nome Chris Kyle, che sostiene di aver utilizzato la sua precisione per uccidere centinaia di persone in Iraq."
La prima vittima di Kyle fu una donna pare camminasse in strada con una granata in mano quando i Marines attaccavano il suo villaggio. Ecco come descrive Kyle l’uccisione con un solo colpo:
"Odiavo i selvaggi maledetti che combattevo,'" ha detto Chomsky, citando Kyle."'Selvaggio, spregevole, il male - questo è quello che stavamo combattendo in Iraq. Ecco perché un sacco di gente, me compreso, chiamava i nemici selvaggi. Non c'era davvero altro modo per descrivere quello che abbiamo trovato lì.'"
Chomsky ha anche sottolineato che il New Yorker ha amato il film, dicendo: "è stato fantastico,di alto valore cinematografico, e che era ben fatto." D'altra parte, Jeff Stein, di Newsweek, un ex ufficiale dell'intelligence USA, dissentiva, definendola spaventosa. In tale recensione, dice Chomsky, Stein ha ricordato la visita che aveva fatto a un "club house per i cecchini, dove citando le parole dello stesso Stein,'c'erano i muri bianchi da bar e sopra il nero nazista delle insegne delle SS, e altre oggetti della  Wehrmacht. I tiratori scelti dei Marines si identificavano chiaramente con i cecchini della macchina di morte più infame del mondo, piuttosto che con le truppe regolari."
Tornando a Chris Kyle Chomsky dice che “egli considerava la sua prima uccisione di un un terrorista a questa donna che camminava per strada, ma non possiamo attribuirlo alla mentalità di un killer psicopatico dal momento che siamo tutti nella stessa condizione nella misura in cui tolleriamo o non prendiamo posizione rispetto alla politica ufficiale".
Ora, la mentalità del cecchino aiuta a spiegare perché è così facile ignorare quella che è chiaramente la più estrema campagna terroristica della storia moderna, se non di sempre, la campagna globale di omicidi di Obama, la campagna tramite i droni, rivolta ad uccidere persone che sono sospettate di volerci fare male, forse, un giorno".
Chomsky consiglia di leggere qualche trascrizione degli operatori di droni, chiamandoli "strazianti" nel loro trattamento disumanizzante delle persone cui sono diretti.
L'implicazione è chiara e agghiacciante. Siamo tutti, almeno tacitamente, cecchini americani?

da qui




su cecchini e piloti di droni ho letto un libro piccolo e molto efficace, ne avevo parlato qui - Ismaele

venerdì 30 gennaio 2015

Madame Tutli-Putli - Chris Lavis et Maciek Szczerbowski



la vera forza del film sta in una particolare innovazione apportata alla risaputa tecnica della stop-motion: gli occhi dei personaggi sono infatti quelli di attori reali, girati dal vero e compositati in seguito sul volto dei pupazzi animati a passo uno. Basta questo a fare la differenza, perché gli occhi sono sempre il fulcro dell’emozione.
Il processo, lungo e laborioso, ha impiegato più di cinque anni di lavoro, eppure il frutto della fatica degli animatori è tutto sullo schermo: mai, prima di Madame Tutli-Putli, si erano visti dei pupazzi talmente vivi, espressivi e umani come quelli messi in scena dai registi canadesi.

…La realizzazione estetica della Madame e degli altri ospiti dello scompartimento si allaccia  all’intento concettuale del film, quindici minuti che si prefiggono di immortalare il passaggio per eccellenza, quello che non ha ritorno. Il treno diventa così un traghettatore di anime che ancora non si sono rese pienamente conto della situazione: l’ex tennista continua a fare il becero provolone, i tizi nelle valigie giocano una partita a scacchi che è oltre il loro controllo.
Il cambio di registro si manifesta con l’avvento della notte, qui i due animatori pigiano con buoni risultati il pedale della suspense lambendo perfino il macabro con la misteriosa asportazione di un organo interno. È un crescendo tensiogeno orchestrato con sapienza: l’idea di eliminare i ricordi (/i bagagli) dalla vita di Madame arriva sottile ma riesce ugualmente a colpire perché dopo essere stata narcotizzata la donna si trova completamente sola, senza più niente. Il messaggio, per niente luminoso, è perciò funereo, definitivo, inappellabile: la falena-Caronte ti conduce all’ultimo flash. Dopo di te, un’alba lontana.

martedì 27 gennaio 2015

Asfalto che scotta (Classe tous risques) - Claude Sautet

è il primo film di Claude Sautet, al cinema non fu un successo, Godard e Melville andavano per la maggiore, ma resta un piccolo capolavoro, scritto da Josè Giovanni, uno che la galera l'aveva conosciuta, e che scrive per i grandi del cinema francese di quegli anni.
Lino Ventura è l'eroe del film, un bandito al tramonto, braccato dalla polizia, abbandonato dagli amici. 
gli resta vicino solo un piccolo delinquente, Jean-Paul Belmondo, il più sincero e amico di tutti gli ex amici.
è la solita vecchia storia di amicizia, tradimenti, vigliaccheria, che si ripete da che mondo è mondo, e che tutti capiscono bene, in ogni tempo e in ogni luogo.
guardatelo, non vene pentirete - Ismaele









Along with Jean-Pierre Melville, Sautet was my mentor and guardian in the film business. He even went to see my parents to convince them to allow me to choose film rather than political science as my profession. Pierre Rissient and I served as his press agents. Once I became a director, I had him read my scripts and enrolled him in the large group of advisers—including Truffaut—who came to see my rough cuts. Sautet was the greatest script doctor and edit fixer in French cinema. His comments were always stimulating. He invariably put his finger on what wasn’t working and swiftly found a solution. He fixed, patched, and improved a great many French films, and saved several from disaster.
Do not think I am straying off topic. Far from it. These exacting qualities, Sautet’s synthesizing mind, which didn’t shy away from emotion, underpin his first film and account for its strength and originality.
Yet Classe tous risques’s strength and originality were underestimated upon its initial release. It is true that gangster films had never been particularly popular with a whole segment of the French critical establishment. Journalists loyal to the Communist cause followed Georges Sadoul’s lead in routinely panning them, even those like Night and the City and Touchez pas au grisbi, directed by filmmakers close to the party, insisting it was better to take an interest in workers and tradesmen than in criminals. The Catholics saw in them a threat to morality, a danger to youth…
It’s a film that made me want to wrap my arms around its makers and become their friend.

La sceneggiatura viene scritta da Sautet, Giovanni e l’appena ventiseienne Pascal Jardin.
Il regista, che è noto per il suo perfezionismo, scrive e riscrive e sprona gli altri a fare lo stesso. Ciò che risulta da questo lungo lavoro è un’opera complessa che non si limita all’azione, pur presente, ma scava nella psicologia dei personaggi, soprattutto in quella del suo protagonista, che non per nulla appare diverso dai criminali cinematografici dell’epoca…
…Sautet incontra Belmondo a Saint-Germain-de-Près e rimane conquistato dalla sua presenza e dal suo carisma, che trova assolutamente adatti per il ruolo, malgrado il personaggio nel libro sia più vecchio. Il produttore, invece, non lo vuole: dando dimostrazione di scarso fiuto, dice che alla sua vista sullo schermo, il pubblico chiederà la restituzione dei soldi del biglietto. Sautet e Giovanni si battono per averlo nel film e l’hanno vinta, fortunatamente visto che la sua interpretazione del personaggio è un valore aggiunto…
Classe tous risques è un mirabile esempio di scrittura, con dialoghi che evitano costantemente il superfluo, con personaggi – anche quelli di secondo piano – sempre ben definiti e una storia che non teme il cambio di registro. Malgrado questo, andrà incontro, alla sua uscita nelle sale francesi, a un inaspettato insuccesso di pubblico (meno sonoro di quello di Le trou di Jacques Becker, uscito contemporaneamente). Si rifarà nel tempo, giungendo infine alla rivalutazione e all’indiscutibile consacrazione a classico del cinema europeo….

They say to keep your friends close and your enemies closer. But what’s a guy to do when these two are slowly becoming one and the same? This is the situation faced by the lead character in Classe Tous Risques, the latest French gangster tale to be given the royal treatment by the Criterion Collection. In the tradition of Bob le Flambeur and Le Samouraï, here is a film that doesn’t glamorize the gangster lifestyle but rather shows how years spent living a life of crime can take a toll on someone. Classe Tous Risques isn’t an action-packed film by any means, but the compelling characterizations and increasingly tense atmosphere will grab your attention nevertheless…
da qui

domenica 25 gennaio 2015

Still Alice - Richard Glatzer, Wash Westmoreland

non è un film per tutti, racconta il dolore e la sofferenza, non è facile. 
Julianne Moore è straordinaria e davvero è Alice (molto bravi anche Kristen Stewart, già vista qui e Alec Baldwin).
la malattia (l'Alzhaimer) arriva, bastarda, te ne accorgi, lotti, speri, ti annienta.
il film è tratto da un romanzo di Lisa Genova, scrittrice e neuropsichiatra statiunitense. 
sappia chi legge che Richard Glatzer, uno dei due registi, è malato di SLA.
(ci insegnano a scuola a crescere e a imparare la crescita, occorrerebbe imparare il viaggio, più o meno lungo, verso la fine della vita, nessuno te lo insegna).
(qui un bellissimo film di animazione dove ci si ammala di Alzhaimer).
non sarà un film perfetto, ma già da sola l'interpretazione di Julianne Moore vale il prezzo del biglietto, e anche più - Ismaele


Note di regia
Richard ed io ricevemmo una telefonata nel dicembre del 2011, dal duo di produttori, Lex Lutzus e James Brown, che ci chiesero di dare un’occhiata a un romanzo. Fu una di quelle opportunità del tutto inaspettate per le quali i film maker letteralmente ‘vivono’, ma quando venimmo a sapere del tema del libro rimanemmo interdetti. La trama del libro – una donna brillante a cui viene diagnosticata una forma di Alzheimer precoce – suggeriva un film sulla malattia, la disperazione e la morte. Era un tema a noi troppo familiare. Difatti, all’inizio di quello stesso anno, Richard si era fatto visitare da un neurologo a Los Angeles, in seguito ad alcune difficoltà che aveva sviluppato nel parlare. Il dottore gli aveva visto nella bocca, e aveva notato un inarcamento della lingua, e aveva predetto, “Credo sia SLA.”
Abbiamo trascorso parecchio tempo nei mesi successivi a cercare di gestire le ripercussioni di questa cosa, sia da un punto di vista medico che emozionale. Leggendo i primi capitoli del libro, trovavamo delle similarità che ci erano familiari in maniera inquietante: il neurologo dal quale si reca Alice inizialmente le rivolge le stesse domande che Richard si era sentito chiedere all’inizio dei suoi esami; e il crescente senso di terrore che accompagnò la diagnosi, la sensazione di avere le ali tarpate, nel momento in cui la vita aveva acquisito la sua totale pienezza. Avevamo davvero voglia di affrontare un film del genere in quel momento? Alzheimer e SLA ovviamente sono malattie molto diverse tra loro.
Più avanti, quando incontrammo Elizabeth Gelfand Stearns, socia della produttrice Maria Shriver, ci disse molto chiaramente: “ Sono due malattie quasi opposte – l’Alzheimer attacca la cognizione, e inizialmente lascia intatto il corpo, mentre la SLA lascia intatto l’intelletto, mentre il corpo...” ma lasciò la frase a metà, per non creare imbarazzo. Le malattie certamente hanno delle similarità: sono entrambe terminali, incurabili, e hanno l’effetto di isolare il paziente dal mondo esterno. Ma la cosa più atroce è che entrambe cancellano il senso dell’identità, perciò è essenziale cercare di aggrapparsi a se stessi.
Fummo letteralmente risucchiati dal libro. E’ una storia molto appassionate, resa emozionalmente accessibile dallo stile onesto e diretto di Lisa Genova. Continuando a leggere, capimmo che il film tratto da quel libro avrebbe dovuto mantenere lo stesso tono diretto e franco. [Richard Glatzer e Wash Westmoreland]
da qui



Ci sono film che valgono la pena di essere visti, a dispetto della loro pesantezza, anche solo per le prove d'attore che ci regalano.
E' questo il caso di Still Alice, dove un'immensa Julianne Moore veste i panni di una cinquantenne alle prese con quello che sembra essere diventato il nuovo flagello della società moderna. Accantonato il cancro, ormai male noto e convissuto, e l'AIDS, quello che sembra il vero mistero è l'Alzhaimer una malattia spietata che ti riduce ad una larva umana, ma prima ti strappa i ricordi, l'essenza della tua vita, insomma nemmeno muori essendo te stesso…

 il film non riesce a fare breccia; commuove nel momento in cui sono messi in piazza momenti e situazioni toccanti, che potrebbero anche coinvolgere il vissuto di alcuni spettatori, senza però apportare nulla di nuovo o personale ad un tema, la malattia in tutte le sue forme, che sembra ultimamente un must del cinema, disposto a mettere in piazza ogni singolo aspetto della vicenda umana, teso a estorcere lacrime e tristezza allo spettatore ignaro.
Il racconto è delicato, il procedere della malattia raccontato con equilibrio, ma il film non si sforza di andare oltre, volendo probabilmente raccontare solo l’evolversi del morbo. I rapporti umani, fondamentali in una tale dinamica, non vengono approfonditi e l’empatia con la protagonista si sviluppa più in nome della malattia stessa che per lei in quanto Alice, persona definita in uno spazio-tempo preciso…

Pocas son las palabras de alabanza hacía la interpretación de Julianne Moore, que soporta el peso de la película con la que sea, quizás, una de las mejores actuaciones de su carrera. La actriz, que ya cuenta con un Globo de Oro por esta interpretación, refleja a la perfección el sufrimiento de las personas que padecen alzheimer. A medida que avanza el metraje, los movimientos y las palabras de Alice van perdiendo forma y eso Moore lo consigue con sobresaliente, incluso con su mirada que llena de vitalidad, en un principio, terminará perdida en algún remoto lugar en el que solo parece encontrarse ella. La dureza del alzheimer y la rabia de sus familiares, que nada pueden hacer, por mucho que lo intenten, por traer de vuelta a la realidad a los que la sufren, llegan al espectador, que podrá conmoverse gracias a un largometraje que, a pesar de no ahondar mucho en la enfermedad, retrata de manera suficiente lo que ésta trae consigo…

…"Siempre Alice" no es nada melodramática, pero como cubre varios meses, no hace más que golpearte y golpearte, porque muchas veces te das cuenta de que ha pasado tiempo al descubrir un nuevo desliz de la protagonista. Y lo único que sientes es frustración, angustia y pena por esa mujer tan luchadora que no puede hacer nada contra una enfermedad que le está robando decenios de vida.
¿Y Julianne Moore es para tanto? Pues sí; se podría decir que aquí hace lo más parecido a una interpretación perfecta. Moore borda desde los ataques de pánico y el temor del principio, hasta la degeneración final, donde no hace falta que hable, porque le ha cambiado la mirada por completo, y parece una mujer distinta.
"Siempre Alice" es una película muy buena, y el trabajo de Julianne Moore es impresionante. Pero es un film tan demoledor, que espero no volver a verlo en mi vida.

…El relato también pone en vitrina el duro tema de las enfermedades inevitables, ya que lejos de ser una persona descuidada, Alice es mostrada como una mujer responsable que, además de cultivar permanentemente su mente, tiene una alimentación adecuada, sale a correr todos los días y se conserva en excelente estado físico. Todo esto incrementa el dolor que se experimenta al verla cada vez peor (¿se sentiría la audiencia igualmente afectada si se hubiera tratado de una alcohólica o de una drogadicta?), pero no se convierte tampoco en un truco barato para hacer llorar al espectador (aunque es inevitable derramar al menos unas cuantas lágrimas si no se tiene el corazón de piedra).
Habrá quienes piensen que la historia de Alice no es lo suficientemente terrible, porque, a fin de cuentas, se trata de una mujer adinerada que no tiene nunca que enfrentarse a una situación de pobreza que le impida la cobertura médica; y habrá otros que reclamarán el hecho de que el Alzheimer no es presentado en toda su crueldad. Pero lo cierto es que, con una enfermedad de este tipo, ni el más rico se libra del desastre. Además, si lo que están buscando es una conexión personal por parte de los autores, les convendrá saber que Gletz sufre de Esclerosis Lateral Amiotrófica (ALS en inglés), el devastador e irreversible mal que aqueja al científico Stephen Hawking, y que hasta el momento, le ha costado al cineasta tanto el habla como el movimiento de las manos. Eso sí que es un drama.

Viene da chiedersi allora, quale sarebbe stato il destino della pellicola senza di lei? Per quanto ci riguarda non lo stesso, perché la Moore regala una prova di rara intensità e partecipazione emotiva che aumenta in maniera esponenziale lo spessore del suo personaggio, valorizzando la scrittura e le diverse sfumature che la percorrono. L’attrice americana si cala catarticamente nel difficile ruolo di Alice, mettendosi completamente al servizio del personaggio e del film nel suo complesso. Per questo non escludiamo una probabile candidatura alla prossima notte degli Oscar. La sua interpretazione innesca una reazione a catena che si riflette con effetti benefici sul resto del cast, a cominciare da un Alec Baldwin (nel ruolo del marito) e da una Kristen Stewart (la figlia Lydia) mai così efficaci. Ed è proprio la qualità della recitazione, che va di pari passo con l’ottima direzione degli attori da parte della coppia di registi, il valore aggiunto che emerge dalla visione.

venerdì 23 gennaio 2015

È difficile essere un Dio - Peter Fleischmann

il film (del 1989) è tratto da questo bellissimo romanzo di Arkadi e Boris Strugatzki.
Pavel Lebeshev è il direttore delle fotografia è (anche qui lo era, e si vede la mano, anzi l’occhio)
Jean-Claude Carrière, mica nessuno (come sapeva Buñuel), scrive la sceneggiatura, anche Werner Herzog appare fra gli interpreti, ma lo uccidono dopo pochi minuti.
un film impressionante, abbastanza fedele al romanzo, sorretto da una storia potente, se si può intervenire per cambiare la storia degli altri, se da osservatore si può essere agente, se è possibile opporsi a un potere malvagio e durissimo, pur essendo di un altro pianeta.
da non perdere è il minimo, ma non dimenticate di leggere il romanzo, davvero imperdibile.
anche Aleksej German ha fatto un film tratto dallo stesso libro (apparso nel 2013, dopo la sua morte), ma questa è un’altra storia - Ismaele

QUI con sottotitoli in inglese



Un film molto bello e particolare, di ambientazione e contesto fantascientifico, ma che affronta tematiche interessanti. Uomini di due Terre a confronto: quelli, diciamo, che rappresentano una nostra evoluzione futura, senza più violenza e miserie e gli altri, abitanti di un pianeta gemello della Terra che rappresenta il passato stesso della Terra, il suo Medioevo dominato dalle guerra, dalla povertà e dalla violenza. Il futuro che studia il proprio passato e le proprie origini, ma la difficoltà è quello di rimanere impassibili osservatori di carneficine. Anton, il protagonista, è un terrestre che si infiltra all'interno di questo mondo oscuro e spietato (reso benissimo visivamente grazie ad un paesaggio molto aspro e arido). Ha i mezzi e il potere di essere considerato un dio, dato l'enorme gap tecnologico a suo favore, ma nonostante sia frustrato da questo non interventismo ordinato dai suoi superiori che ne studiano le mosse (in applicazione ad una sorta di libero arbitrio), viene sempre più coinvolto nelle trame di questo mondo nuovo e antico allo stesso tempo. C'è la riscoperta di emozioni forti come rabbia e odio, grazie a loro il Dio/Anton si rivela agli uomini, interferisce nella storia, vuole salvare le persone a cui è più legato. Rivelandosi sveste i panni di Dio e diventa uomo. 
E' un film da vedere, non per i puristi del genere, perchè è più fasntascienza filosofica seppur all'interno di una cornice narrativa dotata di un buon ritmo che non presenta punti morti o noiosi. Da recuperare senza dubbio, se non altro per vedere una pellicola atipica nel suo genere.

Un mondo dalla civiltà medioevale viene scoperto da un popolo di viaggiatori spaziali. I nuovi arrivati, esseri estremamente progrediti, che hanno sconfitto guerre, miseria e malattie, rimangono affascinati dalle genti del pianeta, che rappresentano ai loro occhi l'immagine vivente di un'epoca storica da lungo tempo superata e quasi dimenticata. Subito decidono di inviare una spedizione scientifica, composta da storici ed archeologi. L'occasione è ideale, perchè gli studiosi, senza timore di essere scoperti, dal momento che i due tipi umani sono del tutto identici, non hanno difficoltà a mescolarsi ed inserirsi tra gli autoctoni, per esaminarne da vicino usi e comportamenti. Ma il coinvolgimento va molto al di là del previsto, perchè gli infiltrati riscoprono sentimenti e passioni dimenticate: l'amore, l'odio, il gusto della lotta per una giusta causa, l'avversione per un tiranno, l'inevitabile schierarsi con un movimento ribelle. Così quelli che avrebbero dovuto limitarsi a fare da spettatori divengono i principali responsabili di una svolta storica nella vita del pianeta, e saranno costretti a porsi dei gravi interrogativi: la loro ingerenza è stata lecita oppure no? E le irreversibili conseguenze del loro intervento rappresenteranno un vantaggio o un danno per quelle genti? Ed infine, chi avrà tratto i maggiori benefici, e chi avrà subito le perdite più pesanti da questo incontro? Cosa accadrebbe ad una civiltà progredita che scoprisse su un remoto pianeta una umanità del tutto simile, ma ancora molto indietro nella scala evolutiva? Sarebbe etico - e morale - interferire, più o meno apertamente, sulla storia di quel popolo, intromettersi per modificarne, o addirittura rivoluzionarne, il destino, dall'alto di una tecnologia tanto superiore da non poter essere contrastata, facendosi magari credere delle divinità? Ciò in passato è più volte accaduto, quando nazioni più progredite si sono affacciate in Messico, in Brasile, in Africa, in Australia, nelle lontane isole del Pacifico, ed ogni volta gli abitanti di quei luoghi hanno finito per pagare prezzi altissimi, a volte fatali, agli invasori, le cui gesta hanno suscitato soltanto a posteriori condanna e riprovazione…

In 1989, before the dust had settled, before anyone even really knew what the future held in store, a group of filmmakers from France teamed up with a group of filmmakers from West Germany and the Soviet Union — two countries that wouldn’t even exist by the time their work was finished — to make an ambitious, batty, corny sci-fi fantasy film called Es ist nicht leicht ein Gott zu sein, known (well, not really known at all) in English as Hard to be a God, that ended up being a telling reflection of the upheaval and anxiety that permeated east and west Europe during the final days of the 1980s…
…For whatever foibles this sort of heart-on-the-sleeve science fiction may possess, I really wish we got more of it these days. Hard to be a God is exciting and sad, thought-provoking and, well, not exactly action packed, but there’s plenty of action. It tries really hard to be meaningful — not important, mind you, but meaningful, and there’s a difference. Hard to be a God is too pulpy to feel like a movie obsessed with its own importance. And there are a lot of pretty meaningless movies that think of themselves as being important, and I’ll take meaningful pulp over self-indulgent importance any day. If you’re a fan of old(ish) sci-fi, terrible wigs, heavy-handed but well-meaning philosophical musings, dudes in robes shouting and killing each other with swords and lasers, or just wondered what an episode of Star Trek would look like with more beheadings and spurting blood, Hard to be a God is a thoroughly entertaining time at the movies.

Es ist nicht leicht ein Gott zu sein” è una co-produzione russo-franco-tedesca del 1989. Originariamente gli stessi fratelli Strugatsky dovevano curare la riduzione in sceneggiatura del loro romanzo del 1964 “È difficile essere un dio” (Трудно быть богом — Trùdna biz bagòm, edito in Italia da Urania Mondadori prima nella serie madre, n. 1109, e poi nei Classici, n. 232), ma per farlo chiesero che il film fosse diretto da un regista sovietico, come Aleksej German. Quando invece venne chiamato alla regia il tedesco Peter Fleischmann, autore notoriamente “intrattabile”, gli scrittori russi si ritirarono dal progetto, ed in seguito non ebbero mai parole positive per il film girato. Lo stesso anno, poi, per “ripicca” scrissero “Без оружия” (Bez oruzhia — Senza armi), pièce teatrale che condensava il loro romanzo.
Fleischmann stesso lavorò alla sceneggiatura del film, affiancato dall’esperto sceneggiatore francese Jean-Claude Carrière. Il regista russo German evidentemente non rinunciò mai all’idea di dirigere un adattamento del romanzo, tanto che dal 2006 ha iniziato le riprese di un progetto che però, a tutto il 2010, ancora non ha visto la luce: “История арканарской резни” (Istoriya arkanarskoy rezni — Storia del massacro di Arkanar), una versione moderna russa del detto romanzo…

…Though 128 minutes long, the film is rarely boring. Written by Fleischmann and longtime Bunuel-collaborator Jean-Claude Carriere, they overload it with sci-fi ideas (on future Earth, war, injustice and emotions have been eliminated), striking sadism (Reba's Inquisition-style "God Machine," used to slaughter dissenters), occasional sex (all of the women, from royalty to servants, want to jump hunky Anton), and a deliriously crazy finale of wholesale killing, worship and chaos, with a modern-day helicopter(!) thrown into the mix. The special effects are often cheesy, but cinematographer Pavel Lebeshev (KIN-DZA-DZA) gives it the proper grunginess, the actors play it straight and it's refreshing to see a rousing, bloodthirsty tale with no shortage of philosophical underpinnings. And don't forget to stick around for the hilarious, English-language, power-ballad theme song over the end credits! Ouch!
da qui

martedì 20 gennaio 2015

Bernie - Richard Linklater

un film di Richard Linklater praticamente sconosciuto, da noi.
ci sono Jack Black (straordinario, un grassone che ricorda a tratti Oliver Hardy, ed è un complimento), Shirley MacLaine (odiosa e bravissima), Matthew McConaughey (bravo e quasi irriconoscibile), la storia è davvero stramba, un aiuto becchino, consolatore di vedove (non nel senso che avete pensato), quasi un guru per quella piccola comunità.
dalla commedia leggera si passa alla commedia nera, nessuno può sopportare troppo le angherie di qualcuno, e anche il più buono del mondo a volte non ce la fa.
è un film che non ti aspetti, non perdetevi questo gioiellino, non potrà non piacervi - Ismaele





…Molto coeniano per la messa in scena, per il modo di raccontare una certa parte di america rurale, nonché per l'humour e per i personaggi, ha il pregio di non aver mai cadute di ritmo. 
Diverte con leggerezza pur trattanto un fatto sconvolgente. 
Una piccola perla. Da vedere assolutamente (possibilmente in lingua originale). 

Bernie's courtship of Marjorie is a masterpiece of social delicacy. In the odd dance between the two, he never seems to want anything in particular. Not sex, certainly; there were those in Carthage who assumed Bernie was gay and rumored to be a few who knew. Nor was he boldly after her money, although he suggested purchases that in embellishing her lifestyle did nothing to diminish his. Surely Marjorie knew she was hated in the town and surely she enjoyed being paid tribute; MacLaine allows the slightest of smiles to sometimes shine out from a fixed frown. They began to be seen around town, especially at the theatrical and artistic events that Bernie supported and sometimes performed in. They shared such sublimated sexual experiences as holding hands while having simultaneous massages in a (respectable) local spa…

Al di là dei risvolti comici, la pellicola di Richard Linklater si muove sul confine che separa satira e dramma e dietro l'apparente normalità i suoi personaggi non sono altro che maschere tragiche. L'abilità del regista, e del suo interprete, sta nel costruire una pellicola stratificata e molteplice, sofisticata, mai banale facendo sì che il vero significato del film si riveli a poco a poco. Alla pienezza della maturità del Linklater autore corrisponde quella dell'interprete Jack Black. Il suo Bernie è il fulcro del film mentre il personaggio affidato a Shirley MacLaine, la bidimensionale Marjorie, ruolo quasi muto e apparentemente mortificante per la diva hollywoodiana, è funzionale alla storia così come quello di Matthew McConaughey, altro texano doc già diretto da Linklater in La vita è un sogno, che sfodera l'accento natio nel ruolo del rozzo pubblico ministero affidato al caso Tiede. Di fronte alle miserie dell'esistenza si rivolge lo sguardo partecipe del regista, critico, ma mai giudicante. Che tipo di persona era Bernie Tiede? Era buono o cattivo, opportunista o generoso? Di fronte a queste domande non esiste una risposta preconfezionata. In puro spirito southern non resta altro da fare che indossare un cappello di cowboy, imbracciare una chitarra e strimpellare una sad song ispirata alla vicenda.

L'esperimento (riuscitissimo) del regista texano è stato quello di mescolare varie modalità narrative all'interno di un'unica storia. Bernie per tutta la prima parte può essere inquadrato come una love story mentre nel finale può essere identificato come un legal thriller. Talvolta diventa una commedia dai toni garbati, ma in alcuni punti è un vero e proprio dramma per poi trasformarsi in una black comedy. Ma resta comunque un documentario con tanto di testimoni che raccontano tutta la vicenda, ma non è una vera e propria docu-fiction perché alcuni di questi testimoni non sono reali ma degli attori…

… Chi spera di ritrovare il solito Jack Black potrebbe rimanere molto deluso, chi invece è curioso di vedere l’attore all’opera in una veste insolita, resterà fortemente colpito da un talento spesso sottovalutato e penalizzato da copioni troppo spesso improntati al commerciale, che non sempre fanno giustizia alle reali capacità interpretative, che come in ogni buon comico di razza nascondono molteplici sfaccettature.
Linklater confeziona un caustico, ma sentito ritratto dei suo conterranei, il regista è texano, ma durante la fase processuale del film porta alla luce anche un’ambiguità di fondo che mette lo spettatore di fronte alla possibilità di patteggiare per il povero Bernie, difeso a spada tratta dai suoi concittadini e meritevole secondo loro di essere assolto, nonostante abbia tolto la vita ad un altro essere umano.
Di pregevole fattura lo script, sottile l’intento e davvero riuscita l’intera messinscena che gioca sul filo della docufiction con tanto di interviste che costellano l’intera pellicola, senza mai però abbandonare la connotazione da black-comedy che rimane preponderante.
Bernie è un’opera eclettica, che va oltre qualsiasi catalogazione, un’intrigante pellicola che diverte e fa riflettere, coinvolgendo lo spettatore con l’appeal tipico di un servizio giornalistico, unito a qualche puntatina nel pettegolezzo e la tipica e ficcante ironia che contraddistingue il filone della comedy a tinte dark

…Carthage may be a relatively affluent town, although as of 2000 the median income for a household in the city was only $31,822 and one in six children lived in official poverty, but something of the desperation and painfulness of contemporary American life is missing in Bernie. And what of Tiede himself? He must have been torn by any number of agonizing internal conflicts, which are only hinted at by Linklater’s movie. In fact, one of the film’s most moving moments occurs during the final credits—we see the real Tiede, behind bars, in an encounter with Jack Black, who, for once, is not smirking.
Nevertheless, it is pleasing to see Richard Linklater returning to intriguing subject matter rooted in “in the actual business of human life,” as a novelist once put it. We hope he continues and deepens his efforts.

lunedì 19 gennaio 2015

The Poet's Life - Kihachiro Kawamoto



qui con i sottotitoli in italiano

Hungry Hearts - Saverio Costanzo

si inizia ridendo e scherzando, con Alba Rohr­wa­cher, così magra che assomiglia a Olivia (la fidanzata di Braccio di ferro) e Adam Driver che assomiglia a Paolo Jannacci, il figlio di Enzo.
come in "Gone girl", di Fincher, c'è un matrimonio in difficoltà, questa volta la causa sembra essere un figlio. Lei non ha quasi conosciuto la madre, e riversa sul figlio una preoccupazione e un'ansia straordinari e ha delle idee su come devono essere nutriti e crescere i bambini, lui capisce che qualcosa non funziona e cerca di nascosto di far mangiare il figlio.
vivono a New York, che non è proprio una città piccola, ma sono soli, non hanno (più) amici, solo la nonna appare ogni tanto.
neanche fra loro due si parla tanto, anzi quasi niente, lei è assorbita totalmente dal figlio, "siamo una famiglia", dice, ma è una famiglia malata, non si sorride mai.
la soluzione dei problemi sarà radicale e definitiva.
le ultime immagini sono bellissime e tristissime insieme.
o Saverio Costanzo non sa come si fanno i film di cassetta, o lo sa benissimo e sceglie di fare altro, che il dio del cinema lo conservi - Ismaele 



…Adam Driver e Alba Rohrwacher sembrano non incontrarsi mai su quel terreno emotivo che, da innamorati, avrebbero dovuto condividere e fin dall’inizio non riescono, entrambi, ad esprimere la potenza di quel legame che salda i destini dei loro personaggi. Paradossalmente ciò che manca a questo film è proprio il motore che avrebbe dovuto muoverlo, quello dell’amore, risolvendosi invece in un movimento meccanico in cui anche la rabbia, lo sgomento o un’esplosione d’ira si cristallizzano in azioni che sembrano voler sfuggire ad ogni empatia, raggelando il pathos naturale del tragico.
Privilegiando il “mostrare” al “raccontare”, Costanzo imprime al suo film una direzione ondivaga, in cui si smarrisce tutto il potenziale del dramma lasciando di esso nulla di più che una mera cronaca, alla superficie del dolore e della follia.
…Hun­gry Hearts poten­zia al mas­simo que­sta sua ten­denza, siamo a New York, la città del cinema, Mina e Jude diven­tano Annie Hall e Woody Allen di Io e Annie, pas­sando poi a Rosemary’s Baby e l’Inquilino del terzo piano, con lo stro­bo­sco­pio che deforma mostruo­sa­mente il corpo di Alba Rohr­wa­cher e la loro casa. E hor­ror, cac­cia, il pae­sag­gio ame­ri­cano dell’immaginario che quasi sovra­sta la nar­ra­zione. Rispetto alle con­ven­zione ormai da fic­tion (brutta) tv a cui rimanda tanto nostro cinema lo sforzo visio­na­rio di Costanzo, come la sua sovre­spo­si­zione, è senz’altro eccen­trico. Quello che gli manca è forse la capa­cità di meta­bo­liz­zare fino in fondo le sue osses­sioni nelle imma­gini libe­ran­dole da qual­che eccesso di pro grammaticità….

…la Rohrwacher è bravissima nel suo essere scialba, stralunata e scheletrica, così come Costanzo ha azzeccato la fotografia, gli ambienti e quelle inquadrature dall’altro che schiacciano i protagonisti. Alla fine versiamo in uno stato ansiogeno tale da provare sollievo per l’arrivo dei titoli di coda.
Non so se il mondo sia davvero tossico, inadatto a crescere un bimbo, non so se sia più giusto un regime alimentare onnivoro o vegano. Non conosco dove sia il confine tra infinito amore materno e ossessione malata. So però cosa fa bene a me e la visione di questa pellicola ha reso la mia giornata migliore. Tre soli attori. Uno spaccato di realtà che fa male. Un fiume di emozioni. Toni asciutti, diretti e mai eccessivi. Un lavoro italiano dal respiro davvero internazionale. Insomma, ho visto un gran bel film.

Nel conflitto mortale ingaggiato tra i due giovani sposi, Mina e Jude, il regista non prende posizione se non usando lo strumento del cinema: il posizionamento della macchina da presa, la scansione dei blocchi narrativi, la routine dei gesti quotidiani e dei silenzi sempre più pesanti, la scelta degli obiettivi. Per sottolineare il senso di disagio e precarietà, ad esempio nella scena girata sulle scale in cui la nonna incontra per la prima volta il neonato, Costanzo posiziona la macchina da presa in alto, sul soffitto, e gira un’unica e lunga inquadratura verticale (come Hitchcock in Psyco), con la nonna che prova più volte ad abbracciare il bambino e la madre spaventata che lo ritrae; per sottolineare la solitudine di Mina, sempre più chiusa in se stessa e al mondo, Costanzo usa ad un certo punto degli obiettivi deformanti che dilatano e allungano spazi e figure (come Repulsion di Polanski). Di fronte ad un amore che muore e crea dolore, Costanzo descrive i comportamenti dei due protagonisti come fossero cavie di laboratorio, li segue nella loro casa e nel loro incubo, nelle loro paure e nei loro inganni. Non ci sono parenti, né amici, né colleghi di lavoro che possono aiutarli. Sono soli. New York, la città in cui vivono, è vista di sguincio, spiata dalla finestra o da una piccola terrazza ricavata sul tetto, che però provoca vertigine e malessere…

Ispirato al romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, Saverio Costanzo conferma con questo film il suo percorso originale e coraggioso, soprattutto se rapportato al cinema nazionale. Un dramma familiare durissimo e claustrofobico che nella seconda parte sfocia in un thriller psicologico dalle tinte horror per come è girato (l'utilizzo ripetuto di ottiche deformanti) e raccontato (i contrappunti musicali di Nicola Piovani tesi a creare un clima di suspense)…

Il cinema di Costanzo è connotato da un rigore raro a formare un’idea di spazio decomposto ed esatto nel quale i personaggi si muovono (o non si muovono) assorbendolo, diventando parte integrante di un sistema di forze che si diramano da un “quadro” centrale e invisibile.
Più che un punto di vista interno che incide e modifica il senso della composizione generale e ne orienta la morale, è nell’irruenza del contrasto tra interno ed esterno, nell’assenza cioè di un punto di vista specifico che possa dare un indirizzo alle opinioni; è nel disorientamento che segue al passaggio da una scena all’altra che progressivamente si (spro)fonda la visione…

Ragionando sulla sottomissione, sulla follia e sul terrore dell’infezione, Costanzo lo fa ribaltando attraverso il cinema tali prospettive: Hungry Hearts è cinema fieramente infetto, che fa della mescolanza di intuizioni, fluidi e malattie la propria arma estetica. Solo nella fusione tra elementi così eterogenei si può ancora trovare un senso alla narrazione, alla storia, all’intreccio; che thriller e vagheggiamenti orrorifici facciano capolino in un dramma da camera – il film è prevalentemente girato in interni, eccezion fatta per un paio di sequenze – non diventa solo interessante, ma persino necessario.
Si sfida l’idea canonica di gusto, si profana il “bello” o ciò che tale viene comunemente considerato, si ammanta il dramma di vie d’accesso secondarie, ci si permette sberleffi tutt’altro che indolori verso ogni tipo di categoria e di facile catalogazione: Saverio Costanzo, forse tra i cineasti italiani uno dei più incompresi (fin dai tempi di Private), porta a termine una fine ed elegante operazione intellettuale, scarto sensibile in direzione di un nuovo approccio alla materia cinematografica.

El no-posicionamiento del autor frente al conflicto, le permite alejarse de la usual exigencia argumental que fuerza la exhibición del rol de víctima y verdugo. De este modo, Saverio Costanzo tiene libertad para centrarse en dos aspectos técnicos hasta ahora desconocidos en su anterior filmografía. Nos referimos a los bruscos e imprevisibles cambios de género, y al uso adecuado de ciertos planos y lentes de la cámara, con el fin de forzar la ansiedad formal a los ojos del público. En cuanto a la alteración genérica, Hungry Hearts se inicia con un plano secuencia en el que Adam Driver y Alba Rohrwacher quedan encerrados en un baño de un mugriento restaurante chino…

Hungry Hearts es una película demoledora. Por su temática, por su formato, por el cambio casi constante de género cinematográfico. Lo que parece va a ser una comedia romántica, con una divertidísima escena introductoria de plano fijo en la que nos presenta cómo se conoce la pareja protagonista (nada más y nada menos que quedando encerrados en el lavabo de un restaurante chino), se convierte en un drama familiar que pasa a thriller psicológico en el que el espectador se decantará sin duda a posicionarse hacia una de las partes, y aunque puede parecer que en todo momento el director nos está decantando a ser partidarios de la postura del padre, en realidad nada más lejos de su intención (el propio Saberio Costanzo confirmará en la rueda de prensa que su acercamiento a los personajes se basa en la forma de trabajar de Cassavetes): salpicará las imágenes de subliminales mensajes que, inconscientemente, nos deberían, como mínimo, hacer dudar del pleno juicio de los dos protagonistas, y sus familias…


sabato 17 gennaio 2015

Otoshiana (Pitfall) - Hiroshi Teshigahara

una storia di Kôbô Abe, un grande scrittore giapponese, qui anche sceneggiatore, che racconta di sfruttamento e morte.
un povero minatore, alla base della scala sociale, riceve un'offerta di lavoro da non farsi sfuggire, e col bambino va incontro al suo destino, non sa cosa c'è dietro, e neanche lo spettatore fino alla fine.
un po' come un western, un po' cinema politico, un po' film di fantasmi, ce n'è per tutti i gusti.
Hiroshi Teshigahara riesce a tenere alta l'attenzione per tutto il film, è un meccanismo a orologeria senza pietà e senza prigionieri.
un piccolo capolavoro da non perdere - Ismaele







Un minatore, spinto dal guadagno promesso, accetta di andare a lavorare in uno dei due pozzi di un desertico villaggio del Kyushu, ma una volta arrivato sul luogo, scopre qualcosa che non va: il posto è disabitato, l'unica persona che vi risiede è una venditrice di dolci. Convinto di essere stato ingannato, decide di tornarsene in città, ma lungo la strada, un misterioso uomo vestito di bianco lo insegue per poi colpirlo con diverse coltellate. Il minatore muore, ma la sua anima continua a vivere, invisibile agli umani e scopre che il villaggio, solo apparentemente deserto, è abitato dalle anime di altri morti…

is a story of two worlds that coexist with no point of intersection but which nonetheless have great impact on one another. In the world of the dead, the deceased are fated to exist eternally as they were in their last moments; thus, a digger crushed in a cave-in skulks around with a perpetually crooked neck while the miner protagonist, who lost his life while hungry, is doomed to an enternity of starvation. It's a grim prospect but the way Teshigahara and scenarist Kôbô Abe (here adapting his own stage play) see it, the world of the living is much worse, peopled as it is by the alienated, the disenfranchised, the lonely and the powerless. Although clots of miners are seen early in the film, the first few reels, as the miner drags his son to the new job (which is offered in David Lynch fashion, via a map addressed and a photograph of himself that he does not recognize), are so underpopulated that it nearly seems the characters are walking on the moon... until the miner is cut down and his dead body attracts all manner of policemen, forensic technicians, news reporters, photographers and gawkers -- the message being that he is of more interest as a corpse than he ever was as a man…

Ce rapport au pouvoir et l’instrumentalisation qui est faite de la pauvreté montre une société où chacun n’est qu’un pion dispensable, que l’on peut oublier dans un coin de Terre, sans que personne ne sourcille – les journalistes font leur enquête mais se heurtent vite à une impasse -. Les vraies têtes pensantes ne seront jamais à l’écran, c’est toute la puissance du traquenard.
L’acteur principal se voit obligé de déclamer des monologues post-mortem. Ce procédé narratif va vite devenir pénible. Les faits sont intéressants mais la pertinence de l’absurdité – sortis de l’amusement – va vite se revoir mise en cause.
A partir du moment où l’homme meurt – après une scène étonnante, la vérité damant le pion au fantastique -, la routine va prendre une place conséquente, usant jusqu’à la moëlle l’idée de base…

…If the more specific social commentary (workers vs. bosses) doesn’t quite gel, the larger theme of a cutthroat, every-man-for-himself world rings clear.  Everyone is looking out for themselves, and even in death no one cares much about the other guy.  The ghost miner’s frustration isn’t out of a sense of justice as much as it stems from his belief that making things right will put his soul to rest.  And the other ghosts have no interest in his problems.  The woman is easily bought off, and the policeman who checks up on her takes advantage of the situation.  By the end, the son has witnessed enough to know that you fill your own pockets at the first opportunity.
Takemitsu’s dissonant score is jarring and unsettling, lending an extra layer of strangeness.  I imagine the film would seem much more pedestrian without it.  Segawa’s photography is not as striking as it would later become, but there are some wonderful shots and fun camera tricks.  Igawa handles his dual role nicely, and I always enjoy seeing Tanaka… his droopy eyes make his face quite memorable.  The film has a cynical tone with a touch of black comedy, and except for a slightly sluggish opening is very watchable.
da qui

The Box Man - Nirvan Mullick (da un racconto di Kôbô Abe)

giovedì 15 gennaio 2015

Il cerchio – Jafar Panahi

dopo questo film, "Oro Rosso" e "Offside" hanno contribuito alla condanna di Jafar Panahi (da non dimenticare che con lui è stato condannato anche Mohammad Rasoulof, di cui ho visto un solo grande film, qui"L’isola di ferro").
qui si racconta una storia circolare di donne, le ultime degli ultimi, in una società machista, sono in trappola, mancano le sbarre, a volte, ma è un dettaglio.
raccontare, mostrare è pericoloso, lo dice bene Voltaire: "é pericoloso avere ragione in questioni su cui le autorità costituite hanno torto", Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof lo sanno bene, noi lo intuiamo soltanto.
il film ha vinto al festival di Venezia nel 2000, da (ri)vedere sapendo che si soffre, seguendo, guardando e ascoltando parole e silenzi delle protagoniste - Ismaele






Jafar Panahi in tribunale:
Io non comprendo l'accusa di oscenità diretta ai classici della storia dei film, né capisco il crimine di cui sono accusato. Se queste accuse sono vere, voi non state mettendo sotto processo solo noi ma il cinema iraniano socialmente impegnato, umanistico e artistico, un cinema che prova a stare aldilà del bene e del male, un cinema che non giudica, né si arrende al potere o ai soldi ma prova a riflettere onestamente un'immagine realistica della società.
Nonostante tutte le ingiustizie che ho subito, io, Jafar Panahi, voglio dire ancora una volta che sono iraniano, che resterò nel mio paese e che mi piace lavorare nel mio paese. Amo il mio paese, ho anche pagato un prezzo per questo, e sono pronto a pagarlo ancora se necessario. Ho anche un’altra dichiarazione da fare in aggiunta alla precedente. Come mostrano i miei film, dichiaro che credo nel diritto “degli altri” a essere diversi. Credo nel rispetto e nella comprensione reciproca, così come nella tolleranza; la stessa tolleranza che mi impedisce di giudicare e di odiare. Non odio nessuno, neanche i miei giudici.

Donne sole, senza diritti, marchiate fin dalla nascita dal disonore del loro sesso, che non possono esprimersi, fumare in pubblico, viaggiare non accompagnate da un uomo o senza carta dello studente. Donne che devono nascondere in continuazione la propria femminilità. Donne che cercano un equilibrio, un compromesso. Donne che sopravvivono. E intorno un mondo che va avanti, in cui questa situazione viene data per scontata senza porre troppe domande…

Non si esce dal cerchio e dunque le donne non possono fare altro che disperare; e con loro gli uomini, che si vedono rappresentati da pappagalli, egoisti e infantili, dispotici e autoritari. Non c'è remissione, non si vedono riscatti futuri fin da quando con il rumore del parto nasce il film, che dunque finisce con il coincidere con il retaggio femminile; tanto che fin da subito è la macchina da presa ad essere rasente ai muri seguendo la donna, affranta per la nascita della nipotina. Infatti le riprese risultano sempre un po' "costrette", si tende a inserire spesso qualche elemento che disturba il piano di ripresa, tranne sui volti; sembra di portare il cilicio anche noi spettatori…

Few things reveal a nation better than what it censors. In America, the MPAA has essentially eliminated adult sexuality from our movies, but smiles on violence and films tailored for the teenage toilet-humor market. Now consider "The Circle," a film banned in Iran. There is not a single shot here that would seem offensive to a mainstream American audience--not even to the smut-hunting preacher Donald Wildmon. Why is it considered dangerous in Iran? Because it argues that under current Iranian law, unattached women are made to feel like hunted animals.
There is no nudity here. No violence. No drugs or alcohol, for sure. No profanity. There is a running joke that the heroines can't even have a cigarette (women cannot smoke in public). Yet the film is profoundly dangerous to the status quo in Iran because it asks us to identify with the plight of women who have done nothing wrong except to be female. "The Circle" is all the more depressing when we consider that Iran is relatively liberal compared to, say, Afghanistan under the Taliban…
da qui