sabato 30 agosto 2014

Wrong cops – Quentin Dupieux

sembrano diversi episodi collegati per tirarne fuori un film, e comunque il risultato è positivo.
sembra una "scuola di polizia" aggiornata e cinica, dove non ci sono più le gag, ma humor nero e assurdo senza limiti, magari ripetitivo, ma spesso efficace.
il film si tiene e merita una visione, spesso si ride, la storia del talento è bellissima - Ismaele






…Come e più dei precedenti exploit del francese, un'operazione destinata a dividere, in cui la chiave è non prendersi sul serio e adattarsi a un microcosmo in cui prevale lo shock dell'attimo sulla coesione dell'intreccio. Gag talora irresistibili se prese singolarmente che in qualche modo faticano ad adattarsi ai confini di un lungometraggio, ma che colpiscono, nel bene o nel male, l'immaginario. Magari stordendolo fino all'esasperazione, gridando la propria identità anziché limitandosi a suggerirla.
Ma oggi, nel 2013, anche (soprattutto?) questo è cinema, tanto da conferire a Dupieux uno status di autore che gli si confà almeno quanto l'intimo femminile su uno dei suoi sgradevoli e corpulenti poliziotti "sbagliati". Un minutaggio breve, 82 minuti, ma sufficiente per raggiungere lo scopo e poi chiudere con un'esaltante morale, lucida e crudele, pronunciata in un barlume di effimera saggezza da un poliziotto talmente strafatto da dimenticarla immediatamente. Marilyn Manson non appare per caso: perché siamo tutte star ora, nel dope show.

…"Worng Cops" lascia filtrare in controluce un (velato) intento di critica alla società consumistica statunitense: Duke e compagni agiscono esclusivamente per il proprio interesse personale, per esaudire una sordida perversione o per un senso di famelica cupidigia, incuranti delle conseguenze delle loro azioni, che si spingono sempre ben oltre il grottesco. Quello che sembra interessare maggiormente Dupieux è impressionare lo spettatore a colpi di eccessi e stravaganze, ma in questo senso il film mostra presto i suoi limiti. Nella seconda parte della pellicola, infatti, il regista si perde inseguendo i molteplici risvolti di una improbabile trama gialla, mentre le gag continuano ad accumularsi inarrestabili l'una sull'altra, in una sorta di altalena sterile e, alla lunga, ripetitiva.
Dupieux può comunque vantare uno stile eccentrico e coerente, che ammicca con consapevolezza al cinema di John Waters e alle produzioni Troma. E senza rinunciare mai al suo humour feroce e corrosivo, al limite della blasfemia, riesce a regalare qualche battuta ben assestata. Basti pensare al bizzarro interrogatorio di Marilyn Manson, struccato e pettinato nei panni di un ragazzino introverso, o al veloce dialogo con la donna sulla sedia a rotelle, assolutamente irriverente ma davvero fulminante.
Il colpo migliore, comunque, Dupieux lo mette a segno ricorrendo a una buona dose di autoironia quando, nella riuscitissima scena del colloquio con il capo di un'etichetta discografica, spiega che il segreto del successo è 95% marketing e 5% talento. Non male, per uno che è diventato famoso grazie alla pubblicità di un paio di jeans.

Wrong Cops è un film trash, un acido fumetto compiaciuto delle proprie abiezioni, abitato dalle caricature idiote di una sitcom gretta e allucinata. Ma non solo: è anche un grande film, perché conduce, come oggi raramente accade, il demenziale alla sua espressione pienamente politica, perché mostra la perversione della visione e della comprensione del mondo, perché è un film su un ordine vizioso, un film sull’opera dell’ideologia, sull’ideologia al lavoro.

L'incipit è straordinario con quel poliziotto che smercia droga dentro topi morti.
Ma le gag, le situazioni paradossali, i dialoghi assurdi si sprecano.
Il punto di forza del film, o uno dei punti di forza, è la caratterizzazione dei singoli personaggi.
I poliziotti sono straordinari, potrebbero anche non parlare per funzionare.
Più o meno tutti pervertiti (ah, l'omosessualità, latente o no, è dilagante nel film) hanno il loro top in Duke (un grandissimo Mark Burnham), un testa di cazzo incredibile, sempre strafatto, che si comporta da capo del mondo e non ha una minima moralità o inibizione. Lui non sa nemmeno cosa vuol dire parlare, strilla e basta.
Ma anche il pancione De Luca con la sua ossessione per i seni e la "calma" perversione del suo sguardo è straordinario. E non è da meno Rough, un poliziotto nero orbo di un occhio e con melone nella fronte, appassionato di musica disco e convinto di avere un talento pazzesco nel campo…

…El tramo final es de lo mejor del metraje (junto al diálogo del policía y el herido con el productor musical), y la reiterada burla que se hace de la industria discográfica, la violencia, el porno, el cine, la institución familiar y por encima de todo, la propia policía, es un motivo para invertir las normas de la realidad y del día a día y provocar que el espectador alce las cejas y se desternille sin llegar a reponerse de la extrañeza que evoca cada sketch. Desde Marilyn Manson como evasivo y freak musical secundario, a una zanja cavada en el jardín para un muerto todavía muy vivo, pasando por obscenos chantajes económicos y el guiño, desde el televisor de una familia, a un film anterior del director, cada elemento se rinde a la parodia. Una clase de humor agresivo, deslenguado y locuaz no recomendado a todos los públicos ni propio de una apacible velada familiar, pero dotado de una personalidad y un tinte surrealista, capaces de hacer que rinda a sus pies sin dudarlo. Wrong cops a veces agota, pero sus bizarradas hilarantes fascinan, nos sumergen en la ilógica por excelencia y se alejan con acierto del 99% de comedias convencionales. Y ya se sabe, en una noche de viernes, no hay nada mejor que empacharse a patatas fritas, y reírse a carcajadas de las hipocresías del mundo que nos rodea.
da qui

venerdì 29 agosto 2014

Wise blood (La saggezza nel sangue) – John Huston (as Jhon Huston)

tratto da un romanzo di Flannery O'Connor, il primo suo libro pubblicato nel 1952 (che leggerò, è sicuro).
protagonista è Brad Dourif (che era Billy, qualche anno prima, in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”), appare in una piccola parte anche Harry Dean Stanton, come anche John Huston.
il film è straordinario e profondo, ricco di situazioni e pieno di sorprese.
ambientato in qualche stato del sud degli Usa, Hazel Motes, reduce di qualche guerra, molto confuso, ad essere generosi, di guarda in giro e fonda "la Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso".
impossibile da raccontare, non facile da trovare, ma indimenticabile.
guardatelo e godetene tutti - Ismaele 





Alla fine degli anni '40, tornato al paese natio della Georgia, il reduce di guerra Hazel Motes comincia a predicare un proprio vangelo, quello di una chiesa della verità senza Cristo né redenzione. Ma c'è un suo "doppio", un falso predicatore che lo contraffà. Tratto dal romanzo (1952) di Flannery O'Connor, sceneggiato dai fratelli Benedict e Michael (anche produttore con la moglie Kathy) Fitzgerald, comincia nelle cadenze ilari anche se inquietanti di un'agra commedia di costume e sprofonda a poco a poco in una drammaticità di dolorosa assurdità. In questo 2° film in terra americana della sua vecchiezza Huston si tiene a distanza dai personaggi, assecondato dalla fotografia livida, un po' spettrale quasi da acquario, di Gerry Fischer. C'è la consueta sagacia nella galleria delle figure minori, lo humor, la navigata capacità di controllare la materia narrativa, ma anche la rinuncia al pittoresco e al folclore. Rari altri film hanno raccontato con altrettanta efficacia il sentimentale sacro che alberga nell'homo americanus e i modi aberranti, ossessivi, ridicoli con cui si manifesta. Fedele a F. O'Connor, Huston ha fatto un film divertente e terribile. Forse terribile perché è divertente.

…Based on Flannery O'Connor's novel, the film is incredibly odd, not merely in its collection of grotesques - par for the course in a Southern Gothic allegory - but in its style and tone; it's based on a book written in the 50's, clearly set in the 70's but with characters who act like they are from the 30's. It's a mish-mash of styles that reminded me of Francis Ford Coppola's Rumble Fish, which also combines different eras to create a singular, dreamlike world. Wise Blood also shares with Rumble Fish a philosophical tone as both films revolve, in one way or another, around young men trying to make sense of the world who are confronted with differing existential ideas. Tonally, the film feels more like a movie that would have been made 10 years later than it was. It's matter-of-fact approach to its bizarre characters reminded me of Jim Jarmusch's Dead Man and other mid-90's American Independent films. The anachronistic combination of the very 70's visual style and the not at all 70's tone was really disconcerting...

John Huston filme un monde délabré d'handicapés mentaux et sociaux. Les personnages sont déliquescents, les maisons s'effritent, les rues pissent la misère, les voitures suintent et couinent. Un monde qui s'écroule où seule la religion est donnée comme planche de salut. Or, il s'avère qu'elle est peut-être le moteur le plus actif de cette dégénérescence, aussi éclatée que les frontières mentales de cette pauvre engeance. Elle apparait aussi vieille et moisie que cette société racornie, abandonnée aux mauvaises herbes. Huston filme une société américaine déchue, aux rides aussi profondes qu'encrassées, où le sentiment religieux est perverti par un cynisme marchand. In God we trust. C'est assez schématique comme analyse, j'en conviens, ne m'en veuillez pas trop, je ne peux pas faire mieux…

Most film fans will have a handful of titles in their collection that they cannot view with any degree of objectivity. And so it should be. It signifies when the appreciation of a work of art or entertainment is driven by an emotional response rather than an intellectual one. You can work out why it's a great movie later, but for now it's all about love, and rational analysis has no part of it.
But take the next step and you'll quickly find yourself re-categorised from film buff to hopeless obsessive. It's a move that prompts sensible people to shake their heads and ask after the state of your sanity, and for those standing next to you at the bus stop to take a discrete step backwards as you enthuse to a fellow devotee. You have become in the eyes of the normal world a geek. It's a condition that sees people every year dress up as characters from Star Trek and meet to exchange Klingon greetings, or to meet at Portmeirion and re-enact scenes from The Prisoner. It's what prompted those two fans of Withnail & I to visit locations used for the film for one of the extras of the film's last DVD incarnation, and what inspired myself and my own personal Withnail to trudge to the village of Turville in Oxfordshire to photograph each other at the sites at which Went the Day Well was shot. And it's just such a relationship with the 1979 film Wise Blood that led to two evenings of outrageous silliness at a local pub in which my friend, dressed as the film's lead character and sporting a dodgy Tennessee accent, had the landlord on his knees yelling evangelical Hallelujahs as tears of laughter poured down his face.
Now if you've never seen Wise Blood – and there's a fair chance you haven't – then you'll probably be wondering just what it is about it that could provoke such a response. Mind you, if you have seen it you'll probably be none the wiser. This is no case of "just see it and you'll get it," as there's a fair chance that you won't. It's a personal thing, one of those times when a film and a character strike such a chord that the response resists rational explanation. Such is the case with Hazel Motes, a name as burned onto my consciousness as Dracula, Judah Ben-Hur or Hannibal Lector…

mercoledì 27 agosto 2014

Castaway on the Moon - Hae-jun Lee

inizi a vederlo e ti sembra una mezza scemenza, poi passano i minuti, il film prende quota e non ti stacchi più, ti affezioni.un po' come era successo per "My sassy girl" (qui), i due film che hanno in comune molto.
il racconto è folle e allo stesso tempo essenziale, una storia sullo stato del mondo, sulla schiavitù e la libertà, sulla paura, sul coraggio, sull'amore.
ci si mette un po' a entrare dentro la storia, è un oggetto strano, ma basta avere fiducia e lasciarsi prendere per mano dal regista e poi i due Kim li senti tuoi amici e fratelli.
non perdetevelo, sarà una bellissima sorpresa - Ismaele






Nella vita tutti possono sentirsi dei naufraghi.
Sempre meglio naufraghi che alla deriva comunque, il naufragio è in qualche modo sempre un punto d'arrivo.
O di partenza.
La vita è un mare così periglioso, così insidioso, così difficile, così pieno di occasioni mancate e umiliazioni (vedere la strepitosa scena sul pelo dell'acqua, un riassunto di come tutto, affetti, lavoro e amore sia andato a rotoli) che a volte è una deriva insostenibile da reggere.
Allora Lui decide di farla finita e si getta nel fiume Han.
Ma il piano fallisce, Kim si ritrova in un'isola deserta. Una piccola isola appena sotto il ponte dove si è gettato. Ma sempre un'isola è, se all'orizzonte invece del mare aperto ci sono i palazzi della tua città non cambia nulla, sei solo. Su un'isola. Questo naufragio è un punto di partenza nuovo per Kim.
E poi c'è Lei.
Si chiama Kim anche lei.
Anche a lei la vita fuori fa paura, così paura che vive da 3 anni reclusa in una camera nella quale non accetta nemmeno di ricevere la luce del sole. Perchè anche il Sole è un'insidia, uno sfregio alla nostra intimità.  Lei fa foto alla Luna, quella sì placida, bella e misteriosa.
Il suo naufragio non è come quello di Lui, non è un nuovo punto di partenza, ma uno doloroso di arrivo.
Solo due giorni l'anno la città si ferma, all'arrivo della primavera e dell'autunno, solo due volte sembra deserta. Per via di una tradizione coreana. Allora lei quella volta prende la sua macchina
fotografica/telescopio per vedere la città anzichè la luna e per caso vede lui, laggiù, in quell'isola.
E' il suo alieno. Lo fotografa e sovrappone le foto di lui a quelle della luna attaccate al muro. Perchè solo in Korea sanno scrivere poesie facendo film.
Kim e Kim sono due alieni, due entità che col pianeta Terra c'entrano più nulla…

…Che bello quando il Cinema ti riserva delle sorprese così grosse. Chi l’avrebbe mai detto che un film con la locandina così brutta potesse riuscire a farmi venire i lacrimoni agli occhi!...

Castaway on the moon non è una sòla, quanto più che altro un titolo che non esprime tutte le sue potenzialità ma è in grado di lasciare a bocca aperta con alcune sequenze di profonda sensibilità e ribaltare ogni possibile parere negativo grazie ad un crescendo toccante e meraviglioso che vede i due protagonisti, vittime di solitudini ed emarginazioni diverse ma ugualmente drammatiche trovare la forza di reinventarsi l'uno grazie all'altra, riscoprendo il loro essere se stessi in rapporto con un mondo che pare averli definitivamente rifiutati e dal quale entrambi sono fuggiti, il primo con il tentato suicidio e l'isolamento in mezzo alla Natura e la seconda ritagliandosi uno spazio oscuro e fittizio in cui poter essere quello che lei - o il mondo stesso - crede di volere…

Castaway on the moon oltre a parlare di amore parla anche di solitudine (quelle dei due Kim, maschio e femmina sono due solitudini ostinate e contrarie, una forzata per necessità fisiche, l'altra puramente voluta), parla dell'indifferenza e della difficoltà di comunicazione in una società sempre più tecnocratica (oltre che schiavizzata dal denaro e dalla ricerca del profitto costi quel che costi applicando in modo estremo il concetto di capitalismo), parla di alienazione, tema che sembra essere molto comune a certo cinema orientale sia coreano che giapponese…

Fallito il suicidio al fiume, Seung-keun Kim è spiaggiato su un atollo ai margini della città, a cui però non riesce a tornare non sapendo nuotare. Inizialmente privo di qualsiasi ragione di vita (indebitato, abbandonato dalla compagna e licenziato), è nell’isolamento forzato che troverà un nuovo equilibrio esistenziale e la rinnovata fiducia in sé e nelle proprie capacità, cominciando così una nuova vita felice e lontana dal mondo. O quasi. È infatti lo sguardo attento della curiosa Jung-yeon Kim – auto-segregata in camera nel tentativo di costruirsi una vita virtuale il più possibile realistica – a notare attraverso l’obiettivo fotografico l’“help” (presto cambiato in “hallo”) tracciato sulla sabbia, spingendo la ragazza a superare le sue paure per uscire di casa e inviare al naufrago un messaggio tramite bottiglia, iniziando così una strampalata corrispondenza che porterà entrambi a ritrovare nell’altro un proprio simile e allo stesso tempo una ragione per uscire dal proprio guscio…

en cela que réside la grande magie de ce film : partir d’un postulat totalement saugrenu et réussir à le développer en une subtile comédie délicieusement drôle et attachante. Tout en finesse, le film se construit méthodiquement en ne laissant rien au hasard. Chaque scène révèle des trésors d’imagination pour permettre à ces deux héros d’évoluer dans leur relation singulière. Il en va ainsi jusqu’au final, sublime, et totalement inattendu. Un beau film qui ne ressemble à aucun autre, et où l’on vit de grands moments à l’ombre d’un pédalo en forme de cygne blanc.

Lee Hae-jun, en su segundo trabajo como director, sorprende a propios y extraños con una película tremendamente original, en la que da una lección magistral -a Robert Zemeckis y su “Naufrago” entre otros- de como desarrollar un argumento tan aparentemente limitado:  la vida del único habitante en una isla desierta, desde la que se puede ver tierra al otro lado.  Tan solo la mente de un cineasta coreano es capaz de expresar de un modo tan sorprendente y metafórico -a parte de grandes dosis de comicidad- la soledad y aislamiento que puede provocar la sociedad capitalista en el ser humano. Un soplo de aire fresco.

…Il film sembra proporre un rifiuto della società massificata e consumistica e dei finti bisogni che ci induce ad avere, per sostituirla con una vita alternativa più essenziale e vicina alla natura.
Forse più che con “Robinsoe Crusoe” di Defoe si può azzardare un paragone anche con il romanzo “L’Isola di cemento” di James G. Ballard, il cui protagonista, in seguito ad un incidente automobilistico, si ritrova intrappolato in un’isola spartitraffico.
“Castaway on the Moon” è insieme divertente e coinvolgente, riuscendo inoltre a sollevare interessanti interrogativi sull’alienazione del mondo di oggi e sul nostro modo di vivere, senza dimenticare che è un film girato molto bene e con due attori efficaci. L’unico piccolo difetto è forse un po’ di retorica (la speranza…), soprattutto nella seconda parte, ma nel complesso il film è un trionfo…

martedì 26 agosto 2014

I dannati di Varsavia (Kanal) - Andrzej Wajda

nell'estate del 1944 l'Armata Rossa era dall'altra parte della Vistola, a Varsavia, la sconfitta della Germania nazista era vicina.
l'esercito polacco prese l'iniziativa e ci fu, dal primo agosto al 2 ottobre del 1944, una sollevazione contro i nazisti che occupavano Varsavia.
per quei due mesi (e anche dopo) l'armata Rossa non venne in aiuto dei patrioti polacchi e Varsavia venne distrutta dai nazisti, fu una carneficina.
Andrzej Wajda racconta gli ultimi momenti della Resistenza, la prima metà del film è drammatica, i pochi partigiani sono assediati, non possono tenere nessuna posizione, la seconda parte, ancora più drammatica e claustrofobica, è quella del tentativo di fuga attraverso le fogne.
non puoi che essere dalla parte dei partigiani e soffrire con loro, eroi senza speranza.
dopo che si è saputo di Katyn  (Andrzej Wajda ne ha tratto un film grandissimo, qui), oggi la spiegazione dell'immobilismo dell'Armata Rossa può essere interpretato come la seconda parte del lavoro fatto a Katyn da Stalin.
qualche anno fa è stato trasmesso da Fuoriorario, sempre sia lodata, e si può trovare qui.
guardatelo, è grande Cinema - Ismaele


PS: mi viene da pensare a come la Storia si ripete, come a Varsavia allora, oggi a Gaza c'è un assedio, i resistenti palestinesi vengono ammazzati nei tunnel, anziché nelle fogne, e una potenza di fuoco enorme distrugge la striscia di Gaza, e qui non c'è l'Armata Rossa dall'altra parte del fiume, a Gaza c'è il mondo intero che vede tutto e nessun esercito si muove, come ai nazisti allora oggi agli israeliani viene concesso tutto il tempo necessario per la carneficina.






E’ un film sulla resistenza al male ontologico della guerra, in cui non esistono eroi vittoriosi, ma solo eroici perdenti, dannati in un inferno costruito dall’uomo e per l’uomo, in cui non esiste luce né speranza, ma solo uno stretto e melmoso labirinto di voci e di disperati umori, i bassifondi della città, infernale rappresentazione d’un limbo ch’è condizione umana d’una sfortunata quanto coraggiosa insurrezione e, forse, d’un popolo intero, a cui la storia ha raramente sorriso.

Repressa la rivolta i tedeschi rasero al suolo, con cannonate ed esplosivi, ogni singolo edificio di Varsavia. Cose che mettono i brividi. Non parliamo di un villaggio, si tratta di una capitale, e i tedeschi, pure ormai consci della sconfitta che li attendeva, ancora procedevano con quella determinazione distruttiva. Anche questo ci verrà mostrato.
E' un film che, se anche non poté denunciare appieno tutte le ragioni storiche dell'accaduto, mostra con un notevolissimo realismo quella che fu l'esperienza di quei disperati. Le scene in esterni, che probabilmente hanno potuto godere (si fa per dire) dei molti luoghi ancora da ricostruire, trasmettono tutta la sensazione di apocalittico che quei giorni contenevano. Sopravvivere a vicende del genere può persino diventare una colpa, e il finale è un vero colpo al cuore. In questo senso la locandina originale, con quell'uomo che si "scioglie", una figura che ancora in piedi già si decompone, è tragicamente bella…

Dal punto di vista artistico il film di Wajda è stato valutato dalla maggior parte dei critici e degli spettatori in modo positivo. Ne è prova il fatto che gli sia stato assegnato il Premio Speciale della Giuria, la Palma d’Argento al decimo Festival Internazionale di Cannes nel 1957. “Il film polacco ha svolto il ruolo dell’ambasciatore dei cambiamenti della nostra cultura - scrive il corrispondente da Cannes Jerzy Plazewski citando una serie di interessanti opinioni dei critici stranieri - André Bazin dei “Cahiers du Cinema” ammira le scene sulle barricate, e soprattutto la birbantesca gioia di Janczar dopo aver neutralizzato un Goliat, il carro armato nazista. Edward de Laurot (“Film Culture”, New York) sottolineava la densità alla Clouzot e la “mancanza d’aria” delle scene girate nelle fognature. Per Doniol-Valcrose del “France Observateur” Wajda è un regista completamente maturo. A sentire Lindsay Anderson (“Sight and Sound”, Londra) il nostro film si merita il premio. Il più critico è Ugo Casiraghi (“L’Unità”): egli sostiene che al film manchi uno sfondo più vasto e che il conflitto si svolge in maniera troppo individuale. In compenso si dice conquistato dalla recitazione degli attori”. Altrettanto positivi sono i pareri pubblicati sulla stampa. Secondo il giornale francese “Nice Matin” “le sensazioni provocate dai più famosi film “noir” non sono nulla al confronto con quelle emozioni sconvolgenti che ci accompagnano, che ci torturano durante la proiezione del film di Wajda. Un film fatto alla perfezione. Un film che colpisce e affascina”…

Polish director Andrei Wajda finds a sobering metaphor for the dehumanizing nature of war inKanal, his relentlessly bleak war drama set during the Warsaw uprising of 1944, by following a large group of civilians and soldiers in the Polish Home Army Resistance as they attempt to escape from certain death by retreating through the watery labyrinth that is the sewer system. Made to run from imminent danger like helpless sewer rats, they descend midway through the film into what is nearly a literal hell, as the Nazis above use their booby traps and machine guns to easily pick them off whenever they dare surface. The mood, which steadily moves from desperate to fatalistic, makes Kanal difficult to watch, especially since the second half of the film’s claustrophobic setting stands in stark contrast to the wide open, if war-torn, spaces of the first, but the history behind the hopeless situation would make feel-good or even sustained hopeful moments inappropriate. Despair dominates here and once he gets down and dirty in the sewers, Wajda makes no concessions toward his audience in lessening the severity of his vision, for better or worse…

Prix spécial du Jury à Cannes en 1957, Kanal est composé de deux parties. La première narre, avec une louable économie de moyens, les combats désespérés menés par un groupe de résistants dans un Varsovie laminé par les bombardements allemands. L’ennemi est rarement filmé, et le réalisateur excelle à dépeindre ce mélange paradoxal de combativité, découragement, solidarité et peur, qui atteint un microcosme représentatif de la résistance polonaise. La seconde partie, d’une noirceur totale, relate la fuite dans les égouts. La tonalité tant naturaliste que surréaliste est saisissante, et un superbe noir et blanc crée à merveille une sensation d’étouffement. Wajda ne cherche pas les effets : si la partition musicale est d’un beau lyrisme expressionniste, elle ne surligne jamais l’action ; si les drames individuels rejoignent le malheur collectif, jamais la mise en scène ne verse dans le misérabilisme et l’émotion facile. La plus belle séquence montre un jeune couple apercevant la lumière au bout d’un tunnel. Leur étreinte de joie est de courte durée car la sortie est impossible : les Allemands ont grillagé le tunnel. L’homme étant invalide et ne pouvant marcher, le couple ne pourra que rester assis en attendant la fin. Wajda est également subtil dans ses métaphores politiques : la dislocation des membres qui se perdent dans les égouts symbolise la déstabilisation de l’unité nationale, et l’inactivité des Soviétiques, jamais évoquée explicitement, n’en est que plus évidente…

With the Warsaw Uprising coming to a bloody conclusion, an all but beaten company of resistance fighters is given the order to retreat through the city’s sewers to its centre. Reluctant to do so, with each member already seemingly resigned to their inevitable demise, the company nevertheless follows its orders, descending into the hellish stink below, but soon comes to find that its new environs are every bit as challenging as the rubble-strewn, Nazi-infested streets it had just fled. Solidly crafted, fascinatingly plotted, and well-acted, this influential war drama nevertheless fails to deliver the nightmarish, visceral punch that it should have, with the anxiety-ridden, claustrophobic horror of its situation never quite coming across

La critica di Guido Aristarco (Guida al film, Fabbri Editori) :

L'unica autentica novità rispetto ai film polacchi, scarsamente significativi, degli anni Cinquanta, che troviamo ne I dannati di Varsavia è nella scelta del soggetto del film, un episodio della rivolta antinazista di Varsavia: avvenimento storico, questo, ignorato e censurato dal regime filosovietico del dopoguerra. Nel 1944, quando già i soldati dell'Armata Rossa avevano raggiunto la sponda della Vistola prospiciente la capitale polacca, più di quarantamila militari e abitanti della città lottarono per due mesi, casa per casa, contro le preponderanti forze tedesche, e furono massacrati senza che i sovietici intervenissero per impedire la feroce repressione. Argomento del film è la tragica fine dell'insurrezione: la fuga attraverso le fogne di Varsavia, di un gruppo di partigiani polacchi ormai impotenti nel fronteggiare gli aerei e i carri nemici.
Solo in apparenza Wajda esprime le istanze popolari antisovietiche e l'«ansia di libertà» di quel momento storico, mentre nega in realtà ogni possibilità di liberazione e di cambiamento, mostrandoci una vicenda in cui i polacchi-patrioti-buoni-puri-altruisti-cattolici diventano martiri della ferocia nazista e del disinteresse sovietico. Nelle fogne di Varsavia muore la libera Polonia e inizia la schiavitù sotto la «dittatura». Il regista non vede prospettive di cambiamento della situazione presente e passata, non vede alternative alla dittatura, trova elementi degni di fiducia solo in dimensioni astratte: il coraggio, lo spirito di sacrificio, la fede dei singoli, ricompenseranno, in una vita futura, coloro che oggi sono sconfitti. Wajda approfitta della fine dello stalinismo non per proporre modelli di vita più avanzati, ma per dichiarare apertamente la propria individualità nazionale, religiosa e ideologica, e per piangere sulla «servitù» inevitabile del suo paese. Non vuole capire razionalmente le cause di un certo sviluppo storico, non si chiede quali fossero le divergenze ideologiche e strategiche che nel '44 dividevano profondamente i partigiani polacchi dallo Stato maggiore sovietico, non prende in considerazione, osservando un evento del passato, né i mutamenti sociali che, bene o male, il regime socialista introdusse in Polonia nel dopoguerra, né alcun altro elemento utile a un dibattito politico. La guerra è per lui una condizione esistenziale in cui trionfa il Male, i suoi personaggi sono situati fuori del tempo, fuori della storia: essi incarnano la situazione eterna e permanente dei «santi» martirizzati dalle dittature. In genere, i film dell'Europa dell'Est che negli anni Cinquanta affrontavano il tema della Resistenza si conformavano al rigido schema dell'esaltazione patriottica dei combattenti per la libertà, rappresentando con toni retorici soltanto gli aspetti «eroici» della lotta partigiana, lotta in cui le due parti avverse erano i termini antitetici d'una visione della storia moralistica e manichea. Wajda non rifiuta questi schematismi e non va al di là di una superficiale esaltazione dell'eroismo, in quanto i personaggi de I dannati di Varsavia, pur sofferenti, spaventati, sconfitti, destinati a morte sicura, sono pur sempre eroi, simboli di virtù degne di ammirazione incondizionata, archetipi dotati di scarsa credibilità (mentre combattono o fuggono il nemico, parlano sempre di «grandi temi» astratti - l'amore, la libertà, la dignità umana - mai dei problemi tattici o politici della loro lotta). Un individuo perde la ragione, uno tradisce, uno pensa solo a sé; dal confronto con costoro risultano maggiormente esaltati gli «eroi» che resistono fino alla morte, sacrificano la vita per la salvezza altrui, sublimano in un purissimo sentimento amoroso il proprio istinto di conservazione.
Questi temi vengono affrontati da Wajda con un linguaggio molto simile a quello dei film d'azione americani. La struttura narrativa e il ritmo del montaggio tentano di creare una forte suspence ponendo in rilievo le reazioni istintive e irrazionali d'un gruppo di persone immerse in una situazione angosciosa. Il fine di tale procedimento è quello di provocare negli spettatori ansia prima, commiserazione poi, senza fare minimamente appello alla partecipazione intellettuale del pubblico. L'indubbia capacità di Wajda nel dominare il mezzo tecnico non produce ricerche stilistiche originali, ma esercitazioni formalistiche fini a se stesse le quali denunciano da un lato le non poche incertezze di un regista quasi esordiente, e dall'altro la loro affinità ai procedimenti formali tipici del cinema di consumo hollywoodiano.
da qui

lunedì 25 agosto 2014

El ultimo tren – Diego Arsuaga

un viaggio in treno che è una riscossa per degli amanti dei treni e delle ferrovie.
sapendo che una locomotiva "storica" verrà venduta a uno studio di Hollywood, alcuni vecchietti si mettono in moto per salvare il patrimonio nazionale.
sarà una corsa contro il tempo, e la gente, alla fine, sarà con loro.
attori in stato di grazia per un film epico.
vedetevelo, vi piacerà - Ismaele




El último tren es una especie de westerncrepuscular rodado casi en su totalidad en escenarios naturales (los campos y montes del interior de Uruguay). La película narra con ternura y humor la odisea subversiva que llevan a cabo tres viejos y un niño (símbolo esperanzador del recambio generacional) contra la irrupción despótica de la lógica del Mercado que arrasa con todo lo que se encuentra a su paso. Una lógica cruel y avasalladora - que está saqueando con especial virulencia (y a veces, con trágicas consecuencias) el patrimonio público de los países latinoamericanos - encarnada en El último tren por la figura de un avezado emprendedor (Gastons Pauls, el acompañante de Ricardo Darín en Nueve reinas) sin escrúpulos.
El itinerario suicida de los tres viejos luchadores acaba metafóricamente en una vía muerta, en medio de un paisaje agreste y olvidado (imagen ilustrativa de la periferia infinita y desconocida que rodea la lujosa ciudad global). Pero eso en la película de Arsuaga (que ha contado con la colaboración de Fernando León como co-guionista) no es motivo para el desaliento, ya que es precisamente en esa vía muerta donde se produce el contagio subversivo, el milagro de la rebelión de los pequeños y los desheredados que espontáneamente se enfrentan y vencen al Golliat invisible que les atenaza y les condena de antemano a una resignación escéptica. Una rebelión ingenua y pura, más sentimental que intelectual, que enlaza el trabajo de Diego Arsuaga con cintas como La estrategia del caracol o Pan y rosas.

El último tren es un bello cuento épico narrado en clave de comedia pero con textura de western y puesta en escena de road movie, cuyo desarrollo narrativo, con moraleja política incluida, le convierte en una solida propuesta fílmica apta para muchos tipos (no todos) de públicos. Diego Arsuaga ha realizado una película llena de rabia y optimismo que logra mantener la tensión gracias a un sólido guión y a un preciso trabajo de dirección de actores…
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domenica 24 agosto 2014

Rosa Luxemburg - Margarethe von Trotta

Barbara Sukowa è Rosa, e per questo film ha vinto il premio come miglior attrice a Cannes nel 1986.
Barbara Sukowa è bravissima (da poco è Hannah Arendt, sempre con Margarethe von Trotta).
chissà se il film è mai arrivato al cinema in Italia e se è passato in tv.
a me è piaciuto molto, di lei e di quei tempi si sa sempre troppo poco, e poi l'incontro col bufalo è davvero straordinario (dopo l'assassinio di Rosa, Karl Kraus diffuse la lettera nella quale Rosa parlò di quell'incontro, e la lesse nelle sue conferenze, qui la lettera).
cercate il film, merita molto -Ismaele










In this film, director Margarethe Von Trotta presents an inspiring and impressionistic portrait of the European socialist leader (1870 – 1919) who spent much time in prison as a result of her unpopular political views. In a performance which won her the Best Actress nod at the 1986 Cannes Film Festival, Barbara Sukowa reveals Rosa’s multifaceted personality which encompassed a love of nature, a sensitivity to suffering, an unflagging hatred of militarism, and a yearning for peace. After viewing this screen biography, many will no doubt agree with Helen Deutsch’s evaluation of Rosa Luxemburg: "She was too great to be considered ‘only a woman,’ even by her enemies."
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sabato 23 agosto 2014

Údolí vcel (Valley of the Bees) - Frantisek Vlácil

un classico poco conosciuto, nel quale ogni immagine rimanda a un quadro, come capita ai migliori (e Frantisek Vlácil lo è).
una storia medioevale, con signori padroni della plebe e monaci potentissimi.
Ondřej è un ragazzino che la Storia prende, diventa monaco, ridiventa signore, tornando a casa come un novello Ulisse, sposa la vedova del padre, non è una storia leggera.
è anche la storia di un'amicizia con Armin, ma il voto è più forte.
la colonna sonora è di Zdenek Liska, che ha firmato le musiche di tantissimi film di quegli anni.
cercate "Údolí vcel" e godetene tutti - Ismaele





Unlike many of the films grouped together under the Czech New Wave umbrella (including the director's own more celebrated MARKETA LAZAROVÁ), VALLEY OF THE BEES is a conventional, linear narrative; a tale told fairly straight-forwardly. However, it also may well be one of the very best films of the movement, and amongst the finest historical dramas ever made...

This is a complicated film. Not a happy film at all, and quite graphic in its violence. I enjoyed it a lot, for its dramatic narrative, but have to confess to being a tad relieved when it was over.

It doesn't have the same fully immersive mental and emotional impact or atmosphere of his more well known and rightfully heralded masterpiece Marketa Lazarová, but it's equally well acted, directed, and has a far more accessible story which makes it perhaps a better starting point for anyone interested in exploring this Czech master. A director with a vision unlike any of his contemporary peers. His works are more in line with that of Bergman, Tarkovsky, or Bresson, and were it not for the severe post Soviet-invasion restrictions, he would likely be just as revered as they are today.

If you were to rank similar films along that light to dark scale, František Vláčil's Údolí včel/The Valley of the Bees would be perfect company for Bergman's film, and indeed, Ondřej (Petr Čepek), just one of the repressed, tortured souls that belong to to an order of Teutonic knights would find a kindred spirit in Max von Sydenow's chess playing knight. Rather than fighting this darkness, The Valley of the Bees gives into and immerses itself in it, producing a film that's brave, thought-provoking and contentious. Aesthetically, it's breathtaking to look at, and emotionally, it's hard to endure, which makes for an incredibly potent experience…
… Released just before the Soviet invasion of Czechoslovakia in 1968, the film was read as an attack on Communist values and banned by the authorities, thinking that Ondřej's struggle after being forced into a hierarchical and puritanical order against his will was a subversive one. In the wake of those turbulent years, this film as lost none of its potency, and of course, if you look toward the film with a political agenda you'll undoubtedly find those themes. Just like the comparisons to the classical art house cinema of Eisenstein, Bergman, Kurosawa and Bresson are easy to draw and even easier to see, to burden Bees with such weighty labels is and political readings, in all honesty, rather unfair, since obviously more than capable of standing up and speaking for itself.  This film is by no means your classic Middle Ages fable, and is most definitely a nightmare rather than fairytale, since the dragons Ondřej and those around him must face are far more fearsome than the one St. George ever had to slay.
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venerdì 22 agosto 2014

Macunaíma – Joaquim Pedro de Andrade

ispirato a "Macunaíma", un romanzo di Mario de Andrade del 1928, questo film è uno strano e gran bel film.
dentro c'è il Brasile del sertão e quello della metropoli, c'è la dittatura e la guerriglia, c'è mito e realtà, e anche surrealismo.
davvero un film che apre un mondo e che guardi a occhi aperti, come dice qualcuno (qui) è un film unico, che unisce Gabriel Garcia Marquez e Benny Hill, con lo sguardo satirico di Dusan Makavejev.
provare per credere - Ismaele






QUI il film completo (con sottotitoli in francese)




…Deals with racism, a black inferiority complex, lazy, repressive, corrupt or violent society, and many other things that probably only Brazilians are likely to get. Cartoonishly silly and absurd surrealism.

…Using cannibalism as a metaphor for the evolution of Brazilian culture as a consequence of exploitation in the aftermath of colonialism (of national resources and the subjugation of people), capitalism (of workers in the pursuit of profit), and imperialism (of industrialized countries in their economic domination over underdeveloped nations) - in essence, the dynamic consumption and assimilation of other cultures into the forming of an indigenous, often contradictory national character - de Andrade creates a droll and absurdist tale on urban alienation, essential identity, and the irrepressibility of the human spirit…


The spiritual traditions all have a role for the prankster — Nasrudin in Sufism, Coyote in Native American spirituality, the Holy Fool in Christianity. These minstrels of madness want to drive us out of our minds, knowing that from there we will see things from a different perspective. Maybe we will realize that we are not in charge and that play is a way to relax a bit and let go of our habitual ways of being in the world. In some Indian tribes, these crazy ones are called sacred clowns. They take on animal forms, disrupting solemn proceedings with their bawdy antics of wild sexuality.
It's good to keep such masters of revelry in mind while watching this 1969 Brazilian movie written, directed, and produced by Joaquim Pedro de Andrade. This robust comedy includes elements of buffoonery, satire of studio movies, political commentary, and a quest motif. The only way to make it through all the zany twists and turns and silly moments is to let your inner child take over for a while. Put aside your critical consciousness and go with the flow of the comic bits, the outrageous shifts, and the Dionysian rhythms of the story.

…director Joachim Pedro de Andrade lacks filmmaking expertise, he slaps together a hodgepodge resembling Gabriel Garcia Marquez by way of Benny Hill, with loads of campy laughs, slapstick humor, and a plot as mind-bogglingly satiric as Dusan Makavejev (SWEET MOVIE)…
…Which is not to say that the film, adapted from a 1928 novel by Mário de Andrade (no relation to the director) is lacking in seriousness. Underneath it all is a meditation on the riddles of Brazilian identity and the agonies of Brazilian politics. In 1969, Brazil was in the grip of a military dictatorship, and "Macunaíma," one of whose minor characters is a sexy urban guerilla, hums with a joyful and pointed anti-authoritarian spirit.
In the first scene, the hero, Macunaíma, drops fully grown from his mother's belly onto the dirt floor of a hut in the Amazon. There he is raised alongside two brothers, one black and one white. Eventually, Macunaíma, who is born black, turns white himself, a transformation that, in keeping with Brazil's complicated racial ideology, is at once enormously important and completely meaningless. The hero finds his way to São Paolo, where he dresses in marvelously (or hideously) bright clothes and takes up with the lovely guerilla before returning home to his mother. In the course of his odyssey, he encounters witches and giants, episodes that turn "Macunaíma" into a raucous and hallucinatory fairy tale. Its infectious craziness stays in your mind like a novelty pop song that, after a while, starts to sound like a classic.
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martedì 12 agosto 2014

Un lugar sin limites – Arturo Ripstein

tratta da un romanzo di Josè Donoso, è una storia di violenza, di machismo, di vendetta.
Manuela, il travestito, odiata e amata dagli uomini del paese, ha un bar-bordello, in un villaggio che verrà venduto a qualcuno, dal "padrone" del villaggio.
il clima di sopraffazione e di violenza, sempre sul punto di esplodere, si respirano per tutto il film.
all'inizio del film appare una frase (di Christopher Marlowe), che Mefistofele dice a Faust:
…lì dove noi siamo è inferno, e dove
è questo inferno, dobbiamo esser sempre:
e in breve, quando il mondo andrà dissolto
nell'ora in cui ciascuna creatura
è giudicata, allora quello spazio
che non è cielo, sarà tutto inferno
(da qui)

alla fine capisci cosa vuol dire Mefistofele, non resti tranquillo, l'ansia prende anche chi guarda il film, non riesci a essere fuori, il luogo senza limiti ti cattura - Ismaele








…muchos de los teóricos del cine que se refieren al cine de Ripstein y a sus recursos temáticos, hacen referencia a dos tópicos fundamentales: la denuncia de la intolerancia y al encierro físico en consonancia con la opresión psicológica de los personajes. El lugar sin límites se convierte en un paradigma de estas preocupaciones. Es un filme que expone algunos problemas sociales del México contemporáneo, posando su mirada enfáticamente sobre el macho mexicano y sus problemas. Además, maneja la metáfora del infierno, el macho como diablo, lo malo del pecado y la intención deliberadamente punitiva del destino.
Basada en la novela homónima de José Donoso, la realización de la transposición de El lugar sin límites fue primero idea de Luis Buñuel, quien nunca se decidió a llevarla a cabo. Aunque no figure en los créditos de la película, el guión fue encomendado en primer término a Manuel Puig; pero éste rehusó poner su firma al trabajo, temeroso del tratamiento que Ripstein daría a la temática homosexual. Roberto Cobo, el joven marginal Jaibo de Los olvidados, es ahora La Manuela, el travesti del burdel, casi el único edificio en funcionamiento de todo El Olivo, un pueblo abandonado por las autoridades y por Dios.
La historia está ambientada en un pequeño pueblo por el que sólo pasa el tren una vez por semana. Allí viven La Manuela, el travesti al que todos conocen, la Japonesita, su hija –producto de una noche de alcohol y del más grande acto de omnipotencia del cacique del pueblo-, y algunas otras prostitutas ya viejas y cansadas como la Cloty y la Nelly. Todas viven al amparo de don Alejo Cruz, una suerte de señor feudal, que intenta vender como sea todas las casas del pueblo para que pueda ser destruido por un consorcio. A la angustiante paz del pueblo llega Pancho Vega después de un año a saldar dos deudas pendientes: con don Alejo, a quien debe el dinero de unos fletes, y con La Manuela, a quien se la tiene “sentenciada” desde entonces, a quien estuvo a punto de “hacerle quién sabe qué” si no hubiese sido por la intervención de don Alejo.
Aunque con alteraciones respecto del final de la novela, que es del año 1967, la adaptación fílmica es muy fiel al original. Las modificaciones en el final acentúan el tono cadavérico y trágico del ser mexicano donde confluyen pasiones, frustraciones y represiones, y donde se concentra el núcleo melodramático fuerte.

La película se basa en el conflicto entre dos personajes: Pancho y Manuela. Pancho ha llegado a El Olivo, el pueblo donde se desarrolla la acción, y anuncia su llegada en la puerta del prostíbulo donde está Manuela, quien al reconocer el sonido del camión de Pancho, recuerda la amenaza hecha por él un año atrás y teme que la cumpla. La presentación de estos dos personajes inaugura la extraña manera en que se da el proceso de construcción del género. Mientras Pancho se presenta como un conductor de camión, profesión asociada a la masculinidad, que llega a demostrar y hacer valer su hombría cumpliendo lo prometido, Manuela se muestra de una manera más particular. El primer acercamiento que tenemos a ella como espectadores es a través de un primer plano de la mano. Inicialmente no sabemos quién es el dueño de esa mano, pero reconocemos ciertas características corporales que nos podrían dar una pista del género del portador. Las uñas están pintadas de rojo, pero el antebrazo es velludo, es decir, un cuerpo de hombre con un atributo supuestamente femenino. Cuando la cámara hace un plano general de la habitación y luego un acercamiento a la cama donde duerme Manuela con su hija, reconocemos que no es una mujer, que es un hombre; por lo menos eso dice su cuerpo, aunque no sus palabras…
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