lunedì 31 marzo 2014

Il giudice e l'assassino - Bertrand Tavernier

due grandi attori, Philippe Noiret e Michel Galabru rendono il film splendido, per la loro bravura, e poi c'è il resto, una storia nella quale ci sono la confusione e le novità dei tempi nuovi, con le domande di sempre, sulla giustizia, e non solo. Philippe Noiret è un giudice che sembra uscire da una canzone di Georges Brassens (è un complimento, naturalmente) e Michel Galabru è un pazzo lucido, grafomane e intelligente, ciascuno dei due vuole usare l'altro, e come sempre vince il più forte.
i due vi conquisteranno, grazie a Bertrand Tavernier, promesso - Ismaele




Se Philippe Noiret, al terzo film con Tavernier, conferma di essere un gigante anche alle prese con un personaggio imperturbabile, privo di scrupoli, disumano e sordido, la vera rivelazione è il magnifico Michel Galabru, capace di evitare ogni possibile e gratuito eccesso nel tratteggiare il suo Bouvier e giustamente premiato con il Cèsar. Non tutto è a fuoco però: per esempio il personaggio di Rose, interpretata da una giovanissima Isabelle Huppert pare solo accennato ed il finale suona forzato, ambiguo e poco convincente (lo stesso regista lo ha dichiarato sbagliato, perché degno dei peggiori film di propaganda sovietica, ma l'entusiasmo della Huppert nel girare quella scena ha vinto le sue legittime resistenze). Tavernier però ha un grande senso del paesaggio, a partire dalla prima magnifica sequenza ambientata sulle innevate cime intorno a Lourdes, si conferma ottimo direttore d'attori, si affida a solide e mature sceneggiature, fornisce un affresco storico di notevole credibilità con accenni alle prime lotte sindacali e all'ingresso in politica anche delle fasce più umili della società. A volte ha solo il difetto di voler dire troppe cose. Basterebbe comunque la frase con cui Bouvier, prima della sua esecuzione, si congeda dal "traditore" Rousseau per segnalare l'importanza del film: "Sovente il tempo è un buon maestro e qualche volta il caso è un buon giudice!" Il film avrebbe dovuto concludersi qui: ne avrebbe guadagnato in incisività…

Venons-en plutôt à l'axe central du film : la lamentable hypocrisie qui sépare le fou, le tueur en série, qui se cache derrière l'anarchie, la lutte des classes, la souffrance physique ou le mysticisme afin d'excuser et de légitimer son incapacité à réfreiner ses instincts mortifères et puis, le juge, le notable, le bourgeois qui malmène la justice et le droit, sans l'ombre d'une hésitation ni le moindre scrupule, qui manipule son coupable désigné, qui va jusqu'à violer celle qu'il entretient, un lâche qui fuit ses peurs, de la maladie, de la mort, de l'autre en général, infoutu de se dessaisir du jupon maternel…
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domenica 30 marzo 2014

Storia di una ladra di libri - Brian Percival

prima devo fare una dichiarazione d’odio: ma come si fa a mostrare i titoli dei libri in inglese, a insegnare a una bambina tedesca, nella Germania nazista, a scrivere in inglese, durante la seconda guerra mondiale?
addirittura nella cantina c’è una parete nella quale Liesel scrive le parole che inizia a imparare (in inglese!), senza nessun senso del ridicolo.
lo stesso avveniva in “The reader”, con Kate Winslet.
come se in un film facessero vedere Aristotele che scrive in inglese.
qui è evidenziato il problema, si ride, naturalmente (in uno dei più bei film della storia del cinema).
passo al film: la storia è didascalica, gli eventi sono incredibili, per la precisione e le coincidenze telefonate, i colpi di scena a ripetizione annoiano, rendono tutto troppo finto, non sarà questo uno dei film che resteranno su un tema così importante.
e però una cosa molto bella c’è, le interpretazioni, che valgono il prezzo del biglietto, Emily Watson e Geoffrey Rush sono bravissimi e Sophie Nélisse (Liesel), già apparsa in “Monsieur Lazhar”, è davvero brava - Ismaele





…Il film 'storico' di Brian Percival ha tutte le caratteristiche ma anche i limiti di uno spettacolo familiare, che rinuncia alla (più) complessa costruzione del romanzo per una maggiore presa spettacolare. 'Ricostruttore', piuttosto che autore, il regista inglese pasticcia con la 'mortale' voce fuori campo, che dovrebbe essere il filtro tra gli accadimenti e il lettore e finisce invece per penalizzare la storia, intervenendo approssimativamente sullo svolgimento. Nella versione originale poi, in italiano il doppiaggio assorbe il garbuglio linguistico, intercala l'inglese col tedesco, impiegato come mero richiamo realistico ed elementare décor sonoro. Nondimeno Storia di una ladra di libri resta un film comunicativo, in grado di catturare lo spettatore e donargli un insegnamento veramente sentito. Perché per Brian Percival i libri hanno un valore rilevante, culturale e formativo. Insieme al cinema, possono veicolare contenuti importanti, farsi serbatoio dei capitoli della storia universale della formazione umana, nutrimento dell'immaginario, senza rinunciare ad emozionare.

Si può raccontare l’Olocausto, la perdita di un ultimo brandello di umanità da parte dell’umanità stessa, come se fosse una favoletta? No.
Eppure Storia di una ladra di libri ci prova, anche in modo pittoresco. E ovviamente fallisce. 
Non capiamo quali siano state le motivazioni o i fini di una sceneggiatura candida che cerca di temperare emozioni strappalacrime con la Storia.
Non possiamo accettare una lettura lieve, un approccio frivolo ad una pagina infernale dell’umanità, senza quella indispensabile urgenza della drammaticità degli orrori della guerra, per non spaventare o per rassicurare i bambini. 
Il tema di fondo, che vaga traballante in questo film, sull’importanza della memoria e della conoscenza, la bravura registica e la capacità degli attori collimano con la Storia dell’Olocausto, raccontata con mancanza di tensione e con il clima da cartolina natalizia.

Sterile rappresentazione di tutto quello che di più condivisibile esiste senza la minima audacia di metterlo in questione o l'ardore di lasciarlo emergere in controluce: tutto è anzi sbattuto in faccia.
Storia di una ladra di libri è uno di quei film che sono oltre le categorie di bello e brutto, sono semplicemente ricattatori, pretendono l'adesione del pubblico al di là della loro riuscita, perchè si pongono artificiosamente dalla parte dei migliori.

Storia di una ladra di Libri è un film ben confezionato ma non perfetto, a volte didascalico e un po' troppo lungo, eppure emozionante, tragico, doloroso e bello, che sa dialogare con la fantasia e l’innocenza dei bambini, veri protagonisti del film, che hanno la capacità quasi unica e straordinaria di mantenersi puri e innocenti anche in un mondo avviato sulla strada della rovina e della tragedia collettiva. 
Non importa che ci fosse la gioventù hitleriana, educata al razzismo dalla propaganda del dittatore, elemento questo lasciato appena intuire a cui il piccolo Rudy si ribella; solo i bambini hanno il coraggio di dire che il re è nudo, provare ammirazione per uno sportivo di colore che vince le olimpiadi, e di gridare il loro odio verso Hitler, che porta via loro l’infanzia e i padri al fronte.
La storia di Liesel e delle persone attorno a lei, è accennata e introdotta da un inusuale e un po’ grottesca, ma ineluttabile, neppure troppo misteriosa voce maschile fuori campo, che parla di sé al femminile (svelata nei titoli di coda) che incarna la grande triste protagonista di quegli anni tragici che videro il nazismo dominare l’Europa.

Menos mal que ahí están los actores para salvar los papeles y tanto Geoffrey Rush como, sobre todo, Emily Watson -¡qué bien se le dan a esta mujer estos papeles sufridos y fuertes como los deLas cenizas de Ángela (1999) o War Horse (2011)!–, ofrecen unas interpretaciones maravillosas, cargadas de humanidad, que acompañan muy bien al gran descubrimiento de la cinta que es Sophie Nélisse, posiblemente una de las miradas más fascinantes del cine del futuro. Sin duda, ella es una perfecta Liesel, la valiente heroína que robaba libros en una época en que éstos estaban prohibidos. Estamos pues ante uno de esos títulos en donde, aparentemente, todos los ingredientes están encajados a la perfección para su éxito masivo en las taquillas, dejando un buen sabor de boca entre el público menos exigente, algo así como lo que sucedió con El niño con el pijama de rayas. Incluso esa escena final en donde la cámara recorre el salón de la casa de una octogenaria Liesel, contándonos mediante las fotos que invaden sus muebles cómo ha sido el resto de su vida tras los hechos narrados de su adolescencia, me parece una concesión comercial que copia claramente el modelo de Titanic (1997). Pero da igual, La ladrona de libros es un filme igualmente bonito y apreciable aun con su sobredosis de almíbar. 

…Escribiendo estas líneas hago un inciso para apuntar la cantidad de veces que nos quejamos cuando llega una cinta española sobre la Guerra Civil a nuestras pantallas, pero no decimos nada cuando se vuelve a tocar el conflicto entre judíos y alemanes en la Segunda Guerra Mundial. Es el mismo efecto. Fin del inciso.
En resumen, a tenor de su estupendo trailer, esperábamos una cinta con algo más de sentimiento, algo más, que a pesar de sus defectos, fuera capaz de engancharnos a la butaca, pero no. La ladrona de libros es el primer gran “bluf” de este 2014.
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venerdì 28 marzo 2014

Il diario di un curato di campagna – Robert Bresson

a un giovane prete inesperto viene assegnata una piccola parrocchia, in una campagna quasi feudale, c'è un signorotto, proprietario terriero, e tanta povera gente.
il prete ha poche certezze, è malato, tiene un diario, che è la sua storia.
cerca la carità del ricco, senza troppo riuscirci, riesce invece a riportare nella fede la contessa, che viveva nel dolore, rifiutando la fede.
il curato ha tutti contro, o comunque lo ignorano.
è dedito al vino, in modo strano, vive in un mondo che non ha bisogno di Dio, davvero complicato per lui che cerca la Grazia.
ci si affezione, a questo prete, timido e pauroso.
da cercare e guardare, e anche se è difficile non delude
e come i film importanti non dice tutto subito. - Ismaele







Bresson conduce con polso fermo questo non breve film, che tuttavia non presenta smagliature o momenti di stanchezza, ma quasi ci avvolge nella sua scarna e precisa narrazione. Forse i tormenti interiori del curato erano quelli del regista, e questo apre anche ad una certa ammirazione per l'artista. Infatti, pur tra lancinanti dubbi di fede, il suo personaggio ogni tanto stupisce con parole che sembrano la spada dello Spirito Santo.
In ogni caso è un film ricco e complesso, che vedere una volta non basta.

Un'opera magistrale e assoluta, di un'asciuttezza e di un linguaggio con pochissimi paragoni; la messa in scena è dimessa e folgorante, spartana e coinvolgente, povera e ricchissima; la precisione esteriore va di pari passo alle mille domande di un animo (disperso) tra le cose, gli oggetti e la fisicità di tutti i giorni.

…The priest’s own death is not shown on camera, either. Instead, we learn of it through another piece of text distinct from the diary – a letter sent from the priest’s seminary friend to the priest of Torcy. In it, he reports that the priest, knowing that he was dying, asked for absolution from his friend. His friend, knowing his sinful circumstances, demurred, but the priest, in his last words said, “What does it matter? All is grace.”…

…Bresson fa miracoli nel rappresentare la vita ingrata di un puro di cuore, pesce fuor d'acqua in un mondo dominato da grettezza, ostilità, cattiveria, cinismo, pragmatismo, maldicenza, presunzione, rassegnazione e tutti i mali possibili e immaginabili. Un calviario tutto terreno, sporadicamente illuminato da una Grazia passeggera, concreta, senza luce, segno materiale di un Dio che è invisibile tanto quanto il Male. Un Nazarin bunueliano ante-litteram, ovviamente senza la placida ferocia del maestro iberico, ma con uno struggimento interiore pari solo alla compostezza con cui il francese lo filma. Bresson imbastisce una struttura episodica, affastellando gli incontri del curato in modo da rendere l'idea di un continuo ed opprimente confronto con una realtà incomprensibilmente malvagia; depura la narrazione dalle pastoie del classicismo filmico; sperimenta alcuni espedienti che poi diventeranno tipici del suo stile, come il sonoro fuori campo e la rivelazione ellittica degli effetti prima delle cause; supera gli ultimi retaggi espressionisti e naturalisti del suo maestro Dreyer, pervenendo ad una concisa, pacata, spoglia, rigorosa forma di realismo, così sobria da non concedere alcuna forzatura luministica o di altro genere; rappresenta con assoluta asciutezza, sincera pietas, infinito rispetto l'intimità tormentata di un umile servo di Dio…

…So for the benefit of those for whom Bresson remains a mystery, here are a few tips for successful viewing, especially if you find Diary of a Country Priest slow-going, hard to follow or even sleep-inducing:
1. Listen carefully to the sounds of what's happening off-screen and what they signify to the character the camera focuses on (usually the priest, of course.) Bresson's use of the audio track is quite thoughtful, deliberate and evocative. He's not simply supplying the sounds you expect to hear to accompany the images on screen.
2. Pay attention to the dissolves (where one picture slowly fades into another,) first to appreciate their beauty and then to observe how they structure and compress the flow of time. Seriously, I am in awe of Bresson's craftsmanship in framing these shots and guiding the editing process (from an original running time of around three hours, where he basically filmed the full novel, down to just under two.) Given that this was just his third film (five years after his second, Les Dames du Bois de Boulogne), I have to wonder how did he get so good?
3. Expect to watch it again - even a third or fourth time, if you really want to "get it." Let the characters sink into your consciousness a bit, then revisit them with an informed sense of what they're going through and why they react the way they do…
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giovedì 27 marzo 2014

The ruins - Carter Smith

ragazzi in vacanza in Messico scelgono di allontanarsi dalle rovine turistiche e arrivano a una piramide maya maledetta, si inizia ridendo e scherzando, qualcosa di male glielo auguri anche, a questi ragazzotti che non stanno troppo simpatici, poi è decisamente troppo per chiunque, arriva l’incubo, i ragazzi diventano prede e vittime di qualche sacrificio terribile, senza scampo.
non è un film indimenticabile, ma ci sono cose interessanti (per chi non si impressiona troppo) - Ismaele



…Questo nemico implacabile, esteticamente più bello e meno banale del solito maniaco dal coltello facile, fanno del film un'interessante variazione nel panorama horror; inoltre il regista evita gli eccessi sadici delle contemporanee produzioni d'orrore ma allo stesso tempo inserisce qua e là qualche truce sequenza splatter che ben si integra con gli eventi. Completa la storia un fugace e piacevole nudo di una giovane attrice, dei buoni SFX, un finale sinsitro che lascia adito ad un seguito e, per tutta la durata del film, una sufficiente tensione che evita qualunque abbiocco. Rovine non è un horror in grande stile, la cosa è comprovata anche dall'assenza di un qualsivoglia volto noto, ma nel complesso risulta un prodotto soddisfacente sia per l'appassionato che per lo spettatore occasionale di horror. Il regista Smith, al suo primo lungometraggio, fa, a mio parere, una figura più che discreta.

En bon « survival », le film dresse dans un premier temps le portrait de quatre gentils américains, un rien insouciants, et dont l'une des filles semble ne plus savoir vraiment si elle veut s'engager dans une relation sérieuse (on inverse pour une fois les rôles entre hommes et femmes, ça ne fait pas de mal). Puis, avec l'arrivée du louche allemand, dont le caractère potentiellement ambigüe est vite abandonné au profit d'une autre menace: les natifs du coin... qui ne parlent même pas espagnol (ce serait trop facile)…

…Me atrevo a decir que con ‘Las Ruinas’ podríamos estar ante una obra casi perfecta en su género. Una película de esas que sólo salen cada “x” tiempo. Un film consciente de sus propias limitaciones que nos hará pasar casi en un solo escenario (ojo que sólo los más grandes consiguen algo así) un terrible y original rato viendo a un grupo de jóvenes sufrir el horror de una nueva forma de terror.

In definitiva un film davvero povero, un horrorino turistico di infelice impatto che impegna poco il cervello ripetendo continuamente con monotonia cose ormai risapute pur presentando una minaccia anomala, dove oltretutto rivediamo il solito inutile finalino in coda imposto dalla produzione che spera di girare il sequel. Se volete dei brividi l'ideale è andare al cinema: in questo caso il merito non è della pellicola ma dell'aria condizionata.
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martedì 25 marzo 2014

Cani arrabbiati – Mario Bava

un film sfortunato, uscito solo vent'anni dopo, a causa del fallimento del produttore, ed è anche un film dai tanti titoli, tratto da un racconto di Ellery Queen.
è un film che non ti lascia tranquillo, per tutto il tempo, con una tensione che non lascia respiro, un viaggio in macchina, una fuga che riesce.
dura un'ora e mezza, e ogni minuto è necessario per la costruzione di questo gioiellino, non ti risparmia niente, è un viaggio anche nelle teste e nelle paure dei personaggi.
bravi gli attori, convincenti e terribili, senza speranza, e senza futuro.
e un colpo di scena grandissimo, quando arrivi alla fine.
non sarà perfetto, ma una volta dentro non sfuggi a questo film intenso.
non adatto a chi soffre di claustrofobia, ma per tutti gli altri è da non perdere - Ismaele






Descritto nella stesse note del DVD come "ciò che sarebbe successo se Tarantino avesse rifatto L'ultima casa a sinistra on the road". Mario Bava dimostra, come se non l'avesse gia fatto, il suo talento come regista e Scorsese ammette l'influenza che questa pellicola ha avuto suoi suoi successivi lavori. Tratto da un racconto di Ellery Queen, Cani Arrabbiati è ancor più duro de Le Iene (1992) di Quentin, per rimanere nel parallelismo, ma soprattutto più nichilista dello slasher d'annata Reazione a catena (1971) già crudele nel descrivere la natura umana. Il fatto è che questo film del 1974, "aggiornato al prezzo del denaro", sottolinea la rabbiosa natura dell'uomo in relazione ai soldi; e nessuno viene risparmiato. Ma non è solo questo. Bava gira praticamente tutto il film all'interno di una macchina, ambiente già di per sé claustrofobico, reso maggiormente scomodo dalla presenza di tre soggetti che hanno perso il senso di ciò che è bene e di ciò che è male. Al di fuori di questa macchina che percorre lunghi tratti di autostrada, impregnata com'è di sudore, morte, violenza e confusione, si estende al di fuori un territorio italico desolato e quasi desertico che fa da contraltare al caos dell'automezzo. Per una trama che non è complessa né, in sé, avvincente, Bava rinucia ai suoi noti lezzi stilistici che lo hanno reso famoso (e mi riferisco soprattutto all'uso dei colori); Cani Arrabbiati piuttosto si concede immagini weird come il parallelismo fra la confusione mentale di Bisturi (Aldo Caponi aka Don Backy) e la biglia di un flipper che sbatte a destra e a manca. Tutti gli attori fanno un egregio lavoro: sbalorditivo il ruolo sadico del sopracitatao Don Backy più noto alle folle per le sue canzoni. Montefiori, omone di 2 metri e 6 passato alla storia per la sua interpretazione del folle cannibale in Antropophagus (1980) nel film è un maniaco sessuale soprannominato 32 per la lunghezza del suo pene. Il più compassato e gelidamente razionale è "Il Dottore" interpretato da Maurice Poli (5 bambole per la luna d'agosto, 1970; Gli orrori del castello di Norimberga, 1972), versione del criminale affascinante. Eccellente la Lander che nel ruolo di Maria, un ostaggio a caso, riesce a convincere pienamente recitando la parte della donna sull'orlo di una crisi di nervi. Cucciolla, bella voce della tv di un tempo, è un perfetto ostaggio che si rivelerà il nucleo cinico dell'opera baviana. Pervaso da scene violente, che vanno da stupri a sevizie ad omicidi, adrenalinico nonostante l'ambiente geometricamente limitato, Cani Arrabbiati si fa perdonare quelle piccole cadute di stile proprie dei film dell'epoca, incentrate poi essenzialmente nei soliti messaggi pubblicitari occulti (J&B, FernetBranca e Pejo), e forse anche in una vis recitativa a volte eccessiva o in dialoghi non sempre brillanti. Ma quando i 6 imbarcano l'autostoppista che non la finisce mai di parlare anche lo spettatore rimane col fiato sospeso in preda ad un'incredibile tensione immerso in un'atmosfera irreale come se ci fosse anche lui in quella macchina. La musica di Stelvio Cipriani coglie nel segno e accompagna "paicevolmente" questa pellicola che inizia come un semplice poliziottesco e si conclude con la forza di un macigno sulla testa dello spettatore in atmosfera da "pessimismo cosmico". Ma anche senza il finalone sarebbe stato un bel film. Da vedere e da acquistare, se lo trovate.

Cani arrabbiati è uno dei pochi film non-horror girati dal Maestro, ma è indispensabile sottolineare come la sua cupezza ed il nichilismo che permea tutta la pellicola lo rende in tutto e per tutto un film dell’orrore umano, spesso più spaventoso di vampiri e fantasmi. Il film contiene scene molto più dure di decine e decine di scene splatter/gore, quali l’improvviso omicidio della ragazza bionda presa come ostaggio o quello dell’autostoppista, ma ancora di più la sequenza in cui Trentadue e Bisturi umiliano Maria costringendola ad urinare stando in piedi davanti a loro, tra le sue lacrime e le loro risate. Il beffardo finale dell’opera, poi, è la cosiddetta ciliegina sulla torta nonché il vero culmine ideologico del film, esprimendo al massimo la concezione pessimistica di Bava nella natura umana

… Da un punto di vista un po' più psicanalitico, l'opera di Bava sembra voler porre la questione della morte su un versante particolare, molto astratto, tanto da farla divenire una sorta di ricordo-simbolo inaspettato, traumatico, per abitudine normalmente rimosso, un brusco richiamo alla sua esistenza più enigmatica capace all'improvviso di perforare la crosta del reale seminando terrore e sgomento, tutto ciò legandosi brutalmente a un evento fortuito giornaliero, negativo, come la rapina alla piccola azienda di Roma che coinvolge nel tragico numerose persone.
E' come dire che il fantasma della morte, inteso come minaccia di castrazione della sessualità presente nella vita quotidiana, sublimata in una forma segnata, a causa degli effetti della civiltà, dall'impossibilità del godimento pieno (quella sublimazione cioè che si vive più su un versante di soddisfazione che di piacere, nella vita anche ordinaria), si riattiva, aprendo in una sorta di verticalità profonda l'inconscio più ostico a mostrarsi.
L'effetto spettacolo e drammaturgico che ne deriva è legato alla riattivazione attraverso il visivo di istanze inconsce vicine alla sfera primaria. Si crea in sostanza una struttura psichica nuova, originale, ma provvisoria, in cui la minaccia di morte apre l'inconscio verso la sensibilizzazione del trauma iniziale della nascita costringendo la vittima ad entrare in un mondo onirico di sogni che accompagna il suo rapporto con il carnefice fino alla soluzione finale.
Una struttura onirico-sognante che fa entrare lo spettatore in un suo mondo più interiore costringendolo a regressioni di forte valenza artistica perché legate all'immaginario nostalgico-vivo più che al reale razionalizzato-mortificante la pulsione.
Il film può essere quindi visto come una magica chiave di apertura dell'inconscio dello spettatore che ha l'occasione di sperimentare sensazioni prima sconosciute, che in un primo momento appaiono stranianti perché frutto di un rimosso che apre delle brecce oniriche per poi assumere forme di conoscenza di sé sempre più in relazione con il piacere del sogno diurno, cioè di un sintomo nuovo che dura lo spazio e il tempo del film.
Mario Bava riapre con questo film la questione del godimento sadico nel cinema, un tema caro anche al geniale Tarantino e che tanto spaventa le istituzioni pedagogiche di ogni credo e cappella culturale, una questione che si apre in realtà, con la psicoanalisi, come un sapiente libro, mostrando dell'altro, svelando strutture psichiche complesse in diretta relazione con un vissuto che aspira ad essere rielaborato culturalmente se solo gli si dà l'occasione: ad esempio attraverso progetti mediatici intelligenti che possono scaturire dal cinema stesso quando è preso in un dibattito.
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venerdì 21 marzo 2014

Her (Lei) – Spike Jonze

alla prima di “2001 Odissea nello spazio” molti lasciarono la sala lamentandosi e non capendo cosa avessero visto. Arthur Clarke, sceneggiatore insieme a Kubrick disse: ”se uno capisce 2001 completamente, abbiamo fallito.”(qui).
per il film di Spike Jonze, mutatis mutandis, avviene una cosa simile, sembra un film che si capisce facile, in realtà è molto complesso e ti lavora dentro, in profondità.
Theodore (un grandissimo Joaquin Phoenix) si innamora di una voce (quella di Scarlett Johansson), e  delle cose che dice, è una sistema operativo che lui compra, magari è solo una proiezione dei suoi desideri, ma non ha corpo e anima, è solo una proiezione, come un cortocircuito, Theodore ascolta quello che vuole ascoltare, questo è il trucco dell’OS, ti dice quello che vuoi.
e però Theodore è inadatto al mondo, il mondo, quei grattacieli (di Shanghai) e quella tecnologia non sono neutre, ti imprigionano, e il suo lavoro è alienato e alienante, si immedesima in altri, non per arte, ma per lavoro, in realtà il suo lavoro di scrittore di lettere non è altro che quello di Samantha, soddisfano desideri, ma Theodore ha dimenticato i suoi, è alienato, è straniero a se stesso, è solo.
e tutti sono così, nel mondo.
riporto il messaggio finale a Catherine, forse Theodore ha capito qualcosa:
“[last lines] Theodore: Dear Catherine, I've been sitting here thinking about all the things I wanted to apologize to you for. All the pain we caused each other. Everything I put on you. Everything I needed you to be or needed you to say. I'm sorry for that. I'll always love you 'cause we grew up together and you helped make me who I am. I just wanted you to know there will be a piece of you in me always, and I'm grateful for that. Whatever someone you become, and wherever you are in the world, I'm sending you love. You're my friend to the end. Love, Theodore.[pauses]
Theodore: Send.” (da qui)

“Her” l’ho visto da qualche giorno, versione originale sottotitolata, e mi gira in testa, e più ci penso più mi dico che “Theodore, c’est moi”, bisogna immedesimarsi - Ismaele

ps: mi viene in mente Feuerbach: "è l'uomo a fare Dio a propria immagine e somiglianza".






…Il protagonista scrittore in crisi, un futuro relativamente distopico, lo svegliarsi di una coscienza... tutti elementi che anche senza il genio della sceneggiatore acquistano qui una forma perfetta, grazie a semplici riflessioni e aforismi sparsi qua e là, a idee su finti documentari, finte sculture, con un risultato che surclassa ogni aspettativa, entrando in punta di piedi nel cuore dello spettatore per non abbandonarlo a fine visione. Jonze cura infatti ogni minimo particolare, dal montaggio in cui flashback struggenti compaiono a visualizzare i pensieri di Theodore, alla fotografia fino alla musica significativa in più di una scena (composta da Karen O e dagli Arcade Fire), facendo di Her un gioiellino di quelli rari, che risplende di luce propria e che con la sua delicatezza, la sua malinconia, la sua sensibilità, si fa amare sotto ogni aspetto, lasciando avvolti in un finale perfetto, tutti i sogni romantici ancora da realizzare.
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Si pone tante domande Spike Jonze…sull’amore, la vita, l’amicizia… ed in fondo non da alcuna risposta. Ma non è un difetto, anzi, questi quesiti senza soluzione contribuiscono a rafforzare quell’atmosfera malinconica, surreale e magica che si respira per tutta la durata della pellicola. Se poi ci aggiungiamo la fotografia splendida, con un’attenzione agli aspetti cromatici che raramente si incontra, la regia pulita ma adeguata e capace persino di qualche sussulto degno di nota, la colonna sonora struggente che accompagna i poetici dialoghi, la recitazione eccelsa dei protagonisti… beh, si può dire in sostanza che Spike Jonze ha fatto centro, riuscendo a creare un’opera finalmente matura e capace di far presa su molti e non solo sul “grande pubblico”. Una favola moderna, un film che non si dimentica…


...nel mondo di oggi, sempre più 'virtuale' in fatto di relazioni e sempre meno 'tangibile', è veramente così difficile innamorarsi? O meglio, c'è ancora, in questo mondo sempre più impersonale e frenetico, la voglia di stringere legami sentimentali veri? In qualsiasi forma, badate bene...
Questo è ciò di cui si parla in “Lei”: la superficialità nei rapporti interpersonali, la difficoltà di comunicare, la paura di affrontare il prossimo e la conseguente e progressiva (in)capacità di ascoltare e capire chi abbiamo davanti…

…Her è l'anima romantica dell'Uomo, la sua capacità di perdersi in una storia d'amore, la volontà di viverla, di passare dai primi tempi in cui tutto pare così bello da togliere il fiato, in cui il sesso è talmente arrembante da far dubitare che esista altro, in cui ci si perde in ogni piccola molecola della persona che ci sta accanto, in cui si impara a conoscere il suo modo di parlare, vestirsi, muoversi, mangiare, ridere, e si sente di potersi innamorare ancora di più, tanto da rimanere senza fiato, alle battaglie quotidiane per ritrovarsi, comprendere quello che può capitare che sfugga, superare le piccolezze che rendono difficile sopportare anche qualcosa dal peso specifico pressoché nullo.
Her è la risata di una donna che si sa già di amare senza volerlo ammettere, sono i battibecchi provocatori, gli sguardi che si incrociano, la mimica, i gesti, i punti in cui la lingua sbatte sui denti nel momento in cui si pronuncia proprio quella parola, una canzone che pare scritta apposta per quell'istante, e chissà come avrà fatto l'autore ad immaginare proprio noi, qui, ed ora…

La magia e il paradosso dell'amore di Her è che togliendogli carne e materia gli si dà sostanza.
La magia e il paradosso dell'amore di Her è che raccontandolo con una freddezza estrema, tutta chip e bande larghe, lucine e auricolari, in tutta questa freddezza c'è il fuoco che brucia.
La magia e il paradosso dell'amore di Her è che parlando dei suoi limiti ne scopriamo l'infinito.

Jonze riesce ad orchestrare una sceneggiatura intensa eppure delicata, riesce a farti empatizzare Theodore in poche battute, perchè tutti quanti , più o meno, abbiamo lo spirito del buon samaritano e cerchiamo di parteggiare per i più deboli.
E Theodore lo è, debole, sconfitto dalla vita, talmente solo che si rivolge a un sistema operativo computerizzato per avere quell'amore che gli manca nella routine di tutti i giorni.
L'uomo che ama la macchina e viceversa.
Uno spunto kubrickiano che però Jonze declina alla sua maniera: crea una sorta di commedia sentimentale 2.0, una storia d'amore transgender ma nel senso più lato del genere…

…Her - Lei non è un film per tutti. Per alcuni bellissimo, per altri un po' meno, credo che alla fine si tratti di come ci si interfaccia a questa storia d'amore sui generis. Perché in 126 minuti di film il rischio di annoiarsi è sempre dietro l'angolo ma anche quello di trovare qualcosa per cui valga veramente la pena di arrivare fino alla fine. Io sto nel mezzo, premiando l'idea e la realizzazione ma rimanendo così estraneo e lontano da essermi annoiato, alla lunga.

giovedì 20 marzo 2014

Zack and Miri Make a Porno - Kevin Smith

una commedia molto divertente, dove il porno si fa per sbarcare il lunario, perché il cinema porno ha i suoi estimatori, costa poco, serve solo materia prima, si fa in casa, si può dire, e intanto c'è anche una storia romantica, di Zack e Miri, tanti equivoci e giochi di parole e non solo.
Kevin Smith sa fare il cinema, anche con pochi mezzi, con una sceneggiatura che non fa annoiare, a me no di sicuro.
non è un capolavoro, ma è un film che non delude - Ismaele




a Smith è riuscito un piccolo miracolo: rinnegare parzialmente l’universo ristretto per cui i fan lo seguono dai tempi di Clerks (il cosiddetto View Askewniverse: per capirci, siamo in Pennsylvania e non nel New Jersey), prendere uno degli attori più in voga nella commedia americana odierna e seguire solo apparentemente le orme della commedia di Judd Apatow (full frontal maschile incluso), infarcire il tutto di un linguaggio talmente colorito da far impallidire alcune delle sue opere precedenti, e confezionare ugualmente quella che non solo è una commedia tra le più piacevoli di questi ultimi tempi, ma anche un film del tutto smithiano – mostrando un’elasticità e una personalità che in passato erano forse messe in secondo piano rispetto al senso d’appartenenza e di riconoscibilità, malinconico o sarcastico che fosse…

Ecco un altro desaparecido di lusso a causa della nostra distribuzione.Ma qui c'è da dire che questo film ha avuto diversi problemi anche negli USA per via del divieto,per via di quella parolina finale del titolo che gli ha stroncato qualsiasi forma di pubblicità e per via di una locandina in split screen in cui i due protagonisti mimano qualcosa che poteva urtare le suscettibilità di qualcuno che è stata vietata negli USA ma non in Canada.La cosa piacevole di questo film è che è tornato Kevin Smith…

Kevin Smith, con la sua irriverenza, il suo humour, il suo anti-politically-correct, la sua visione del sesso in tutte le forme in cui si può esplicare, compie un'azione talentuosa: far risaltare l'amore tra due persone timide, che hanno paura di dichiararsi l'un l'altra, messe all'interno di un contesto pornografico. In mezzo alla pornografia, volgare, estrema, fantastica (perché il porno è questo: fantasia) l'amore, tra Zak e Miri, si riconosce: limpido, intenso, autentico, disinibito (per quanto riguarda il sesso al di là di loro due), bello, insomma. Il loro rapporto è speciale e divertente (molto bravi i due attori principali, hanno un feeling molto particolare)…

cinemino laccato che si balocca con gli orpelli del metalinguaggio senza trovare la forza, o anche solo la voglia, di osare qualcosa di più rispetto a quello che si può vedere in qualunque show di Mtv. Evaporata la freschezza delle opere prime (la presenza dell’attore feticcio Jason Mewes non basta a risollevare l’opera), Smith si arrabatta e tira a campare, sperando che la velocità dei dialoghi basti a mascherarne la piattezza e prevedibilità…
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martedì 18 marzo 2014

La vida loca – Christian Poveda

un film senza filtri, senza commenti, un documentario film verità.
la descrizione di un inferno in terra, dove si muore di morte violenta troppo spesso.
Christian Poveda si è affezionato a una banda, la Mara 18, e ha filmato le vite dei pandilleros, e troppo spesso la loro morte.
ci sono anche bambini con la strada segnata, e giovani che stanno insieme, in una guerra senza fine, in un posto che è una jungla.
e vediamo morire quelli e quelle che abbiamo conosciuto qualche minuto prima, come birilli di un destino implacabile.
e anche Christian Poveda, alla fine, li ha raggiunti, nel 2009, pochi mesi dopo.
davvero da non perdere, non per tutti, è un viaggio fra i dannati - Ismaele





…A El Salvador, ogni mattina è davvero una mattina in più se sei membro di una delle due gang (dette maras), la Salvatrucha e la Dieciocho, che da anni “se matano” a suon di reggaeton. Il motivo? Spesso neppure serve. La stessa nascita delle Maras non ha niente a che fare con la storia di El Salvador o con la criminalità locale ma è il frutto di un curioso fenomeno di contro-immigrazione dagli Stati Uniti, perlopiù da Los Angeles, dove gli immigrati Salvadoregni della Salvatrucha e quelli messicani della Dieciocho hanno iniziato a combattersi decenni fa per questioni legate ai racket di quartiere.
Stufi di riempire le proprie prigioni, nei ’90 gli USA diedero il via a una vasta operazione di rimpatrio dei membri delle Maras che nel frattempo si erano mischiati tra loro senza più riguardo per le rispettive nazionalità; così che molti salvadoregni erano entrati nella “messicana” Dieciocho col risultato che, una volta a El Salvador, metà dei rimpatriati ha iniziato a combattere l’altra e viceversa, in una catena di ritorsioni senza fine legate ai cartelli della droga.
A questo punto della storia arriva Christian Poveda, l’autore e regista de La Vida Loca e davanti a lui si presentano due scelte, una facile l’altra meno. Sceglie la seconda e invece di girare con un punto di vista distaccato da cui puntare il dito contro questo o quel problema sociale, questa o quella iniquità della globalizzazione, questa o quella colpa dell’America, preferisce adottare una lente d’ingrandimento e passare diversi anni a contatto con membri di entrambe le gang per registrarne la vita quotidiana senza sovrapporre mai la propria voce o il filtro del proprio sguardo alla situazione che sta filmando…

…Gli intellettuali di oggi (come di ieri) non sono in tv, nessuno li conosce, sono ignoti ai più.
Non sono popolari nemmeno in rete.
L'intellettuale va esattamente nella direzione opposta delle telecamere e delle penne dei cronisti.
L'intellettuale rischia la vita senza trucco, lontano dai riflettori e soprattutto privo di scorta.
L'intellettuale non è un eroe da ammirare su Facebook.
L'intellettuale non si preoccupa dei tagli allo spettacolo perché nulla lo può fermare finché ha fiato in corpo.
L'intellettuale non conosce nessuno di importante, per questo motivo è scomodo per la destra quanto per la sinistra.
L'intellettuale vive per le sue idee e il più delle volte per esse muore, come Pasolini.
E come Christian Poveda.


La Vida Loca però si distingue da altre pellicole sosia proprio per l'empaticità che traspira. Per il lavoro minuzioso di produzione e ricerca che lo ha reso possibile. Le storie dei giovanissimi pandilleros (e delle ragazze, le pandilleras, che occupano un ruolo centrale nelle baby gang) si dipanano a ritmo sincopato. Poco prima di morire a un giornalista di “El Pais” Christian Poveda spiegava: «Un documentario deve essere forte, avere un ritmo cinematografico, fare a pugni per conquistare lo spettatore. Nella mia vita ho filmato tanti cadaveri, ho visto tanti morti. La differenza è che quelli della Mara 18 li conoscevo, con loro avevo condiviso tempo e esperienze. Vederli morire ti cambia la vita ma fermarti e smettere di filmare non puoi, sarebbe un tradimento».


La Vida Loca è un capolavoro di immagini, di emozionanti testimonianze, ma anche di un crudo realismo e di inspiegabile disperazione. Il titolo stesso nasce dall’inspiegabile:”Perché si entrato a far parte di una banda”, risposta:”Por la Vida Loca”. Poveda ha il merito di aver portato all’attenzione di tutti le Maras, dal nome delle terribili formiche “marabundas”, gruppi di ragazzi tatuati giostrati dai cartelli della droga in America Centrale, in Messico, fino agli Usa, a Los Angeles, agnelli sacrificali di una politica da anni senza rispetto, né speranza per le periferie del mondo. Quello che succede lì è quello che potrebbe succedere ovunque. Poveda, che il mondo lo ha girato in lungo ed in largo, dal Belisario alla Cambogia, in America Latina dal 1980 aveva trovato la sua patria di denuncia e di passione, conoscendo le repressioni dei dittatori, le guerre degli ultimi, le carceri, le bande, i narcos. C’è già chi è sulla sua strada, nomi come Alvaro Lopez, Lissette Lemus, autori di Vida y Muerte de las Maras per la TVE…Ecco perché siamo convinti che Poveda stia continuando a lavorare…

La sobriété est la plus grande qualité de l'approche de Christian Poveda. On sent bien que le côté obscur des gangs lui est interdit, puisqu'il ne montre que très sporadiquement des activités illégales. Mais rien qu'à partir des tranches de la vie courante, comme les visites chez le médecin pour accoucher, se faire recoudre après une fusillade ou corriger une vue défaillante, comme les arrestations régulières ou le projet commun de la boulangerie, la précarité misérable de la vie de ces jeunes sans repère, autre que leur appartenance au gang, devient une triste évidence. La caméra ne peut nous montrer que les conséquences de la violence - à l'exception du rite d'initiation final -, les pleurs lors des nombreux enterrements et la promesse de venger l'assassinat de l'ami, qui alimente jusqu'à l'infini la spirale de la violence. Peut-être pire encore est la perte de la dignité humaine, à travers la répétition abrutissante des massacres, les mises en berne en série et le traitement policier sans la moindre compassion. Car les forces de l'ordre et les instances judiciaires sont elles aussi usées par un statu quo sans le plus infime espoir de rémission, voire d'amélioration.
Ce qu'il reste à ces jeunes sans avenir, ce sont soit des tentatives d'insertion bien intentionnées mais mal exécutées, soit la fuite dans la religion, prêchée par des missionnaires évangéliques américains, qui perpétuent ainsi la tradition abjecte de la colonisation par des idées point adaptées au vécu de leurs disciples potentiels. Le plus probable cependant, c'est que l'immense majorité des intervenants dans ce documentaire lucide et affligeant en même temps n'ait pas l'occasion de vieillir, puisqu'une balle de la guerre sans raison entre les gangs, que la police impuissante regarde de l'extérieur, les achevera sans prévenir et sans faire de vagues, comme l'effet sonore très sobre des coups de feu, qui annoncent chaque nouvelle disparition. Hélas, la mort brutale du chroniquer fidèle du quartier montre que la paix restera sans doute encore pour longtemps une utopie pour les pauvres salvadoriens.

La Vida Loca n’est ni un film ni un documentaire à part entière. Il est à la limite de ces deux termes, dans un no man’s land situé entre un grand reportage et un moment volé.
Un reportage sur ceux qu’on appelle les Maras, groupes d’individus vivant au San Salvador et qui ont un seul but, un seul fil conducteur, une seule famille : leur gang. Un moment volé car on s’immisce au cœur de leur vie, entre pleurs, morts, drogue et musique.
La Vida Loca est donc un témoignage à ciel ouvert, sans barrières ni frontières, sans ajouts d’émotions ou d’effets spéciaux. Un simple miroir de ce que vivent tous les jours ces jeunes en mal d’espérance, en mal de vie…
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lunedì 17 marzo 2014

Ida – Pawel Pawlikowski

meglio non vedere questo film, se pensi che il bianco e nero, al cinema, sia meno efficace del colore, se quando leggi che è un film polacco ti ricordi che hai un altro impegno, se pensi che al cinema si va per rilassarsi, se al cinema non puoi rinunciare a chiacchierare, se non riesci a dimenticarti di possedere un telefonino cellulare, se sfuggi come la morte i film dove non si ride, e che non ti fanno ridere, se pensi che il cinema deve venire incontro ai gusti medi del pubblico medio, ecco, questo non è un film per te.
ma se ti va di vedere un film “classico” (così diranno in futuro), di quelli che dentro c’è Dreyer e Bergman, e tanto altro, se non hai paura di un film che non finge, se le parole morte, colpa, coscienza, banalità del male non le rimuovi, “Ida” è per te.
bravissime le due protagoniste, e anche gli altri, grazie a Pawel Pawlikowski e a una sceneggiatura come si deve; purtroppo è in poche sale, occorre andare a cercarlo, e se ti piacerà quanto ti è piaciuto a me dirai che è uno dei film più importanti dell’anno, e non solo - Ismaele




Il vero difetto del film è dunque il suo grande pregio, ovvero la poca accessibilità con i codici di un pubblico medio, mentre gli addetti ai lavori si trovano a confrontarsi con un’imponenza simbolica che raramente viene portata sugli schermi…

Ida è in bianco e nero e in formato 4:3, come tanta roba che si vedeva nei gloriosi anni Sessanta ai Cineforum. E nei primissimi Sessanta è difatti ambientato, in una Polonia plumbea e innevata come si conviene a un film polacco autoriale, e naturalmente c’entra la Shoah. Però. Però liquidarlo solo come un film da festival – cosa che, intendiamoci, è pienamente – sarebbe un attimo riduttivo e pure ingiusto. Questo film è di più. Prende quel genere, quella convenzione, per immettervi nuove inquietudini, nuove crepe, per forzarne la forma (e i contenuti), portare quei caratteri al limite e al punto di rottura. Si racconta di Olocausto, ma del lascito psicologico sui sopravvissuti, e anche sui carnefici, e su coloro che né collaborarono né si attivarono per salvare. La zona grigia. È una ricerca sul passato, è una resa dei conti. Dove Male e Bene si possono confondere, dove il giusto può rovesciarsi di colpo nel suo contrario. Due donne si ritrovano nel 1960, e insieme scaveranno nel loro comune passato. Come le due donne – l’aguzzina di un lager e la sua vittima – che si ritrovano per caso su una nave in un film polacco anni Sessanta sicuro riferimento di questo, La passeggera di Andrzej Munk. Si intravedono, in Ida, l’influenza e l’ombra di altri Shoah-movies centro-europei di quel decennio, magnifici, potenti, squassanti, anche se oggi dimenticati, come il cecoslovacco Il negozio al corso o Romeo, Giulietta e le tenebre

…Película seca, austera, casi ascética (un estado al que ayuda la fotografía en blanco y negro más espectacularmente bella de los últimos años, obra de Lukasz Zal), corre el riesgo, si no se ve en el estado de ánimo adecuado, de ser vista como un ejercicio de estilo, bellísimo pero frío, y no como la experiencia emocional que puede llegar a ser.

Ida supone una propuesta estimulante, bella y compleja dentro de su escaso metraje, donde sus imperfecciones acaban pasando más desapercibidas y se sobrepone aquello que no muestra, lo que sugiere su fotografía, su música y sus personajes, lo que, en definitiva, hace más grande al cine: su poder evocador.

…Il atteste d’une épure esthétique qui tient du sublime tant chaque plan est parfaitement maîtrisé. Il emploie avec une rare acuité les effets de cut et opère un montage brillant tant d’un point de vue visuel que sonore. Toutefois de sa démarche émane une froideur quelque peu stupéfiante qui engendre une troublante mise à distance et qui semble également faire écho à celle d’une société qui a enterré son passé. S’il évite le piège d’une exacerbation pathétique du ressenti de ses protagonistes, il ne parvient à en transcender l’émoi – qui est tout de même au coeur de la représentation – que de manière mécanique. Une distanciation qui suit la logique de l’écriture où un basculement de point de vue d’une à l’autre protagoniste s’opère, comme par pudeur.

Ida n’est absolument pas la caricature de film intellectuel que l’on pouvait imaginer. Pawel Pawlikowski signe une œuvre puissante et assez dure, même si son long-métrage fait passer ses idées avec une douceur rare. Le film mérite d’être vu ne serait-ce que pour sa photographie et ses cadres sublimes, mais il dit aussi des choses passionnantes sur la Pologne des années 1960. Bref, Ida est une réussite que vous auriez tort de bouder…
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domenica 16 marzo 2014

Vanishing Point (Punto Zero) - Richard C. Sarafian

alla sceneggiatura ha lavorato anche Guillermo Cabrera Infante, «un film plastico e metafisico che corre dritto come il suo protagonista», lo definì Alberto Moravia (da qui).
all’inizio non capivo dove andava a parare, piano piano il film si è arricchito di elementi che poi hanno fatto crescere la mia attenzione e partecipazione.
è un film unico, è una fuga da tutto, un film molto radicale, non troppe parole, ma chiarissime.
Kowalski è un eroe, senza volerlo essere, non (si) riconosce in niente, e niente riesce a trattenerlo
un piccolo grande film, un film unico, da non perdere - Ismaele





Le protagoniste et anti-héros par excellence Kowalski franchit certes une limite d'état après l'autre, laissant derrière lui les voitures de police dans d'immenses nuages de poussière, mais la raison pour cette course effrénée n'est jamais révelée. Le but apparent de son trajet est connu, mais quant à la raison pour son empressement déraisonnable, aucune hypothèse ne peut être écartée. L'interprétation qu'en fait le présentateur de radio, tel un choeur antique, n'est qu'une façon de voir les choses. D'ailleurs, ses commentaires nous ont rappelé ceux du clochard dans Bulworth, qui décèle avec autant de lucidité que Super Soul les dangers imminents de l'acte d'acrobatie du personnage principal désespéré pour des raisons diverses.
L'absence de justification pour l'intrigue ne freine cependant pas Richard C. Sarafian à créer un cocktail explosif et beau qui opère un tour d'horizon efficace de la société américaine. Les rencontres de Kowalski sont plutôt rares, mais elles traitent toutes, plus ou moins détendues et politiquement incorrectes, des préoccupations de l'époque. Entre une jolie fille qui se promène nue sur sa moto et deux homosexuels caricaturaux, la conscience afro-américaine se fait tabasser par une bande de ploucs et Kowalski opère son périple sans états d'âme. La frénésie qui monte autour de lui et qui le laisse grandement indifférent revient brutalement à la sobriété lors d'une fin qui n'est pas moins énigmatique que l'ensemble du film.
Comme il se doit pour un film issu d'une époque musicalement foisonnante, la bande originale est de premier choix. De même, la distribution puise sa force d'un éclectisme surprenant. C'est surtout le trop rare Cleavon Little dans le rôle de Super Soul qui approfondit encore l'étrange spiritualité d'un film dont l'appartenance au genre du road-movie n'est peut-être que façade.

Indeed, there's a spiritual, mystical component to Kowalski's journey, mostly provided by the pattering commentary of the radio DJ Super Soul (Cleavon Little), who learns about Kowalski and the cops in pursuit and begins providing bulletins and updates on the radio. It's Super Soul who seems to grasp the importance of Kowalski's escape, who lends a spiritual significance and a political undertone to what is, for the driver himself, an inexplicable act. But Super Soul sees it as an act of resistance, and his gospel-like incantations about "the big blue meanies" and "the super driver of the golden West" give the film much of its potency, stretching it beyond just another car chase into an epic expression of freedom and the power of the individual. He calls Kowalski "the last beautiful free soul on this planet," which may be hard to reconcile with the blank-faced Newman, who hardly ever expresses any emotion during his long drive, but he's talking about an ideal rather than a person…

La corsa inarrestabile verso l’ignoto è l’allegoria cardine, l’aristotelica "metafora continuata", di questo particolarissimo film che sta a metà strada fra Easy Rider (1969) e Zabriskie Point (1970), fra l’esordio/miracolo di Dennis Hopper ed il miglior film americano di Michelangelo Antonioni. Ma Kowalski è, fra i personaggi delle opere citate, il carattere più autenticamente moderno: un solitario vettore alienato da una società alienata, e per questo da essa emancipato. Richard C. Sarafian annulla la dimensione della speranza e dell’utopia, delinea un personaggio a-storico nella sua tragicità, un uomo scollegato da ogni cosa che assume droga unicamente per non dormire, speed per andare più veloce, un uomo impegnato in una corsa nichilista verso il nero/nulla della morte, col sorriso sulle labbra e gli occhi dolci di un bambino. Diceva PPP, ma potrebbero essere parole di Kowalski, «la parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario»…
Vanishing Point è un punto zero cinematografico, un’opera unica, che non ha nulla prima e nulla dopo di sé, un racconto mitico, ancor prima che metafisico, perché narra la conclusione della vita di un eroe (moderno). Il mito dell’eroe che procede verso la propria morte, sfidando chiunque gli si pari davanti per raggiungere scientemente la fine della propria esistenza terrena, è un motivo che ricorre in un gran numero di miti (appunto), fiabe, favole, narrazioni orali, nella letteratura ed, ovviamente, nel cinema. Seguendo le indicazioni di Carl Gustav Jung, «li troviamo (i miti) anche nelle fantasie, nei sogni, nei deliri e nelle allucinazioni di uomini d’oggi» e costituiscono «rappresentazioni archetipiche», cioè forme prive di contenuto, «facultas praeformandi», ovvero «possibilità di rappresentazione data a priori».
Se una delle caratteristiche essenziali del mito (dal greco mỳthos, μũφος, «parola, discorso, racconto, favola, leggenda») è la sua diffusione orale, prima che scritta, possiamo affermare con assoluta certezza che in Vanishing Point ciò che viene messo in scena è proprio la costituzione di un mito. La narrazione delle gesta di Kowalski è infatti affidata al non vedente dj radiofonico Super Soul (cieco proprio come Omero; (o mè oròn) «colui che non vede»), che amplifica attraverso l’etere la folle corsa, ammantandola di un senso "altro", amplificato appunto. Kowalski ha il piede poggiato sull’acceleratore, scardina ogni posto di blocco, ma è il narratore cieco a dare un senso libertario ed anarchico alla sua azione, è lui che ne canta la valenza rivoluzionaria. Attraverso le onde radiofoniche dell’emittente black piantata nel nulla, il mito si crea e si diffonde, raggiungendo le orecchie del popolo che infatti accorre dal moderno oracolo per assistere in tempo reale alla sua stessa narrazione. Dunque una riflessione non tanto sui media, e sul loro potere, ma sul funzionamento stesso della narrazione, del racconto, portato ad un grado zero, premoderno.
Un racconto mitico con un finale tragico, ma non una tragedia, nell’accezione aristotelica del termine, perché non è l’azione a qualificare il carattere di Kowalski, questo si caratterizza invece dalla doppia narrazione dei flashback (extra diegetici) e della cronaca radiofonica dello speaker non vedente. In quest’ottica dunque Vanishing Point rappresenta il racconto mitico di un fenomeno antropologico che testimonia l’espressione simbolica di un rifiuto psichico dei valori fondanti l’America della metà del secolo scorso. K. rappresenta il rifiuto delle regole di vita americane che in quei tempi si manifestò nelle svariate forme di ribellismo culturale: dal nichilismo dell’annientamento attraverso le sostanze stupefacenti, alla proliferazione di stili di vita apertamente contrari all’egemonia culturale di un’America totalitaria e ghettizzante nei confronti di ogni forma di dissenso…
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