venerdì 29 novembre 2013

L’arpa birmana - Kon Ichikawa

un classico dei film di guerra contro la guerra, contro la crudeltà, l'inutilità, l'inumanità, la stupidità della guerra.
Mizushima sceglie una forma di diserzione e di disobbedienza, quella di un Antigone che sceglie di stare vicino ai compagni morti, di dargli una sepoltura, i compagni vivi e prigionieri, confusi e affettuosi, capiscono qualcosa, poi tutto. Alla fine il viaggio in nave per tornare a casa, tutto il contrario del mito di Ulisse, Mizushima, l'eroe, non torna, resta in un esilio non dorato, ma volontario, per portare avanti un compito al quale la sua umanità lo destina.
un film di resistenza, cercatelo e guardatelo tutti, è un film diverso da quelli che vediamo di solito, e questo fa solo bene - Ismaele



Voto 10 a un film che oltre a essere un capolavoro riconosciuto della storia del cinema, "l'Orizzonti di Gloria" giapponese, mi ha incantato per un umanesimo così profondo e convinto che non ho trovato nemmeno nelle pietre miliari antimilitariste della cinematografia occidentale. Sarà il fascino esotico della terra di Birmania, o la musica struggente che accompagna le dolorose vicende del reparto giapponese e le scelte di vita di Mizushima, o forse la semplice originalità della vicenda narrata e il modo in cui è narrata (montaggio innovativo nella gestione della scansione temporale degli eventi) che lascia allo stesso tempo una sensazione di commozione e di pace nel cuore di chi lo guarda, al punto che si finisce per scordarsi della guerra, del Giappone, della Birmania e ci si ritrova a pensare a sé stessi come appartenenti a un' unica fragilissima famiglia: il genere umano.

E con la musica come mezzo d'amore e pace per far comprendere l'errore della guerra, un militare giapponese, Mizushima, in fase di mea culpa, torna sui suoi passi, cambia idea su se stesso, si fa bonzo, e decide di dedicarsi alla vita piuttosto che dedicarsi ad una causa che porta solo alla morte. Capolavoro.

…La lettera dice: “ caro comandante e cari amici, io non posso dirvi quanto senta la vostra mancanza, né posso dirvi quanto mi piacerebbe tornare insieme con voi, lavorare con voi, chiacchierare con voi e suonare e cantare di nuovo. Quanto mi piacerebbe tornare in Giappone, quanto vorrei ripercorrere il mio paese distrutto, rivedere i miei parenti, mi mancano le parole per dirvelo meglio tutto questo; ma non posso tornare a casa. Non tornerò a casa, finché in Birmania resteranno insepolti i corpi dei nostri soldati. Perciò rimango qui, per rifare la strada della guerra. Ricordate quando ci incontrammo sul ponte? Avrei voluto fermarmi e dirvi ciò che volevo fare, ma non potei nemmeno parlare, non ne ebbi la forza, volevo fare ciò che pensavo fino in fondo …” “No! Non posso più tornare a casa” , dice intanto il pappagallo di Mizushima. “ Ho superato – prosegue – i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un modo insano. Ho visto l’erba bruciata, i campi riarsi, perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce m’illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà dove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà? Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Per questo, ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti. Il capitano diceva di tornare in Giappone per collaborare alla ricostruzione del paese distrutto dalla guerra. Ricordo molto bene queste sue parole, ma quando vidi i morti giacere insepolti, preda degli avvoltoi, della dimenticanza e dell’indifferenza decisi di rimanere perché le migliaia e le migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte ad una ad una. Passeranno gli anni, tanti anni prima che io finisca e , allora, se mi sarà concesso tornerò in patria, forse non tornerò più, la terra non basta a ricoprire i morti. Miei cari amici, io so che voi siete in grado di comprendermi e ve ne sono riconoscente. Vi scrivo dal monastero durante la notte e il pappagallo dice: Mizushima ritorna in giappone con noi. Io lo ascolto e vi giuro vorrei tanto tornare. Oggi il desiderio era forte e non resistendo suonai la mia arpa: la canzone dell’addio per voi. Addio amici che tornate in patria, vi confesso che non finirei mai di poter dire addio. Grazie per avermi tanto cercato, amici. Io vi ringrazio con tutto il mio cuore commosso. Io sarò qui in Birmania quando nevicherà e i monti nasconderanno la croce del sud e quando avrò sete di ricordi, quando avrò nostalgia di voi suonerò di nuovo la mia arpa. Per tanto tempo siete stati miei amici, vi ricorderò tutti, questo voglio dirvi.

mercoledì 27 novembre 2013

La gabbia dorata (La jaula de oro) – Diego Quemada-Diez

il film racconta una fuga, fra le tante, verso il Nord ricco e pieno di opportunità, per gli occhi dei poveri ragazzi centroamericani.
pochi arrivano e inizieranno (e quasi tutti continueranno e finiranno) a fare lavori da schiavi.
qui partono in tre, uno ha paura, una è una ragazza che viene rapita da ladroni, un altro muore per strada, uno solo arriverà alla meta.
trafficanti, ladri, poliziotti sembrano tutti della stessa squadra (non posso non pensare a questo articolo, del 1996, di Mario Vargas Llosa, che condivido del tutto).
gli attori sono bravissimi, come anche il regista, che è stato aiuto di grandi registi, e si vede che ha imparato molte cose buone, mancano effetti speciali e sentimentalismi, per fortuna.
un avvertimento: c'è il rischio di affezionarti a quei ragazzini, e di soffrire con loro.
e però, nei nostri cinema comodi e nelle nostre case riscaldate, come faremo a capire qualcosa di cosa si prova davvero?
un film da non perdere, se qualche cinema in più lo facesse vedere - Ismaele





La situazione sociale dell’America Latina necessita di un cinema che sia profondamente impegnato nella realtà del mondo. A me interessa fare film radicati nella società contemporanea. L’autentico realismo ha tutto: fantasia e razionalità, sofferenza e utopia, la felicità e il dolore delle nostre esistenze. Voglio dare voce agli emigranti: esseri umani che sfidano un sistema retto dalle indifferenti autorità nazionali e internazionali, attraversando illegalmente le frontiere, rischiando le loro vite nella speranza di superare la povertà estrema. - Diego Quemada-Díez

…Già dalla scelta di girare in Super 16, risulta chiara la volontà di avvicinarsi a una vibrazione dell'immagine d'impianto documentario oppure, ancor meglio, a una ricostruzione affidabile di una storia che ne racchiude mille altre simili, tutte autentiche. Dentro a una rigorosa organizzazione degli spazi, restituita da una direzione artistica secca e severa, si muovono tre attori adolescenti coi quali lo spettatore instaura subito una forte empatia: anche le evoluzioni dei loro rapporti, dall'iniziale avversità che il risoluto Juan prova verso Chauk fino al totale ribaltamento, stanno a sottolineare l'importanza della condivisione, della solidarietà, il falso mito dell'individualismo. Esordio riuscito e maturo, forse un po' troppo compiuto e definito nella sua misura di vero e falso, è il lavoro di un regista che sa benissimo come muoversi all'interno di un idea di cinema molto precisa. Non per niente, Diego Quemada-Díez ha maturato un'esperienza ventennale accanto a nomi come Ken Loach, Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu Fernando Meirelles.

…There is something very moving about the desperate courage shown by Juan, Sara and Chauk as they battle northwards. Sara has prudently decided to disguise herself as a boy called "Oswaldo" by cutting her hair, wearing a cap and taping up her chest under her shapeless T-shirt. It creates a poignant romantic tension and there is even a tender sort of Jules et Jim frisson between the three of them. But to those hoping for a relaxing or romantic outcome, La Jaula de Oro has nothing to offer but grim reality. It is a very substantial movie, with great compassion and urgency.

…Certo, a conti fatti infatti La gabbia dorata funziona, e funziona prima di tutto come fiction, come pellicola fruibile e apprezzabile da chiunque (non come Post tenebras lux, per intenderci) abbia un cuore, e per questo lascia parecchio a desiderare il fatto che in Italia soffra di una distribuzione così monca, limitata e limitante (ma evidentemente bisogna lasciar spazio a film che trattano lo stesso tema in tutt'altro modo, come Machete kills), e anzi dispiace se si considera l'estrema riflessione lanciata da Quemada-Diez già dal titolo, La gabbia dorata. Qual è questa gabbia? Sono il Messico, il Guatemala - territori sprofondati nella luce che abbaglia i colori caldi di quelle terre, dorandoli. Di certo la gabbia non sono gli States, identificati nella chiosa finale col mattatoio dove il guatemalteco trova lavoro come un ambiente asettico, murtuario, dai colori freddi che congelano le speranze e, senza troppi forse, anche la vita.
da qui

martedì 26 novembre 2013

Drogowka - Wojciech Smarzowski

Wojciech Smarzowski è uno bravo, anche qui convince molto.
il film inizia come un documentario, pensi di aver sbagliato film, in realtà è il tessuto su cui è costruita una seconda parte senza respiro, a ritmo elevatissimo.
quando Król capisce, dopo una vita passata a pensare e fare il proprio squallido tornaconto, che qualcuno più sopra fa un gioco durissimo, di cui lui è la pedina sacrificale, allora cerca la verità, che non si può né cercare né dire.
il prezzo sarà altissimo, ed è quello che dappertutto un sistema mafioso, tutto il mondo è paese, fa pagare a chi alza la testa.
il film è politicamente scorretto, qui non esistono buoni, non esiste chi può dirsi non coinvolto.
un film da non perdere, nessuno si aspetti una fine felice - Ismaele 





Ma a tenere in piedi il comunque solido progetto di fondo è la tendenza ad un mockumentary (così detto tecnicamente) serio ma non serioso, dal montaggio serrato ma fine (con qualche insospettabile jump cut stile Godard), e improntato dal regista-sceneggiatore ad un giusto e cauto débrayage, pratica filmica che volutamente distanzia l’istanza enunciatrice da una qualsivoglia emissione di giudizi di valori…

…L’estetica di questo film è simile al furioso rollio di una nave che affonda: un’oscillazione bagnata nel torbidume dell’abisso, che produce una vertigine priva di ebbrezza, e carica dell’affanno di una concitata agonia. La trama è una matassa che si dipana vorticosamente per poi subito riavvolgersi: il mostro indistruttibile, ferito ma non vinto, si morde la coda e la spirale di morte si chiude.  La Polonia occupa una della prime posizioni nella classifica mondiale dei paesi più corrotti: la superano solo nazioni come la Bielorussia o il Botswana. Un avvilente dato statistico che questo film traduce in una tenebrosa ballata da capogiro, una danza che si agita all’eccesso e perde rovinosamente l’equilibrio; intanto, in sottofondo, il ritmo è battuto dal cupo ticchettio di una fine che si avvicina sempre più.

Protagonist Król (Bartlomiel Topa) is perhaps one of the least corrupt regarding abuse of his police power, but is still the sort of man prone to violent rage and death threats towards a colleague conducting an affair with his wife, despite the fact that he himself is cheating on her with fellow officer Madecka (Julia Kijowska). After one particularly eventful group night out, Król awakens in a parked car by a river. A body is later fished out of that river, not far from where Król was parked, that of the colleague that was sleeping with his wife. Understandably the number one suspect, and without an alibi due to little recollection of much of the prior night’s events, Król must go on the run and attempt to uncover a potential conspiracy that has led to him being set up. It’s a particularly difficult task considering there are very few trustworthy sources he can turn to for help…

…I think that Smarzowski, in his urge to denounce this dark side of his own country, took some scenes to extreme levels, especially those depicting the police officers partying. In the other hand, its sarcastic and sturdy vision on the matter has the goal to open the people’s eyes for a problem with great impact in society. The structure is not always clear in its orientation, and sometimes we need to make an extra-effort to understand all the connections. The hasty and abrupt editing is another factor that may not be for everyone’s taste. Even somewhat faulty in its very own poignant and gloomy way, “Traffic Department” uses a strong determination to make us aware of a brutal reality.
da qui

domenica 24 novembre 2013

Il passato – Asgar Farhadi

anche qui una separazione, anzi, più d'una.
Asgar Farhadi è un regista dei rapporti umani, e raccontare unioni felici sarebbe davvero noioso, per lui e per noi.
così ci caliamo in una storia con una scrittura che ti cattura nella sua ragnatela, aggiungendo sempre più elementi fino all'ultimo minuto.
bravi tutti, e molto, ancora di più Tahar Rahim (già protagonista ne "Il profeta", di Audiard), che all'inizio sembra il meno "affidabile", ma, come negli altri film di Asgar Farhadi, nessuno ha la verità, tutti hanno la loro, nessuno è perfetto, tutti sono imperfetti, nessuno è bianco o nero, tutti hanno qualcosa da nascondere, o meglio, nessuno può dire tutto, di sicuro non subito, è un processo laborioso quello di far uscire il nascosto, almeno di una parte di quello che ci portiamo dentro, e vogliamo credere sia giusto o vero, anche se non lo è.
Ahmad, arrivato a Parigi per una firma, con la sua ingenuità, o il suo ardire, ha il ruolo di iniziare a rendere palese qualche verità, e poi ognuno è costretto, o si costringe, a fare i conti con i pesi che si porta dentro.
un film da non perdere - Ismaele 




Bérénice Bejo, la spigliata starlet di The Artist, qui si fa carico di un personaggio complesso e pieno di ambiguità fino alla sgradevolezza e lo fa con una maturità che non ci si aspettava. In corsa per il premio come migliore attrice. Gli altri sono perfetti (Farhadi è anche un eccellente direttore di attori): Ali Mosaffa è Ahmad, Tahar Rahim è un Samir inafferrabile, sfuggente, forse il personaggio più stratificato del film...

La trama, di per sè complicatissima, va ad arricchire una sceneggiatura minuziosa e particolare. Farhadi si allontana dalla terra natia approdando in Francia, proprio come  Ahmad, e firma un'opera delicata, con una regia impeccabile (che fa dimenticare qualche trascurabile sbalzo ritmico della seconda metà) ed una grandiosa direzione degli attori, in particolare dei bambini. Un thriller emozionale che lascia stupiti per la caratterizzazione poetica ed autoriale, messa ancor di più in risalto da tre splendidi attori, la cui interpretazione è deturpata da un pessimo doppiaggio italiano…

…In questo film apparentemente semplice, dunque, nulla accade senza conseguenze davanti allo sguardo di un regista che sa trovare i tempi perfetti, dilatandone gli effetti, ma restando sempre ad un passo dal limite. Teoria delle scatole cinesi che nascondono misteri pronti ad infiammarsi, ma raggelando il melodramma sempre pronto ad esplodere, eppure contenuto, anzi, costretto dentro la forzata pacatezza di cui Ahmad si fa segno anche filmico...

Sul piano prettamente registico curiosamente l'autore, esattamente come in "Una separazione", riserva le sequenze di maggiore impatto all'incipit e all'epilogo: da un lato l'arrivo in aeroporto di Ahmad e il non dialogo con Marie attraverso un vetro, emblema dell'incomunicabilità tra i due ex coniugi, dall'altra un piano-sequenza finale dal sapore dreyeriano (meglio non rivelare di più). In mezzo, Farhadi si affida al découpage classico, ma evita il rischio soap opera grazie all'eccellente direzione degli attori - magistrale quella dei bambini - e a un impiego delle musiche sottilissimo, quasi impercettibile…
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venerdì 22 novembre 2013

Proverka na dorogakh (Trial on the Road) - Aleksej German

film d'azione e di dubbi morali, per alcuni, nel pieno della lotta sovietica contro i nazisti nelle seconda guerra mondiale.
il film, girato nel 1971, opera seconda di Aleksej German  fu messo sotto chiave fino al 1985, e solo allora è uscito in sala in Unione Sovietica, mai in Italia.
"mai dubitare" è la regola di tutte le dittature (e non solo), e dubitare ha un prezzo, ed è stato pagato tutto (il regista ha girato solo sei film dal 1969 al 2013, anno della morte).
il film è avvincente e interroga, Lazarev (il soldato che diserta dai tedeschi per unirsi ai soldati dell'armata rossa) viene sottoposto a prove sempre più difficili e rischiose.
penso che questo film sarebbe piaciuto a Fenoglio e a Levi, cercatelo e guardatelo, vale davvero molto - Ismaele




Made in 1971, and freely adapted from stories by German’s writer father Yuri, it tells of former Red Army soldier Lazarev (Vladimir Zamanskii) who, after defecting to the Nazis, switches his allegiance back to Mother Russia. He is captured by the partisans and treated with great suspicion before being given the chance to prove his loyalty through a series of operations against the German occupiers.
What makes Trial of the Road particularly stand out is its hybridity, the way it successfully blends elements from both popular and art cinema. While the film is chiefly concerned with exploring the moral complexities of war – the terrible choices forced upon both soldiers and civilians at a time of worldwide conflict – it also indulges in violent spectacle through a series of action set pieces, climaxing in a raid on a Nazi train depot in which the protagonist, having previously attempted suicide, turns into something of a proto-Rambo figure, single-handedly machine-gunning scores of Nazis…

German’s first feature, Proverka na dorogakh(Trial on the Road), was finally shot in 1971; in retrospect it seems almost incredible that it was filmed at all. Soviet, indeed, Russian identity since World War Two had been founded on that bitterly won victory: the march to Berlin did more than any cult of personality to legitimate Stalin’s rule. German’s film undermines the fable of unwavering heroism and loyalty that sustained the self-perception of whole generations of Soviet citizens...

…Inspired by a real case documented by Guerman’s father, Trial on the Road tells the story of a sergeant in the Red Army during World War II who has defected to the Nazis and, as the film begins, switches sides yet again. His loyalties questioned by all except for a benevolent commander, the soldier is forced to prove his patriotism via a series of increasingly perilous missions. The visual flourishes of Trial on the Road’s battle scenes even attracted the notice of some in Hollywood, but Guerman himself remains proudest of such innovative touches as actors who gaze directly into the camera. For daring to question the orthodoxy that World War II was a heroic struggle free of ironies and ambiguities, the film was shelved for fifteen years.
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giovedì 21 novembre 2013

Lemonade Joe - Oldrich Lipský

Oldrich Lipský è un regista di film che hanno del genio, non perfetti, magari poco lineari o un po' confusi, ma non importa.
anche questo film, del 1964, è un'esperienza, per allora doveva essere un bel po' "avanti", c'è surrealismo, satira, giochi di parole, colori che non stanno fermi, immagini che sorprendono, un po' Monty Phyton, un po' Yellow submarine, un po' Bruno Bozzetto, un po' un western rivisitato, e molto altro ancora (per gli appassionati dei generi, chi gliene trova uno è bravo).
da recuperare di sicuro, davvero unico - Ismaele



Lemonade Joe is a triumph of production design; the striking color scheme (each scene is awash is monochromatic yellows, blues, greens, or reds, which frequently change mid-shot) is most apparent, but there’s an incredible level of inventiveness in just about every scene. I love that ground-level shot of Joe walking into town, with the camera shaking upon every step. And that wonderfully edited scene with Joe and Hogofogo in blackface, full of jump cuts. This is a must-see for anyone interested in filmmaking, and you’ll need to see it multiple times to pick up on every detail…

Lemonade Joe is a hilarious musical parody of the Wild West inspired by B grade silent era westerns and infused with that wonderful Czech sense of satirical comedy that holds universal appeal…
…At times the endless silly jokes and routines start to feel repetitive, but on the whole Lemonade Joe is still a fantastically entertaining take on the American West, a unique and enjoyable film full of playful moments, sharp wit, and that amazing and surreal Czech sense of humor.
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martedì 19 novembre 2013

20 novembre 1975, arriva in sala “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, di Milos Forman

Prima dell’inizio delle riprese  Milos Forman proiettò agli attori “Titicut Follies”. girato nel 1967 da Frederick Wiseman, in un manicomio giudiziario, censurato fino al 1992 per un ordinanza restrittiva emessa dalla Corte Suprema del Massachusetts che lo riteneva una violazione della privacy dei detenuti, l’unico film censurato per motivi non di oscenità, né di sicurezza pubblica. È un film abbastanza forte, se qualcuno ne scrive così: “Qui siamo di fronte all’orrore delle istituzioni, dell’uomo sull’uomo, qualcosa di simile a certi documentari sul nazismo che vi sarà capitato di vedere.” (da qui). Doveva avere le idee abbastanza chiare, Milos Forman.

In Svezia rimase in programmazione nei cinema dal 1975 al 1987.

Kirk Douglas, che a teatro nel 1963 impersonava McMurphy (impersonato poi da Jack Nicholson) aveva comprato i diritti per il film prima della pubblicazione del libro e aveva scelto Milos Forman per la regia quando il regista stava ancora a Praga.

Milos Forman scelse di avere un attore famoso e gli altri solo attori sconosciuti, affinché riconoscessero naturalmente il ruolo di leader di Jack Nicholson.
La 20th Century Fox avrebbe distribuito il film solo se alla fine McMurphy fosse sopravissuto, ma il finale non fu riscritto.

Il titolo deriva da un verso di una canzone per bambini, il testo completo si può leggere nel libro di Ken Kesey, che ha scritto una sceneggiatura per il film, ma Milos Forman la rifiutò, perché Ken Kesey voleva che, come nel libro, la storia fosse raccontata da Chief Bromden, l’indiano nel film.
Ken Kesey affermò di essersi sempre rifiutato di guardare il film per tutta la vita.

(Ken Kesey è il tipo che scrisse: “Qual è il compito dello scrittore nell’America contemporanea? Non ne sono sicuro, ma faccio un esempio.
Uno di questi giorni starai camminando per strada e, all’improvviso, vedrai una luce. Guarderai dall’altra parte della strada e, in piedi all’angolo, vedrai Dio. Saprai che è Dio perché avrà una chioma gonfia e ricciuta contornata da un’aureola, come Gesù, avrà occhietti a mandorla come Buddha, e un sacco di spade appese al cinturone, come Maometto.
E ti dirà: – Vieni a me. Attraversa la strada e vieni a me. Oh, vieni a me, manderò le Muse a sussurrarti all’orecchio che sei il più grande scrittore di sempre, meglio di Shakespeare. Vieni a me, avranno tette come angurie e capezzoli come mirtilli. Vieni a me. Non devi fare altro che cantare le mie lodi.
Il tuo compito è rispondere: – Vaffanculo, Dio. Vaffanculo. Vaffanculo. Vaffanculo.
E’ compito tuo, perché nessun altro lo farà. I nostri politici non lo faranno. Nessuno, a parte lo scrittore, lo farà. Nella storia vi sono tempi in cui vanno cantate le lodi del Signore, ma non adesso.
Adesso è tempo di dire: – Vaffanculo. Non m’importa chi era tuo padre. Vaffanculo.
E poi, tornare a scrivere.”)
qui per approfondimenti


lunedì 18 novembre 2013

Venere in pelliccia - Roman Polanski

Si resta senza parole davanti alla bravura dei due protagonisti, Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric.
Tutto inizia come una routine, un’audizione come tante, poi diventa altro. Thomas, il regista, resta preso nella tela tessuta da Vanda, perde il potere che aveva all’inizio, è lei che guida il gioco.
E non è un gioco, ma una cosa serissima, si rappresentano i rapporti di potere (di classe, dice a un certo punto Vanda), e la seduzione è solo una specie di potere. Vanda sa qualcosa di Thomas che noi non sappiamo, forse.
Mi ha ricordato “La morte e la fanciulla”, sempre di Polanski, anche lì c’è l’essenza di un rapporto di potere, che si inverte rispetto a quello che c’era stato prima.
E come tutti i bei film è impossibile raccontarli, il cinema vi aspetta - Ismaele


Il filo che conduce la commedia non si spezza mai grazie ad una sceneggiatura perfettamente calibrata e alla bravura disumana dei due attori,  Emmanuelle Seigner e  Mathieu Amalric, che si lanciano in una matrioska di personaggi quasi impossibile da descrivere a parole, ma che sullo schermo diventa visione limpida, piacevole e senza intoppi. Il meta-teatro si intreccia abilmente con un'estetica masochista che ricorda vagamente Velluto blu di Lynch, il tutto accompagnato da un irresistibile crescendo erotico che, nonostante l'assenza di contatto fisico tra i due, incombe costantemente durante la narrazione; non si mettono a nudo i corpi ma le anime, in tutte le proprie dicotomie e contraddizioni…

…“Venere in pelliccia” è travolgente quanto la sua Vanda, personaggio che seduce e intimidisce sia sulla carta sia su quel grande schermo, dove è interpretato da una Emmanuelle Seigner decisa a prendersi una bella rivincita. L’attrice, da sola, spesso in primo piano e con pochi abiti addosso, forte della sua maturità, ci dimostra di essere Vanda, anzi di più, una donna e una interprete, brava, magnetica, sensuale e intrigante. Al suo fianco un Mathieu Amalric, tramutato nel fragile Thomas, dalle sembianze e dalla fisicità molto simili a un Roman Polanski ringiovanito, ma con una capacità di convincerci che ci fa subito dimenticare i parallelismi con l’uomo che magistralmente sta dietro la macchina da presa…

A l’écran, Vanda incarne Wanda, Thomas incarne Severin, mais les rôles finissent par s’inverser, quand ce ne sont pas Vanda et Thomas qui prennent le dessus sur leur personnage. Mais c’est également, de façon troublante, Mathieu Amalric dans la peau de Roman Polanski etEmmanuelle Seigner dans celle de Mathilde Seigner. Ou pas du tout, Polanski cherchant avant tout à perdre le spectateur et faire ployer ses repères dans un exercice post-moderne et fortement ironique. Le réalisateur ne s’était pas montré aussi malicieux depuis bien longtemps, brouillant les pistes jusqu’à faire revêtir au personnage de Thomas, dont il se prétend pourtant être tout l’opposé, des vêtements qui semble provenir du tournage du Bal des vampires et donc de son propre personnage d’alors. L’exercice est donc terriblement ludique, jamais ennuyeux grâce à sa maîtrise totale de la narration, et quelque part vertigineux tant les pistes n’en finissent plus de s’entrecroiser. Derrière sa simplicité apparente, La Vénus à la fourrure regorge ainsi de trésors qui multiplient les grilles de lecture…

Variety: “Come in Carnage e La morte e la fanciulla, in questo film Roman Polanski porta il teatro di New York al cinema con grande fedeltà, e con il minimo sforzo. Emmanuelle Seigner conquista lo schermo con una performance comica succulenta, che rende giustizia al suo ruolo impegnativo”.
Le Monde: “Questo è grande cinema. Un po ‘comeSleuth: Gli insospettabili, un thriller straordinario che contrappone due personaggi in un luogo chiuso. È una sorta di duello cinematografico tra i due attori al massimo della forma: Mathieu Amalric e Emmanuelle Seigner”.
The Guardian: ha dato al film tre stelle su cinque, con un giudizio meno entusiasta. “Venere in pelliccia è un film giocoso, arguto e a volte morboso sul sesso, l’illusione e la realtà. Nonostante la bravura di Polanski, c’è però qualcosa di un po’ troppo datato e signorile nel suo modo di raccontare questa storia”.
Telegraph: ha dato lo stesso voto al lungometraggio di Polanski. “Questa è una commedia divertente per tutta la sua durata, ma non va mai al di là di questo. Le cose diventano perverse a un certo punto, ma manca spontaneità. E sembra sempre che il regista stia per saltare fuori da un momento all’altro per dire: ‘taglia’!”.


domenica 17 novembre 2013

Life in a day - Kevin Macdonald

il 24 luglio 2010 sono state filmate 4500 ore di video (da 80000 persone) e Kevin Macdonald ha montato questo film da 95 minuti, prodotto da Ridley e Tony Scott e da Youtube.
un esperimento riuscito, un gran lavoro di montaggio per dare un senso, se si può, ma mi è sembrato quasi un esercizio di stile per i montatori.
lo stesso lavoro lo fa Salvatores in Italia, con i filmati girati il 26 ottobre 2013.
come resistere alla curiosità di vedere questo film? - Ismaele


QUI il film con i sottotitoli in italiano


Ai tempi del cinema muto avevamo già avuto degli esempi di sinfonia visiva orchestrara in una sola giornata: il poema antinaturalistico "Pioggia" di Joris Ivens, le astrazioni di "Berlino - Sinfonia di una grande città" di Walter Ruttmann, la docu-fiction di "Uomini di domenica" di Robert Siodmak e Edgar G.Ulmer (con collaborazioni alla sceneggiatura di Billy Wilder e Fred Zinnemann: tutti prima del trasferimento statunitense), in realtà ambientato durante un weekend.
"Life in a Day" può dunque essere visto come una grande sinfonia che si riallaccia si a quei lavori del muto, ma aggiornata alla moderna era iper-tecnologica-digitale, dove YouTube fa e disfa la preziosità di ogni singolo fotogramma. Tutto è raggiungibile e tutto finisce per confondersi in un unico grande calderone. La sfida è dunque quella di limare il superfluo ma, al contempo, sottolineare che il materiale utilizzato è al tempo stesso semplice e prezioso come un diamante. Il succo è questo: tutto è banale, tutto è indispensabile per vivere anche una singola giornata…

Life in a Day nasce dal popolo del web e viene filtrato, rielaborato, integrato, abbellito, montato e reso cinematografico da artisti di talento, in primis il registaKevin Macdonald (State of Play, L'ultimo re di Scozia) e il montatore Joe Walker (Hunger): il risultato, in un certo senso, è splendidamente fasullo... Il film è, al tempo stesso, una grandiosa campagna pubblicitaria per il colosso YouTube (la posta in palio è elevatissima, come ci insegna The Social Network di David Fincher) e un documentario che cerca di fotografare con apprezzabile sincerità il brulicare dell'umanità sul pianeta: un doppio volto inevitabile, soprattutto dal punto di vista artistico. Degli ottantamila video rimane ben poco e quel poco finisce per rappresentare un giorno ideale, quindi inesistente, fittizio. Eppure il lavoro di Macdonald, cinesta che alterna documentario e fiction con ottimi risultati, riesce a catturare il pulsare dell'umanità, il ritmo della vita moderna, cercando di rappresentare un ampio ventaglio di stili di vita…

La lista degli autori citati come co-registi nei titoli di coda si trova qui


ricordo di Joris Ivens

Joris Ivens ha attraversato il secolo e il mondo con i suoi documentari, iniziando dall’Olanda, passando per la Spagna, gli Stati Uniti, il Cile, l’Italia, l’Europa dell’Est, il Vietnam, la Cina, tra gli altri.
Non c’è bisogno di tante parole, dei registi contano le opere, è lì che vivono ancora.
Se esistono i registi “impegnati” lui era uno di quelli, nelle opere e nei fatti (è morto nel 1989 a Parigi, pochi giorni prima era in piazza per protestare contro il massacro di piazza Tienanmen).
La sua filmografia è lunghissima, si ricordano qui solo alcuni film, di cui si segnala il link per guardarli, quando possibile (e sarete sorpresi dalla bellezza).
“Borinage”, del 1933, sulla vita e le lotte dei minatori e delle loro famiglie: QUI

“Terra di Spagna”, del 1937, sulla guerra civile, voce narrante di Dos Passos e Hemingway (in italiano: QUI, e in lingua originale, con sottotitoli in spagnolo: QUI)

“La Seine a recontré Paris”, del 1957, con Serge Reggiani che legge Prevert (QUI)
“L’Italia non è un paese povero”, del 1960, commissionato da Enrico Mattei
“…A Valparaiso”, del 1965, un film bellissimo e commovente, hanno collaborato Chris Marker e Patricio Guzman, da non perdere assolutamente, è Cinema:QUI
 “Loin du Vietnam”, del 1967, un film collettivo, a favore dei vietnamiti (oltre a Joris Ivens, ci sono episodi di Claude Lelouch, Agnès Varda, Jean Luc Godard, Chris Marker, Alain Resnais, William Klein) e contro gli invasoriQUI
“Io e il vento”, del 1988, l’ultimo suo film, nel quale appare anche come attore: QUI

Qui una piccola biografia: QUI


venerdì 15 novembre 2013

Paradiso perduto - Alfonso Cuarón

tratto da Dickens, è un film che Cuarón ha girato con molte difficoltà, pare di sceneggiatura.
due grandi attori, Ethan Hawke e Gwyneth Paltrow, e l'attore di John Sayles, Chris Cooper (che interpreta lo zio, bravissimo) e Anne Bancroft e Robert De Niro, sotto la direzione di un grande regista fanno un bel film, anche se i rimpianti per come poteva essere sono tanti.
una parte importante hanno i quadri di Francesco Clemente.
Alfonso Cuarón prima di essere famoso, è già un bel vedere - Ismaele 





…Cuarón got an offer from Twentieth Century Fox to direct the modern adaptation of the Charles Dickens' classic Paradiso perduto (1998). He didn't want to direct it but the studio insisted, and in the end he accepted it. The experience was very painful and difficult for him mainly because there was never a definitive screenplay.

Sebbene col procedere del film emergano in superficie qui e lì strozzature  a disfare la credibilità e forzature narrative (e un finale non totalmente convincente), Cuaron crea un’opera a tratti toccante, ma soprattutto visiva: l’eccelsa fotografia contribuisce alla creazione di luoghi incantati, fuori dal tempo (il “Paradiso Perduto” della zia di Estrella), che sembrano uscire dalle pagine di un melodramma di carta. Nel film aleggia un pittoresco gusto barocco, intenso ma al tempo stesso distante e cristallizzato.

"Great Expectations" doesn't finish at the same high level that it begins (if it did, it would be one of the year's best films), but it's visually enchanted; the cinematographer Emmanuel Lubezki uses lighting and backlighting like a painter. And the characters have more depth and feeling than we might expect in what is, underneath everything, a fantasy. There's great joy in a scene where Finn sweeps Estella out of a restaurant and asks her to dance. And sadness later as she observes that Ms. Dinsmore's obsessions have become her own.

Da ricordare la ricostruzione della villa "Paradiso perduto", la scena di lui che ritrae lei nuda (e che mi ha ricordato in modo sorprendente una scena molto simile, anche se di registro ben diverso, in "Qualcosa e' cambiato"), quella di lui che insegue lei in taxi a piedi scalzi, e lei che gli confessa, con le lacrime agli occhi, che si comporta in un certo modo perché solo quello conosce, solo quello la rende sicura; da dimenticare alcune scene davvero smielate, tipo quella di lui che bacia appassionatamente lei sotto la pioggia, che puzza di già visto lontano chilometri, e l'uso eccessivo della voce fuori campo, a tratti davvero insopportabile. In conclusione, nulla di troppo impegnativo, una favoletta come già detto, con la sua bella morale dickensiana dove i cattivi non lo sono mai fino in fondo e dove i buoni spesso sono costretti dalla vita a comportarsi da bastardi. Non imperdibile, ma carino.

while Alfonso Cuaron's Great Expectations falls considerably short of being a definitive interpretation of the novel, it still offers an entertaining two hours…

The screenplay is probably the reason why Alfonso Cuaron has expressed some frustration towards the project. Instead of relying on its weak script, he had to rely on the film for its cinematic quality and lush, elegant cinematography of his longtime collaborator Emmanuel Lubezki.
Cuaron still does bring out some fine directing moments in the film's first thirty minutes involving the kids while having some fine dramatic scenes with Hawke, Paltrow, and the rest of the cast. Despite the script, Cuaron brings in a fine directing approach to the film as Lubezki shines with his approach to sunlight and the Floridian waters reflecting sun as well as his use of green colors and the sunny look of New York City as Lubezki is one of the best cinematographers in the past 10 years. Helping Cuaron and Lubezki on the film's gorgeous, dreamy visuals are production designer Tony Burrough and art director John Kasarda for its exotic, greenish look of Florida and the street, art world of New York City. Another brilliant element in its relation to art is the drawings and paintings by Francesco Clemente that are well drawn in a lovely style with its simple format of shapes and colors…
da qui

martedì 12 novembre 2013

Something Good - Luca Barbareschi

un film dalle buone intenzioni e con ambizioni (tratto dal libro di Carlotto e Abate "Mi fido di te"), una storia d'amore e di frodi alimentari, girata a Hong Kong. 
Barbareschi fa l'attore e il regista, una specie di Al Pacino (o Daniel Auteil) e Johnny To casalingo, inferiore in entrambi i casi agli originali.
interessante la tematica economico-alimentare, magari si poteva andare più in profondità, ma la storia d'amore ruba spazio e poi non vissero felici e contenti.
non un film memorabile, in certi momenti sembra un compitino diligente, ma si può vedere - Ismaele




Barbareschi non si inchina a nessuno, ma attinge a piene mani all'estetica del cinema asiatico (vedi l'uso delle superfici riflettenti che deve molto ad autori come Edward Yang, e i riferimenti agli yakuza movie, pur senza l'energia cinetica dei maestri del genere), ma anche al polar francese (soprattutto nella caratterizzazione di Matteo, che rimanda a Daniel Auteil) e al film di denuncia hollywoodiano. Barbareschi mantiene però un saldo controllo autoriale che gli fa scegliere, ad esempio, un giovane sceneggiatore come Francesco Arlanch, televisivo solo nel background professionale, per costruire dialoghi credibili privi di inutili sottolineature e ridondanze e ricchi di pennellate ironiche, che salvano il film dal prendersi troppo sul serio e tolgono all'impianto melodrammatico il rischio di sconfinare nell'autoparodia…

Evidentemente a livello registico si nota un certo indugio su certi estetismi di maniera, la pioggia, la fotografia saturata, le luci notturne e le vetrate riflettenti e soprattutto un eccessivo uso del ralenty: il film un po' troppo lungo, quasi perfetto per una miniserie in due puntate in effetti. Ma soprattutto grazie alla sceneggiatura ben scritta, nonostante qualche patinatura e qualche cliché, le situazioni e i personaggi rimangono piuttosto credibili, senza mai sconfinare troppo nel retorico o nel grottesco…

Fermo restando il valore imprenditoriale, e dunque internazionale del progetto che pochi film italiani possono vantare, a Something Good manca un mordente. Non è il thriller, il cui intreccio si innesca ma non si consolida lasciando il campo alla love story. Non è la storia d’amore, per la quale il Barbareschi attore non permette una facile immedesimazione nel personaggio. Non è la denuncia, non essendo questa l’intenzione originale nonostante il desiderio di sapere qualcosa di più sui traffici alimentari. Ma il coraggio di ambire, anche con presunzione, è da elogiare.

Something Good pare buona televisione, ovvero il riassunto di un serial che l’Italia qui e ora non si può permettere. Ma in attesa di una tv “normale” questo assaggio delegato al cinema non guasta.
da qui

lunedì 11 novembre 2013

Prisoners - Denis Villeneuve

c’è chi pensa che Villeneuve sia un stato un grande pilota di Formula 1, amato da Enzo Ferrari, e si ferma lì, sappia che da qualche anno c’è un altro grande Villeneuve canadese che si è fatto notare.
Denis Villeneuve è uno dei più grandi registi in circolazione, e dopo “Polytechnique”, mai uscito in Italia, purtroppo (cercatelo comunque), e “La donna che canta” (un capolavoro assoluto, il dvd ti aspetta), ogni suo film è molto atteso.
“Prisoners” è girato negli Usa, anziché in Canada, un po’ mi ha ricordato “Zodiac” (e non solo per la presenza di Jake Gyllenhaal, bravissimo), è una corsa contro il tempo, con una sceneggiatura che non ti fa rilassare.
da non perdere mi sembra il minimo, non leggete niente prima, vi toglierebbe la sorpresa, andate al cinema, nessuno, tranne i deboli di cuore, se ne pentirà. - Ismaele




Seppur obbiettivamente troppo estesa, con evidenti ricadute sul ritmo generale e sulla tenuta d’insieme, la pellicola si dipana egregiamente, scorre forte e sicura nel solco di una violenza e una tensione sempre crescenti, portando lo spettatore a un vero e proprio processo di pathòs identificativo che si fa plurimo, rivolgendosi al contempo al padre Keller, al poliziotto Loki e persino al (presunto) maniaco/vittima Alex. Un processo ai limiti della schizofrenia filmica, che rende Prisoners un film potente e, almeno nella struttura narrativa, perfetto.
da qui

Traversé d’images terribles et de morceaux de bravoure sidérants, "Prisoners" se révèle donc être un authentique film d’épouvante réaliste et amoral. Au terme d’une projection qui laissera les plus sensibles sur les rotules, il n’est pas interdit de voir là la révélation (si besoin en était) d’un cinéaste de premier plan, et dont on attend le prochain cauchemar ("Enemy", une histoire de double, encore avec Jake Gyllenhaal) avec une impatience non feinte. Le privilège des plus grands.

En lo referido al ritmo, cada vez que el relato corre el riesgo de caer en la trampa de lo ya visto, incorpora un nuevo giro, un nuevo elemento que reaviva el interés de la trama, por ejemplo el acechador, la tortura, el descubrimiento de las serpientes… y sobre cada uno de esos giros, siempre la misma duda acuciante: ¿qué pensar de la tortura? ¿Qué haríamos nosotros?
Las secuencias entre Jackman y Gyllenhaal son auténticos duelos de personalidad con una notable química entre los actores, aunque tengo que aclarar que en mi opinión, todos esos duelos los gana Gyllenhaal. Baste la del encuentro en el interior del coche como ejemplo.
El tema de la película es en definitiva la destrucción del bien a manos del mal, la creación de monstruos a manos de otros monstruos. La venganza. Y un mal que puede ser tanto activo como pasivo, tan pasivo como el de los personajes que afirman en un diálogo de la película: “no vamos a pararle pero tampoco vamos a ayudarle. Nos desentendemos”, que en mi opinión es con diferencia el momento más inquietante de la película, al menos desde el punto de vista moral.
Un notable ejercicio de cine de intriga que sabe manipularnos con astucia para convertirse en una prueba moral para el espectador.
Y con un final que sabe pararse a tiempo para no caer en la trampa del tópico.

giovedì 7 novembre 2013

Before Midnight - Richard Linklater

è il terzo film di una trilogia di cui ho visto, nel 1995, solo “Prima dell’alba”, che mi era piaciuto non molto, ma moltissimo.
invece "Before Midnight" un film spesso insopportabile, di una zuccherosità quasi diabetica.
il meglio sono i primi  minuti, il dialogo fra il padre (Ethan Hawke) e il figlio in partenza.
poi non capisci dove va a parare, e quando lo intuisci aspetti la fine, una liberazione.
è piaciuto quasi a tutti, pare, ma non ne vale la pena, secondo me - Ismaele



…Faut-il adhérer à cette perpétuelle effervescence de mots pour ne pas être assommé par ce qui apparaît être une mise en question incessante de l’être et de la relation (couple, parents/enfants, aïeuls ou intergénérationnalité) elle-même mise en abime dans le travail d’écrivain évoqué de Jesse. Au coeur de ce marasme (voire de cette asphyxie) les protagonistes ne cessent d’asseoir une norme genrée et caricaturale : les hommes prennent l’apéro tandis que les femmes cuisinent et Céline elle-même concède avoir perdu ses idéaux féministes. Et la Grèce ne sert que de (jolie) carte postale – un élément aussi sympathique que déplorable.
Vivement la ménopause et, plus tard encore, le cancer de la prostate ?

…Veicolate dalle autentiche interpretazioni di Hawke e Delpy (anche co-sceneggiatori, insieme al regista), le riuscite conversazioni fluiscono in lunghi piani-sequenza rincorrendo nuovamente la ricerca del non detto, ma anche (pur negandola) l’utopia di un amore infinito. Con intima grazia e sottile intelligenza, si attua così un processo di immedesimazione da cui scaturisce sincera emozione; perché quell’amore contrastato dalle banalità e dal logorio della vita reale, potrebbe essere quello di chiunque.

Funziona così: se avete apprezzato i precedenti film della saga romance-logorroica di Richard Linklater, allora apprezzerete anche questo Before midnight. In caso contrario, fareste meglio a cavarvi gli occhi piuttosto che vederlo. Il sottoscritto appartiene alla seconda categoria, ed infatti più che mai la sensazione di essere masochista lo costringe a visitare lo psicoterapeuta di turno al più presto…
…Film esasperato ed esasperante, Before midnight può vantare una coppia di attori che regge il gioco del sovrabbondante ciarliero: i dialoghi sono brillanti, ma a sto punto tanto vale leggerli su carta o registrarli su audiocassetta, in quanto a Linklater frega un cazzo delle immagini.

…Richard Linklater, che ha scritto il film insieme ai due interpreti principali Julie Delpy e Ethan Hawke, porta a compimento il suo ragionamento sulla coppia e sulla vita. E, sporadici prodotti "alimentari" a parte, è il senso più profondo di tutta la sua filmografia. È la scelta di annullare ogni calcolo, ogni tecnicismo e lasciare la macchina da presa a fare un lavoro servile: quello di porgere allo spettatore la recitazione dell'attore in tutta la sua interezza. Non c'è montaggio, non c'è stacco di narrazione che tenga: i personaggi vengono estrapolati dall'immaginazione a un'ora qualsiasi di una giornata qualsiasi e seguiti nel corso di un periodo temporale limitato…

…anche in Before Midnight si ritrova quello straordinario naturalismo nei dialoghi, capace di rendere plausibile l'implausibile, di trasformare le coincidenze su cui si reggono gli incastri dei film, nelle coincidenze misteriose che orchestrano le vite reali.
Julie Delpy, per la seconda volta, sovrasta in bravura, tempismo, pregnanza e capacità d'improvvisare, adattarsi e comunicare il suo partner, ma metterli in gara è una pratica davvero sterile. Per entrambi questa trilogia (che non è detto debba fermarsi qui) è l'opera di una vita e forse uno dei tentativi più ambiziosi di sempre di raccontare un'intera generazione e un'epoca minuscola della storia, riprendendone due arbitrari rappresentanti di dieci anni in dieci anni.
Che questo sia fatto attraverso film, diretti con una grazia tale (l'apertura con le due gemelle di sfondo che dormono è una trovata pazzesca), un senso dell'umorismo così inventivo e maturo (qui superiore che in passato) e uno storytelling così originale è un regalo che non era nemmeno dovuto.
da qui