mercoledì 30 ottobre 2013

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche

E’ un film d’amore, e non solo, e anche un gran bel film. La storia è divisa in due parti (1&2), la prima quella dell’innamoramento e amore, la seconda quella della delusione e della realtà. Adele è una ragazza curiosa della letteratura e della vita, Emma una ragazza più grande, artista e oggetto della devozione di Adele. Quando tutto finisce fra loro Adele non riesce a dimenticare, ancora il mondo non l’ha corrotta, Emma ha progetti ambiziosi e archivia Adele.
Come nei film precedenti Abdellatif Kechiche è straordinario nel raccontare i giovani (francesi), nell'età fra i 14 e i 18 anni, come pochi riescono, senza usare trucchetti. I suoi giovano sono veri, e vivi.
La scena finale è come quella di “Tempi moderni”, Adele cammina inquadrata di spalle, solo che Adele è sola e non c’è tanta speranza come c’era per Charlie Chaplin e Paulette Goddard.
Il film ha avuto molte critiche a volta scandalizzate per il sesso che le due ragazze non risparmiano davanti alla telecamera del regista, in realtà non c’è assolutamente niente che dia fastidio, non c’è niente di sporco o morboso, le tre ore della durata del film non pesano, non ci si annoia un minuto, tutto il tempo è necessario per raccontare anche i dettagli.

Ps: c’è qualcosa che scandalizza, che una ragazza a 20-22 anni possa diventare maestra, Adele è una maestra giovanissima, lo scandalo è che da noi una giovane o lavora in un call center, semischiava, o non lavora, lo scandalo è tutto nostro, bisogna ringraziare il film anche per questo, un giovane che lo vede può capire anche che un lavoro da semischiavi non è l’unico possibile - Ismaele


qui racconta qualche retroscena del film il regista Abdellatif Kechiche

…Abdellatif Kechiche porta sullo schermo tre ore che diventano Attimo, quell'attimo fugace e intenso che poche volte è possibile cogliere sullo schermo, Léa Seydoux ed Adéle Exarchopoulos si buttano a capofitto nel travolgente flusso narrativo, senza interpretare ma semplicemente "vivendosi". Ed il resto è tutto sensazione, atmosfera, essenza…

La vita di Adele è un’opera d’arte totale. Kechiche guarda alla letteratura, alla pittura, alla scultura, al cinema degli anni Venti. La scoperta dell’amore e del sesso per Adele avvengono come per quella Marianne la cui vie viene raccontata in un celebre romanzo di Marivaux. La fisicità delle due protagoniste è limpida e delicata come quella di marmoree statue da museo neoclassico, romantica e avvinghiata come quella posseduta dagli amanti di Klimt, mai scomposta o diabolica come nelle folli rappresentazioni di Egon Schiele. Ma c’è ampio spazio anche per citare e mostrare Lulu – Il vaso di pandora (1929) di Pabst, che, non a caso, raccontava anch’esso di una passione a dir poco tormentata.
Insomma, La vita di Adele è un grandissimo film, di quelli che si fanno ancor più belli nella nostra mente nei giorni successivi alla visione, che sa farsi ricordare per la completezza e la compiutezza resa on screen al sentimento amoroso. Raramente il cinema si è avvicinato così tanto alla realtà.

…Inspiegabilmente, La vie d'Adèle è un film soffocante.
Nonostante la macchina da presa a mano, non fa filtrare neanche un po' d'aria. E questo va bene nel finale di delusione, ma cosa c'entra con la prima parte, la scoperta dell'amore? Sono squilibri che neanche la giovane attrice protagonista, per quanto eccellente, può coprire. La prima parte del film è uguale alla seconda – le risate si trasformano in pianti, le carezze in schiaffi, ma La vie d'Adèle non cambia.
Questi i difetti. Non mi concentrerò sulla banalità dei dialoghi, che ho trovato davvero mal scritti. Con una certa cattiveria, si potrebbe dire che sono già sentiti, a rischio ovvietà, come il film stesso. Ma La vie d'Adèle, progetto di un capolavoro, mi ha fatto pensare proprio a questo: che sia la vita ad essere banale?

…Non ci si aspetti dunque spettacolarità, pruriginosi sguardi erotici (poiché nella lunghissima scena di sesso esplicito viviamo la pulsione sessuale e la vitalità della giovinezza, né visioni disperate né visioni idilliache e stilizzate), noiosi dialoghi risaputi, ma Vita, speranze, pianti e carezze, che procedono in una lunghezza assente che si fa 'passare del tempo', 'passare degli anni', sempre come se 'il passato fosse morto da pochissimo tempo'. E' così che Kechiche entra nella Vita come pochi avevano fatto, secondo un progetto ambizioso che chiunque regista dovrebbe porsi, e che qui si realizza, senza farci sentire onnipotenti perché conosciamo qualsiasi sfaccettature della protagonista, ma facendoci sentire parte dell'umanità, paradossalmente meno soli, facendoci tirare un sospiro di sollievo per la possibile solidarietà che noi vediamo costruirsi da parte nostra nei confronti di una protagonista dispersa…

 Non si tratta dunque di un film sul lesbismo e le sue difficoltà, ma di un film sulla condizione umana nel secondo decennio del 2000, nella società europea e nel suo ceto medio dominante, di un film che conferma la bravura di un autore e ne mostra nel modo più pieno le aspirazioni e le ossessioni e ne dimostra i grandissimi pregi, ma anche la fatica o il rifiuto di sollevare il suo sguardo oltre ciò che appare. Ci sono dei modi possibili di andare oltre, di mirare più in alto, di volare più alto? Ci sono, si tratta solo di cercarli.
La fotografia pur densa e amara del mondo così com’esso oggi è, non può più bastare, e si tratta insomma di cercare i modi di guardare dietro, oltre, sopra. Il cinema e le altre arti non riescono più a farlo, sono rarissimi gli autori che vi si cimentano e che hanno la forza di dirci qualcosa di nuovo, che ci dia qualche appiglio per uscire dalla melma di questo presente; ma se non fanno questo, che fanno?

…Se c'è una forza nel cinema, è quello della persistenza delle immagini nella nostra memoria. Di Adèle e di Emma, Kechiche ci racconta la tranche de vie che li legherà per sempre nella pellicola del regista, così come Emma ha immortalato sulle sue tele la giovinezza di Adèle. Nel cinema contemporaneo è ormai raro che ci si ritrovi a chiedersi cosa succederà ai protagonisti, in questo caso ad Adèle, dopo che avrà voltato l'angolo di quella stradina; un po' come quando Antoine Doinel, alla fine de "I 400 colpi", ci guardava negli occhi, invocando anche il nostro intervento, allora vorremmo raggiungere Adèle, abbracciarla, e poterle dire che per andare avanti bisogna lasciarsi qualcosa alle spalle.

…Kechiche, come se seguisse la lezione di Bourdieu, non ci fa vedere le differenze di classe come se rimanessero sullo sfondo mentre l’individuo persiste nella sua unicità e nel suo amore fuori dal tempo. Le differenze di classe si insinuano nel profondo dei nostri atteggiamenti, sono iscritte nei nostri corpi, nei nostri desideri. Adèle è esclusa dalle discussioni colte dall’ambiente artistico di Emma, mentre il suo desiderio sarà solo quello – modesto agli occhi di Emma – di diventare una maestra d’asilo. I mondi pian piano si separano perché l’amore è anche fatto di queste cose, della contingenza crudele delle differenze sociali. E del fatto che l’ideale sociale a cui la nostra classe ci dice di dover appartenere a volte semplicemente non si accorda col nostro desiderio inconscio.
La grande lezione di Adèle però rimane la fedeltà al proprio amore, struggente e bellissima che va oltre a tutte queste separazioni. Perché la fedeltà all’amore non è la fedeltà alla fusione dell’Uno, ma la fedeltà alla differenza apertasi per la prima volta, dopo la quale il mondo non sarà mai più come prima. Imparare a vivere dopo quella ferita, vuol dire semplicemente imparare a vivere. Senza mai smettere di crederci. Seguendo sempre il proprio desiderio. I will follow, come canta Adèle ballando malinconica sulle note di Lykke Li.

…Kéchiche – lo aveva dimostrato nei suoi film precedenti – ha il dono raro di catturare la vita, di catturarne il respiro, il ritmo interno, l’essenza quasi biologica, corporea, fisica, più che psicologica. Sono in molti ormai a usare ossessivamente la macchina a mano, ma come lo fa lui ci riescono in pochi, lui i suoi personaggi non solo li pedina con la cinepresa, ma li sfiora, li tocca, li avvolge, li penetra. La carnalità, prime che nei letti abbondantemente sfatti di Emma e Adèle, sta nella relazione che si stabilisce tra la cinepresa di Kéchiche e i corpi che ritrae. Vero, come dicono molti suoi critici, che non ha il dono dell’ellissi, che non sa tagliare, che è prolisso, che non tralascia nessun dettaglio, che i suoi film sono sempre troppo lunghi. Ma ci sta, è il prezzo da pagare se vuoi stare e vuoi situarti all’esatto livello di ciò che mostri e racconti, e poi ogni autore ha la sua impronta, Kéchiche è questo, e visto che ne escono quasi sempre cose mirabili non mi pare il caso di lamentarsi…
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lunedì 28 ottobre 2013

L’ultimo terrestre – Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)

il protagonista (Luca) a metà strada fra un idiota (tipo Forrest Gump) e uno inadatto alla vita quotidiana, e alla fine si scoprirà qualcosa sui motivi, il padre un po' fuori di testa, con un cadavere nell'armadio (o lì vicino), Roberta, il travestito, è l'unico amico di Luca, Anna (che lavora in un autogrill) è la vicina di casa che Luca spia e desidera, i compagni di lavoro (il lavoro è quello di assistente in una sala bingo) di Luca sono dei totali deficienti, Carmen è la prostituta un poco mamma, ci sono gli speculatori new age e gli extraterrestri, alla fine.
ma la Terra è un pianeta senza futuro, fa proprio schifo.
questo è il film che Gipi ha fatto, non è un film perfetto, ma è un film vivo, quasi un film dell'orrore, come orrore è la vita di quei posti (che assomigliano ai nostri).
tenetelo presente e cercatelo, a me è piaciuto molto - Ismaele




un piccolo oggetto cinematografico non identificato questo esordio alla regia di Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, che di professione fa il fumettista ma ha qui scelto di adattare per il grande schermo una graphic novel in venti episodi dell’amico e “allievo” Giacomo Monti (Nessuno mi farà del male). L’Italia è ormai tanto anestetizzata sia al bene che al male (sic!) da non sussultare più nemmeno per l’annuncio di un evento tanto straordinario, anche perché questa, nel mondo immaginato dagli autori, è probabilmente solo una delle svariate crisi e catastrofi che hanno già ridotto il paese a uno scenario postapocalittico (ma, non trattandosi né di Indipendence Day né di Armageddon, i segnali della recessione sono, ad esempio e molto modestamente, l’impiego di preservativi non usa-e-getta…). Stavolta, però, gli umani non potranno restare insensibili, perché gli alieni porteranno un rinnovamento inaspettatamente simile a un giudizio universale o a una pagina evangelica, cosicché Luca, ultimo tra i terrestri, si ritroverà ad essere il primo abitante di un pianeta rigenerato. Detto così, in effetti può sembrare un po’ stucchevole e naïf, eppure il consesso che Gipi mette in scena è tanto credibile e fedele nella sua stralunata ripugnanza da tramutare l’arrivo degli alieni in una necessità civile…

…L’ultimo terrestre è un film che offre un ritratto poco consolatorio del nostro paese: ritrae un’Italia sola, scontrosa, volgare, a tratti disumana. La tematica dell’immigrazione, come si poteva al contrario immagine, non c’entra nulla col film di Gipi: a lui semmai interessa verificare quali sono le reazioni e le conseguenze di questo sbarco (in)atteso attraverso piccole storie di “macchiette”, nessuna positiva. Neanche il protagonista è un “eroe”, visto che è problematico, misogino, frequentatore di prostitute. L’unico amico che ha è Roberta, un travestito che gli è amico sin da giovanissimo, visto che Luca era l’unico che non lo prendeva in giro per la sua omosessualità.
Ciò che sorprende de L’ultimo terrestre, almeno a noi che lo abbiamo visto per la prima volta avendo una certa idea del film, segnata soprattutto dalla campagna pubblicitaria prima citata, è che L’ultimo terrestre è tutt’altro che uno “scherzo”, un film di fantascienza all’italiana o altro: è invece un film serissimo. Non vuol dire che sia un film serioso, vista una certa simpatia di base ed una serie di gag e battute spesso fulminanti, anzi: si tratta però di un piccolo film delicato, disilluso e poco consolatorio che diventa sempre più nero man mano che il film va finendo…

Avviato con le migliori intenzioni L'ultimo terrestre perde per strada l'incisività politica e la capacità di scompigliare carte e buon senso, risparmiando 'cattivi tenenti' e addiction collettive, riducendo la sostanza del vuoto culturale, stemperando il tono funebre e 'autunnale' dentro una storia d'amore e di agnizione che finiscono per allinearlo a modelli sbagliati. Un film che non rilancia e smette troppo presto di essere sconveniente. Poteva essere scandalo e invece è (magra) consolazione.

L'ultimo terrestre è un film solo apparentemente anticonvenzionale, in realtà poggia saldamente i piedi nel più tipico cinema italiano, non che questo sia necessariamente un male, ma cercando di scrollarsi di dosso un'identità se la ritrova di nuovo sopra, solo messa male.
La storia di un uomo anonimo, triste e traumatizzato da qualcosa, tanto che subisce passivamente tutto nella sua amara vita, passa attraverso diversi colpi di scena proprio quando gli alieni stanno per sbarcare sulla Terra…
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lunedì 21 ottobre 2013

Dom zly (The Dark House) - Wojciech Smarzowski

è il secondo film che vedo di Wojciech Smarzowski, che si conferma un bravissimo regista.
anche qui il tragico e l'abisso sono lì in attesa, e ci si cade come se fosse naturale.
la sceneggiatura è senza pietà, si alternano gli eventi del 1978 e quelli del 1982, qualcuno deve pagare, di qualcuno ci si vendica, c'è qualche esecuzione, una Polonia terribile, quella di quegli anni.
lo sconosciuto che chiede aiuto e non finisce bene è un topos che si ripete anche in "Calvaire"e in "Wolf Creek" (mi vengono in mente questi due film), e "Dom zly" non è da meno.
un gran bel film, non per tutti - Ismaele 






Narrato con continui salti temporali fra passato e presente, “The Dark House” appartiene a quel cinema polacco contemporaneo che ultimamente sta producendo cose parecchio interessanti (“Katyn”, per esempio). Ambientato in uno dei periodi più bui della storia recente del Paese, vede un agronomo la cui vita sta andando piano piano allo sfacelo trovarsi per caso a dover passare una notte in una modesta casa di campagna, senza sospettare quel che sembra un innocuo incontro terminerà in tragedia. Molto interessante la storia e il modo in cui è stata raccontata; eccezionale la fotografia. Molto bello.

…Set in a remote village in the Bieszczady mountains, the two story strands are united in the person of Edward Srodon (Arkadiusz Jakubik), an ill-fated government farm technician who stumbles into the isolated home of grizzled farmer Zdzislaw Dziabas (Marian Dziedziel) and his much younger wife, Bozena (Kinga Preis), on a stormy autumn night in 1978. Although the atmospheric visuals provide clues that all may not be what it seems, ample booze helps dispel anxieties, as Edward and Zdzislaw make plans to cooperate on an illegal venture selling moonshine.
In the parallel strand, Edward returns to the Dziabias’ homestead in the dead of winter, along with the local militia and the state prosecutor, who consider Edward the prime suspect in the heinous murders committed four years earlier. As lead investigator Lt. Mroz (Bartlomiej Topa) tries to reconstruct the events, it soon becomes clear that uncovering the truth is immaterial to his superiors, as they are trying to hide a number of other crimes.
Reportedly 12 years in the works, the densely detailed screenplay, co-written by Smarzowski and Lukasz Kosmicki, contains echoes of Greek tragedy, folk legend and classic crime films (especially “The Postman Always Rings Twice”). While the senseless violence and snowy locations (plus one pregnant cop) may invite superficial comparisons to “Fargo,” the nihilistic mood and unreliable narrators make “The Dark House” feel more akin to the work of Jim Thompson.
Smarzowski draws intense, nuanced, naturalistic performances from his large ensemble cast, many of them veterans of “The Wedding.” As in that film, he demonstrates an astute understanding of pacing and a dab hand at portraying human grotesqueries.
With the 1978 scenes shot at night, in the fall, during a hellacious downpour, and the 1982 scenes shot in the cruel daylight of icy winter, the intercut sequences are easy to tell apart, and provide an elemental opposition that works for the plot…

This is an astounding film, bleak, grim, more than gritty and for those of us who were not brought up in an Eastern Bloc country a remarkable insight into the machinations of small town corruption Polish style.
Films like this should be seen by a wider audience, it was a captivating experience to sit and view the inner workings of this elaborate (sometimes overly) story.
There was just too much 'going on' in the story and some of it could have been left on the cutting room floor to give a tighter film, but that is a small critique of what is a disturbing look back at communism at 'street level'
If you like your cinema real...don't miss the opportunity to see this slice of Polish communistic vodka sodden culture.

The Dark House has been called a "Polskie Fargo" but this film is darker and more twisted than anything the Coen Brothers have dreamed up. Set in Communist Poland during the Fall of 1978, this is a drama with pitch black humor. An accidental traveler stops and stays overnight at a farm house in a remote rural area. Soon he and his hosts, a farmer and his wife, become good friends. The evening ends in tragedy. Simultaneously, the story of a police investigation into these tragic events is unfolding, as officers attempt to solve the mystery of what happened on that night. For some of the investigators, uncovering the truth is not as important as hiding their own secrets.
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La prima neve - Andrea Segre

bella la fotografia (quando si inizia con “bella la fotografia” non è un bel segnale).
un film di assenze, mogli, mariti e padri, e di dolore, nessuno ne è esente, tutti soffrono, ognuno a suo modo.
il problema del film, secondo me, è che è troppo politicamente corretto e prevedibile, è più un documentario che un film, a differenza di “Io sono Li”, il primo film di finzione del regista, che è un film vero.
merita comunque di esser visto, visto che tratta argomenti che difficilmente arrivano in sala 

ps: curiosa la coincidenza col film di Giorgio Diritti “Un giorno devi andare”, anche lì erano trentini i “benefattori” dei poveri del mondo - Ismaele



…Una delle peggiori delusioni di Venezia 70. Ci si aspettava molto da Andrea Segre dopo la sorpresa del suo Io sono Li, uno dei pochi nostri film recenti ad aver varcato i confini, fatto il giro dei festival e ramazzato premi ovunque, compreso il Lux 2012 del parlamento europeo. Ma questo La prima neve è di un buonismo imbarazzante, come non usa più, una favola dolciastra e fintissima, un apologo edificante quanto improbabile sull’arcadia (arcadia?) della nuova Italia multikulti cui solo i duri di cuore e i reazionari irriducibili si ostinerebbero a non credere…
La prima neve somiglia a quei vasetti di miele che il falegname Pietro e poi anche Dani confezionano in serie, con un tasso zuccherino da coma diabetico. Il bello è che verrà preso per un film di massimo impegno sociopolitico, per un esemplare e imperdibile apologo sull’Italia multietnica e il buono della convivenza tra più culture. Se ne scriverà e parlerà molto nei migliori salotti e tinelli ben orientati ideologicamente, si scomoderanno ministri, ministresse e ministeri e si apriranno dibattiti. Invece è solo un presepe di montagna con gli immigrati a fare i nuovi re magi.

Dani l'emarginazione ce l'ha dentro come il piccolo Michele ed è data dal dolore profondissimo di una perdita, di un lutto che sembra impossibile elaborare. Hanno a fianco persone che vorrebbero aiutarli (l'anziano apicoltore per l'uno,la madre per l'altro) ma è come se avessero eretto un muro a difesa della loro sofferenza. Il bosco finisce così per diventare non il luogo fiabesco dove incontrare pericolosi lupi (qui semmai a fare danni è un orso) ma lo spazio, tra luci ed ombre, dove trovare una solitudine che può farsi cammino comune. "Le cose che hanno lo stesso odore debbono stare insieme" dice il vecchio a proposito di legno e miele. Dani e Michele sono impregnati dello stesso odore della deprivazione che li porta a pensare di non essere più capaci di amare coloro che hanno invece più bisogno di loro. Potrebbero avere entrambi bisogno di quella prima neve che offra una nuova visione del mondo, esteriore ed interiore…

Mosso da un umorismo che rende leggero lo svolgersi della vicenda e da paure ancestrali come quelle legate a un orso che può palesarsi dietro una porta da un momento all’altro, La prima neve regala sprazzi di poesia attraverso immagini da cartolina che solo l’occhio attento di un esperto documentarista come Segre riesce ad accogliere. Senza celare le drammatiche vicende che sovente accompagnano le rotte di fortuna delle imbarcazioni che provengono da oltre lo stretto di Sicilia, La prima neve fornisce anche un ottimo e ottimista esempio di integrazione multirazziale e multiculturale, che passa per una società sulla carta tradizionalista e chiusa come quella agricola, oltre ad avere il merito di portare sullo schermo due attori (Jean-Christophe Folly e la rivelazione Matteo Marchel) capaci di muoversi in uno spazio teatrale insolito che lascia interagire realtà e finzione, corpi e anima, senza sembrare mai artefatto.

Segre combina di nuovo la sua profonda vocazione documentaristica con la finzione. Mostra padronanza nei mezzi d'espressione cinematografici, ma l'effetto stavolta, rispetto al suo primo film, è meno riuscito, sbilanciato. I personaggi sono poco incisivi e lo script non è all'altezza della bellissima fotografia di Bigazzi e dei meravigliosi scorci ambientali. Il regista insiste con improvvise panoramiche, riprese pure e dettagliate pulite della natura alpina e prealpina, ma non sembra prestar la stessa attenzione al lato "umano". In questo senso è un film economicamente "sprecone", che non ha saputo sfruttare al meglio gli elementi a disposizione. Molti binari morti o spunti poco utili, che non vengono sviluppati e finiscono per appesantire il film. Fra i personaggi si riscontra un'incuria simile. Come nel suo film precedente Segre sceglie pochi personaggi, ciononostante alcuni di questi sono incompiuti o non sviluppati.  Lo zio Fabio (Giuseppe Battiston) ad esempio, come i compagni di Michele, sono marginali non tanto nel minutaggio, quanto nella mancanza di spessore, non rispondono alle aspettative, non si inseriscono fino in fondo nella storia. Lo stesso Dani - meglio invece per Michele - non è abbastanza caratterizzato e si fa fatica ad affezionarsi alla sua storia…

mercoledì 16 ottobre 2013

La bocca del lupo – Pietro Marcello

per i filmati d’epoca mi ha ricordato “Lisbon Story”, il passato vive, nei ricordi, e finché si ricorda il passato vive (sarà per questo che le dittature, e non solo, vogliono cambiare il passato?, sarà per questo che il cinema e i libri sono una forma di resistenza, come ci ricordano “Fahrenheit 451”, di Bradbury, e poi di Truffaut, e”1984”, di George Orwell, e poi di Michael Radford?).
il film di Pietro Marcello è difficile da raccontare, una storia di scarti umani, di quelle che Fabrizio de Andrè sapeva raccontare e cantare (e don Gallo, che conosceva Enzo, lo sapeva bene).
il film è solo da vedere, bisogna fidarsi – Ismaele



Vincenzo Motta è il personaggio sul quale si basa il film LA BOCCA DEL LUPO di Pietro Marcello. Enzo come lo chiama Don Gallo è esuberante e dolcissimo. Un siciliano trapiantato a Genova e cresciuto nei vicoli di questa città. La sua è una storia autentica che racconta il dolore e la passione e insegna cosa significa saper sognare . Il sogno di Enzo è stato “…una casetta in campagna, i cani e la sua donna”…

In un Paese civile non dovremmo neanche sottolineare come la delicata storia d'amore tra un uomo e una transessuale, che Pietro Marcello ricostruisce nel suo nuovo film, sia raccontata senza sensazionalismo, lontano anni luce dell'eloquio volgare e scandalistico della televisione. Eppure, sarà che siamo in Italia e che il regista è un nostro connazionale, ma la capacità di parlare con disarmante naturalezza di un rapporto che, oltre a riguardare due persone socialmente ai margini, concerne il tema tabù della diversità sessuale appare non solo un notevole punto di forza della nuova opera del giovane autore (classe 1976), ma addirittura qualcosa di rivoluzionario…

La bocca del lupo è un prodotto assai inusuale nel panorama del cinema italiano. O meglio, la cosa strana è che un film così (una docu-fiction come le si definisce con termine sempre più desueto), prodotto in Italia, vinca un Festival (quello di Torino) e poi esca in un discreto numero di sale suscitando interesse in una fetta di pubblico meno “specialistica” di quello che si potrebbe credere. 
Il film è un omaggio alla città di Genova e alla (vera) storia d’amore tra due dei suoi figli minori: l’ex-carcerato Enzo e il transessuale Mary. Un amore impossibile e non più giovane che si innesta con naturalezza sull’altro filone del film, affidato ad una bellissima selezione di immagini di repertorio e che più direttamente ha a che fare con la “vecchia” città di Genova, con le sue decadenze e le sue grandezze…

…La bocca del lupo è un atto d'amore struggente e incondizionato per Genova.  
Una porta per il Nord orientata orgogliosamente a Sud. 
Città di frontiera ,che rivolge il proprio sguardo comprensivo verso coloro che sono rimasti indietro, gli esclusi e i derelitti.
Quelli che hanno sciupato la vita , finchè la vita ha sciupato loro.
Lasciando solo un cuore gonfio di lacrime e di rimpianti. 
La bocca del lupo è la testimonianza tangibile che del cinema "altro" in Italia può essere fatto…
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lunedì 14 ottobre 2013

Educazione siberiana - Gabriele Salvatores

l'avevo perso al cinema, lo recupero in dvd.
bravissimo John Malkovich e bravissimi i ragazzi amici/nemici (sembrano fratelli dei ragazzi amici/nemici di "C'era una volta in America", di Sergio Leone, dappertutto splende lo stesso sole e lascia le stesse ombre).
non è un film perfetto, ma si lascia vedere molto bene - Ismaele




Il film di Salvatores rappresenta l’incubo del recensore poiché si piazza nell’inefferrabile ed infido territorio del “né brutto né bello”. Moscetto e tiepidino, Educazione Siberiana, a dispetto del look truculento straripante di tatuaggi, pistole, coltelli e violenza verbale, farebbe un figurone come fiction televisiva, sulla scia di Romanzo Criminale per intenderci. Invece, all’accendersi delle luci in sala, l’atmosfera è di perplessità, l’orario è quello dell’aperitivo e del film ci si dimentica appena usciti dal cinema.
Salvatores mette in scena un’educazione sentimentale edulcorata e prevedibile, realizza un prodotto medio ed inoffensivo con occhio attento sia al futuro passaggio televisivo che ad un possibile mercato estero. Almeno di questo bisogna dare atto al regista, di avere tentato una produzione dall’afflato internazionale, di avere tentato di evadere dall’asfittico cinemino italiano…

Sembra un quaderno appena comprato, commenta con disprezzo il maestro tatuatore Ink (l’incisivo Peter Stormare, effigie del cinema dei fratelli Coen) quando guarda il corpo glabro di Kolima. Il tatuaggio testimonia l’esistenza, è lo scontrino da esibire per essere individuo, affinché la vita di ognuno non si possa confondere con quella di un altro e quindi il corpo è un libro, ogni ferita è un brano, il sangue non ha più importanza, è l’inchiostro che racconta talché gli uomini diventano marchi indelebili offerti alla pubblica lettura. Un po’ poco per farci un film.

Rimanendo in argomento, non possiamo tacere la bravura di John Malkovich, la cui recitazione dona un’impronta significativa alla pellicola. Profonda è la bellezza di alcune scene – una su tutte: le riprese sotto le acque del fiume in piena, in cui corpi e oggetti si confondono in balia delle correnti. Altrettanto degne di nota sono la competenza della costumista Patrizia Chericoni (è il caso di dirlo: in Educazione Siberiana è proprio l’abito a fare il monaco!), e la professionalità di Rita Rabassini, che ricostruisce con perizia gli interni russi e sovietici.
Nel complesso, Educazione Siberiana è un film sicuramente migliore di molte altre produzioni oggi in sala, a patto che lo si guardi con gli occhi giusti. In caso contrario, rischiate di farvi un’idea del tutto distorta dei russi, e dei siberiani in particolare.
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giovedì 10 ottobre 2013

Anni felici - Daniele Luchetti

Ci sono dei film cha nascono per far esercitare lo spettatore nella difficile arte della stroncatura, e questo film è uno di quelli, e bisogna ringraziarlo.
Daniele Luchetti ha fatto un film bellissimo, ma non era questo, era “Il portaborse”.
Daniele Luchetti ha fatto un film bellissimo, ma non era questo, era “La scuola”.
Daniele Luchetti ha fatto un film bellissimo, ma non era questo, era “I piccoli maestri”.
Daniele Luchetti ha fatto un film bellissimo, ma non era questo, era “Mio fratello è figlio unico”
in “Anni felici” la storia è scontata, prevedibile, noiosa, fatta di cliché, l’opera finale dell’artista Kim Rossi Stuart, intitolata “La tua assenza” è un colpo come pochi, comicità di alto livello, credo involontaria.
il momento migliore del film è quando il bambino narratore Dario urla ai genitori: “Siete degli stronzi!”.
“questa non è una stroncatura” direbbe Magritte, è solo un film che non era necessario, oggi siamo gentili - Ismaele



…C'è però qualcosa che non torna in Anni felici, anche se tutto sembra essere al suo posto. Non è facile capire cosa. Forse il fatto che Luchetti non è riuscito a prendere, anche legittimamente, la giusta distanza. È troppo dentro per vedersi da fuori. Forse anche lui è vittima a posteriori di un narcisismo represso, tant'è che il film chiosa con l'affermazione urlata del proprio Io. Dei suoi ultimi tre film, questo è forse il più fragile ma certo comunque autentico e onesto, anche solo per aver avuto il coraggio di ri-affermare che per lui il personale è politico.

Una cosa buona Luchetti l’ha fatta, bisogna riconoscerlo: non presentarlo a Venezia.
Purtroppo ci ha sputtanato in Canada, ma credo che il mondo intero sappia a quali minimi termini è ridotto il nostro cinema, così amato dalla critica de noantri (non dimentichiamo però che, se a Venezia non c’era Anni felici, c’era Sacro Gra  a pareggiare i conti)…

Contrariamente a quello che può apparire dalla forma leggera e mobile, che rende il film come una sorta di diario scritto a mano, l'opera riesce però a mettere in campo una molteplicità di temi, una ricchezza di spunti, che sono la sua vera forza. Il primo, forse il più urgente, è il rapporto tra genitori e figli. E' un filo rosso che dà corpo e unisce i vari momenti della storia, nascosto dall'intenso racconto della vita di una coppia via via sempre più squilibrata, priva di punti di appoggio, unicamente ancorata sulle spinte contrastanti dei due protagonisti. In una famiglia in cui ognuno viene "stretto a sé con calore o con freddezza", i bambini sperimentano sulla propria pelle la distanza da quei genitori all'apparenza così passionali, in realtà impegnati a bloccarsi l'un l'altro. Il rapporto genitori-figli assume allora i contorni di una lotta alla ricerca della propria originalità; a volte si rende necessario un grido, un insulto urlato a pieni polmoni, altre è obbligatorio respingere con decisione un abbraccio materno che ha il gusto del ricatto. E Serena e Guido, a loro volta figli di padri e madri glaciali, vagano confusi alla ricerca di stabilità che sanno trovare solo quando trovano il coraggio di mollare la presa, quell'asfissiante bisogno che l'altro ci sia per essere completi, quella volontà di rendere il proprio partner la causa di ogni frustrazione…
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martedì 8 ottobre 2013

Gravity – Alfonso Cuaròn

ci sono ancora persone, in questo secolo, che, per libri e cinema, dicono, non mi interessa, la fantascienza non mi piace, hai letto o visto qualcosa, chiedo loro, sì, mi dicono, e mi citano un libro o un film di 20 anni fa, è proprio un pregiudizio, difficile a morire. Così è successo l’altro giorno, con due persone del tipo a me la fantascienza non interessa, e se possibile, mi fa schifo. Una ha visto il film, è uscita molto contenta, l’altra non sa cosa si è persa (Ursula Le Guin troverebbe le parole per smontare i pregiudizi).
il film parla di vita, morte, sacrificio, coraggio, voglia di non vivere più, voglia di vivere ancora. 
e la fantascienza è il contenitore per parlare degli eterni temi della vita.
grandissimi George Clooney e Sandra Bullock, al meglio.
se la sceneggiatura non fosse di Alfonso Cuaròn e del figlio Jonás, avrei pensato a Stanislaw Lem.
un film che riesce a parlare al cuore e al cervello, da non perdere - Ismaele


Collegati alla Terra dal fruscio di una radiotrasmittente, crescerà struggente, ora tra momenti di stasi e ora tra momenti di pura adrenalina (se non di reiterato effetto, proprio del cinema hollywoodiano) una nostalgia per ciò che vive ed ha vissuto in quella gigantesca palla blu e bianca che se ne sta lontana di sotto, rischiarata dallo sbocciare di una luminescente aurora nella scena più bella del film. Perduti in un punto dell’Universo, senza gravità e alla deriva di un grosso fondo nero, il regista dona la consistenza delle lacrime al balbettio etereo di una voce sconosciuta, all’abbaiare di un cane, al pianto di un bambino…

...è la cronaca di una rinascita, di un ritorno alle origini dell'uomo e al suo istinto ancestrale di sopravvivenza. Poco importa se le situazioni descritte siano, a detta degli esperti, piuttosto inverosimili e difficilmente verificabili: il film raggiunge il suo obiettivo, quello di far riflettere sulla natura umana e sull'inevitabile solitudine di fronte alla morte. Ci riesce con immagini di una straordinaria profondità  

Lo que nos propone Cuarón es completar el viaje que nos propuso Kubrick a finales de los años sesenta. En 2001 Kubrick nos habló del viaje de ida, adaptando el argumento universal más juvenil del viaje de Jasón y sus argonautas buscando el Vellocino de Oro en la mitología griega. Cuarón nos propone en Gravity un viaje de vuelta, más cercano al argumento universal más maduro del retorno de Ulises a Ítaca después de la guerra de Troya, en el que debemos reencontrarnos y reconstruirnos pieza a pieza, desde las cenizas.
Es lógico. Kubrick fabulaba en el año 1968. Cuarón fabula en 2013. El mundo ha cambiado. Nosotros también.
Gravity es una de las 10 mejores películas de este año.
Y también una de las más trepidantes y entretenidas.
Vayan a verla, en el cine, en 3D. Si no lo hacen, luego lamentarán habérsela perdido.

Au final, même si on n’échappe pas à quelques passages obligés (musique envahissante, sacrifice, passé difficile…), l’expérience s’avère suffisamment intense (on a souvent les yeux grands ouverts devant le spectacle) pour en faire un des chocs de l’année, une pierre angulaire de la SF réaliste et inscrire définitivement Alfonso Cuarón parmi les cinéastes qui comptent.
da qui

venerdì 4 ottobre 2013

Samson - Andrzej Wajda

 Andrzej Wajda è una garanzia, ancora non mi è capitata una delusione, con i suoi film.
"Samson" racconta di Polonia, di ghetto di Varsavia, di resistenza e di morte, in una storia che ricorda Polanski, ma Wajda non è da meno, anzi.
un film da recuperare senz'altro - Ismaele





Samson, tratto da un romanzo di Kazimierz Brandys, del 1961, girato in cinemascope, si apre proprio con la costruzione del Ghetto. La descrizione che ne fa lo stesso W. in un’intervista a “Positif”(51), pone immediatamente la questione dello sguardo, interpella direttamente il nostro ruolo di spettatori: “i tedeschi che alzano muri e steccati. Una folla di gente che ci guarda, ed ogni volta, ad ogni mattone, ad ogni tavola che viene aggiunta, vediamo sempre meno persone, alla fine scompaiono completamente”. Ad essere messa in questione, pare, non è solo la coscienza dello spettatore cinematografico, ma la passività con cui la popolazione polacca non ebrea ha potuto assistere senza opposizione alla persecuzione degli ebrei polacchi.
Passività, impotenza, fuga, occultamento, caratterizzano d’altra parte tutto l’agire di Jakub Gold, il protagonista del film; elementi che lo apparentano immediatamente al protagonista de Il pianista di Polanski. Uscito di prigione dov’è stato rinchiuso dopo aver ucciso involontariamente uno studente durante un’aggressione razzista, Jakub si ritrova nella Polonia dell’inverno ’39, invasa dai nazisti, e passa ad una nuova forma di prigionia, quella del Ghetto. Sfuggito alle sue mura, è costretto a nascondersi in appartamenti e cantine, a vivere nel buio e nell’inazione. Quando Jakub troverà il coraggio di ritornarvi, il Ghetto non esiste più, raso al suolo dai tedeschi dopo l’insurrezione del ’43. Riunitosi ad un vecchio compagno di prigionia, ora partigiano comunista, Jakub trova una morte eroica durante un disperato tentativo di resistenza.

"Samson" is the story of a Jew, Jakub Gold (Serge Merlin), at the polytechnic university in Warsaw imprisoned and sentenced to 10 years for accidentally killing his friend in German- occupied Poland. In prison he makes several contacts that will factor later in the movie. The prisoners are released when Warsaw is bombed. Jakub is sent to the Warsaw ghetto where the Jews are "doomed to death for the crime of existence" and is assigned to picking up corpses from the streets and helping to provide them with a Jewish burial. Along the way he picks up his own mother. After one such burial Jakub and another man escape from the ghetto. After he escapes he desires to go back into the ghetto to share the fate of his kinsmen. After being locked in an apartment building after curfew he meets a woman, Lucyna (Alina Janowska) , who is also a Jew but who has been hiding her identity in order to survive. Lucyna falls in love with him. She tells him "You know what it's like to escape the Warsaw ghetto but I escape every day." They are separated. Lucyna thinks that Jakub went back into the ghetto. She identifies herself as a Jew to the Germans in order to be sent to the ghetto in order to find him. (Shades of an O. Henry tale here.) Meanwhile he finds refuge in an apartment belonging Józef Malina (Jan Ciecierski), whom he met in prison, and Malina's niece, Kazia (Elzbieta Kepinska). Jakub wishes that he had the strength of the biblical Samson to fight the Germans single handedly. Kazia falls for him. Jakub vacillates and instead of returning to the ghetto hides in their basement until the Warsaw uprising has ended. He only returns to the ghetto after the Germans had put down uprising and destroyed the ghetto in the process. Afterwards he meets others of the resistance.

martedì 1 ottobre 2013

A Late Quartet (Una fragile armonia) - Yaron Zilberman

nella prima parte mi è sembrato un "Carnage" (il gran film di Roman Polanski) di serie B, poi la storia della figlia di Philip Seymour Hoffman e Catherine Keener, che amoreggia (non approfondiamo) con Mark Ivanir (il primo violino) è una cosa moccesca (nel senso di Moccia), si salva Christopher Walken, che è un monumento.
nel complesso, in realtà, sono tutti bravi attori, peccato lo siano in altri film, qui non dicono niente o pochissimo, è un film insipido. 
qualcuno dice "ma i film sulla musica classica sono tutti un po' così", scemenze, qualcuno, compreso, Yaron Zilberman, si (ri)guardi "Il concerto", di Radu Mihaileanu, magari capisce qualcosa su come si fa un film con i musicisti dentro.
questa non è una stroncatura, ma insomma...
film dimenticabile - Ismaele




Una fragile armonia, questo il titolo italiano dell’opera di Zilberman, è un’operazione che potremmo definire anomala. Si avverte il tentativo da parte dell’autore di costruire un prodotto commerciale (anche grazie alla presenza nel cast di star come Christopher Walken e Philip Seymour Hoffman) e allo stesso tempo di fornire al suo lavoro un tocco che potremmo definire autoriale. In particolar modo, il tono generale vicino al patetismo e il racconto decisamente scontato e adatto a un pubblico indistinto sono contrapposti a un’impostazione del ritmo delle scene che ricorda in maniera precisa un certo cinema autoriale di ispirazione europea.
Per fortuna, l’evoluzione della malattia che colpisce uno dei personaggi centrali è delineata in modo misurato e decisamente freddo, e ciò permette di salvare parzialmente un’operazione cinematografica che invece trova i suoi punti deboli nell'inverosimile storia d’amore tra il primo violino (ruolo sostenuto dall'attore israeliano Mark Ivanir) e la figlia di altri due componenti il quartetto d’archi e nella crisi matrimoniale, esposta a livello filmico in forma troppo semplicistica, tra il secondo violino e la violista (Catherine Keener)…

…Debutto alla regia per il documentarista Yaron Zilberman che compone questo film in una soffice cornice di classicismo e perfezionismo musicale al centro del quale si apre un vortice schizofrenico dell'imperfetta vita quotidiana celata in una campana di vetro di sonate precise. L'accuratezza davvero notevole dell'ambientazione e la profonda verità degli accenti che esprime rendono la pellicola interessante in mondi così chiusi. Drammi nel dramma, l'intessitura narrativa perde però colpi e si sbriciola cadendo in azioni scontate. Un'opera che abbandona troppo presto e troppo vivacemente il suo spartito lasciando così che l'apprezzamento sia dovuto in maniera evidente all'ottimo cast e alla forte colonna sonora…

Ottimo nelle intenzioni, purtroppo il film è teatrale all’eccesso e cinematograficamente inconsistente: la trama è elementare ma ostica, somiglia per metà ad una soap opera, mentre nell’altra metà mostra prove di concerto e lunghe discussioni eminentemente tecniche, infarcite di termini sconosciuti ai più. Si regge fondamentalmente sulla bravura degli interpreti…
…UNA FRAGILE ARMONIA è raccomandabile esclusivamente ad autentici appassionati di musica classica: tutti gli altri purtroppo, come i miei pur laureati vicini di posto all’anteprima, non solo rischiano di non capirci un accidente ma anche di annoiarsi a morte.

…L’unica pecca del film è nella sceneggiatura, colma di discorsi troppo didascalici e ridondanti, che non aiutano a far scorrere veloce un’opera che di per se va già seguita attentamente date le molte storie intrecciate e attentamente raccontate. Una pecca che però viene alleggerita dall’armonia e l’equilibrio che viene dato proprio alla narrazione delle varie vicende private, approfondite quanto basta da renderle interessanti…
da qui