venerdì 31 maggio 2013

Szürkület (Twilight) - György Fehér

ne ho letto qui qualche giorno fa, dopo il film di Ladislao Vajda (di origini ungheresi), del 1958, (qui) e quello di Sean Penn, del 2001 (qui), ho  visto il terzo film legato a “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt, libro che letto più di una volta.
il libro nasce dopo la sceneggiatura del film di Vajda, e finisce in modo diverso rispetto al film.
il film di György Fehér impressiona per molte cose, la musica è una protagonista, il campo lunghissimo all'inizio (dal grande al piccolo) e alla fine (dal piccolo al grande), le persone in attesa del colpevole sembrano prese da un film di Bela Tarr, che ha collaborato come consulente al film.
nella copertina del libro si parla di “requiem per il romanzo giallo” e anche il film non può essere un oggetto facile, i buoni da una parte, i cattivi dall'altra, le certezze sono bandite, il caso e il caos (e stesse quattro lettere) sono dentro le cose.
da non perdere (la versione su youtube, l'unica che ho trovato, non gli rende giustizia, ma se ne intuisce la grandezza)  - Ismaele


(…L'idea dominante espressa da Dürrenmatt in questo romanzo è l'impossibilità di arrivare alla verità e alla giustizia attraverso la logica dell'indagine di polizia, poiché è spesso il caso a determinare il successo o il fallimento sia per l'investigatore che per il criminale. Oltre a smontare i meccanismi che stanno alla base del poliziesco tradizionale, lo scrittore riesce a evocare un paesaggio morale e sociale di rara desolazione, disegnando attraverso una parabola umana dall'esito tragico un quadro orripilante della società svizzera contemporanea.
Un grande romanzo, epico, che metaforicamente annuncia la morte del giallo come genere: Dürrenmatt sostituisce alla morale pratica di ogni poliziotto una morale metafisica: il razionale non prevale sul caos, o almeno non fatalmente…)
da qui

PS: ho trovato (su youtube) che esiste uno sceneggiato, tratto dal libro, di Alberto Negrin, del 1979.

Introducing Szürkület to the audience present at its first screening at the Reykjavík International Film Festival, Hungarian filmmaker Benedek Fliegauf compared the visual experience to the listening of a whale song. As a matter of fact, Fehér’s mesmeric feature works a lot like white noise. The hypnotic use of the all-pervasive sound and the aged-looking black and white cinematography unquestionably reinforce this impression…

giovedì 30 maggio 2013

La nuit de la vérité - Fanta Régina Nacro

avviene tutto in una notte, odi, riconciliazione, sangue, pace, in film spesso didascalico, necessariamente, sembra esserci un impianto teatrale.
il film è davvero bello, merita di essere visto, non deluderà, promesso - Ismaele




Emerge lentamente dal continente africano, per lo meno per quanto è a nostra conoscenza, una visione autentica e approfondita dei conflitti etnici che hanno terribilmente sconvolto intere popolazioni. Uno sguardo cinematografico non solo testimoniale ma anche capace di narrare attraverso equilibrati artifici narrativi la durezza di quelle guerre, dando così al cinema una funzione civile e non di solo intrattenimento. Con La Nuit de la vérité la regista del Burkina Faso, Fanta Regina Nacro, ci porta in un paese dell’Africa subshariana scosso dalle conseguenza di una guerra etnica tra le tribù dei Bonandé e dei Nayak. Théo, il colonnello ribelle dei Bonandé, riceve il presidente Nayak. Sono radunati per negoziare la pace nel campo dei ribelli. Passeranno un’intera notte tra buoni propositi e festeggiamenti. Una notte in cui però i demoni del passato, le anime dei morti, secondo una tematica tipica delle religione animiste, si renderanno presenti per intralciare la via della pace…

A small-scale picture from Burkina Faso, The Night of Truth nonetheless harbours some grand themes and ideas. Setting itself within a fictitious Africa – one both tied to and removed from the continent’s real life events – this is a film which assumes the level of parable. Without these concrete realities to hang onto it has a much smoother playing field on which it can exist, one which can escape the muddied politics of a Rwanda, say, and instead focus on creating something altogether more Shakespearean. Ultimately we’re dealing with a grand tragedy here, the spectre of Titus Andronicus in particular being never far away…
continua qui

mercoledì 29 maggio 2013

L’isola di ferro (Jazireh ahani) - Mohammad Rasoulof

quella nave è il mondo, dice il maestro.
Mohammad Rasoulof è uno coraggioso, non le manda a dire, per questo lo trattano come Jafar Panahi, galera e infiniti ostacoli per fare film.
qualche anno fa è passato nelle sale italiane, miracolosamente, chissà chi l'ha visto.
questo film è il mondo, non perdetelo - Ismaele



QUI  il film completo con sottotitoli in inglese

…Il professore, che giovane non è, ha il coraggio di dire ai suoi alunni che la nave sta affondando. E la nave ovviamente è il mondo. Se chi sta in alto preferisce che chi sta sotto continui ad essere ignorante per sempre, è perché così la sottomissione è più semplice. Ogni notizia dall'esterno è preclusa, quello che conta è soltanto la “saggezza” del capo. Eppure la nave affonda proprio per colpa di quel capo che pensa principalmente ai suoi interessi.

Il film di Mohammad Rasoulof propone una visione “illuminata” di una possibile realtà dove si potrà sperare di staccarsi da retaggi patriarcali e religiosi e dove un ragazzo ed una ragazza potranno volersi bene senza ostacoli imposti dall'esterno. Con un linguaggio asciutto e realistico, anche se con elementi quasi fiabeschi, L’Isola di Ferro, ci rende conto della storia di una comunità in cui risiedono vari tipi di mentalità ed in cui la forma gerarchica assume connotati fortissimi per cui le donne “devono” essere così e gli uomini “devono” essere così. Ma nella descrizione attuale si insinua lo strano poetico personaggio simbolico di un “pesce-bambino” che, alla fine, in un pezzo di bel cinema riesce a far intuire che il cambiamento ci sarà. O comunque bisogna crederci…

The ship symbolizes how a backward industrial country must learn to survive and prosper without natural resources. There are also anti-war messages throughout from the teacher asking the children to not think negatively about fighting enemies to the teacher making chalk from old bullet casings. But the picture belongs to Nasirian's overwhelming performance as the captain who knows how to treat his constituents, perhaps like those old politicians from Tammany Hall who stayed in office by being the paternal wheeler-dealers and not always being on the level with their childlike followers. The film firmly believes in its faux naïveté premise that utopias only survive through authoritarian leaders who form communities in isolation, which is debatable but not according to the way the film sets up its political agenda--as it follows the lead of its benign despot and leaves no room for debate, which seems to be a precariously dangerous philosophy to get trapped into believing without questioning its ramifications.

…The enigmatic suggestiveness of Iron Island has led to multiple interpretations.  The idea of people on a ship’s journey led by a charismatic leader has appeared many times, from Noah’s Ark to Captain Ahab’s Pequod.  However, the ship is only a metaphor here, and we could be just as well be comparing Iron Island’s community with those led by Moses or Mohammad.  In fact Rasoulof’s original story did not even take place on a ship; he changed his story when he happened upon the oil tanker in the Persian Gulf [3].  

The question is what to make of the charismatic Captain Nemat?  Is he a benevolent figure?  Certainly Captain Nemat is not a draconian ruler.  He seems to operate sincerely according to his worldview, which seeks to optimize material resources.  Even when he tortures Ahmed, he explains that this must be done in order to avoid social chaos…

Comme un symbole de la fin d’une société d’entraide, ce film iranien, aux images superbes et colorées, apporte une vision cruelle et désenchantée d’une société où l’individualisme finit forcément par primer. Le devenir de cette communauté, condamné par le bateau qui coule, le temps est donc compté dès le départ. Pourtant le réalisateur ne joue pas sur un suspense artificiel et s’intéresse de près au fonctionnement de cette micro société, qu’il dissèque petit à petit. De l’organisation du ravitaillement aux menaces de noyades que subissent certains récalcitrants, il montre comment une société sous influence d’un homme, fait preuve de bien peu de compassion, appliquant aux enfants les mêmes règles qu’aux adultes.
Un film dur, où les hommes ne sont pas des saints, et où chacun joue pour ses propres enjeux. Et c’est de la confrontation des enjeux amoureux, entre adultes et adolescents que surgira la véritable nature humaine. Difficile de ne pas réagir devant les manipulations et les hypocrisies qui règnent en maître dans ce système déjà reconstruit, et voué à une destruction prochaine.
Comme quoi les hommes n’apprennent jamais.

Note di Mohammad Rasoulof
Mi sono ispirato a una pièce teatrale che avevo scritto dieci anni fa, riprendendone i personaggi principali. E’ una storia immaginaria e si muove a livello simbolico. D’altra parte, però, volevo restare realista nello svolgimento. Non volevo che la metafora soffocasse la realtà delle situazioni. Credo che l’ osservazione di una comunità che subisce la forte influenza del suo leader sia un soggetto universale. Vi si mescolano i temi della sottomissione, del tradimento, delle grandi speranze e delle successive delusioni… La pièce era immersa in un’atmosfera surrealista. Per il film ho preferito avere dei riferimenti più precisi, ma sempre con la volontà di rivolgermi a tutti gli spettatori. Il film è ambientato in una piccola isola dell’ Iran, nel magnifico golfo persico. In un certo senso è un mondo “in disparte”. La mentalità, l’ abbigliamento, il modo di pensare, le tradizioni religiose che sono raccontate nel film non sono tutte iraniane, ma rinviano ai codici della vita attuale in Medio Oriente…

Mentre la gente si avvia verso il luogo dove dovranno costruire il villaggio, un bambino si allontana e ammira il tramonto e quel mare, che fin da piccolo lo aveva ospitato. Il suo nomignolo è pesciolino. Si guarda attorno e in una pozzanghera vede dimenarsi un piccolo pesce, lo prende con sé, come quando sulla nave liberava quelli pescati dalla gente, e lo getta fra le onde del mare, illuminate dal tramonto del sole di giallo oro. È la speranza di un cambiamento; anche quando la giovane sposa si recherà davanti all'altare a pregare e là incontrerà il suo vero ed unico amore. Il cinema diventa, così, lo spaccato di un mondo che noi non conosciamo, realtà estrema ma dove la speranza ha il diritto di essere scoperta.

In The iron Islandsi narra la storia di una comunità che vive su una nave, ma è più corretto dire "relitto".
Trovata geniale, a mio modo di vedere, giacché il relitto è già l’evocazione di un certo stato delle cose.
Relitto è già, in qualche misura, sinonimo di emarginazione.
In questo relitto vive un vero e proprio sistema sociale.
Diretto da un comandante.
Anche qui l’eovcazione è molto forte e diventa di sapore diverso se la guardassimo con un occhio cubano, un’altro perché no italiano, ed un terzo occhio (ma quanti occhi ho) americano.
Tutte nazioni che hanno un capitano non vi pare?
Il cinema di Mohammad Rasoulof è sicuramente un cinema simbolico.
Noi non sappiamo nulla del relitto, nè perché il flim inizi li.
C’è qualcosa di Luis Buñuel proprio nella totale assenza d’indizi e nel gusto dell’evocazione.
da qui

lunedì 27 maggio 2013

Simon Magus - Ben Hopkins

un'opera prima memorabile, apparso anche in qualche sala in Italia, "Simon Magus" è un piccolo capolavoro, per i miei gusti, l'inizio è folgorante e la fine magica, in mezzo tante cose interessanti (mi ha ricordato qualcosa dell'ultimo film di Bela Tarr, qualcosa di "Train de vie").
Ben Hopkins fa pochissimi film, che il dio del cinema lo conservi così bravo come è stato finora.
al posto vostro non me lo perderei - Ismaele




…Bagnato in un'atmosfera fatta metà di realtà, metà di sogno, Simon Magus è un film che non ignora la poesia e non incorre mai nelle trappole dello stereotipo o della citazione gratuita (per dirne una, evita la tentazione di "fare Chagall" nell'iconografia del villaggio). A volere essere proprio severi, decolla lentamente e affatica un po' nella prima parte; però nella seconda la temperatura emotiva cresce rapida e la fine è davvero commovente.

Simon Magus, opera prima di Ben Hopkins, premiato a Sitges come miglior regista, è una inusitata pellicola fantasy ambientata nell'Europa del 19° secolo, dove l'arrivo della ferrovia mette in crisi il commercio di un piccolo villaggio. Simon (uno straordinario ed espressivo Noah Taylor, consacrato come miglior attore dalla giuria del festival) è un poveruomo perseguitato dai suoi concittadini perché creduto posseduto dal Diavolo, che viene utilizzato, grazie al suo carattere mite ed inoffensivo, come spia da Hase (Sean McGinley), un mercante senza scrupoli deciso a costruire una stazione ferroviaria con cui controllare gli scambi commerciali in paese. Simon giocherà invece un ruolo primario nel futuro della comunità, diventando lo strumento con cui si manifesteranno forze soprannaturali; affiancati da attori del calibro di Ian Holm, Rutger Hauer ed Embeth Davidtz e grazie alle mistiche 'locations' della campagna gallese, Hopkins e Taylor confezionano un'opera in cui fantasia e realtà s'intersecano con grazia, in un contesto che segna il passaggio dall'aristocrazia alla borghesia,Simon Magus è una delicata composizione estetica di una realtà sociale e storica ben determinata, in cui fa capolino l'elemento soprannaturale.
da qui

…Full of magic and fantasy with an interesting mix of eccentric and complex characters, this film makes pleasant and entertaining viewing. With a well-chosen cast the actors do well to make their individual performances believable, particularly Taylor's efforts as the crazed and freak-like Magus, but the story itself lacks momentum and intrigue, instead, satisfying the viewer with realism and time-aged authenticity. However, its simplicity and non-brashness makes a rare and refreshing treat.


Nel bel mezzo di un gelido inverno - Kenneth Branagh

se ti piace il teatro questo film è per te, se ti piace il cinema, pure.
Kenneth Branagh fa divertire e pensare, merito di Shakespeare, dopo molti secoli.
un film che non delude; alcune battute, da sole, rendono il film buono, tutta la storia ne fa un film da non perdere - Ismaele




"A Midwinter's Tale" is the kind of movie that probably will appeal best to those with a background in the theater and Shakespeare. It asks, but never really answers, the question of why intelligent adults would devote their lives to such an ill-paying, frustrating, disappointing profession. Of course a great many other intelligent adults devote their lives to professions that are equally frustrating and disappointing, and, while they may pay better, are boring, and never have opening nights.

Branagh (che non recita ma mette in scena praticamente un suo alter ego,attore depresso e disoccupato innamorato del teatro ma lacerato dal dubbio di abbandonare tutto per migrare a Hollywood con un contratto milionario per una saga di fantascienza) riflette sulla modernità del testo shakespeariano e del teatro in genere e sull'importanza di mettere sempre qualcosa di proprio in una rappresentazione il cui testo è conosciuto oramai anche dalle pietre. Il testo è immortale, la sua rappresentazione no,dipende sempre dalla capacità di chi si cimenta in essa. E poi quel tormentone, la canzoncina con il ritornello che recita "Why must the show go on?" quasi un appello a non far morire il teatro schiacciato come è oggi da altre arti visive e di intrattenimento che coinvolgono molto più pubblico. Il pubblico è fondamentale e non a caso la "scenografa" di questo Amleto dei poveri, Fadge, prevedendo il vuoto in platea si occupa solo di costruire sagome di cartone da porre sui posti vuoti in modo da creare l'effetto "sold out"…
da qui

domenica 26 maggio 2013

Matar a un niño - Hermanos Alenda (tratto da un racconto di Stig Dagerman)



Uccidere un bambino -  Stig Dagerman (1948)

E' una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. E' domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchia appoggiati su tavoli da cucina, le donne canterellano affettando il pane per il caffè, e i bambini si abbottonano le camicette. E' la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice. Il bambino è ancora seduto sul pavimento e si abbottona la camicetta, l'uomo che si sta radendo la barba dice che oggi faranno una gita in barca sul fiume mentre la donna canterella e mette il pane appena affettato su un piatto blu.
Non vi sono ombre nella cucina e l'uomo che ucciderà un bambino si trova ancora vicino a una pompa rossa della benzina del primo villaggio. E' un uomo felice, che guarda dentro una macchina fotografica e nell'obbiettivo vede una piccola automobile blu e accanto all'automobile una ragazza che ride. Mentre la ragazza ride e l'uomo scatta la bella fotografia, il benzinaio stringe il tappo del serbatoio e annuncia che avranno una bella giornata. La ragazza si siede nell'auto, l'uomo che ucciderà un bambino estrae il portafoglio dalla tasca e spiega che arriveranno al mare e al mare affitteranno una barca e poi andranno a remare al largo, molto al largo. Attraverso i finestrini abbassati la ragazza sul sedile anteriore sente quello che dice e chiude gli occhi e ad occhi chiusi vede il mare e l'uomo accanto a lei nella barca. Non è certo un uomo cattivo, è felice e contento e prima di salire in macchina si sofferma un attimo davanti al radiatore che splende al sole a godere di quel luccichio e dell'odore di benzina e di biancospino. Nessuna ombra si proietta sull'auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue.
Ma nello stesso momento in cui nel primo villaggio l'uomo dell'auto richiude la portiera di sinistra e tira verso di sé il pomello dell'avviamento, nel terzo villaggio la donna nella cucina apre la dispensa e si accorge che non c'è più zucchero. Il bambino, che ha finito di abbottonarsi la camicia e si è allacciato le scarpe, è in ginocchio sul divano e guarda il fiume che serpeggia tra gli ontani e la barca nera tirata in secco sull'erba. L'uomo che perderà il suo bambino ha finito di radersi la barba e piega lo specchio.Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche. Manca solo lo zucchero e la madre dice al suo bambino di correre dai Larsson a chiederne in prestito qualche zolletta. E quando il bambino apre la porta l'uomo gli grida di far presto, che la barca è sulla spiaggia che aspetta e che devono remare più lontano di quanto non abbiano mai remato. E mentre corre attraverso il giardino il bambino non fa che pensare al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e la barca rimarrà dov'è per tutto quel giorno e per molti altri giorni ancora.
I Larsson non abitano lontano, appena dall'altra parte della strada e mentre il bambino l'attraversa correndo, la piccola automobile blu entra nel secondo villaggio. E' un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina colla tazza del caffè in mano, e vede l'auto che sfreccia al di là della siepe sollevando dietro di sé un'alta nuvola di polvere. Viaggia a gran velocità e l'uomo al volante vede i meli e i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie. L'aria dell'estate soffia attraverso il parabrezza mentre escono sfrecciando dal paese e procedono veloci e sicuri al centro della carreggiata, sono soli sulla strada - per ora. E' meraviglioso viaggiare così soli su una strada ondulata e larga, e in pianura è ancora più bello. L'uomo è felice e forte e col gomito destro sente il corpo della sua donna. Non è certo un uomo cattivo. Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino. Mentre sfrecciano verso il terzo villaggio la ragazza chiude di nuovo gli occhi e, per gioco, dice che non li riaprirà fino a che non si vedrà il mare e sogna, al ritmo del dondolio dell'auto, quanto le apparirà splendente.
Perchè la vita è congegnata così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è ancora felice e un minuto prima di urlare di terrore una donna può chiudere gli occhi e sognare il mare, e nell'ultimo minuto di vita di un bambino i suoi genitori possono stare seduti in cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere un cancello e affacciarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest'ultimo minuto non vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande barca coi remi silenziosi.
Dopo è troppo tardi. Dopo c'è una macchina blu di traverso sulla strada e una donna che urla si leva una mano sulla bocca e la mano sanguina. Dopo un uomo apre la portiera di un'automobile e cerca di reggersi sulle gambe nonostante l'abisso di orrore che ha dentro di sè. Dopo vi sono delle zollette di zucchero bianche assurdamente sparse nel sangue e nella ghiaia e un bambino giace inerte sul ventre con il volto brutalmente schiacciato contro la strada. Dopo accorrono due persone pallide che non sono ancora riuscite a bere il loro caffè e si precipitano verso un cancello e quello che vedono non lo dimenticheranno mai. Perché non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite. Il tempo non guarisce le ferite di un bambino ucciso ed è molto difficile che guarisca il dolore di una madre che ha dimenticato di comperare lo zucchero e manda suo figlio dall'altra parte della strada a chiederlo in prestito; ed è altrettanto difficile che guarisca l'angoscia di un uomo un tempo felice che ora l'ha ucciso.
Perché chi ha ucciso un bambino non va più al mare. Chi ha ucciso un bambino guida lentamente verso casa, in silenzio, e accanto a sé ha una donna muta con una mano fasciata e in tutti i villaggi che attraversano non vedono più un solo uomo felice. Tutte le ombre sono cupe e quando i due si separano sono ancora in silenzio e l'uomo che ha ucciso un bambino capisce che quel silenzio è il suo nemico e che gli ci vorranno anni della sua vita per sconfiggerlo gridando che non è stata colpa sua. Ma sa anche che questa è una menzogna e la notte nei suoi sogni si struggerà di poter avere indietro un unico minuto della sua vita per far sì che quest'unico minuto possa essere diverso.
Ma la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.



Honeydripper - John Sayles

un gioiellino, con un Danny Glover perfetto, una storia degli anni 50, sembra mille anni fa, era solo ieri, musica di quella buona, insomma un piccolo capolavoro, ma non fidatevi, ho un debole per il cinema di John Sayles,
ma se volete vedere un film che non delude "Honeydripper" vi aspetta - Ismaele




… Incastonato in una deliziosa cornice narrativa, servito da una sceneggiatura classicamente equilibrata, Honeydripper conferma il gesto moderno della regia di Sayles, particolarmente a suo agio quando, sospinto dalla musica, accompagna l’incedere dei suoi piccoli eroi del quotidiano con lunghi travelling o improvvisi movimenti ascensionali di dolly, oppure quando si tratta di dare respiro al tempo narrativo, ricorrendo alla retorica delle dissolvenze. Se il comparto scenotecnico è all’altezza della situazione, una notazione particolare meritano la direzione delle luci, affidata all’inglese Dick Pope, abituale operatore di Mike Leigh: la ritessitura cromatica delle dominanti calde è decisiva nel mettere in valore le location dell’Arizona, dove Sayles ha girato, coinvolgendo nell’avventura del set autorità e cittadinanza, a partire dalle coriste del New Beginnings Ministry oltre a musicisti di vaglia come Keb’ Mo’, Dr. Mable John e Arthur Williams, che si sono esibiti tutti rigorosamente in presa diretta.

…No se trata en absoluto de una película vindicativa de nada; no veremos ni un drama enérgico ni una tragedia profunda; pero Sayles sabe ofrecer un mosaico de personajes que viven de y por la música más cercana al pueblo, y al pueblo negro oprimido y maniatado por unas leyes y costumbres ya casi superadas, centrándose la narración en el cambio de actitud de los viejos nombres del blues frente al nuevo rock & roll, asumiendo que una época ha acabado y nace otra, reclamando, de forma bella y firme, que, de nuevo, la música estadounidense debe sus más profundas raíces a aquellos que llegaron forzados a servir, aunque luego su música fuera adoptada y fagocitada por la industria en manos de los blancos.
Película muy interesante, bien escrita y bien construida, indispensable su visión para el cinéfilo amante de la música y de las historias con doble fondo sin caer en maniqueísmos fáciles.

The plot is a basic melodrama, but there are a lot of hooks hanging from it. The first is the understated exploration of race and racism in this situation. The story is told from the point-of-view of the black lead characters and we see their circumstances contrasted with those of the whites. The sheriff is the token racist authority figure but, while he's not sympathetic, Sayles takes care not to paint him as a villain with a black hat. He abuses his power but he doesn't go as some might (and historically did). Sayles' portrait of Harmony does something few movies attempt by showing not the graphic, violent side of racism but the insidious, corrosive kind…

"Honeydripper" is set at the intersection of two movements that would change American life forever: civil rights, and rhythm & blues. They may have more to do with each other than you might think, although that isn't his point. He's more concerned with spinning a ground-level human comedy than searching for pie in the sky. His movie is rich with characters and flowing with music…
da qui

sabato 25 maggio 2013

Mon voyage d'hiver - Vincent Dieutre

un film difficile, e doloroso, parla di un viaggio (invernale) fino a Berlino, un adulto che accompagna un ragazzo attraverso la Germania, e la sua vita, e le persone importanti che ha incrociato.
con tante citazioni e musiche bellissime - Ismaele



…Le voyage de Vincent Dieutre est douloureux, la maladie est présente, ses prises de cachets en témoignent. Les peines de coeur font aussi partie de ce voyage. Les relations ne peuvent plus être les mêmes avec ceux qu'il a aimés. Les visites se font parfois au cimetière. Et l'on se souvient d'une phrase de Dieutre dite à son filleul, "La musique n’est jamais du temps perdu. Elle est la perte.". Alors perdez vous dans ce voyage en hiver, vous vous y retrouverez peut-être...

…Au-delà des figures et des gimmicks “dieutriens”, comme le rappel constant de sa toxicomanie d’hier (“l’âcre odeur du manque”), Dieutre atteint une sorte de maturité esthétique. Son système de confession en voix off intimiste encadrant des images brutes (vidéo et film) est désormais une image de marque, un style à part entière. 
Formellement, le film est splendide, scandé par le leitmotiv des travellings avant sur une Allemagne en apesanteur, embrumée, engoncée dans son manteau de neige. Un hymne à l’Allemagne mais sans complaisance. Il fallait un Français comme Dieutre pour composer un tableau aussi complet de cette contrée taboue, relier les fils de l’histoire passée et contemporaine, suggérer la grandeur et les horreurs dans un même geste. Evocation argumentée et poétique de la mémoire de ce pays démembré, puis reconstruit ; de son raffinement et de ses drames ­ l’assassinat de Rosa Luxemburg, le nazisme, les camps (Buchenwald), les bombardements (Dresde), le mur de Berlin, le terrorisme. Survol rapide, mais terriblement exhaustif. Un hiver brûlant.

Pressé par l'urgence d'une mort prochaine, il lui montre tout ce qu'il peut; le pire comme le meilleur, les joies comme les peines. Car si ce film raconte une idée du monde maintenant révolue, l'Histoire reste, même si on tente d'en effacer les traces, comme à Berlin, destination finale du voyage, où la ville est reconstruite pour gommer les stigmates d'une division absurde.
Mon Voyage d'Hiver renvoie à Schubert de façon évidente. Par le titre d'abord, la musique bien sûr, mais également par le style. Dieutre, comme Schubert, nous fait don d'une oeuvre personnelle, intime et poignante sur le ton de la confidence, se permettant même un surprenant play-back en guise de fin, avant de nous laisser seuls avec la musique jusqu'à la note finale.
da qui


El orden de las cosas - Alenda Brothers

e se Jep Gambardella

ho visto il film di Paolo Sorrentino in un cinema di due sale, nell'altra davano "Miele", di Valeria Golino.
mi sono chiesto se  Jep Gambardella (Toni Servillo) potrebbe fare la scelta del signor Grimaldi (Carlo Cecchi).
e non so la risposta.

giovedì 23 maggio 2013

La grande bellezza - Paolo Sorrentino

l’inizio mi ha ricordato “Reality”, di Garrone, entrambi iniziano il film con una festa, in altri momenti c’era qualcosa di “The tree of life”, di Malick (Malick celebra la grandezza della vita, Sorrentino la grandezza di Roma e del suo passato), oltre al fatto di avere entrambi “usato” musica di Zbigniew Preisner (grandissimo musicista, già autore delle musiche dei film di Krzysztof Kieślowski).

Toni Servillo (Jep) è perfetto, come pure Carlo Verdone (Romano), entrambi hanno una storia comune, Romano, sembra una specie di Flaiano con meno capacità, non ha avuto successo, ha conservato l’anima di un tempo, e quando abbandona quella Roma che non l’ha mai voluto, lui povero e ingenuo, uno di paese, quando lo dice a Jep, Jep vacilla, perde l’unico, forse, amico sincero.

Romano, con quella faccia e quei baffetti, sembra un attore anni ’50. E in effetti sembra un film vecchio, poteva farsi uguale 50-60 anni fa, l’Italia sembra ferma, è terribile, e Jep lo sa, alla fine riesce a dire parole sincere, dice che è tutto finto e inutile.

fa venire poi i capelli dritti lo sfogo del mafioso Moneta (il super latitante Denaro?), quando dice che il Paese lo portano avanti loro.

molte altre parti sono impagabili, la preparazione al, e il, funerale del ragazzo, per esempio.

alla fine sai che è un film ricco, denso, forse troppo pieno, barocco, dispersivo, bello visivamente, col tempo si apprezzerà di più, penso - Ismaele






Inutile dire che la performance di Servillo è perfetta e ironica al punto giusto, fisicamente e intellettualmente debordante, ben accompagnata dalle ottime prove di Verdone – pienamente a suo agio nel ruolo dell’attore sfigato ma in fondo rimasto “puro” – e della Ferilli. Una piacevole sorpresa, in effetti, la naturalezza con cui la bella attrice romana si cala nella parte dell’emotiva e fragile Ramona.
Qualche eccesso di virtuosismo qua e là Sorrentino se l’è concesso, e qualche immagine sfiora il retorico. Detto ciò, La grande bellezza è un gioiello ed un lodevole esempio di cinema, quasi mistico, brutale nella sua capacità (e necessità) di mettere a nudo le mostruosità del presente.

Scrive il Guardian: “Sorrentino è tornato a Cannes con un bellissimo film, girato nello stile classico della Dolce vita di Fellini e della Notte di Antonioni. La grande bellezza è un ritorno al suo naturale linguaggio cinematografico, dopo la difficile esperienza in inglese con Sean Penn in This must be the place. Il film è superbo, ma c’è anche un eccesso di ricchezza che va un po’ a discapito delle emozioni. Toni Servillo meriterebbe il premio per il miglior attore, grazie alla stupenda interpretazione di Jep”.
Secondo Lee Marshall, che ha scritto la recensione su Screen Daily, La grande bellezza piacerà più al pubblico straniero che a quello italiano: “Il paragone naturale da fare è quello con un’altra operetta impressionistica del regista napoletano: Il divo. Quel film però era immerso in una realtà storica, mentre La grande bellezza è più una raccolta di vignette senza tempo. Paradossalmente, questo è un film che potrebbe piacere di più all’estero che non in Italia. Sul terreno di casa, la visione di Roma di Sorrentino e della sua vita pseudo letteraria potrebbe sembrare un po’ obsoleta”.
Anche Le Monde ha scritto una recensione sull’ultima fatica di Sorrentino: “Con il suo broncio malizioso, il protagonista Jep ha un’aria da Walter Matthau alla romana mentre contempla le glorie dell’unica città al mondo in grado di fargli sentire l’eternità. L’ultimo lavoro del regista italiano è un omaggio alla Fiera della vanità, che alla fine restituisce un’umanità che sembrava non esserci all’inizio del film. Pur restando molto lontano dalla grandezza dei suoi maestri, Sorrentino dimostra sempre di avere delle belle trovate cinematografiche”.
Positivo anche il parere di Variety. Scrive Jay Weissberg: “La grande bellezza è un ricco banchetto cinematografico, che omaggia Roma in tutta la sua bellezza e superficialità. Di certo farà venire un’indigestione a qualcuno, che potrebbe vederla come l’opera di un cinefilo in posa che manca di vera profondità. E non importa se la stessa critica è stata mossa alla Dolce vita 53 anni fa. Il confronto non è casuale: come il capolavoro di Fellini,La grande bellezza fa di una figura esausta dal punto di vista esistenziale una guida dantesca attraverso la decadenza della vita romana”.

martedì 21 maggio 2013

Il figlio dell’altra (Le fils de l'autre) - Lorraine Levy

un film semplice, che lo capiscono tutti.
quando il nemico ha un nome e una faccia e ci parli poi diventa meno nemico, l'apartheid serve a far diventare l'altro più nemico;
dopo un film così sai come potrebbero terminare tutte le guerre:
governino delle madri e per 10 anni si scambino tutti i bambini in culla.
Joseph e Yacine li hai incrociati, qualche volta.
a me è piaciuto molto, e così sarà anche per voi, ne sono sicuro - Ismaele



E se anche, in questo film, non manchino dei momenti didascalici, va bene anche così perché riescono a tenere in perfetto equilibrio la storia tra la gravità e le leggerezza, propendendo spesso verso quest'ultima e verso una poesia rara che ci dona il ritratto di due donne definitivamente stanche di guerra.

…La sensazione che si ricava dalla visione è che la Levy abbia voluto fare un film politico, anche se, forse, all'inizio non c'era questo intento, attraverso un dramma che costringe israeliani e palestinesi a mischiarsi per superare il muro di astio e di diffidenza cristallizzatosi nel tempo e a guardarsi con occhi nuovi e diversi senza vedere dall'altra parte il nemico
Joseph e Yacine incarnano la speranza delle nuove generazioni, tesa a sottolineare l'inutilità del conflitto, la cui chiave per avvicinarsi alla soluzione risiede, forse, nelle relazioni personali e nell'accettazione dell'altro.
Hanno molto in comune, Joseph e Yacine, ad eccezione delle loro vite, destinate, forse, a non incontrarsi mai, se non fosse stato per quella drammatica fatalità, che rimbalza dall'uno all'altro per ricomporsi in quella speranza che non ammette alternative…

Le film pose la question simple et lucide : refuserait-on de reconnaître son propre enfant s’il appartenait à une communauté ennemie ? Un moyen détourné d’aborder le conflit israélo-palestinien et d’en mesurer la légitimité. La réponse pour l’espoir (de paix) est certes belle, mais elle est surtout candide et utopique…

Alors bien sûr, ce n’est pas avec Le Fils de l’autre que l’on débattra de manière constructive sur ce conflit sans fin, mais du point de vue «film pour sensibiliser le public», l’histoire est belle, intéressante, prenante, et Emmanuelle Devos, entre force et sensibilité à fleur de peau, y trouve un de ses plus beaux rôles.

lunedì 20 maggio 2013

Jagten (Il sospetto) – Thomas Vinterberg

una sceneggiatura senza tempi morti, attori all'altezza, e oltre, una storia che capita sempre agli altri, nella quale la cosa più facile è accusare, poi si vedrà, peccato che certi non resistono e si ammazzano prima.
il titolo originale, "La caccia", rende meglio, ma questo passa il convento.
un film che fa soffrire, ma è imperdibile, sicuro - Ismaele




Il sospetto è un film straziante, senza dubbio, bello e reale come piace a me, e tocca tutte le conseguenze che ricadono sul protagonista di un'accusa del genere. Non solo Lucas, ma anche Marcus, suo figlio, viene gettato nella vortice della colpevolizzazione, anche se si ribella con calci e pugni e urla il suo disprezzo sia alla famiglia della bambina sia agli amici che hanno abbandonato suo padre - solo il suo padrino aiuterà lui e Lucas in tutto e per tutto…

Tutta la storia è narrata dal punto di vista personale del protagonista: lo spettatore assiste, con la stessa incredulità e rabbia, alla progressiva demonizzazione di una persona che alla fine è costretta, pur di sopravvivere, a scendere sullo stesso piano dei suoi carnefici: l'ostilità della gente e l'enorme rabbia repressa faranno diventare Lukas un uomo violento e disperato, capace di sfidare da solo l'intera comunità che fino al giorno prima lo considerava un fratello, al quale poter affidare senza pensieri i propri figli.
Seppur angosciante e crudo, 
Il sospetto è un film straordinario per emotività e presa sullo spettatore. La morale è chiara: in questo mondo (specificatamente quello occidentale, ricco e opulento come la democraticissima Danimarca) dove dominano l'apparenza e l'ipocrisia, ogni regola di civile convivenza può essere sovvertita dalla paura e dalla viltà. E quello che è successo a Lukas può succedere a chiunque,  perchè l'egoismo e la volontà di 'sbattere il mostro in prima pagina', la voglia di trovare un colpevole a ogni costo pur di mettere a tacere scomode verità, fanno tristemente parte della società moderna…

Lucas lavora in un piccolo asilo di un non meglio precisato piccolo paese nordico, danese per la precisione.
Un giorno, per semplice ripicca, una bimba lo "accusa" di averla molestata.
Lucas è innocente.
Sarà un inferno.
Raramente ho fatto così fatica nella visione di un film.
Un malessere incredibile -un misto di rabbia, speranza, incredulità, tristezza- mi ha accompagnato fino, e ben oltre, i titoli di coda.
Il problema è che sto film è perfetto, c'è poco da dire

En síntesis, un filme realmente impactante, tenía muchas ganas de verla y no me ha defraudado. Un filme imperdible y necesario también, para recordarnos eso que tanto se nos olvida a veces, de caminar un kilómetro en los zapatos de la otra persona para entenderla. Un filme lamentablemente que muestra una situación muy real y actual, tan real que asusta, con un ritmo que va en aumento de forma imparable y te atrapa hasta no  soltarte y golpearte. Un nuevo experimento sobre las volubles e interesantes reacciones masivas del ser humano. Y con un excelente  final, que hace honor al título del filme. Muy recomendada.

The power of this movie lies in its closely observed, beautifully acted scenes of apprehension and concern.  The young actress who plays Klara, Annika Wedderkopp, delicately portrays a child who lies, becomes confused, tries to protest her innocence, simply can't remember, but only knows she's lost her friend.  And Mads Mikkelsen is typically superb as Lucas, playing so far within himself one almost forgets his impressive physicality...

domenica 19 maggio 2013

Sevmek zamani (Time to love) - Metin Erksan

un film d'amore, con molte complicazioni.
anche se è un film d'amore, è un gran bel film, di una bellezza antica.
non ci sono scorciatoie, tutto è radicale e (pare) impossibile.
Mustafa è davvero un amico che tutti vorremmo.
indimenticabile, non te ne penti, promesso - Ismaele



QUI   il film completo sottotitolato in inglese


An obscure gem, a hidden treasure to international cinema lovers; “Sevmek Zamani” is one of the best movies in Turkish cinema history. This cult film still remains as a cinematic enigma for the new generation in Turkey. Praised for its B&W cinematograhpy and regarded as a masterpiece, film follows the aesthetic tradition of Antoninoni. Also resembles some of Bela Tarr’s works with its visual sensibility; “Sevmek Zamani” is an eclectic mixture of modernist themes (i.e. individual loneliness), metaphysics (the fight of good vs evil), and notions of Marxism like director’s some other works. Metin Erksan is one of the first Turkish filmmakers who saw cinema as an art form apart from a mass entertaining medium.

…Sevmek zamani racconta la storia dell’incontro tra Halil e Meral, la donna il cui ritratto ha così profondamente turbato la vita del giovane operaio, il film ci mostra attraverso una regia impeccabile lo scontro tra due universi fortemente distanti e quasi incompatibili della nazione turca, o meglio come ha scritto un utente di IMDb “indaga attraverso un rigoroso realismo la caotica battaglia identitaria tra oriente e occidente e attraverso questa distanza ci mostra due percezioni dell’amore : quella urbanizzata della donna che vuole stare con l’uomo innamorato del suo ritratto contrapposta a quella orientale dell’uomo che rifiuta la ragazza dicendole: ‘Io sono innamorato solo del tuo ritratto’Il feticcio e il sublime!”…

sabato 18 maggio 2013

Babylon A.D. - Mathieu Kassovitz

Mathieu Kassovitz, peccato, hai fatto qualcosa che, in sintesi, è film dimenticabile.
meno male che poi ti sei ripreso, tra anni dopo, con "L'ordre et la morale".
ma questo è senza capo né coda - Ismaele



La sceneggiatura è una spaventosa accozzaglia di plagi, calchi, prestiti e citazioni, incapace di costruire suspense e tensione, anche perché priva di motivazioni, spessore e nessi decenti, che Kassovitz non ha il minimo di interesse a migliorare, occupato a spendere più soldi possibile (come nella scena dell’elicottero, o in quella del sommergibile, l’unica decente del film) invece di rendere eccitante un’azione che montaggio e produzione macellano facilmente. Vin Diesel è ridicolo nel mettere in scena i soliti cliché del duro e tenebroso, mentre Gérard Depardieu si fa notare solo per l’orrido make-up. Accanto a loro, spiace constatare l’ennesimo spreco perpetuato ai danni di Michelle Yeoh, grande attrice e artista marziale, con cui Hollywood tappa i suoi buchi a mandorla…

Le crime de Monsieur Lange (Il delitto del signor Lange) - Jean Renoir

alla sceneggiatura ha lavorato Jacques Prévert, ed è sia una storia francese anni '30, non si può confondere.
tutto fila come un orologio, i personaggi e l'ambientazione sono perfetti, è un film che non ti dimentichi, cone la solidarietà e l'omertà buona alla fine.
da vedere, se uno vuol capire come si fa il Cinema - Ismaele



Mai distribuito in Italia, il film fu messo in onda dalla RAI il 13-1-1971.

da qui


Batala, proprietario truffatore di una casa editrice, oppresso dai debiti, fugge abbandonando operai ed impiegati, non prima di aver sedotto e approfittato della giovane Estelle, che ne partorirà il figlio. I lavoranti della casa editrice, grazie all'inventiva di Amédée Lange, uno dei redattori, si riuniscono in una cooperativa che riesce ad avere successo economico grazie alla pubblicazione dei romanzi popolari scritti dallo stesso Lange e alla concordia e solidarietà che vi si instaura. Ma Batala torna all'improvviso e pretende di riappropriarsi della casa editrice. Per fermarlo Lange lo uccide ed è costretto a fuggire verso il confine, insieme alla compagna Valentine e protetto dagli altri membri della cooperativa. Il film è il racconto in flashback di Valentine ai clienti della locanda dove i due si rifugiano la notte prima di passare il confine.

da qui

A man and a woman arrive in a cafe-hotel near the belgian frontier. The customers recognize the man from the police's description. His name is Amedee Lange, he murdered Batala in Paris. His lady friend Valentine tells the whole story : Lange was an employee in Batala's little printing works. Batala was a real bastard, swindling every one, seducing female workers of Valentine's laundry... One day he fled to avoid facing his creditors, and the workers set up a cooperative to go on working. But the plot is less important that the description of the atmosphere just before the Popular Front.

da qui

Renoir judiciously mixes in fantasy, politics and romantic adventure with great glee in this fable, as he delights in the choice made in the end by the bar patrons. In the skilled director's hands, this propaganda piece rises to art.

da qui

 …Renoir is likely the finest filmmaker to ever link narratives of complex human beings to progressive socio-political readings. And The Crime of Monsieur Lange is an exemplum of this skill with unsurpassed charm to boot. Prévert's script is so light on its feet, so "French," what with its whimsy and deep romance and periodic invocations of the spirit of "liberté, égalité, fraternité." This is the sort of film that leaves one, smiling, with the conviction that sometimes crime does indeed pay.

da qui


inizia così:

mercoledì 15 maggio 2013

Kelin - Ermek Tursunov

film di una bellezza antica, di quando il cinema è solo immagine (bellissima), non ci sono parole, eppure la storia è chiara e senza tempo.
natura, animali e umani sono in lotta e in equilibrio.
un film che non si dimentica - Ismaele



…The themes of this film encompass the nomadic culture, shamanism, cult burials, to symbolism about female figures being the head of the household.  In reference to the shamanistic cult burial in Kelin, it is all about being one.  The film is set in the second century, although it could have also been set in 400 BC. The allegorical meaning and symbolism of family life in rural Kazakhstan fills this movie up to the brim and I felt like I was transported into another place and time, a very foreign area and I was deeply immersed while I was watching this film.  I would say that Kelin is one of the most culturally concentrated films I’ve seen all year and I would recommend it to anyone who is interested in seeing it.

…It surpassed my highest expectations. Cinematography is astonishingly beautiful and it manages to convey a complex and very emotional story without use of any dialog in a way that feels natural. There is a scant info about this film online (and the bluray is free of any extras). I found that the story supposedly takes place in Altay mountains in the fourth century AD. The film had its international premiere at Toronto Film Festival in 2009 and was nominated for Oscar in 2010…