giovedì 28 marzo 2013

Caterpillar - Kôji Wakamatsu

ultimo film di Wakamatsu, uno che mancherà moltissimo.
"Caterpillar" è un film antimilitarista, critico delle strutture sociali e dei rapporti di violenza dell'uomo sulla donna, e molte altre cose, chi vedrà capirà quanto c'è dentro.
Shigeko, la protagonista, è indimenticabile.
Wakamatsu fa Cinema, e anche questo è un film da non perdere - Ismaele





…La critica dell’espansionismo imperialista passa per la distanza esistente tra la retorica di regime (il falso solenne, l’artefatto politico) e la tragica realtà del ritorno dal fronte. La forza persuasiva dell’informazione deviata finisce così per condurre a epiloghi comici, quando due abitanti del villaggio incontrando il tenente Kurokawa vestito della divisa e trasportato in una carriola lo appellano “dio della guerra” e gli chiedono “come va la salute?”. L’addestramento degli abitanti del villaggio, idilliaca oasi di pace lontana dal teatro delle operazioni, si tramuta in una sorta di parodia; le ripetute celebrazioni in onore del tenente Kurokawa sono canzonate dallo scemo del villaggio (vero controcanto dell’enfasi mistificatoria del potere) e si devono misurare con gli impietosi primissimi piani su mutilazioni e ustioni del reduce. Il montaggio alternato è qui serratissimo, con le onorificenze di guerra e la divisa attentamente ripiegata a legare le inquadrature dedicate al corpo e allo strazio della fisicità, che ripropongono uno dei temi centrali nel cinema di Wakamatsu…

…La bellezza dell’opera è infine debitrice dell’eccezionale prestazione di Terajima Shinobu, che rende alla perfezione l’ampia gamma di sentimenti che caratterizza il personaggio di Shigeko: l’orrore e lo spavento al ritorno del marito più che mutilato, l’accettazione rassegnata del proprio ruolo familiare e sociale, la maturazione del proposito di vendetta, il pentimento, la follia e la quiete finale, una volta liberatasi, per sempre, del marito - padrone.



…Tadashi aside, the film also takes on another more important and engrossing perspective through that of Tadashi's wife Shigeko (Shinobu Terajima, who got the Silver Bear for Best Actress at last month's Berlin Film Festival), intially shocked by the image of a husband who's more than a cripple, being maimed both physically and emotionally, and to balance that expectation set by society of the dutiful wife who will stand by her husband no matter the costs, and live the vows of being there for better or for worse. Keigo Kasuya may have the more technically challenging role of expressing himself through his eyes only, but Shinobu Terajima brings forth her character's development superbly, as one initially very reluctant and fearful of other's perception, to one who learns how to capitalize the turning of tables to dish out revenge long overdue, especially when she holds the upper hand in rewarding good behaviour brownie points to a sex-addicted husband (yeah, he can still function below the waist). In many ways, it's a close examination of the live of the Japanese woman during war, and societal pressures put on them at the time…



Caterpillar inizia e finisce tra le fiamme, inizia e finisce con la morte. Dalle immagini di repertorio, che già avevano contraddistinto la messa in scena di United Red Army, alle sequenze nella casa della famiglia Kurokawa e poi nel villaggio e nei campi, per chiudere nuovamente con un calibratissimo e più che efficace utilizzo di found footage: il fungo atomico, la devastazione, i corpi, i numeri dell'orrore. Caterpillar ammutolisce, lascia basiti, può persino infastidire, respingere. E anche per questo è un'opera dannatamente necessaria. Un'opera che allarga ancor di più gli orizzonti e l'analisi di United Red Army, rileggendo la storia del Giappone, ferita dopo ferita. Caterpillar è una ferita nell'animo. È la ferita che ha portato alla generazione delle contestazioni violente, è il prologo e la contestualizzazione di United Red ArmyCaterpillar è un uomo che striscia come un bruco verso il suo destino, è un amplesso rubato seguito da un amplesso rubato seguito da un amplesso rubato, è lo shock insistito dei flashback, della verità che non si vuole guardare, che il montaggio rende insopportabile come uno schiaffo.



Malheureusement le contenu de "Caterpillar" (« Le soldat Dieu ») s'arrête presque au résumé fait ci-dessus (une femme s'occupe de son mari plus que diminué). Car hormis la révélation cauchemardée d'un secret presque entièrement contenu dans la première scène, le récit, pénible et laborieux, n'avance jamais, tournant en rond autour d'interrogations stériles sur la nature des "Dieu de guerres" décorés par l'empereur. On suppose que l'intention du réalisateur est d'en faire un discours universel, valable pour tous les conflits. Mais la forme, voyeuriste en diable, emplie de cris et colères certes compréhensibles, mais rapidement inutiles et redondants, agace très vite…



…Il est toujours agréable de constater qu’à plus de 70 ans un artiste peut encore être aussi enragé que s’il en avait quarante de moins. C’est le constat qui vient immédiatement à l’esprit à la vision de ce soldat dieu, dernier film en date de Koji Wakamatsu, vétéran du cinéma japonais. Remarqué dans les années 60 pour une série d’oeuvres extrêmes qui se rattachent à la nouvelle vague nippone, le réalisateur n’a jamais fait mystère de son engagement contre toute forme de guerre et de barbarie. Souvent trash, ses longs-métrages les plus célèbres (Quand l’embryon part braconnerLes anges violés ou encore Va va vierge pour la deuxième fois) ont marqué leur temps par leur jusqu’au-boutisme formel et thématique…



Koji Wakamatsu ne nous épargne aucune humiliation dans ce rapport sado-masochiste difficile à encaisser. Et il ne s’interdit rien, allant jusqu’à filmer les ébats sexuels entre cette femme et cette chose, devant le portrait de l’empereur et les décorations militaires. On pense beaucoup à Johnny s’en va-t-en Guerre même si le regard est totalement opposé mais également à l’Empire des Sens auquel le réalisateur avait participé pour la relation de domination malsaine. En résulte une oeuvre profondément dérangeante car elle pose des questions essentielles sur les limites du sacrifice – cette femme vit un calvaire insoutenable psychologiquement et physiquement – et nous balance à la gueule ce qu’il y a de plus terrible et d’animal dans notre nature d’être humain.



…Wakamatsu è sublime, nell’azzerare l’automatico dato sociologico, quand’anche repentinamente politico, in laconica impersonalità genitale, ossessa ma mai compiaciuta, come se l’immagine tutta non foss’altro che questa seppiosa – e trita ritrita torta ritorta – fine indecorosa e pervertita dell’Impero (sempre in The Sun di Sokurov, il generale MacArthur commenta, riferendosi all’Imperatore: “È come un bambino”, non esimendosi tuttavia dal dichiararlo criminale di guerra). Il torlo d’uovo non sarà più sodamente inserito nella vagina come ne L’impero dei sensi, ma infranto con violenza sul volto deturpato del caterpillar. Ciò che resta del corpo, coincide con il vuoto di qualcosa che si consuma perché è in sé consumato: fatale vigilia della bomba. Wakamatsu diluisce l’assunto di partenza – che può essere tratto, come lui stesso ha più volte spiegato, anche solo da un trafiletto in un giornale -  in una zona fatta d’aria, di correnti, di pulsazioni (il suo nome è film, niente a che vedere con facili etichette crtiche quali cinema-pop), che vorrebbero oscillare esattamente nel punto fra il prima e il dopo lo scoppio atomico, e inventarsi un mondo non più atomico proprio perché per sempre nuclearizzato. Imamura, con Pioggia sporca, aveva intrapreso appunto il racconto di questo sgomento anonimo, popolare e dunque universale, che precede, e poi cede, alla bomba. Wakamatsu, come gli è proprio, ne narra l’avverarsi, traducendone il picco esplosivo in disperata coazione a ripetere.


Il lato positivo (Silver linings playbook) - David O. Russell

Jennifer Lawrence è bravissima, e l'oscar lo meritava tutto, subito dopo Jessica Chastain.
il film si vede bene, un po' scontato, pensi all'uscita dal cinema, va meglio il giudizio il giorno dopo, quando apprezzi meglio sceneggiatura e dialoghi, e interpreti tutti, da Robert de Niro, a Bradley Cooper, alla madre, già matriarca in "Animal Kingdom", e Jennifer Lawrence, qui vedova (l'avevo già vista indimenticabile sorella maggiore con responsabilità da madre, in "Un gelido inverno").
"Il lato positivo" non è un capolavoro, ma un bel film di sicuro, merita - Ismaele


Una commedia coraggiosa, che sfugge ai cliché del sentimentalismo hollywoodiano oppure li attraversa, senza restarci impantanata. Un film divertente, drammatico, pieno di vita. Semplice e complesso, come può essere ogni giorno, ogni cosa, a seconda che la si affronti con onestà verso noi stessi, o con timore del giudizio, nostro e degli altri.
Il film si presta subito a un parallelo con l'opera precedente del regista newyorkese, "
The Fighter" del 2010. Anche ne "Il lato positivo" Russell racconta le vicende di una famiglia, con al centro il personaggio di Pat (doveva essere di nuovo Mark Wahlberg, ma alla fine è stato scelto Bradley Cooper) e intorno un solido e bizzarro - quale non lo è? - universo familiare destinato a rimettersi in gioco e trasformarsi, in seguito all'incursione della variabile esterna, la bellissima Tiffany (il fresco premio Oscar Jennifer Lawrence)…

…One of the ingenious and sort of brave accomplishments of Russell's screenplay (inspired by a novel by Matthew Quick) is the way it requires both father and son to face and deal with their mental problems and against all odds finds a way to do that through both an Eagles game and a dance contest. We're fully aware of the plot conventions at work here, the wheels and gears churning within the machinery, but with these actors, this velocity and the oblique economy of the dialogue, we realize we don't often see it done this well. "Silver Linings Playbook" is so good, it could almost be a terrific old classic.

David O. Russel a ainsi aisément réussi son pari en sublimant la rencontre entre un bipolaire bercé d’illusions et une jeune veuve dépressive complètement délirante. Entre un humour noir ravageur et de purs moments de folie galvanisants, Bradley Cooper et Jennifer Lawrence nous offrent des compositions à fleur de peau, faisant jaillir à l’écran l’étendue de leurs talents (preuve en est les multiples récompenses qu'ils reçoivent). Véritable cure contre les clichés et les codes convenus des rom-coms, le film est aussi un efficace médicament contre la tristesse, de par sa bonne humeur contagieuse. À consommer sans modération !

Silver Linings Playbook cuenta con eso que los entendidos llaman un reparto coral, donde cada una de las piezas es (im)permeable a la trascendencia dramática del resto: los arcos de transformación se describen sutilmente en el transcurso de una trama redonda, cuyo nudo no para de arrancarte sonrisas gracias a situaciones que son en realidad dignas de la mejor tragicomedia, ya que basculan conmovedoramente entre esa clase de humor que desarma por su limpieza (y punch) y la catarsis familiar más perniciosa…

…Storia molto a stelle e strisce, bilanciata tra dramma e commedia (molti sono i sorrisi strappati dai bizzarri atteggiamenti dei protagonisti), con un protagonista anomalo che cerca di vincere una sfida con se stesso, riuscendo alla fine a trovare il perfetto equilibrio secondo quanto insegna il pensiero occulto puritano alla base del modus vivendi degli Stati Uniti; cioè che solo chi esce vittorioso da una sfida piccola o grande che sia, è "blessed by God" (benedetto da Dio e quindi degno).
Pioggia di candidature Oscar, una statuetta per la Lawrence premiata come migliore attrice, attori bravissimi a non scadere né nel ridicolo né nel pietismo, a seconda delle situazioni imposte dal copione, vicenda originale che però verso la fine perde lo smalto iniziale per trasformarsi in una commedia sentimentale tout court. Interessante.

martedì 26 marzo 2013

Su Re – Giovanni Columbu

Gesù non è biondo, né bello, e forse era così davvero, a Pasolini sarebbe piaciuto, secondo me.
le facce sono quelle che uno crede esistano solo nei film turchi o georgiani, la storia è sempre la stessa, ma non è la solita storia, qui è buia, sporca, concreta, crudele, dolorosa, non si vede quasi niente, ma si sente tutto, il dolore della madre è senza pari, la lingua è davvero perfetta, a molti sembrerà aramaico.
a me il film è piaciuto molto, non privatevene - Ismaele
  





Stamattina, avviandomi sotto la pioggia alla proiezione stampa delle 9, già sbuffavo leggendo le note di presentazione di Su Re. Figuriamoci. La ri-messa in scena della Passione di Cristo nella Sardegna più interna e selvaggia, naturalmente in lingua sarda con gente del posto a interpretare i ruoli. Come in una sacra rappresentazione di paese da settimana santa. Una roba anni Settanta, mi dicevo, di quel populismo-miserabilismo-terzomondismo che allora intrideva tanto cinema nostro, e oggi insopportabile. Invece, signori, questo è un gran bel film…

Le ultime dodici ore di Gesù tradito da Giuda, rinnegato da Pietro, processato (e flagellato) dai gaglioffi del Tempio, condannato dal popolo e pianto da Maria, che lo ricompone nel sepolcro. Ultima cena prima della comparizione davanti a Caifa e a Pilato e della Passione che lo "passerà da questo mondo al Padre". Condotto sulle pietre di Supramonte, Gesù verrà impietosamente 'conficcato' alla croce tra il clamore dei suoi avversari e il silenzio compianto delle donne. La sete spenta con aceto cede all'ultimo respiro e al sospiro scosso della terra, che trema prima di ritrovare Cristo e la luce…

il Cristo di Columbu è rappresentazione in bilico tra sacro e profano, capace di veicolare grazie alla sua immagine ruvida - come i luoghi e la gente che lo circondano - il dolore a un livello più primitivo, inconscio, strettamente legato all'asprezza essenziale della natura. Un ritratto che s'ispira alle parole del profeta Isaia: "...non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poter compiacere" e che cerca il contatto con una dimensione puramente interiore, quella dimensione visibile solo ai "puri di cuore". La stessa purezza che Columbu ricerca anche nella gente che affolla le tappe del martirio di Cristo, e sul cui volto e sui cui sguardi Columbu si sofferma più di ogni altra cosa, lasciando spesso la scena ferma sui loro volti scavati, e i loro occhi gravidi di astio, incomprensione, sofferenza, mentre il supplizio di Gesù si svolge fuori campo. È infatti proprio attraverso i volti e il rimbalzare da un sogno e da un ricordo all'altro che Su Re riesce a imprimersi nella mente e a ripercorrere con rara pregnanza e intimità il calvario di Gesù, conseguenza di quell'astio innato e di quella voglia di vendetta ingiustificata connaturati alla natura umana…

…Il film racconta e mostra i fatti come in un sogno in cui quasi nulla procede con semplice linearità e ricorda il rituale collettivo della messa cristiana.
Sicuramente come punto di riferimento immediato ci viene in mente “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, ma non solo, infatti la pittura, e in particolare quella di Caravaggio è l’altra grande protagonista del film.
I personaggi sono tutti intensi e magnifici nelle loro espressioni corrugate e accigliate. È Fiorenzo Mattu ad avere la parte di Cristo e non è esattamente il Cristo che ritroviamo nella storia del cinema o della tv finora nota. È basso, scuro e ricoperto di peli: molto mediterraneo, effettivamente “fatto uomo” nella cornice di un’isola selvaggia e spartana.
Sia Dio che la Madonna sono due esseri umani come tanti altri, non c'è niente di divino in loro. Una prospettiva e un punto di vista decisamente dal basso che rende il mito qualcosa di estremamente concreto, non solo nella passione, ma anche nell’aspetto.
Un film toccante e una vera e propria eccezione del cinema sacro: tutto si svolge davanti agli occhi dello spettatore, niente è nascosto o inspiegabile.

La Sardegna più intima, quella misteriosa e tormentata delle montagne del Sopramonte, la stessa, proprio il Monte Corrasi, che accolse alcune scene drammatiche della Bibbia di Houston, viene rappresentata dal regista come luogo significativo, senza dimensioni spazio-temporali delimitate, dell'eterna e tormentata storia dell'uomo. Attraverso la lettura sinottica dei Vangeli, Giovanni Columbu restituisce all'umanità l'essenziale, indissolubile legame religioso (di tutte le religioni) con la terra. L'illusione atavica (e blasfema) dell’umanità di liberarsi da questo legame, viene svelata e irrisa attraverso le immagini immense di una natura che parla: attraverso il suono del vento, l’incombere freddo delle nuvole, l’inviolabilità degli anfratti rocciosi. E restituisce all’uomo il ruolo di piccolo essere, partecipe della complessità infinita e misteriosa del creato: un essere fragile e sgomento, pronto a farsi carnefice e vittima, esule senza pace dopo la preclusione assoluta al paradiso perduto…


Giovanni Columbu intervista Vittorio De Seta


lunedì 25 marzo 2013

Barbara (La scelta di Barbara) - Christian Petzold

la prima parte è lentissima, poi il film prende quota.
il regista non dice niente più del necessario, e il film è un crescendo fino alla decisione finale.
non è un film che estusiasma, ma si vede bene, fatto di particolari, che arricchiscono la storia, come se si aggiungesse, come nelle costruzioni Lego, un pezzo dopo l'altro per fare una costruzione compiuta.
bravissima Nina Hoss, e bravo Petzold, che ha fatto altri film almeno altrettanto meritevoli.
un problema è che  tutti i personaggi sono troppo prevedibili e manca davvero lo scatto per farne un film che "sorprende".
è "solo" un bel film che merita di sicuro la visione - Ismaele




…Petzold sceglie di non alzare la voce e di non calcare la mano, praticando invece un cinema della sottrazione e della rarefazione. Cinema austero che tra le sue ascendenze ha, inevitabilmente, oltre all’obbligatorio Haneke, anche il binomio Dreyer e Bergman (vedendo le sequenze delle traversate in bicicletta di Barbara in una campagna dove l’unico rumore e l’unica voce è il vento, vien da pensare a Ordet). L’altra faccia, quella meno piacevole, di un film come questo è la bassa velocità, il ritmo blandissimo, una contemplatività che può diventare subito noia. Barbara richiede attenzione e pazienza, e se per una buona mezz’ora può spiazzare e irritare per le scarne informazioni che ci dà sui personaggi e lo stile scarnificato fino al quasi niente, poi si rivela man mano, si scopre sempre di più e alla fine il puzzle del racconto si compone perfettamente, ogni parte va al posto suo e tutte le risposte vengono date…

…Un Petzold in forma smagliante prende tutta questa frustrazione, quest’aria tristanzuola dell’est e questa smania di escapismo e le amalgama in un film che solo sulla carta appartiene al “genere” cristallizzato da Le vite degli altri (2006), vale a dire la Vergangenheitsbewältigung incentrata sull’ex Repubblica Democratica. Gli elementi, in apparenza, ci sono tutti, dalla fotografia marroncina alla paranoia di Stato, dal bosco di betulle in stile scambio di spie alle Trabant. Ma Petzold, al solito coadiuvato in sede di sceneggiatura da Harun Farocki, manovra il genere come un cubo di Rubik e sforna una storia d’amore – trattenuto – screziata di unheimlich, di situazioni inattese e fiabesche, nere come la pece ma deturnate dall’ironia…

 nel 2013 La scelta di Barbara altro non è che un racconto didattico, stilisticamente impeccabile nonché prevedibile, che soddisfa le aspettative dello spettatore lasciandolo però del tutto freddo: un problema prodotto sia dalla costruzione narrativa del film che dal sedimentarsi dell’immaginarsi collettivo. Infatti, di fronte al tempo che passa, il cinema storico deve affrontare la sfida della graduale banalizzazione a opera della memoria degli eventi passati. Ciò che prima era il nostro presente, o passato prossimo, muta con gli anni nella trasmissione del racconto epico di ciò che fu; ma l’epica per sua natura deve sempre tendere a semplificare la realtà. Allora ci sono i buoni, gli eroi, e i cattivi da sconfiggere per conquistare la libertà, e La scelta di Barbara non è da meno nel narrare non i fatti storici quanto l’impressione che hanno lasciato nel ricordo: non può mancare perciò una protagonista stoica, leale e altruista, alle prese con l’indifferenza schiacciante di una dittatura impersonata da agenti, poliziotti e cittadini spietati, quasi monolitici nella loro apparenza…

…La valeur ajoutée de Barbara, tant au cinéma allemand qu’à la filmographie traitant de cette époque, réside dans sa tension et la force de son propos. Renouant par son style avec le cinéma d’auteur, Christian Petzold offre un témoignage authentique et juste d’une époque douloureuse pour plusieurs générations d’allemands, qui montre avec  psychologie la complexité de la situation à laquelle la population a été confrontée, tant sur un plan professionnel, moral que privé. De très bons — et beaux — acteurs, en particulier Nina Hoss. De quoi avoir envie de découvrir le filmographie de Christian Petzolz.

It's also interesting to see how closely the direction matches the character arc. The more Barbara opens up, the more Petzold's camera seems to move in closer to her perspective, giving us a more intimate vantage point. It's a change in tone that happens so slowly it's barely even noticeable, and it takes us all the way from the opening frames where we are staring at her from a measured distance, to the brilliant closing shot of actually looking out through her eyes. 
This is probably too slow moving and subtle of a picture to get much love from Academy voters, it hasn't got the immediate appeal or power of Florian Henckel von Donnersmarck's similarly set 2007 Oscar winner The Lives of Others, but for those who love quietly intelligent, low-key character driven dramas, it is a masterful example that you don't want to miss.

Andre, after examining the boy who attempted suicide, confides to Barbara, "I don't know. Something is wrong. I can feel it." One could say that about the entirety of the world portrayed in "Barbara," a world filled with everyday objects: bathtubs, pianos, bicycles, cigarettes, all of which take on portentous significance when seen in the context of totalitarian culture. Something is wrong in East Germany, and everyone can feel it. Doctors examine a patient and make a guess at a diagnosis. 
The reality of Barbara's world, and the world of all East Germans, is one of constant surveillance, omnipresent informers, and a huge gap between private and public behavior. Petzold is a master at creating the kind of tension that can be felt on a subterranean level, a sort of acute uneasiness that can't be easily diagnosed, fixed, or even acknowledged by the characters. This is well-trod ground for Petzold, but never has it been so fully realized, so palpable, as in "Barbara”.

que serait «Barbara» sans son interprète principale ? Nina Hoss, prix d'interprétation au Festival de Berlin 2007 pour « Yella » (film du même réalisateur flirtant avec le fantastique), fait à nouveau des merveilles dans un rôle qui amène malheureusement peu d'empathie. Elle est l'âme du film de Christian Petzold, celle par qui la dénonciation d'un totalitarisme se fait concrète, stigmatisant dans ses actions les pires exactions d'un système : amours et carrières brisées, envoi en camp de travail forcé, criminalisation du suicide... Elle est aussi celle qui hésite, entre devenir un monstre ou garder son humanité, entre un avenir dangereux et l'amour d'un métier et d'un peuple. On aimerait la voir plus souvent sur nos écrans français...

sabato 23 marzo 2013

The Nine Lives of Tomas Katz - Ben Hopkins

film strano e visionario, con un protagonista che a tratti sembra Antonio Rezza e un capo della polizia quasi cieco che sembra arrivare da "Stranamore" di Kubrick.
divertente, inquietante, folle, satirico, assurdo e tanto altro.
un piccolo capolavoro, senza capo né coda, forse - Ismaele



Dire che The Nine Lives of Tomas Katz (2000) è un film scombiccherato è dire un eufemismo.
Nelle intenzioni del regista Ben Hopkins nato a Hong Kong nel ’69 e poi trasferitosi in terra britannica per gli studi, c’è quella di inscenare una variazione sul tema dell’apocalisse (importante notare la data di produzione) edificando il film in un continuo susseguirsi di situazioni paradossali intrise di humor specificatamente inglese...


Quasi annunciato sinistramente da un'eclisse solare, un misterioso straniero - forse un extraterrestre - fa il suo ingresso a Londra, confondendosi tra la folla, assumendo a piacere l'aspetto di chi incontra e innescando una drammatica sequenza di disgrazie che conducono, letteralmente, alla biblica apocalisse. L'uomo - o la creatura - che si presenta con il nome di Tomas Katz, deve essere fermato prima che sia troppo tardi (...ha già sconvolto il traffico nella città, dirottato la metropolitana e perfino fatto scoppiare una guerra sostituendosi in Parlamento ad un ministro guerrafondaio), ma la sola persona in grado di seguirne le tracce è un ispettore cieco il quale, convinto che si tratti dell'incarnazione di un demone astrale, tenta di combatterlo con le arti dello spiritismo. Ma Katz prosegue indisturbato nel suo cammino di morte fino a proclamare - novello Dio mascherato da funzionario della sicurezza - l'inizio della fine del mondo dagli schermi della televisione.
Grottesco e visionario alla maniera di un film di Buñuel, irriverente e provocatorio come le migliori prove dei Monty Python, The Nine Lives of Tomas Katz è una inquietante storia di "fine millennio" che sa cogliere atmosfere e tendenze paranoiche ed autodistruttive della società contemporanea raccontandole sulle righe di una metafora surreale. Applaudito dalla critica anche per la bella fotografia di Julian Court, il film è stato presentato in Italia alla XXI edizione del Fantafestival. Titolo tedesco Die Neun Leben des Tomas Katz e francese Les 9 vies de Tomas Katz.

This has to be one of the strangest films of the year, a weird apocalyptic vision shot in the most mundane of London surroundings, with all too obvious budgetary constraints pushed asunder by the sheer energy of the director's imagination.
An extra-terrestrial, looking like an early 19th century bagman, materializes near the M25 and hails a cab. Soon afterwards he has exchanged his appearance to that of the cabbie, then assumes the body of a passenger, the Minister of Fisheries, and in that persona causes havoc at an international conference, unleashing war in the Far East. Later, having taken charge of the London Underground he reorganizes it to transport dead souls. The only person who has any inkling of what is going on is a blind senior police officer with a Ouija board and a more than passing acquaintance with astral planes…

Shot completely in black and white, The Nine Lives of Tomas Katz seems to want to be an homage to various films, most notably Kubrick's Dr. Strangelove and its take on Doomsday. Mind you, the film has many more zany and off-the-wall segments than any film in recent memory, poking fun at politics and at our modern society in all its dizzying, silly ways, mixing biblical end-of-the-world conceptions with modern ones. Unfortunately, it's hard to keep up all this burlesque and pointed stabs at the same fast rate over 90 minutes, and there are some obvious slow downs. The comparison to a Monty-Python film, with various sketches knitted together is also valid, and again some scenes work better than others. Still, though the story occasionally bogs down a bit, The Nine Lives of Tomas Katz remains an entertaining and very imaginative, original, and madcap adventure to the end of the world.

A great absurdist surrealist comedy from the UK. A being emerges from the sewer on the day of a solar eclipse and starts the apocalypse. Only this isn't raging fire and brimstone or a comet, but chaos. He exchanges personalities with various people and antagonizes the system and reality, shutting down the London Underground by turning it into a cult and passage to the afterlife, policemen report window conspiracies, fishery ministers declare war, the government's assets are transferred to an old man's bank account, a talk show spouts random nonsense about the situation, a man with god-like powers makes things disappear, etc. A blind policeman tries to stop this through the astral plane. The cinematography shifts chaotically from MTV to silent film, the soundtrack changes from middle-eastern chants to trance, and people get stuck in a film-loop. The atmosphere is as if David Lynch were filming absurdities instead of nightmares. Fascinating and amusing.

mercoledì 20 marzo 2013

Blue Valentine - Derek Cianfrance

la fine di una storia e l'inizio, manca la parte intermedia, ma ciascuno la può intuire.
bravissimi Ryan Gosling e Michelle Williams ( qui è una bravissima Wendy), sempre dentro i personaggi, sembra quasi un documentario, loro "sono" Cindy e Dean.
un po' mi viene in mente "Once", per via della chitarra, un po' "Shame", Michelle Williams sembra la sorella di Carey Mulligan.
da non perdere - Ismaele





…“Blue Valentine” è un capolavoro del privato. Perché quando si raccontano storie o eventi straordinari è più facile risultare “spettacolari”, ma il vero plauso va – e deve andare – a chi è capace di rendere l’ordinario speciale e indimenticabile. Ed è proprio quello che fa il “Blue Valentine” di Derek Cianfrance. Cindy e Dean sono due persone normali, con una storia più o meno normale di quelle che è toccata o potrebbe toccare a ognuno di noi. Eppure questa normalità ci entra dentro ed esplode come una bomba, illuminandoci e ferendoci clamorosamente al tempo stesso.
Perché e come è possibile che un grande amore finisca? Succede con il tempo o accade in un giorno particolare, in un momento preciso? E poi, è possibile ritornare indietro o quando ci si perde la strada è inevitabilmente segnata? “Blue Valentine” ci porta dentro tutte queste domande e soprattutto ci lascia senza risposte. O, peggio, con tutte quelle possibili.
Solo di una cosa non resta nemmeno un dubbio: la straordinaria bravura di Ryan Gosling e di Michelle Williams capaci entrambi di ipnotizzare, frame dopo frame dopo frame, chiunque li guardi e chiunque li ascolti.
In sostanza, uno film splendido che non dovete assolutamente lasciarvi sfuggire.

… Film depressivo fino al midollo, dove la routine del quotidiano logora ogni passione, e ogni frase può essere usata come un’arma contro l’altro, è invece emotivamente più complesso. Piace tanto, Blue Valentine, perché, nonostante tutta la parte finale sia una discesa in un incubo realista, ci fa comunque vedere cose bellissime, rese ancora più preziose dal rapporto che hanno con gli orrori della vita che non ci vengono risparmiati. Perché affiancato all’immagine di un uomo che piange disperato, c’è un tip tap improvvisato sulle note di un ukulele nel cuore della notte.
Momenti di bellezza unica, di amore puro, intoccato, schegge di romanticismo altissimo e mai melenso: perché Blue Valentine è, paradossalmente, una celebrazione finale dell’amore. Ci piace, Blue Valentine, nonostante ribadisca brutalmente che you always hurt the ones you love, e non possiamo farne a meno. Ci piace perché, nonostante tutto, alla fine ci sono i fuochi d’artificio.

la beauté de ce film réside dans sa transposition de la réalité et sa justesse. Rien n’est surjoué. Cette situation de couple est tellement plausible, qu’elle en devient réelle à l’écran et renvoie à nos angoisses et doutes quant au travail du temps sur l’unité que peuvent former deux êtres… idée qui se reflète dans la chanson que chante Dean à sa belle au yukulele : « You always hurt the Ones you love »… Loin d’être une comédie romantique, c'est une histoire de couple tragiquement juste que nous propose Derek Cianfrance, un "Blue Valentine" qui restera longtemps en mémoire de ceux qui auront la chance de le voir.

martedì 19 marzo 2013

The constant gardener (La cospirazione) - Fernando Meirelles

una storia verso la verità, rischiando tutto, uno dei film migliori che ha interpretato Ralph Finnies.
e Rachel Weisz è un poco meno.
un film che ti tiene incollato fino all'ultimo minuto, il racconto va avanti e indietro, ma si segue benissimo.
non trascuratelo, vale davvero il tempo che gli dedicherete - Ismaele





"The Constant Gardener" begins with a strong, angry story, and peoples it with actors who let it happen to them, instead of rushing ahead to check off the surprises. It seems solidly grounded in its Kenyan locations; like "City of God," it feels organically rooted. Like many Le Carre stories, it begins with grief and proceeds with sadness toward horror. Its closing scenes are as cynical about international politics and commerce as I can imagine. I would like to believe they are an exaggeration, but I fear they are not. This is one of the year's best films.

The constant gardener est un film qui est beau, graphiquement, avec une photo magnifique rendant hommage aux paysages africains, à leur âpreté et à la sécheresse environnante. Mais c’est aussi un film dur, terriblement dur, dans un monde où le mensonge et la duperie règne en maître, un monde où les actes infimes et sans conséquences apparentes, entraînent des drames épouvantables. Mais il se révèle être aussi une magnifique déclaration d’amour…à titre posthume. Du grand cinéma, véritablement du 7 ème art.

The Constant Gardener disturbs, lingers in the mind, for its images of Africa, images of corporate thuggery, images of well-meaning people drowning in their own self-deception (Woodrow), for its inner look at the machinations of imperialism with its mendacious servants, and so forth. Society is in deep crisis, and cinema is called on to continuously address this fact.

The Constant Gardener (2005), one of the best films of the past decade, has had numerous admirers, but because of its many themes, it has been viewed, and criticized, from a number of different angles. Based on John Le Carre’s 2001 novel of the same name, the film can be variously experienced as primarily a mystery/thriller, an expose of the pharmaceutical industry, an expose of Western statecraft’s subservience to globalized capitalism, or a love story, depending on one’s predilections. In fact the task of taking Le Carre’s typically intricate novel of 550-plus pages and somehow fashioning an entertaining, not to mention comprehensible, two-hour movie out of the material must have been daunting. But I would say Brazilian director Fernando Meirelles was definitely up to the task, and he made superb choices to create something special – a gripping cinematic story that has a reflective philosophical motif at its core. Meirelles had already attracted international intention with his spectacular previous outing, The City of God (2002), which was a startling, visceral drama about crime in the Rio de Janeiro suburban slums. With The Constant Gardener, his first English language film, he displayed further mastery and an impressive new expressive dimension…
At the end of the film while awaiting his grim fate, Justin soliloquizes aloud to his departed Tessa, "I know your secret now". That secret was Tessa's feeling of engaged compassion towards the entire world. Justin had moved in the film from the withdrawn world of the gardener, to the passionate embrace of his beloved, and on to that level of comprehensive compassionate engagement. We need to do that in a more inclusive fashion and think about empathy in a wider, social context. Perhaps The Constant Gardener may be a little bit helpful in getting us to think and feel along these lines.

Cauchemar Blanc - Mathieu Kassovitz

domenica 17 marzo 2013

Kin-dza-dza! - Georgi Daneliya

un piccolo capolavoro, sconosciuto ai più (se ricorda qualcuno a me ricorda Douglas Adams), pieno di invenzioni e di umanità.
ogni parte del film ti stupisce, senza effetti speciali, ma con una fantasia grande e speciale, e ti affezioni ai personaggi del film, davvero.
da non perdere, ku - Ismaele



QUI e QUI il film completo (con sottotitoli in inglese)


cosa rende così stramaledettamente alieno e inedito Kin Dza Dza? Sicuramente gli abitanti di Pluk contribuiscono molto, con la loro follia dilagante, le loro manie, la loro delirante esclamazione “Koo!” e la loro struttura sociale basata sul niente. Ma può bastare così poco? Assolutamente no. Il segreto del film è, molto probabilmente, in quel mix emotivo che trapela da ogni scena: si ride di brutto ma sempre con mestizia. Serenità e malinconia, umanità e disumanità, glacialità e partecipazione, comicità demenziale e addirittura angoscia convivono assieme e, mescolandosi, rivestono ogni cosa rendendola nuova. Ed ecco che un film di fantascienza così, non l’avete visto mai. Correte a recuperarlo, è una di quelle cose da non perdere.

…Gli spettatori del film riconoscevano nella società di Pluk una parodia grottesca di quella sovietica. I poliziotti di Pluk non fanno che chiedere soldi. Le persone sono rigidamente divise in due caste, i ciatlani (prevalentemente privilegiati) e i pazachi (rassomiglianti ai comunisti e ai non aderenti al partito). Mentre tutti erano capaci di telepatia, ingannavano gli altri mentendo nei pensieri. Questo fatto, e il fatto che molti a Pluk affermassero di amare il capo del planeta, Pe-Gè (ПЖ), facevano venire in mente la realtà sovietica.
Il regista Georgi Daneliya nelle interviste ha sempre affermato di non avere avuto lo scopo di riflettere l'URSS, ma piuttosto di immaginare che cosa succederà se il mondo andrà avanti. Daneliya dice scherzando che molte cose si sono avverate, come la divisione in pazachi e ciatlani, o la lingua che si semplifica sempre più (vedi sotto).
Kin-Dza-Dza è rapidamente diventato un film cult tra i giovani nell'URSS. Certe parole e molte espressioni vengono citate tuttora. Molti di quelli che erano collegati ad Internet nell'ex URSS riportarono una forte impressione del film, al punto tale che tuttora uno dei saluti comuni nelle chat, soprattutto in IRC, è ku (russo "ку")…
… La sceneggiatura è stata riscritta molte volte, sia prima, che durante e dopo riprese.
Durante le riprese Konstantin Ustinovic Černenko divenne capo dello stato, e nella parola "ku" i censori videro le sue iniziali (K. U.) e dunque ritennero che il film potesse irriderlo. Mentre il regista stava inventando una nuova parola da sostituire ("ko", "ka", "ki"), il capo dello Stato morì e la necessità decadde.
Il successivo capo dello Stato, Gorbačëv, promosse una campagna contro l'alcolismo, e il regista dovette riscrivere e rigirare alcune delle scene del film. Inizialmente il personaggio di Ghedevan teneva infatti una bottiglia di alcol georgiano prodotto a casa. Secondo la sceneggiatura originale erano capitati sul planeta Alfa invece della Terra perché si erano ubriacati. Il regista cambiò la parola "alcol" con "aceto" e rigirò alcune scene…

Ah, Soviet socio-political satire, ah Russian dystopia. Could anything be greater than a combination of both, in movie format? Unlikely, says Kin Dza-Dza! – a minimal and clever sci-fi masterpiece from the ’80s. Written and directed by revered director Georgi Daneliya, this film from my early years was only allowed to see the light of day thanks to its creator’s reputation. The plot revolves around the story of two oddballs who accidentally teleport to the mysterious planet Pluk in the Kin Dza-Dza galaxy. Fiddler and Uncle Vova unwittingly activate a device belonging to a hobo who claims to be an alien, and the fun begins.
Pluk’s inhabitants are a strange bunch; far advanced in technology, though scarcely evolved socially, with command of only a 2-word vocabulary. They look exactly like humans, have the power of telepathy, yet use a tool that divides all being into two groups – superior and inferior. Uncle Vova and Fiddler have many interesting encounters in store, and much to overcome if they’re ever to make it home.
Kin Dza-Dza! is rich with [not entirely subtle] critique of Communism and the poignant bitter humor I expect from Soviet Era films along with crunchy puns, rust, dust, and a Mad Maxy landscape throughout. Steampunk costumes and gadgets make appearances and are actually utilized in a way that makes sense! It’s a shame this Russian cult favorite isn’t better known – I deem it worthy of the pickiest sci-fi fans, provided they can get past the complete lack of any special effects.

sabato 16 marzo 2013

El estudiante – Santiago Mitre

opera prima, o quasi, di Santiago Mitre, già (giovane, del 1980) sceneggiatore, tra l'altro, di Pablo Trapero in "Carancho" e "Elefante Blanco".
il film racconta l'ascesa di un giovane studente nel potere politico universitario, nell'Argentina di questi tempi (o di qualsiasi paese, in qualsiasi tempo), Roque, un giovane capace di capire e destreggiarsi nella babele dei gruppi, fino a essere cooptato in alto e dover scegliere.
un buon ritmo e una storia universale, declinata in modo nuovo, non ti fanno distrarre fino alla fine, merita, merita - Ismaele




 ¿Por qué (es una pelicula) inteligente? Por dos razones.
1º: El estudiante es como un western, mejor dicho, como aquellos westerns «de causa mayor». Esos donde el héroe, presentado como un tipo sin excesivas convicciones y que suele conseguir lo que quiere, se ve envuelto en algo superior a sus deseos y abandona sus motivaciones principales por una causa mayor. Hay miles, desde Tourneur (Great Day in The Morning), hasta Peckinpah (Wild Bunch). En El estudiante la causa «menor» son las chicas y la «mayor» es la política. El protagonista, Roque (Esteban Lamothe, de gesto torcido y poderoso, conocido ya en Historias extraordinarias, Castro o Todos mienten), tras saltar un poco de cama en cama termina cayendo en la de Paula (Romina Paula, la gélida, hipnotizante y cegadora presencia en las películas de Matías Piñeiro), que pertenece a una agrupación política en la universidad (Brecha), y que es absolutamente la chica por la que cualquiera se dejaría meter en política (en esta película los personajes son, no están). No sólo Roque cambia de objetivo sino que la película lo hace: entre la descripción y la narración encadenada más propia de un thriller, empezamos a perder de vista a Paula, empezamos a ver más a Acevedo, líder político admirado (¿y amado?) por Paula. Lo inteligente en todo esto es que en ningún momento sabemos si tanto Roque como la película están tirando un farol, si en realidad no dependerá todo constantemente de Paula. Aún cuando parecemos estar sumergidos en la política, nos preguntamos ¿no se lo estarán jugando todo con un farol? Se lo juegan, sí, y encima ganan.
2º: El estudiante es una película infiltrada. Ante la falta de medios, ¿cómo hacer una película sobre la actividad política? Filmando poco y bien. Filmando con teleobjetivo, siguiendo al personaje de lejos, pues no se pueden hacer muchas tomas, aprovechando la realidad de la universidad e introduciendo a los personajes en ella. Los pobres pueden ser los ricos (la película también va un poco de esto)…


…Santiago Mitre, qui tourne là son premier long-métrage, édifie son œuvre avec intelligence et subtilité. « El estudiante » est un film long, bavard et dénué de projet esthétique ; une voix off désagréable vient de temps à autres fournir des précisions sur les événements ou les changements dans le caractère de Roque, venant alourdir inutilement le récit ; et les multiples tours et détours du scénario, entre références à l’histoire politique argentine du XXe siècle et démonstrations stratégiques au sein des mouvements étudiants, pourraient laisser quelques spectateurs en arrière. Ce serait dommage. Car Mitre puise dans un vaste champ référentiel qui va du style documentaire, avec une caméra portée à l’épaule, au cinéma militant, tourné avec trois francs six sous, en passant par une stimulante mise en relief des paradigmes politiques. Citer Machiavel et Rousseau n’a rien de gratuit dans un film qui, non content de se poser comme une œuvre militante, a été produit et tourné de façon quasiment clandestine : production menée par la propre société de Mitre, 30 000 dollars de budget, absence de subventions de l’État, aide bienvenue de l’Université de Buenos Aires et des mouvements étudiants, prises de vues sauvages dans les couloirs de la fac, tournage étalé sur sept mois au gré des disponibilités des comédiens et des locaux… Voilà une œuvre dont la forme et la genèse font efficacement écho à ses thématiques... 
da qui

…Sin develar nada más de la trama, esta película tiene un excelente ritmo que nunca se pierde. La definiría como un Thriller dramático Político-Estudiantil (jeje), donde además hay momentos simpáticos y cómicos. Con un guión muy notable, donde abundan los diálogos, muchos de ellos muy cuidados y precisos, sin fisuras.
Es realmente muy buena, buen trabajo de dirección, la tensión se mantiene durante todo el filme, y siempre estas esperando que pase algo. Los 124 minutos que dura, no se sienten para nada. En términos generales, Mitre nos muestra en un “pequeño” escenario (la universidad), algo tan general como son las relaciones de poder y todo lo que esto incluye…

El Estudiante retoma la idea de un cine político dentro del sistema independiente. A partir de la espectacularización de la vida política, el film apela al sentido de la hiper-emotividad, generando un juego de identificación con el espectador de modo directo. Con lo emotivo se pierde la eficacia del cine crítico-político y de debate, pero se gana un éxito de audiencia y crítica. Por eso, el triunfo del film (articulado en las bases del modelo trágico genérico) es el triunfo de la emotividad del espectador.
Ahora bien, ¿dónde está la eficacia política de un texto? ¿En sus contenidos o en sus mecanismos de articulación del film? Si las funciones están asignadas, ¿dónde queda la indeterminación o el desvío que funda lo político en el cine de los noventa? Una obra que no permite ambigüedades en un relato cerrado limita la responsabilidad interpretativa en manos del espectador. Quiérase o no, tanto en ficción como en documental, todo film es un gesto político en tanto productor de sentido.

venerdì 15 marzo 2013

L'ordre et la morale - Mathieu Kassovitz

un film coraggioso e forte, Kassovitz è sempre più bravo, come regista e come attore.
qui racconta una pagina nera (delle tante) della storia coloniale francese, dell'altro giorno, si può dire.
il mediatore va a risolvere problemi e a salvare delle vite, ma la ragione di Stato vince e uccide, e crea i nemici futuri.
Kassovitz ci mostra subito come finisce la storia e poi (di)mostra come ci si arriva.
non ti annoi un attimo, da non perdere - Ismaele




…Girato con un piglio tutto internazionale a testimoniare la maturità di Kassovitz nel trattare una materia poco familiare al cinema francese, il film è stato al centro di non poche polemiche tra il suo autore e le istituzioni. Boicottato e accusato di riaprire ferite ormai cicatrizzate Kassovitz apre uno squarcio poco piacevole sulla politica coloniale francese disposta, per ristabilire l'ordine e la morale del titolo, a sacrificare vite umane e a diffondere notizie non veritiere sui fatti. L'epilogo drammatico frutto di un escalation di violenza sostenuta da necessità politiche e incoraggiata dalle forze militari fanno da sfondo alla vicenda personale e umana del capitano Philippe Legorjus  interpretato dallo stesso regista che si trova ad essere al centro di un'intricata rete di potere in cui ogni buon senso verrà sacrificato alla ragione di stato. Un film tutto al maschile che tenta di ristabilire la verità di fatti avvenuti quasi un quarto di secolo fa in una terra che pochi sanno dove si trovi esattamente…

Encore une fois, Kassovitz sait parfaitement user de son sens du montage pour mettre en lumière les rouages de la manipulation politique comme le désarroi de son personnage, mais il oublie de diriger ses comédiens, pour leur plus grande majorité, amateurs (les grands acteurs tels que Philippe Torreton et Sylvie Testud, n’effectueront que des caméos de quelques minutes). Il est en effet regrettable qu’un film si maîtrisé pêche finalement par des interprétations qui laissent à désirer. Ainsi, notamment au début, la plupart des interlocuteurs de Legorjus sont peu convaincants et nombre de répliques solennelles typiques de l’armée sonnent faux. Heureusement, la virtuosité de la réalisation estompe cette impression à mesure que le metteur en scène nous emmène au cœur des événements. Mais ce défaut nuit considérablement à la mise en place du récit. « L’Ordre et la morale » n’est donc peut-être pas à la hauteur des premières perles déjà réalisées par Mathieu Kassovitz, mais il marque indubitablement le retour sur le territoire français d’un de ses plus grands réalisateurs.

Kassovitz chooses to tell the tale in a straightforward manner, moving through the events with a strict timeline, chronologically, moving between the hostages in Polynesia and the politicians in Paris. He also takes a single and definite position on events, both playing and sympathising with Capitaine Philippe Legorjus, the GIGN negotiator hamstrung by politics and gung-ho army officers. Kassovitz is firmly on the side of the liberals, seeing the attack on the hostage takers as clumsy, the violence unjustified, and the results as a scandal. Stylistically, the movie is similarly straightforward - the only innovation a very elegant and subtle flashback scene where a hostage explains to Philippe how the initial kidnapping took place.
All that seeming straightforwardness should not detract from the genuine power of the film. It was utterly compelling - had me on the edge of my seat - even though I had been forewarned of the conclusion. Even when it turns into a military thriller in the final segment, the movie never looses its profound concern with the politics of imperialism and the expediency forced by the electoral cycle.

…"L’ordre et la morale" se veut un film de personnages face à une situation extrême. Par un certain côté didactique, pour le sujet inédit, il nous en apprend beaucoup, mais le sujet est dépassé par des notions de pur cinéma. Mathieu Kassovitz maîtrise les outils et artifices, et il sait quand les utiliser. Ainsi, il va créer une zone de flottement que peu de cinéastes avaient réussi à capter jusque là, un lieu de l’esprit où l’âme du héros et narrateur s’évade pour philosopher. Et ce sans que jamais cela ne fasse tâche sur les images, grâce à une merveilleuse justesse de ton.