giovedì 31 gennaio 2013

Holy Motors – Leos Carax

ci sono un sacco di motivi per vedere questo film, provo con due soltanto, per convincere qualche indeciso:
-Denis Lavant, protagonista e attore di quasi tutti i film di Leos Carax, è da premio Oscar per il miglior attore (tra l'altro si chiama Monsieur Oscar, nel film),
-"Holy Motors" è un enorme piacere, una festa, per gli occhi e il cervello.

il film è dedicato a Yekaterina Golubeva (qui)morta giovane, a 44 anni, era anche qui e qui, e interpretava anche nel film di Claire Denis un personaggio misterioso, è anche la madre della ragazzina che viene presa dalla festa dal padre.

alla fine sai solo una cosa, che lo vedrai altre volte, ha tanto da dire, o magari solo per stupirti ancora.
non verrà distribuito in Italia, a tutt'oggi, ma non perdertelo, è roba da piani altissimi del cinema, non te ne pentirai - Ismaele




Holy Motors è un’opera unica, un film-monstre che inietta l’essenza della modernità nella settima arte rendendola un prisma rilucente; andiamo fieri d’essere testimoni di tale apparizione filmica, svegliamoci!, non è un miraggio, è una realtà da amare smisuratamente che può sintetizzarsi in una sola parola: è Carax. E basta.

Non più cinema-nel-cinema, ma cinema-nel-tutto. E ben venga allora la megalomania, ben venga questo allargamento filmico fino a comprendere la realtà stessa, ben venga il dialogo alla pari con i grandi e l’idea di un cinema più grande del cinema stesso. Le incomprensioni con i film di Carax derivano principalmente dal considerare negativamente, quasi come un atto di Hybris, questa tensione al confronto con l’idea stessa di cinema, un cinema che abbraccia tutto e tutti ma che continua a essere “sognato”. Ce ne fossero, invece, di registi che pensano così in grande, che riflettono con tale lucidità sul cinema totale, partendo dalle sue origini e proiettandosi nel futuro, che non si accontentano di film piccoli, ma osano quello che a molti parrebbe impossibile (e d’altronde se non fossero esistite menti pronte a sfidare titanicamente i limiti del cinema non avremmo avuto gli Stroheim, i Cimino, o gli Herzog, solo per fare alcuni nomi: registi che, come Carax, hanno fatto del superamento di questo limite lo scopo ultimo della loro poetica)…

Carax dimostra il suo essere al di fuori dello spazio e del tempo con il suo stile magnetico , unico e inimitabile.
Inafferrabile perchè ogni volta che ci si illude di essere sulla stessa lunghezza d'onda del film e del suo autore, le carte vengono di nuovo sparigliate in modo sorprendente.
Holy Motors non si guarda , si subisce come un naviglio nei flutti di un mare agitato subisce tutte le variazioni del moto ondoso.
E non è un esercizio intellettualistico sterile, è bello abbandonarsi , è dolce il naufragare in questo mare…
Interpretare Holy Motors può essere esercizio frustrante perchè Leos Carax lo dissemina di simbologie criptiche ad alto rischio di incomprensibilità e si ha sempre l'impressione che sia il regista che conduca il gioco a suo piacimento.
Come ho detto prima è un film da subire, a cui abbandonarsi senza riserve.
Unico.
Uno dei pochi film in cui qualsiasi parola utilizzata per descriverlo appare fatalmente inadeguata.

… Holy motors, film maestoso, geniale, ipnotico, splendido nella forma quanto profondo nella sostanza, coinvolgente quanto enigmatico, è una delle esperienze più incredibili che questo 2012 possa aver regalato ad uno spettatore.
Costruito sulle spalle della clamorosa interpretazione di Denis Lavant - che ruota attorno a ben undici characters, tutti con un'identità precisa e ben definita, dalla fisicità alla storia - e sulla splendida resa tecnica, questa pellicola rappresenta senza dubbio una sfida vinta dal suo eccentrico regista, che rischia grossissimo chiedendo al pubblico non soltanto di fidarsi del suo operato, ma di seguirlo come in un cammino alla cieca che resta in equilibrio tra realtà e sogno, e si fonde nella sua evoluzione con l'elemento all'interno del quale uno come lui pare essere nato per nuotare, respirare, esistere: la settima arte…

Film potente, film assurdo, film ricamato sulla pelle dell’istrionico protagonista Denis Lavant (alle prese con undici incarnazioni differenti) e sospinto sulle ali della fantasia visionaria del regista..


Ma “Holy Motors” supera il progetto autobiografico per essere innanzitutto un film universale sulla vita e sul cinema, sul tempo e l’immagine.
Vi si ritrova l’attaccamento di Carax al cinema delle origini (qui delle immagini di Etienne-Jules Marey), alle macchine (limousine e cineprese), in una celebrazione della meccanica contro il virtuale, sempre nella scia di Cocteau e Godard.
In “Holy Motors”, dalla magia truccata, consegna delle visioni splendide che non hanno bisogno di costosi artifici per disinnestare la siderazione. Il principale effetto speciale è il corpo umano, quello di Denis Lavant, doppio e invenzione di Carax, che qui si moltiplica in nove personaggi (prestazione geniale grazie alla quale l’attore si conferma erede di Lon Chaney e dei grandi del muto) senza dimenticare la presenza scultorea di Eva Mendes e la sconvolgente sequenza in cui Kylie Minogue canta la sua tristezza tra le rovine del grande magazzino La Samaritaine.
Non si ha che una voglia, quella di rivedere il film al più presto. Non è il migliore del festival, è IL film del festival.

…This has been a year of leading roles for limousines. M. Oscar's car upstages the limousine in David Cronenberg's "Cosmopolis," and the journeys of both cars seem to be odysseys through their cities, for purposes not very clear to the audience. "Holy Motors" is the more entertaining and funny of the two, although some parts are not funny at all, and many laughs are of disbelief or incredulity. Both end with their limousines going home for the night, answering a question asked in "Cosmopolis," although when the limo in "Holy Motors" gets home, its day is far from over.

Here is a film that is exasperating, frustrating, anarchic and in a constant state of renewal. It's not tame. Some audience members are going to grow very restless.
My notion is, few will be bored.

Oscar tiene el encargo, como se lo propone Carax, de desnudar las mentiras manchándolas de fango. En ese sentido, la estética del director sigue siendo incómoda y desagradable, con algo de aquellos amantes del Pont Neuf autodestruyéndose, pero igualmente bella y poderosa por su carácter enigmático. “Holy motors” podría proyectarse como complemento romántico a “Cosmópolis” (David Cronenberg, 2012), y no sólo por su escenario compartido. Al igual que aquélla, la película de Carax se abochorna ante su propio tiempo y aguarda, al final, un sentido común que en la realidad quizá nunca llegue. Tal vez cuando un diálogo entre limusinas durmientes dentro de un garaje se perciba como tristísima despedida de una realidad que ha dejado de necesitar tanto la fisicidad de las cosas como la fantasía.

Hay películas que no son recomendables para todos los públicos, y no por las imágenes o temas que tratan, sino porque su narrativa y estética se alejan de lo convencional, esquivan toda lógica lineal y racional y en su ambigüedad y espíritu libertario escapan a cualquier norma o cliché preestablecido. “Holy motors”  es una de ellas, y aunque se trata de un trabajo valiente, original, y de indudable calidad y personalidad cinematográfica, no es de extrañar que más de un espectador salga de la sala frustrado y pensando que su director Leos Carax se ha excedido en lo visionario, lo extravagante y lo provocativo. No le faltaría algo de razón, pues asistimos a una especie de viaje fantasmal por las calles de París, subidos a una limusina con el Sr. Oscar para verle interpretar papeles que nos hablan de la vida como gran teatro de un mundo en el que reina la insatisfacción, del cine como lugar donde lo real se mezcla y confunde con la ficción, del individuo como ser permanentemente cercenado en sus ilusiones y proyectado en sus sueños…

Carax gives us cinephile allusions to Jean Cocteau, Jean-Luc Godard, Jacques Demy and Georges Franju in the course of the film; with a chilling mask, Scob reprises her own famous persona from Franju's 1960 film Eyes Without a Face. But more potent influences are perhaps JG Ballard, Lewis Carroll, Fritz Lang or David Lynch, whose Eraserhead andInland Empire hover over the weird introduction, in which the director himself awakens and wanders through a darkened cinema auditorium accompanied by the unsettling sound of seagulls. Perhaps Oscar's guises are an exhibition of grotesques, a satirical commentary on our yearning for logic and progress in our lives, a yearning for stability and identity, or the exact opposite, a yearning to escape the prison of identity. It could be punk Buddhism, a set of wacky reincarnations, or maybe the film is in fact a literary adaptation of two lines from TS Eliot's Prufrock: "There will be time/ To prepare a face to meet the faces that you meet."
Yet the absurdity and dream anti-logic give an unexpected force to the serious and passionate moments, which are the more moving and disturbing because they come out of nowhere and are so overwhelmingly real. At one moment, Oscar is a dying, wealthy old man making a tragic farewell to his devoted great-niece Léa (Elise Lhomeau), whom he has made rich, but in so doing evidently caused her to attract a man who has broken her heart. In another gripping scene, Oscar becomes a grumpy dad, picking up his unhappy teenage daughter from a party. His treatment of her is one of the scariest things I have seen at the cinema all year.
Holy Motors could be a multiple-personality disorder of the spirit, a tragicomic shattering of the self, caused by some catastrophe that has happened just out of sight, just beyond the reach of memory. But it's quite possible it's just bravura, imagination, fun. This is the theory I favour. It's pure pleasure.

Se nutre de un dadaísmo insoportable. No posee el ingrediente universal del cine de primer orden, no hace industria ni aporta novedades al lenguaje cinematográfico. Jamás se la recomendarías a una persona convencional, o sea al espectador medio que solía alimentar las salas. No trasciende en el imaginario colectivo, pues es decididamente cool, pretenciosa y lisérgica. Hará felices, en cambio, a los heterodoxos que reivindican lo raro a cualquier precio, a los que no detectan la pobreza estilística y formal del realizador de Mala sangre, que practica el vampirismo en un negocio demasiado indulgente con la estafa. Si esta película la hubiera firmado un español, los iconoclastas de Sitges habrían encajado la ocurrencia con más bostezos que aplausos. Y Holy Motors sería –omitiendo lecturas vacuas– una película donde los coches dialogan, los perros tienen el tamaño de tigres y el protagonista enseña su débil erección. Sólo eso. Arte y ensayo que gustaría de ser comercial. Ni revela, ni escuece. Tal vez ahí reside el sobrevalorado triunfo de Léos Carax: en su facilidad para generar ruido.

Multitude de rôles endossés par Denis Lavant, multitude d’émotions et d’atmosphères régnant dans le film, qui balaie avec brio tout ce que peut offrir le cinéma en moins de deux heures. Holy Motors revêt tour à tour les parures d’un drame, d’une comédie, d’un film érotique, d’une œuvre musicale, d’un thriller – tout cela en se dirigeant en douceur vers une profonde mélancolie, en exprimant des regrets sur le cinéma d’antan, quand le pixel n’existait pas encore et que le grain donnait du caractère à l’image, quand un tournage nécessitait une machinerie imposante et impressionnante. Alors qu’il nous alerte sur la disparition possible du « Silence, moteur, action » puisque les gens ne veulent plus de ce cinéma, Leos Carax nous redonne foi en la magie du 7ème art, sa capacité à témoigner de notre condition, à nous plonger dans une fantasmagorie exquise, à nous faire vivre et revivre. Une œuvre singulière et fascinante.

The Los Angeles Film Critics Association awarded Holy Motors as the "Best Foreign Language Film". Leos Carax wasn't present but provided them with a speech. Listen here, or read below:
"Hello, I'm Leos Carax, director of foreign-language films. I've been making foreign-language films my whole life. Foreign-language films are made all over the world, of course, except in America. In America, they only make non-foreign-language films. Foreign-language films are very hard to make, obviously, because you have to invent a foreign language instead of using the usual language. But the truth is, cinema is a foreign language, a language created for those who need to travel to the other side of life. Good night."
da qui


It was French director Claire Denis who suggested Leos Carax to cast Kylie Minogue for the film. 

Edith Scob, who plays chauffeur Céline, starred in the French horror classic Occhi senza volto, by director Georges Franju. Franju's cinema is the object of several homages throughout 'Holy motors'. The mask that Céline puts on by the end of the film is a direct reference to 'Les yeux sans visage'. 

martedì 29 gennaio 2013

Tabu – Miguel Gomes

in tutte le storie il passato condiziona il presente.
Aurora sta per morire e scopriamo, dalle parole di Ventura, che "ela tihna uma fazenda em Africa", e il riparte, tornando indietro.
come in Chocolat, di Claire Denis, il passato coloniale è un macigno che è lì, francesi, belgi, portoghesi non possono fingere che non ci sia stato, non possono non farne i conti, sia a livello storico che personale.
è terribile il rapporto con gli indigeni, sembrano loro gli ospiti, sono i servi e gli schiavi.
e la vita in colonia, per i bianchi, era strana, un altro spazio tempo.
nel film si parla poco, ma si capisce tutto, certo, i simboli aggiungono molto, ma già a una prima visione è un film che merita, e molto.
provare per credere - Ismaele




…Come in Chocolat di Claire Denis, la colonia è più uno State of Mind che un luogo socialmente e culturalmente connotato. Uno spazio esotico in senso stretto, “estraneo” e irriducibile; uno sfondo vago e generico in cui gli occidentali deambulano come spettri, presenze transeunti come caduche sono le passioni che vivono, le sole, tuttavia, capaci di animarli. Altro che le presunte stregonerie voodoo della migrante africana Santa: i veri “demoni” sono i bianchi-morti:
Tra i volti africani di nero abbronzato, il colore bianco della pelle evoca davvero qualcosa di simile alla morte. Io stesso, nel 1891, quando dopo aver passato mesi e mesi assieme a gente di colore, scorsi di nuovo nei pressi della Bénoué i primi europei, trovai la pelle bianca antinaturale di fronte alla fragrante pienezza della nera. Possiamo davvero biasimare gli autoctoni perché considerano l’uomo bianco come una cosa contro natura, una creatura soprannaturale o demoniaca? (Curt von Morgen, À travers le Cameroun du sud au nord, citato da uno dei personaggi occidentali di Chocolat).
Il cinema è l’incubo che abbiamo sempre sognato di vivere. Ed è forse questo il vero tabù – nome del monte africano che fa da sfondo alla storia d’amore – che Gomes ha osato cristallizzare, con il pudore e la saggezza di chi ha già raggiunto la vetta.
“Capolavoro” e/o “film dell’anno”, tertium non datur

Il regista non si è fermato però ad un’esposizione letterale dei fatti, in Paradiso il Racconto fa rima con Ricordo, e da qui si diffonde una bruma sottile che si infiltra nei tessuti descrittivi, li inzuppa rendendoli magici e li emancipa dalla pesantezza dialogica (il mutismo sporco dal quale affiorano rumori lontani è il corrispettivo della dimensione mnemonica); costantemente in equilibrio tra tumulti del cuore (consueti sì, di rara verità altrettanto) e folate oniriche indomabili (la surrealtà della band in cui suona Ventura; il mostro catturato da Mario; il cuoco-stregone; la presenza del coccodrillo, recipiente di simboli e di significati) Tabu trova totale sublimazione nell’atto di rievocare: la reminescenza, che possiede un piacevole sapore markeriano, È il film, cartina tornasole di una nostalgia che si rende capace di essere vissuta, sentita, e che si fa accompagnare nel tragitto (verso il nostro occhio) da una cornice visiva impeccabile, un flusso di immagini decorate da una voglia di ricerca tradotta in una quantità di dettagli mai pedanti e sempre appaganti...

En síntesis, un filme excelente, un experimento que mezcla dos épocas del cine con destreza, un filme doloroso, triste, romántico, hermoso, una obra maestra imperdible…

…”Sabía que esta película, que se iba a llamar primero “Aurora” –cuenta el director- y luego Tabú, iba a tener que abordar esa idea de extinción. Había un personaje que deseaba morir, pero también se hablaba de una sociedad extinta, la sociedad colonial. Pero también deseaba dialogar con un cine extinto, el cine clásico, deseaba hablar sobre el mundo colonial, tanto el real como el creado por el cine. No quería filmar el África real actual, no tenía el derecho. Lo que deseaba era trabajar sobre esa mitología del África del tiempo colonial”…

De la manipulation sonore à la lecture déchirante de ces lettres d’amour qui deviennent des lettres d’adieu, dans l’éclairage nouveau qu’apporte ce paradis sur cet autre paradis perdu, dans sa peinture cruelle et passionnée d’un amour destructeur et dont la portée va bien au-delà du simple couple à l’écran pour contaminer tout un univers, le film de Miguel Gomes représente autant une déclaration d’amour au cinéma (présent aussi bien dans la multiplication de références explicites ou pas que directement à l’écran, dans une salle) que la représentation idéale d’une passion prohibée. Et c’est magnifique.

...Não mais abandonaremos a narração do Sr. Ventura, ou só temporariamente, nos segmentos “epistolares” do filme, quando a voz da Aurora de Laura Soveral reaparece para dizer o texto das cartas (é por uma carta que o filme acaba, depois dela o silêncio, o fim de tudo: Murnau, com certeza, mas Tabu não exclui, et pour cause, um sombreado de Amor de Perdição, Oliveira e Camilo). E pela narração de Ventura, como num sonho a preto e branco de super 8, recria-se uma colónia portuguesa em África, no sopé do fictício Monte Tabu, no princípio dos anos 60, com os primeiros indícios da agitação independentista em fundo (paraíso/paraíso perdido: o filme inventará o seu próprio link com a guerra colonial)…


Visuellement sublime, TABU tient de la fascination. Miguel Gomes, qui instruit une structure narrative singulière, use d’une approche esthétique sensationnelle qui ne peut qu’exciter l’attention du spectateur. Il fait de et avec son film un poème des impressions.

lunedì 28 gennaio 2013

Beed-e majnoon (The willow tree) - Majid Majidi

Majid Majidi è davvero bravo, una storia che letta non dice troppo, poi vedi il film e ti conquista.
l'avventura di Youseff fa tremare i polsi, riesce a recuperare la vista, ma perde le sue certezze.
davvero coinvolgente, per me, un piccolo capolavoro - Ismaele



QUI il film completo

The Willow Tree is a slower-paced art-like film. Take time with it and let it seep into your bones. It will bring reflection when you need it. A sense of calm in life's crazy storm. It is lush with beauty, ripe with meaningful questions, a bit melancholy in its prayers for humanity, but enduring and timeless as a resonant work of art.

…In Majid Majidi's latest masterpiece, Youseff (Parviz Parastui) is a kindly and awkward university don who has been living with blindness since a childhood accident involving fireworks. It is not an uncomfortable life that Youseff leads: he has a loving wife who reads his students' thesis for him, as well as perform clerical tasks like typing transcripts of his essays, a child who adores him, and an extended family who is there for him, no matter what. Hampered by his disability, true and complete happiness eludes him until the man regains his sight through a cornea transplant procedure - and this is where the film begins in earnest...

the movie couldn't work without the excellent soundtrack, or the commanding performance by the lead Parviz Parastui. He has on one hand made Youssef a likable fellow, yet managed in the same movie to make us despise his actions, with a tinge of pity, and at times, just wanting to slap him out of his arrogance. It's been a long while since I actually cared for a character, and want to reach out to him - as the bystanders usually have the better view of any situation - and to direct him, just as how you would a blind person, to avoid the pitfalls that seem set to dawn on him.

At another level, The Willow Tree has indeed opened my eyes to more of Iran, instead of those ra-ra sanctions filled news bulletins demonizing the country as a whole. I thought that through film, I see a little more of a country caught on celluloid, depicting the same hopes, dreams, and even challenges that folks in the country grapple with too. And with such intelligent stories from their filmmakers, you wonder about their rich culture, and also realize that you don't need big sets and big moments to create an impact - the little things in life that you can put into stories to tell, work just as majestically.

On the technical production side, it is worth nothing that although the film is beautifully crafted and photographed, the Iranian prohibition concerning the presentation of adult Iranian women is severely restrictive. Women must be shown wearing the hejab at all times, even inside their own homes, which is unnatural. Not only are men and women forbidden to kiss, of course, they cannot even touch in any way. This is a problem that Iranian filmmakers try to overcome in creative ways, but it is clearly problematic, for example in the case when Youssf is joyfully greeted by his wife and family upon his return from Paris. In addition, there are elements in the film that I find somewhat open-ended and make me wonder...

domenica 27 gennaio 2013

Nefes: Vatan sagolsun (The Breath) - Levent Semerci

nella prima parte c’è qualcosa di “Full metal jacket” di Kubrick e del “Deserto dei tartari” di Zurlini, un clima di attesa, la vita di tutti i giorni, nostalgia di casa, in una piccola caserma di montagna ai confini dell’Iraq, alla fine esplode la battaglia.
è un’opera prima, il regista è bravo, bravi gli attori, un bel po’ di retorica turca, alla fine troppa.
però è un film che merita molto - Ismaele

QUI il film completo


…But even so, just as I got bored and wondering "would I see some hardcore bloody boom bang?!" Whow, the ending scenes are stunning. Not like what I've imagined, the war scene is fast, brutal, and furious. But probably what makes it more intense is the camerawork and the great sound effects complete with all the explosions. And if you get to see this movie with good English Subtitle, then you would feel emotionally attached to the soldiers. Why? Because the movie indeed spends a good amount of time giving us the view of their everyday life, their emotions, and even their relationship with people back home. You would find that they are basically just ordinary young men fighting for their mother land. 
All things considered, Nefes: Vatan Sagolsun is a movie worth watching as long as you don't expect for Hollywood stuff...
 

sabato 26 gennaio 2013

Ya no basta con rezar (Non basta più pregare) - Aldo Francia

ambientato a Valparaíso (dev’essere una città bellissima, un po’ mi ha ricordato Porto),  girato l’anno prima del golpe del 1973, racconta la storia di un prete che lascia gli agi dei ricchi e va a vivere con i poveri, appoggiando anche gli scioperi dei cantieri navali.

a Ken Loach piacerebbe molto, anche a me è piaciuto.
Il regista Aldo Francia ha fatto solo due film, non mancherò l’altro, intitolato “Valparaíso mi amor”.
merita di essere visto - Ismaele

QUI il film completo

 

A good social movie of the early 70's. It shows us the life of a man from Valparaíso, and how his religious beliefs are in conflict with his environment. Finally he discovers catholicism not always are in opposition with social issues. As usual in Aldo Francia's movies, there are some documental scenes showing us the problems of poverty in his beloved Valparaíso. I think the last scene (where the protagonist sees the policial repression to a social meeting and suddenly gets a rock and throw it to the cops) was shot in a real demonstration. The actings are very natural and good, and Francia portrayed some typical people from the port (as "Cristo'e palo" and "Gitano" Rodríguez). The documental look and cinematography are very good in relation with the movie.

da qui

 

La contraposición entre la marcha de asalariados y la peregrinación de los pescadores acompañados de sacerdotes en honor a su patronos, secuencia magistralmente lograda. En ella se ve al padre Jaime marchando junto a los trabajadores porteños, imágenes contrapuestas con la peregrinación y ofrenda de sacerdotes y pescadores por la festividad de San Pedro y san Pablo. Se ve claramente una iglesia nueva y una vieja, y con ello un tipo de desarrollo añejo y del cual es urgente escapar. El enajenamiento de los pescadores es guiado por la iglesia del momento, ya que estos están totalmente ajenos de la realidad material de la sociedad de aquellos años. Es por lo mismo, entonces, que esta secuencia es tan importante dentro de la película, puesto que, se incorpora la pugna central de un modelo de desarrollo económico y porque no decirlo moral. La eterna disputa entre la caridad fatua representada por la iglesia o un cambio real en las condiciones materiales de las clases subalternas, cuestión que desde siempre a atormentado a la pequeña burguesía, ya que, sostener un cambio real en las condiciones laborales supondría un peligro para sus intereses: La caridad entendida sólo como absolución de los pecados. El propio Aldo Francia se refiere a esta situación del siguiente modo:
“…Más bien tiene el interés católico, profundamente capitalista, de invertir en obras benéficas para obtener dividendos descomunales”[5].
      Esta radiografía social que hace el director del filme en 1972, sigue siendo actual y describe de gran forma a la sociedad contemporánea. En donde los actos caritativos están en estrecha relación con la mantención del statu quo y la concentración económica de los sectores acomodados. Es por ello que el epilogo del filme, muestra al protagonista lanzando una piedra contra el orden establecido. Ese pequeño acto de cierre, concentra la tención dramática que construyo el filme a lo largo de su trama, el padre Jaime por fin es libre y la pedrada no es solo su triunfo personal, sino también, la constatación de un Estado agotado. La piedra es el asesinato a un modelo moral, pero ante todo a uno económico-político guiado por el liberalismo neoclásico.

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venerdì 25 gennaio 2013

Mariza - Costantine Krystallis

Hors la loi (Uomini senza legge) - Rachid Bouchareb

a metà fra film di gangster e film storico, con attori che sembra si ispirino al Denzel Washington di "Malcolm X" e di "American gangster" (un po' due dei tre fratelli hanno anche una leggera somiglianza con Denzel).
il film è visivamente potente, ma a tratti è didascalico, non emoziona troppo e termina in questa giornata.
notevole il commento del poliziotto francese, su chi avrebbe vinto la lotta fra algerini e francesi, fosse anche solo per quello il film merita la visione - Ismaele



Se ce ne fosse ancora il bisogno, ma davvero pensiamo che questo bisogno non ci sia, questo film conferma la validità della pellicola di Pontecorvo, vero capolavoro di un cinema sì ideologicamente ragionato ma con un occhio attento allo spettacolo e al genere. La distanza pare infatti siderale tra La battaglia di Algeri e questo Hors la loi: vero che uno confina la lotta d’indipendenza nella propria terra, l’Algeria, mentre il film di Bouchereb sembra svilupparne una sorta di controcampo girato tutto (o quasi) in terra francese, però il fatto incontrovertibile è che nel film di Bouchareb riesce a mancare sostanzialmente sia l’afflato spettacolare che quello ideologico, sicuramente molto appiattito e superficiale rispetto a quello di Pontecorvo. Il regista franco-algerino più che a velleità storico-artistiche sembra più interessato a tutte le componenti sentimentali della lotta indipendentista, contrapponendo spesso e volentieri in maniera molto blanda e imprecisa le due “fazioni” in lotta: casus belli è l’incipit del film, ove si assommano simbolismi piuttosto spicci e semplificazione estremamente didattiche e illustrative. In un elementare montaggio alternato…

Le début du film est remarquable quand, en Algérie, il pose les fondements de son scénario. Il retrace des événements restés longtemps tabous et minorés par nos livres d’histoire, dont ceux de Sétif qui vont devenir les motifs de vengeance et les justificatifs de violence. Ceux-là même qui d’une manière générale sont pour Bouchareb un symbole, universel, d’autres drames de notre monde.

Si le scénario a l’excellente idée d’explorer les ambiguïtés des mouvements terroristes qui se font la guerre entre eux, mais aussi celles des forces françaises qui ne pratiquent pas les mêmes méthodes d’investigation (barbares pour certaines, justes pour d’autres), on reste sur notre faim côté cinéma. Nos comparses se connaissent-ils trop tous les quatre ? Se sont-ils laissés aller à un satisfecit qui les a limité en termes de créativité et d’autocritique ?

Dans tous les cas, si cette superproduction affiche à l’écran son superbudget de 20 millions d’euros, on se demande où est la création, où sont l’émotion et l’amour du cinéma ? Le film déçoit autant dans la mise en scène que dans l’interprétation. Le spectateur est partagé entre la force et la richesse de l’histoire et le vide d’émotion autour des personnages principaux.

…Il film, dallo stile asciutto e senza compromessi, esattamente come il tema trattato, è uno straziante e accorato sguardo sulla controversa situazione franco-algerina che ha sconvolto e segnato, da ambo le parti, un’intera generazione nell’immediato dopoguerra, interpretato con una dirompente carica espressiva da attori che riescono a rendere con pathos memorabile ogni singola sfumatura di questa tragedia classica. Nonostante gli argomenti trattati appartengano al recente passato, Bouchareb riprende sapientemente canoni immortali, facendo scontrare realtà assolute e allo stesso tempo inconciliabili, come ideale e realtà o come stato e famiglia, con un risultato magistrale. Il dramma di tre vite spezzate ma indissolubilmente legate viene reso senza lasciar spazio ad alcun sentimentalismo; i personaggi sono vivi e a tutto tondo, caratterizzati in maniera tanto sublime da risultare «veri»; le grida di dolore dei protagonisti lacerano il cuore dello spettatore senza mai cadere nel patetico: sono uomini che prendono decisioni estreme di cui sono consapevoli e di cui si fanno pienamente carico, ed è proprio questo che pone la pellicola una spanna sopra alle altre dello stesso genere.
Non sono eroi ma uomini. Purtroppo, però, per esserlo in tempi eccezionali bisogna esserlo in modo eccezionale – al di là di ogni ideale, al di là di ogni regola, al di là di ogni legge.

Rachid Bouchareb, a French director of Algerian descent, tells his story through the lives of three brothers. We meet them first in 1925 when French authorities throw them off the land their family has farmed for generations. Homeless and without a livelihood, they form a lifelong resentment, which will express itself in different ways.

They move with their family to Paris. Said (Jamel Debbouze), takes to the streets, works as a pimp, opens a club and sponsors boxing matches. Messaoud (Roschdy Zem) fights for the French in Indochina, where he observes the Viet Cong at first hand and begins to see parallels between its resistance to colonialism and the struggle for Algeria. He returns to France a revolutionary, and joins his brother Abdelkader (Sami Bouajila) in organizing for the FLN in Paris.

Their tactics involve violence. Abdelkader is inspired more by ideas and theory, and Messaoud's energy comes from more basic emotions of resentment and hatred for how the French dispossessed his family. Cerebral Abdelkader is able to kill dispassionately; Messaoud finds it more personal and agonizing. After a certain point it matters not what they think, because they've passed a point of no return and are desperate and wanted armed men, fighting in an invisible army…

L’opzione di un registro popolare, che prevede la messa in campo dei cliché del film bellico, ma anche del gangster movie non indebolisce affatto la portata dell’operazione di ricostruzione storica tentata ma, al contrario, la rende fruibile e apprezzabile anche da un pubblico di giovani e adolescenti che non hanno conosciuto la stagione dell’impegno per l’indipendenza. Se ne possono discutere le premesse, disconoscere le opzioni dominanti sul piano dello stile ma da questo punto di vista, sul piano narrativo, estetico e comunicazionale, va dato atto a Bouchareb di aver realizzato con Hors-la-loi un film probabilmente ancora più compatto ed efficace di Indigènes...

Tout au long des 2h18mn du film, la colonisation et la guerre d’Algérie ne sont jamais contextualisées…
…En réalité, Hors la loi, plus que la lutte du FLN (dont un des combattants du film revendique l’existence en 1945 alors qu’il n’a été créé qu’en 1954...), relate l’engagement progressif d’Algériens au sein de ce mouvement ; où comment la lutte armée peut pousser à des actes aussi répréhensibles que ceux qui sont reprochés. En effet, Rachid Bouchareb ne cache rien de l’engrenage offensif dans lequel s’enferment les personnages. En cela, le cinéaste se montre plus rigoureux dans son approche du combat du FLN. En se plaçant du point de vue des individus engagés, avec leurs motivations et leurs contradictions, il relie l’Histoire avec un grand H au parcours d’une famille au cœur de ces combats dramatiques - offrant àHors la loi un point de vue entier et humain, à défaut d’une approche historique minutieuse.

giovedì 24 gennaio 2013

Chocolat - Claire Denis

il primo, grande, film di Claire Denis, un film sul ritorno, sulla sua impossibilità, sul razzismo, sui silenzi, sui razzisti buoni, sul bellissimo rapporto fra Protée e la figlia dei padronisull'amore impossibile, con uno straordinario Isaach De Bankolé.
davvero un gran film, da non perdere - Ismaele

PS: musica di Abdullah Ibrahim



…”Chocolat" is a film of infinite delicacy. It is not one of those steamy melodramatic interracial romances where love conquers all.
It is a movie about the rules and conventions of a racist society and how two intelligent adults, one black, one white, use their mutual sexual attraction as a battleground on which, very subtly, to taunt each other. The woman of course has the power; all of French colonial society stands behind her. But the man has the moral authority, as he demonstrates in the movie's most important scene, which is wordless, brief, and final.

"
Chocolat" is one of those rare films with an entirely mature, adult sensibility; it is made with the complexity and subtlety of a great short story, and it assumes an audience that can understand what a strong flow of sex can exist between two people who barely even touch each other. It is a deliberately beautiful film - many of the frames create breathtaking compositions - but it is not a travelogue and it is not a love story. It is about how racism can prevent two people from looking each other straight in the eyes, and how they punish each other for the pain that causes them. This is one of the best films of the year.

Chocolat is postmodern in a melancholic sense in that nothing between the characters is ever absolutely resolved. There is rather an overwhelming sense of loss and melancholy gained from the film which explores the impossibility of love between the two characters, Aimee and Protee and even France and Protee, stuck within the colonial paradigm of master and slave. Furthermore this sense of loss and emptiness is also realised at the level of the characters themselves who appear extremely elusive and mysterious. It is also literally realised in terms of the identity of various characters such as, Munga and the adult France, who are respectively only dreaming or without a past and future

martedì 22 gennaio 2013

Dagen zonder lief (Giorni senza amore) - Felix Van Groeningen

un altro gran film belga e di Felix Van Groeningen (qui un'altra sua pellicola).
parte piano poi cresce sempre più. 
per avere un'idea, il film al quale si avvicina di più è "Il grande freddo" di L. Kasdan, e non sfigura affatto.
una bella sorpresa - Ismaele





La generazione che ha ereditato dai genitori la tranquillità materiale ha cercato di inventarsi una nuova forma di libertà da inseguire, ma il suo breve volo è atterrato in un deserto: un luogo pulito e ordinatissimo, ma vuoto. Nessuno ha trovato ciò che cercava, né chi è partito, né chi è rimasto. A Kurt, come dice Nick, le cose sono andate bene: ha una moglie, un figlio, un cane. Lavora in proprio come venditore online, però non combina granché, visto che è psicologicamente bloccato, soffre di misteriosi attacchi di panico e di ipocondria. Frederic ha una bellissima casa, ha sposato la figlia di un ricco imprenditore, ma è completamente succube della moglie, terribilmente autoritaria e gelosa.  Una volta era la spensieratezza dei vent’anni a rendere tutti uguali, adesso è il senso di fallimento. Negli svaghi che gli ex-ragazzi si concedono in occasione della loro rimpatriata, il divertimento ha le fosche e dolenti striature della rabbia e della nostalgia.  Il tono del racconto è quello scanzonato tipico del filone giovanilistico, a base di bravate, scherzi e battutacce, però è sciacquato nel disincanto, nella consapevolezza che ogni tentativo di rivivere il passato si esaurisce in una pietosa messinscena. Ciò di cui i personaggi ridono è il loro modo d’essere di un tempo, quando tutto poteva essere autenticamente buffo, perché privo delle ombre prodotte dal peso della responsabilità e dei dilemmi da sciogliere. Black Kelly e suoi compagni possono provare a tornare indietro, ma niente potrà mai essere come prima: anche il lago in cui Kurt e Frederic avevano passato un vacanza insieme sembra ormai irriconoscibile.  Del resto, nel frattempo sono sopraggiunti eventi dolorosi che non è possibile cancellare.  Due anni dopo questo film, Felix Van Groeningen girerà De helaascheid der dingen, un amaro ritratto del disagio come condanna inappellabile, che si trasmette di generazione in generazione. Questo Dagen zonder lief (Giorni senza amore) contiene, in un contesto sociale del tutto diverso, lo stesso assunto di irrimediabilità, che nega la possibilità di risalire la corrente della storia, per andare ad aggiustare le premesse di quello che, nostro malgrado, siamo diventati.

domenica 20 gennaio 2013

Gagma Napiri (The other bank) - George Ovashvili

una sorpresa bellissima, la storia di un ragazzino di 12 anni che va a cercare qualcuno, in mezzo a luoghi dove la guerra ha lasciato tracce terribili.
il ragazzino è eccezionale, uguale a tutti gli scugnizzi del mondo, non si dimentica, mi ha ricordato un po' il ragazzino di "Paisà", e il film è davvero ben pensato e girato.
imperdibile, promesso - Ismaele



 Both in overall structure and in specific scenes (such as a dance in the forest), the pic self-consciously recalls Elem Klimov's "Come and See" (1985). Although "The Other Bank" is admittedly nowhere near as galvanizing, it does offer some impressively wrought scenes that approximate the unique blend of surrealism and horror that distinguishes Klimov's masterpiece: A tense sequence as Tedo crosses the border and an interlude in which two seemingly friendly car thieves who give Tedo a lift turn out to be much more sinister than expected.


… this is a sympathetic tale of a young boy displaced by the Georgian-Abkhazian conflict, with nothing to live for in a bleak part of Tbilisi (the capital of Georgia). He does not go to school, and his mother essentially sells herself to powerful but dubious characters. At first Tedo hangs out with unscrupulous characters; but, on the verge of turning into Oliver Twist, Tedo decides instead to set off to Tkvarcheli (Тҟəарчал/ტყვარჩელი) in Abkhazia to search for his long lost father. Which is just about the most dangerous thing any person can do these days (short of making your way towards northwest Pakistan or insurgent-heavy parts of Iraq or going to Chechnya for a holiday). Let alone a kid…

… While this appears to be a distinctly Georgian film, in that it is set in Georgia and Abkhazia and features the specific realities of the country, it is also one that involves creative ‘above the line’ contributions from professionals that belong to no less than seven other national cinematic traditions, none of which is Western. Kazakh Sain Gabdullin co-produced the film with Ovashvili, while Kyrgyz Marat Sarulu acted as an associate producer. The adaptation of the novel was assisted by Rustam Ibragimbekov, a screenwriting veteran of Soviet cinema responsible for classics such as Beloe solnce pustyni (White Sun of the Desert, 1970), who is based in Baku, Azerbaijan today. The cinematography of the film is by Iranian Shahriar Assadi, best known for his work on Bahman Ghobadi’s Turtles Can’t Fly (2005), the sound mixing — by CzechIvo Heder, while Jew Israel David is listed as score recordist.
When he came to think of editing the film, Ovashvili noticed that two of his favorite films, Kim Ki-duk’s The Coast Guard (Hae anseon, 2002) and Bong Joon-ho’s Memories of Murder (Salinui chueok, 2003) shared the same editor, award-winning Sun-min Kim. Clearly, a South Korean editor would be out of reach for a director based in Tbilisi in these turbulent times, be it just for the sake of the differences in language and the geographical distance. Nonetheless, George Ovashvili decided to use an e-mail address he found on the Internet and tried contacting Sun-min Kim by sending a message into cyberspace following the principle ‘if you do not try, you do not know,’ yet without expecting much. To his great surprise, however, he soon received a reply from the editor who was amazed that someone from a remote and isolated country like Georgia may know of her work and may be interested to work with her. When it transpired that the Georgian director’s budget cannot accommodate the usual fee that the editor would work for, she even agreed to reduce substantially, and worked on the project for a whole month in Tbilisi, giving it her full attention and dedication…

venerdì 18 gennaio 2013

Django Unchained - Quentin Tarantino

il dottor Schultz (Christoph Waltz) è il personaggio e l'attore che fa la differenza.
il film è una gioia per lo spettatore (per me lo è stato), Tarantino gioca con chi guarda, cita, gigioneggia (purtroppo l'attore peggiore è lui, solo pochi minuti, per fortuna).
ho letto che l'ispirazione del film sia "Django" di Sergio Corbucci, già solo titolo e musica lo indicano, io ci vedo un po' de "Il grande silenzio", sempre di Sergio Corbucci, e penso che l'ispirazione maggiore provenga sopratutto da quel piccolo unico capolavoro che è "Addio zio Tom", di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi (qui).
"Django Unchained" ha molto di epico, la visita per comprare Broomhilda sembra la preparazione del cavallo per i troiani da parte di Schultz e Django, le parole del dottore sembrano quelle di un oratore greco.
e poi è anche la storia di un rispetto che diventa un'amicizia, fino al sacrificio, fra Schultz e Django.
personalmente mi è piaciuto di più, poco più, "Bastardi senza gloria", ma siamo a livelli davvero alti.
non privatevene, non ve ne pentirete - Ismaele






Il regista di Reservoir Dogs ha ormai raggiunto un livello di consapevolezza e conoscenza del medium tale da trascendere i consueti confini del cinema, dando vita a vere e proprie opere d'arte pop. La bellezza di alcune sequenze (il fiore di cotone intriso di sangue, la stereotipata danza con la quale la servitù apparecchia la tavola per i “padroni”) va ben oltre la loro effettiva importanza narrativa: il linguaggio cinematografico diventa semplicemente un mezzo per suscitare emozioni in chi guarda. È per questo che le tre ore di Django Unchained trascorrono avvolte da un’aura di epica sospensione, mentre la storia cambia forma muovendosi con agilità tra stili e generi diversi – chi altri se non Tarantino avrebbe potuto immaginare l’hip hop nella soundtrack di un “western”; l’avventura dei due protagonisti deve essere lunghissima e contrastata, perché solo in questo modo può rendere giusto merito all’eroismo dei suoi interpreti. Al pari del solito Christoph Waltz (una garanzia), Leonardo DiCaprio si rivela eccezionale caratterista, nel ruolo di un eccentrico proprietario terriero la cui crudeltà è forse giustificata dall’ambiente nel quale è stato cresciuto…

Il meglio di Django Unchained sta però nei dialoghi, così ben scritti, ambigui, sottili, allusivi, sinuosi, da lasciare incantati. Il confronto in sottofinale tra Schultz e Candie è da rimanere a bocca aperta, il cazzeggio degli incappucciati che se la prendono con chi ha confezionato cappucci così scomodi è incongruo quanto irresistibile. A valorizzare il verbo di Tarantino (che, in my opinion, è prima di tutto un grande sceneggiatore e dialoghista) è soprattutto Christoph Waltz con il suo accento vagamente teutonico che si inerpica sulle ampollosità e volute del testo con lo stesso impegno con cui affronterebbe Shakespeare o Schiller. Onore a Samuel L. Jackson, irriconoscibile e strepitoso nel personaggio meno scontato e più ambiguo di tutti, quello del nero che governa con pugno di ferro la servitù di colore dello spietato Candie/DiCaprio, il corrispettivo di quello che erano i kapò nei campi di sterminio nazisti, l’oppresso che passa dalla parte dell’oppressore e si fa suo complice e strumento…

Nelle sue quasi tre ore di durata, il film non mostra mai un attimo che non sia funzionale alla integrità della storia, tiene il ritmo, si lascia gustare grazie ad una messe infinita di dialoghi e battute  e conduce al finale liberatorio in cui riconosciamo il talento visivo e narrativo del regista…

…Como es tradición, el norteamericano saca lo mejor del elenco que tiene entre manos, y en su segunda colaboración con Christoph Waltz, vuelve a dar con uno de los personajes más memorables de su filmografía. La interpretación del austriaco es una de las principales razones para ver “Django Sin Cadenas”. Waltz transforma a su Dr. King Schultz en el personaje más entrañable de la cinta, cumpliendo el rol del mentor de Django, personificado por Jamie Foxx, quien va construyendo la naturaleza vengativa de su personaje hasta explotar en el sangriento acto final. Si en sus primeros filmes Tarantino devolvía el brillo a estrellas en decadencia, en sus últimos trabajos se ha dedicado a dirigir a súper estrellas de Hollywood, como lo hizo con Brad Pitt en “Inglourious Basterds”. En estaocasión, Leonardo DiCaprio se luce y toma el rol de uno de los típicos maniáticos presentes en la filmografía de Tarantino, y aunque Calvin Candie es un pervertido civilizado, tiene un par de escenas donde el estadounidense ofrece una de sus interpretaciones más inquietantes.
“Django Sin Cadenas” es un festín del mejor Tarantino, entregando un filme superior a sus producciones más recientes, gracias a que concentra todas sus virtudes en pos del desarrollo del relato. Todos sus códigos están ahí, todas sus convenciones están ahí, toda la genialidad que tanto se le ha querido cuestionar, están presentes en este western que se sale de la regla de todo lo que nos llega desde Norteamérica, para dispararnos de frentón con una película que no dejara indiferente a nadie.