domenica 30 dicembre 2012

Détective - Jean-Luc Godard

un film complicato, associato qui a "Rosso sangue", di Leos Carax.
quello che dice Godard, "A story should have a beginning, a middle, and an end, but not necessarily in that order", si adatta perfettamente per questo film.
magari va visto più di una volta per apprezzarlo meglio, merita comunque la visione - Ismaele



 non c’è traccia di seriosità nel contrappunto filmico: anche se l’intrigo dell’Hotel Concorde Saint Lazare produce situazioni drammatiche e citazioni letterarie da Shakespeare, Sciascia e Conrad, il tono di fondo conserva una qualità giubilatoria che è l’esatto contrario della malinconia. Indebitato con chiunque, il manager Jim Fox Warner (Hallyday) passa le sue giornate a giocare a biliardo e copulare con Françoise (Baye), la moglie di uno dei suoi creditori. Il detective Prospero (uno spettrale Laurent Terzieff) è ossessionato dall’inspiegabile omicidio consumatosi due anni prima nell’albergo e se ne sta chiuso nella stanza del delitto scrutando tutto e tutti con una telecamera. Il boss mafioso (Alain Cuny) si aggira per l’hotel portandosi dietro una bambina bionda, un ragazzino taciturno e un contabile inetto. Il pilota Emile (Brasseur) va e viene, rimandando di giorno in giorno il confronto con la moglie insoddisfatta che lo incita a riscuotere il denaro dovuto da Jim. La formula del noir è sarcasticamente disgregata e fatta a pezzi, insomma, salvo ricomporsi in uno pseudofinale che “telefona” la soluzione dell’enigma con una nonchalance letteralmente impagabile. In questo senso Détective rappresenta il punto terminale del noir, il confine estremo al di là del quale il genere si sfalda, dissolvendosi nella ruminazione iconografica. L’anno dopo Leos Carax, riprendendo Julie Delpy (una delle due attrici lanciate da Godard in Détective insieme a Emmanuelle Seigner), frequenterà le stesse latitudini narrative in chiave apocalittico-fumettistica con Rosso sangue. Un possibile dittico sulla malleabilità concettuale e iconica del genere.


L'essence même du cinéma selon Jean-Luc Godard se déploie magistralement dans ce policier absurde, fascinant et déconcertant. Le cinéaste y emploie ses effets stylistiques habituels, comme un travail accru sur le son et une bande originale qui vise les coupures abruptes au détriment d'un fond sonore docile et confortable. Les références à la littérature et au cinéma prennent également une place importante, tout comme l'approche novatrice pour l'époque de la vidéo et de l'informatique. Mais tous ces éléments sont soumis à la narration très particulière de Godard, qui enfreint les conventions du cinéma pour mieux les démontrer…


… The images of the film, beautifully photographed by Bruno Nuytten, are dense with information, some of which leads nowhere, as one might expect of a shaggy-dog story. In Mr. Nuytten's camera, people and objects swim into focus like fish seen when one is scuba diving. The entire movie, in fact, seems to take place in some other reality, some place where physical - which equals psychic -movement is as difficult as it would be under water.
''Detective'' is most certainly not a film for everybody. It is obscure, elitist and maybe just a bit too jokey…

martedì 25 dicembre 2012

Franz – Jacques Brel

un film strano, e pieno di interesse, perché è uno dei due (il migliore) girati come regista da Jacques Brel.
sa di Fantozzi, sa di Tati,  ci sono i piccioni viaggiatori come in "Ghost Dog", sa di tristezza delle spiagge del Belgio, c'è la schifosa guerra coloniale in Congo, ci sono i rapporti tra una madre padrona e un figlio oppresso, i rapporti d'affetto con una strana puttana.
non sarà un film perfetto, ma vivo, triste e amaro, per me un piccolo e miracoloso capolavoro - Ismaele




In a French seaside town, at a boarding house for civil servants recovering from surgery and maladies, the six male residents’ lives change dramatically when two women arrive: Catherine, lively, sexually liberated, willing to kiss, dance, and sleep with the men, and Leonie, reserved, formal, conservative. Leonie finds herself attracted to Leon, a Belgian who was a mercenary in Katanga in 1964, wounded and carrying psychological scars as well. The other men continually play practical jokes on Leon, some of them cruel. As Leon courts Leonie, his horrid mother brings him emotional distress as do his memories of war. Can the two of them get past these obstacles?

A strange and cruel history, played on a musical rhythm like a sonatina. J.Brel preferred Agfacolor to the market leaders blank film brands, because of their colder colors. I cheer this movie like one of my favourites.
da qui


lunedì 24 dicembre 2012

La parte degli angeli (The Angels' Share) - Ken Loach

una parte dei fratelli Dardenne, o di un Ken Loach dei vecchi tempi, una parte de "I soliti ignoti" di Monicelli, o di "Palookaville", qualche spruzzatina de"Il mio amico Eric", mischiare con cura (questa è la parte difficile, ma Ken Loach è bravissimo) ed esce fuori un gran bel film, non perdetelo, anche se siete astemi - Ismaele




La parte degli angeli, sia chiaro da subito, non è un film perfetto.
Non lo è perché costruito attorno ai suoi personaggi, con tutto il cuore possibile, e per nulla attento alle evoluzioni tecniche.
Non lo è perché dedicato e partecipe, e non troppo attento ai dettagli che per uno script definito al millimetro risulterebbero stonati - il rapporto tra Robbie ed i parenti di Leonie, o quello con i suoi persecutori, la facilità d'esecuzione del colpo alla distilleria -.
Non lo è perché privo di una direzione precisa, a metà tra la drammatica denuncia e la commedia dai toni di favola urbana.
Eppure, è pervaso di cuore dal primo all'ultimo minuto, è tosto e commovente, riesce ad affrontare tutto il carico di una vita al limite senza mai esagerare in retorica, pesantezza, eccesso di realismo…

… sguardo disincantato su reietti in cerca di redenzione, un'ironia palpabile dalla prima all'ultima sequenza, messaggio politico ben presente (perché questa società è un qualcosa a cui ribellarsi sempre e comunque, ognuno con le proprie armi ovvero le proprie capacità) che però non appesantisce una narrazione lieve e fruibile anche da uno spettatore non per forza avvezzo alle dinamiche del cinema d'autore.
Si sorride spesso e si ride anche di questi quattro soliti ignoti al doppio malto…

… El director de “Buscando a Eric” (2009) se entretiene con gusto en la visita a la bodega o en las catas y en la subasta, y no le importa que algún momento del golpe o la propia conversión de Robbie en experto catador parezcan poco verosímiles o se caiga en un costumbrismo pintoresco de cliché, porque sólo aspira a decir que la parte de los ángeles es lo que le corresponde a cada persona y no le será quitado. Porque es su dignidad, su trabajo, su familia.

… La primera parte de la película es estupenda. El oído del espectador se hace pronto a los marcados acentos escoceses que narran un guión que se siente doloroso, divertido y real. La escena en la que la víctima recapitula los hechos de la agresión de Robbie es sumamente poderosa. La identificación casi al instante con la víctima y lo horrendo de los actos de Robbie no anula que se integre la percepción de que el arrepentimiento y el dolor que él siente por ser claramente culpable es genuino.
Puede que una rehabilitación de servicios a la comunidad se queda corta para Robbie y que verdaderamente necesite pisar terreno carcelario. Sin embargo nos lo presentan como el personaje protagonista que el espectador está obligado a acompañar durante toda la película. La secuencia finaliza con la madre de la víctima gritando en la cara de Robbie para instantáneamente pasar a un plano de Robbie sujetando a su bebé, su hijo. ¿Compasión por su verdadero arrepentimiento o indignación de que una persona que ha cometido tan recientemente tal agresión tenga el privilegio de ser padre?
En este sentido, la naturaleza contradictoria de la película es desafiante y excelente. Un ejemplo de que Robbie —más que convincente Paul Brannigan— es el personaje adecuado para ser el protagonista…

domenica 23 dicembre 2012

This Sporting Life (Io sono un campione) - Lindsay Anderson

tratto da un gran libro (qui ) il film è fatto di silenzi, rimpianti e rimorsi.
uno sguardo impietoso sul genere umano e un bianco e nero splendido.
chi vuole ridere non ci provi, gli altri non si dimenticheranno presto di Frank Machin - Ismaele



The rugby games also have to be as dirty and real. The camera gets down on the field with the players, catching every blow, all of the blood and mud. Lindsay Anderson makes it so you can see the bruises forming on the bodies and feel the crush of every powerhouse hit. Frank is locked in an eternal scrimmage, and there is no way out. 
This makes the title This Sporting Life into the film's greatest irony. Though evoking a feeling of play, its true meaning is that all of existence is a game, one that is ongoing, and that seemingly can't be won. Frank often describes himself as feeling "champion," but that is only when he is out in front of the struggle. A man can keep fighting, but with no prize at the end, what for? You get knocked down, and then you get back up, until the day you decide to stay in the dirt. Judging by the closing shots, one does not imagine Frank Machin happy.



Brutish rugby player excels in the sport but suffers from self-doubt and can't get past his perplexing obsession with a widowed landlord (Rachel Roberts). Awfully similar to Williams' A Streetcar Named Desire - Harris is square-jawed Stanley, Roberts is a combination of Blanche and Stella - and the ending's even a little similar, with Harris' brutish demeanor finally destroying the woman he loves (him shouting her name in the last shot is yet another giveaway). The performances are consistently superb even though the story gives out in the last act, once it gets through all of its clever flashbacks and returns to the characters chewing scenery and physically battering each other (also, is the spider a reference to Bergman's Through a Glass, Darkly?).

ricordo di Emidio Greco

venerdì 21 dicembre 2012

Meantime – Mike Leigh

uno di quei film che non ti immagini, il primo film di Mike Leigh, c'è un giovanissimo Tim Roth, già bravo, ci sono Gary Oldmann e Alfred Molina (Diego Rivera in Frida). 
è una storia nell'Inghilterra degli anni '80, di una famiglia che vive di sussidi di disoccupazione, ci metti un po' a capire come funziona poi cresce sempre più e i personaggi ti restano attaccati.
un piccolo capolavoro, da non perdere - Ismaele


Mike Leigh's Meantime is a brutish, nasty movie about brutish, nasty people, a thoroughly unpleasant cinema of abjection that burrows deep into the unpleasant, aimless lives of its protagonists like a maggot digging its way into rotted flesh. The film centers on a family who live an entirely government-supported existence: terminally unemployed, accepting the dole week after week, living in squalor, doing nothing all day but watch TV and wander the streets as hooligans. They get drunk when they have the money, and otherwise they simply cause whatever trouble they can or find something, anything, to pass the seemingly endless bland hours that face them. For father Frank (Jeff Robert), this existence is the proof of his incompetence and failure, an entire lifetime spent to get him to this dismal place. To make matters worse, his two sons promise to be only a continuation of his own failure: Mark (Phil Daniels) is a snide, nasty thug, an aging juvenile delinquent who doesn't seem to be outgrowing this phase, while Colin (Tim Roth) is "slow," with no hope of finding his way off this miserable path. Leigh documents, with unflinching honesty, the drudgery and ugliness of this life. The film expresses with its every image the hopelessness and worthlessness that these people feel, discarded and left to rot, with no hope of finding any work, the dole keeping them alive at just barely the level of subsistence…

This early Mike Leigh film is ostensibly about nothing more than how depressing life is on a London council estate in Thatcher’s Britain. Leigh is probably his best, certainly his bleakest. The suspicion is that Leigh was providing the middle classes with vicarious misery of estate life, Meantime is still powerful, and darkly funny...

This is Mike Leigh's finest film. Next to this masterpiece his later feature films feel very contrived, it just flows beautifully. It's also very honest, the best depiction of the effects of unemployment I've ever seen on film. But of course as with all Mike Leigh's films it's all about the performances of the actors and they're all pitch perfect. I feel a bit sorry for Tim Roth, his first film role and without a doubt his greatest, how could he ever equal it, it was all downhill from here. A truly heartbreaking performance and if you're not moved by it then you have no empathetic feeling. I also particularly like the performances of Jeff Robert and Pam Ferris as the Mum and Dad. It's a tragedy that this film missed out on getting a theatrical release since it was a few months after it was finished that Channel 4 began shooting on 35mm with a view to feature film distribution. Because it's a 'TV' film it's unjustly ignored in comparison with Leigh's later films, but don't let that put you off, this is a masterpiece. The music is beautiful as well perfectly matching the mood of the film.

Dimmi che destino avrò - Peter Marcias (2)

Dal 20 dicembre al 9 gennaio sul nostro sito e su Trovacinema, in esclusiva e in streaming gratuito, la visione integrale di "Dimmi che destino avrò", appena passato al Festival di Torino: l'incontro tra un poliziotto e una donna di origine rom. Il distributore Gianluca Arcopinto: "Il nostro dono per tutte le famiglie".
                                                                     QUI

buona visione - Ismaele

mercoledì 19 dicembre 2012

Moonrise Kingdom - Una fuga d’amore - Wes Anderson

Wes Anderson è uno a parte, quasi direi che fa sempre lo stesso film, con variazioni, slapstick, follie, a volte mi sembra che stia per scivolare verso la boiata pazzesca (anche "Ubriaco d'amore", di un altro Anderson, mi ha fatto lo stesso effetto), poi naturalmente Anderson (entrambi) riprendono le fila e la sinfonia è compiuta e ha un senso e anche è bella, ma qualche attimo di spavento te lo prendi - Ismaele




Moonrise kingdom è una via di mezzo tra una fiaba per ragazzi e un cartone animato vintage. È un mondo guardato dagli occhi di Suzy e Sam, anzi - per essere più precisi - attraverso il binocolo di Suzy e gli occhiali con la montatura scura di Sam. Un mondo amplificato, ipercolorato, surreale, magico, trasgressivamente innocente, pieno di scoperte e di avventure, in cui gli adulti appaiono buffi e insensati, a volte lontani e cinici, insomma il mondo in cui tutti noi bambini abbiamo vissuto, ma che forse abbiamo dimenticato, e che Anderson è bravissimo nell'aiutarci a ricordare…

Il film cattura lo sguardo dello spettatore fin dalle primissime meravigliose immagini, con il suo tripudio di colori anni '70 e i suoi carrelli. Poi è colpo di fulmine anche con i personaggi, tutti adorabilmente outsider: dai due piccoli protagonisti, un'imbronciata baby Lana del Rey e un orfanello nerd sapientello, il capo-scout imbranato, il marito stralunato e depresso, il polizietto un po' scemo…

...Ho terminato la visione - tra l'altro, priva del ritmo e del mordente che dovrebbe conquistare il pubblico in un film d'avventura e ricerca, pur se interiore - assolutamente determinato a dedicare al buon Wes tutte le bottigliate che meriterebbe, quasi soddisfatto all'idea di scrivere un post che potesse sfogare tutta la delusione rispetto alla meraviglia provata in passato per i già citati Tenenbaum o Steve Zissou - per non parlare dello spreco di Bill Murray in una parte che non gli si addice neppure da lontano -.
Poi ho fatto un respiro profondo e ho pensato ai due protagonisti, al loro rapporto con il mondo esterno, sentendomi come uno degli scout pronti a vessare il povero Sam con il loro fare da bulli, ed ho avuto come un'illuminazione: non avrei trattato la pellicola di Anderson come i suoi due piccoli eroi non avrebbero voluto essere trattati a loro volta…

Moonrise Kingdom, a dispetto del titolo ancor più altisonante delle sue grancasse, degli oboi e dei fiati arrangiati da un Purcell e sapientemente orchestrati da Alexandre Desplat, resta il tentativo volgarissimo e altrettanto volgarmente pacchiano di ricostruire un'epoca (per fortuna) tramontata e che nessuno, tranne i diretti interessati, vorrebbe per davvero né con nessun mezzo restaurare. E lo si fa nel modo più becero e laccato che un regista pur tecnicamente capace come Anderson riesce a concepire: immergendo il suo film in un ricettario take away ebbro di salse amarognole e carni bovine troppo cotte in alcuni tratti, crude in altri e lasciate marcire alle estremità; frullando ammennicoli d'antan con un pizzico di cattivo gusto e una sfarinata di kitsch per poverelli; mescolando in una teglia di prevedibilità e servendo infine in un tripudio rococò di piattini, tazzine e forchette intagliate, tra una saliera del Cellini e le chincaglierie arcimboldesche di una camera delle meraviglie asburgica. La pietanza sedurrà pure gli occhi, ma l'intingolo è talmente rozzo da appiccicarsi alla lingua e compromettere con inesorabile sventura i piaceri di una buona cucina. Si ingoia per educazione per la prima mezzora, quindi si corre al gabinetto... pardon, alla toilette, a rigettare quanto ormai lo stomaco (e il buonsenso) non riescono più a trattenere.

martedì 18 dicembre 2012

Ubriaco d'amore (Punch-Drunk Love) - Paul Thomas Anderson

in "Ubriaco d'amore" bisogna lasciarsi andare fiduciosi alla storia, spesso temi possa svoltare verso il precipizio di una boiata pazzesca, alla fine tutto si tiene, il regista è bravo, e anche gli attori.
dei film "minori" di Paul Thomas Anderson preferisco"Sidney", ma anche questo non è male.
e ancora di più preferisco "Il petroliere", un film epico, e speriamo in "The Master" - Ismaele





Rimane una storia irrisolta e pericolosamente in bilico tra superficialità (il tema è attuale) e mistificazione (l’amore di una donna come scialuppa di salvataggio), che non ha la capacità di penetrazione delle precedenti ricognizioni (anche grottesche) dell’autore sulla complessità degli esseri umani, né la generosa volontà di completezza (Sandler non riesce a creare un vero personaggio). Ma Ubriaco d’amore è soprattutto un film di un’impressionante bravura tecnica, premiata a Cannes nel 2002 (ex-equo con Im Kwon-Taek), che però mette in luce anche tutti i difetti di Anderson, più di quanto fossero riuscite a mostrare le sue precedenti prove. La tecnica di Anderson è basata sulla completa subordinazione della storia e dei personaggi alla funzione espressiva della macchina da presa. E se nei film precedenti era riuscito a contenere questo disequilibrio sotto la soglia di un pericoloso manierismo, grazie alla grande complessità della scrittura, dimostrandosi capace di saper raccontare una storia e uno spaccato sociale, oltre che di saperli mostrare attraverso il gioco delle angolazioni e dei movimenti della macchina da presa (in cui rimane forse il più grande regista attuale insieme a Tsui Hark), in Ubriaco d’amore, Anderson sembra prendersi una pausa, e ridurre la complessità formale del suo cinema alla vocazione espressionista della regia e all’empatica monodia dei codici…

…La luce livida di un’alba periferica si scalda a un sole hawaiano appena tramontato, la tragedia di un impiegato modello si carica di cromatismi acidi e dannatamente vitali, al raggelante brivido di una voce notturna si sostituisce un bacio che, nel silenzio di una nuova alba, conclude il prologo di una traccia amorosa pronta a spiccare il volo (in direzione del pubblico?). Il cinema è finzione (“Sembra di stare alle Hawaii”), la bellezza che è fonte e risultato di simili immagini è magnificamente reale. Il valore dell’opera non è guastato dal consapevole gioco degli stereotipi, anzi: i tasti ribattuti dell’armonium (della sceneggiatura) costruiscono un tappeto sonoro di perturbante eleganza, una sequenza ininterrotta di onde audiovisive, dolci e ossessive come (in)frangibili tubi di cristallo. Una miniatura (per gli standard del regista) che, al solito, ricerca e trova un’essenzialità densa di annotazioni imprevedibili, sfumature irresistibili, invenzioni elettriche su un tema che la più sfrenata astrazione conduce a una purezza sbalorditiva. Un gioiello con un solo difetto: una brevità lancinante.

"Ubriaco d'amore" vive e gira circolarmente in una cerchia di connubi oggetti-episodi che hanno nel paradosso la propria risposta d'identità. Possiamo dire quindi che il film si svolge su due piani: quello di commedia sentimentale e quello di noir notturno stile "Fuori Orario". Ciò forma un mix esplosivo e straripante di idee. Fondamentale è l'uso degli spazi, all'interno dei quali si muovono i personaggi: dal "vuoto" iniziale il luogo di lavoro si trasforma in ambiente strapieno di confusione. Le strade sono spesso deserte, oggetti di illogiche corse senza senso o colme di gente per una sfilata di carri. Supermarket pieni zeppi di prodotti e privi di clienti. Demolizione degli oggetti in spazi piccoli e claustrofobici (il bagno del ristorante) o salotti di casa (vetri frantumati). Corridoi di palazzi ricchi di freccette e numeri, che sembrano usciti direttamente da un film di Tati,
Non tutto è percepibile e spiegabile nel film di Anderson eccetto l'amore, che è forse il solo aspetto chiaro nella vita di Barry. Nasce cosi' per caso, e il rapporto prosegue in modo del tutto lineare e trasparente. Le pellicole raccontano più volte storie d'amore particolari, in contesti elementari. Possiamo dire che "Ubriaco d'amore" narra una storia priva di particolari complicazioni, ma attorno alla quale sembra girovagare una giostra che contrasta ogni ragione e logica…

…L'inizio e' spiazzante e lascia ben sperare, poi la voglia di stupire prende il sopravvento e si accompagna, con inevitabile stridore, a una narrazione prevedibile e un po' ruffiana. La regia, da originale e innovativa, diventa quindi invadente e mai lieve, come nelle dichiarate intenzioni. In particolare si sente la mancanza di un taglio deciso da imprimere al racconto, sempre incerto tra convenzione e libertà creativa. E' vero, può essere bello lasciarsi andare all'irrazionalità di un cinema privo di tesi da esporre e lucidamente folle, avvolgente e sconvolgente al tempo stesso. Ma "Ubriaco d'amore" (terribile il titolo italiano!) resta imbrigliato in una irrisolta via di mezzo…

lunedì 17 dicembre 2012

Garde à vue (Guardato a vista) – Claude Miller

mi capita subito dopo "The life of David Gale", e allora si capisce benissimo cosa non andava in quel finale, didascalico e ad effetto.
nel film di Claude Miller,  con attori magnifici, i colpi di scena finali ci sono, e c'è molto non detto. 
e questo fa tutta la differenza.
per me un piccolo capolavoro, provare per credere - Ismaele




… Signori , giù il cappello che qui ci troviamo di fronte a del grandissimo cinema.
E non lo dico solo per la faccia percorsa da rughe profonde come canyons di Lino Ventura che da par suo disegna magistralmente la figura del commissario  Gallien deciso a far rispettare la legge. E neanche per come questo film mette in evidenza la grandezza di Michel Serrault che i più in Italia conosceranno solo per la caratterizzazione farsesca dell'omosessuale Albin nella saga de Il vizietto. Qui è nella parte del notaio Martinaud, sospettato di pedofilia e dell'omicidio con violenza sessuale di due bambine. E neppure per la breve ma incisiva apparizione della divina Romy Schneider. Tre attori che amo follemente riuniti in un unico film non bastano a farmi dire che è un capolavoro…

…si Serrault était une évidence pour interpréter Martinaud, quel meilleur choix que celui de Lino Ventura pour donner vie à Gallien. Avec toute sa puissance, Ventura incarne un personnage au charisme hors norme, un homme dont les coups de gueule frappent comme les uppercuts d’un poids lourd. Une force brute qui utilise le décor étriqué du commissariat comme un ring. Un combattant prêt à en découdre et à gagner son duel, coûte que coûte... A leurs côtés, les seconds rôles sont tenus par la regrettée Romy Schneider et Guy Marchand, parfait en petit flic cynique et perfide. Sous l’œil de Miller, ces personnages fascinent pendant toute la durée d’un récit servi par un scénario riche en rebondissement et en tous points maîtrisé. Film construit sur les dialogues, Garde à vue doit évidemment beaucoup à Michel Audiard dont c’est l’une des dernières œuvres. Audiard prouve ici que sa gouaille pouvait aussi bien faire mouche dans le domaine de la comédie que dans celui du drame. Il fut d’ailleurs récompensé d’un César pour son travail tout comme le furent Serrault et Marchand. Enfin, ajoutons à cela une très belle photographie signé Bruno Nuytten et vous tenez là un grand classique du cinéma français…

Garde a Vue (1981), one of Miller’s early films, relies on a brilliant script by Michel Audiard which does not mean that it is not cinematic. It can be loosely termed ‘noir’ in that it is about brutal crime and the artificial division maintained in crime stories between the law abiding citizen and the criminal is erased. Noir is usually about ordinary people led into committing murder but while Garde a Vue (based on a novel by John Wainwright) does not take this course, it still convinces us that the impulses leading to criminal conduct of an extreme nature are more common than is admitted.Garde a Vue is essentially a police drama involving two characters – the suspect and the policeman interrogating him. Inspector Gallien (Lino Ventura) is investigating the rape and murder of two little girls. The only suspect is attorney Jerome Martinaud (Michel Serrault), but the evidence against him is circumstantial. As the city celebrates New Year’s Eve, Gallien calls Martinaud to his office and interrogates him for hours on end while the latter continues to maintain his innocence. As the interrogation continues, gaps begin to emerge in Martinaud’s story. He was in the vicinity at the time of each crime but Martinaud is apparently lying about what he was doing.
To illustrate the ‘cinema’ in Garde a Vue, the film cuts briefly to the scene to illustrate what Marinuad claims he saw. The most striking one perhaps concerns the lighthouse that night. The night was foggy and when Gallien asks Martinaud if he heard anything, the latter cannot recall. When the Inspector persists, Martinaud finally explodes. “What should I have heard?” he wants to know. “The foghorn,” replies the Inspector as he walks out of the room and the film cuts back to the lighthouse – but now with the foghorn blaring on the soundtrack.
A secondary motif pertaining to the attorney’s marriage is crucial in Garde a Vue. Martinaud’s wife Chantal (Romy Schneider), it gradually emerges, despises her husband and believes him guilty of the crimes. At the climax of the film, Chantal visits Inspector Gallien and tells him the story that will convict her husband. The story goes back several years to the early days of their marriage when the two were visiting friends. The friends had a daughter named Camille – a lovely child of eight or ten with whom Martinaud was taken up. At one moment, Chantal surprised the two deep in conversation, and from a distance, it looked exactly like an intimate one between two adults. As Chantal bursts out to Inspector Gallien, her husband “had no business making Camille smile the way she did”…

Il film si svolge quasi interamente in una stanza, e in casi del genere gli attori coinvolti e la sceneggiatura sono elementi fondamentali su cui si basa l'intera operazione.
L'opera di Claude Miller, fortunatamente, ha dalla sua parte due attori straordinari e uno script a prova di bomba, coinvolgente, avvincente e ricco di sarcasmo e ironia.
Lo scambio di battute tra il notaio e il commissario calamita l'attenzione senza mai segnare il passo, sviluppando in parallelo sia l'aspetto thriller del film che quello più umano e toccante.
Lino Ventura e Michel Serrault - perfetti nelle rispettive parti di commissario e notaio interrogato - donano ai loro personaggi tutte le caratteristiche e le sfumature sufficienti a far immedesimare chiunque prima in uno e poi nell'altro uomo, ritratti entrambi con estremo realismo e senso della misura…

domenica 16 dicembre 2012

The Life of David Gale – Alan Parker

raramente mi è capitato di vedere un film con delle critiche che vanno da zero a dieci. a me è piaciuto, sopratutto una battuta del dibattito, certo è vero che la fine è proprio telefonata, qualcuno dice "vergognosa" perché non funzionale alla storia (il dubbio sarebbe stato molto meglio, sono d'accordo), il giudizio complessivo è comunque positivo.
solo vedendolo ci si può fare un'idea, buona visione - Ismaele




The acting in "The Life of David Gale" is splendidly done but serves a meretricious cause. The direction is by the British director Alan Parker, who at one point had never made a movie I wholly disapproved of. Now has he ever. The secrets of the plot must remain unrevealed by me, so that you can be offended by them yourself, but let it be said this movie is about as corrupt, intellectually bankrupt and morally dishonest as it could possibly be without David Gale actually hiring himself out as a joker at the court of Saddam Hussein.

I am sure the filmmakers believe their film is against the death penalty. I believe it supports it and hopes to discredit the opponents of the penalty as unprincipled fraudsters. What I do not understand is the final revelation on the videotape. Surely David Gale knows that Bitsey Bloom cannot keep it private without violating the ethics of journalism and sacrificing the biggest story of her career. So it serves no functional purpose except to give a cheap thrill to the audience slackjaws. It is shameful...

Avec une journaliste au départ non convaincue de l'innocence de David Gale et qui devient peu à peu la clé de la vie d'un Kevin Spacey dans le couloir de la mort, le film flirte avec la propagande contre les " injustices ", et n'est finalement qu'un film dramatique de plus sur les américains et leur système judiciaire quelque peu défaillant. Un petit regret toutefois pour les 5 minutes en trop, qui, évitées, auraient laissé au spectateur une fin plus ouverte…

el principal problema de La vida de David Gale no es tanto de forma como de fondo. Los conflictos que plantea la película carecen de interés, los argumentos en torno a la pena de muerte son ridículamente superficiales y las motivaciones de los personajes se pierden entre los vericuetos de la trama. Y al final, lo que se presumía un gran alegato contra la pena capital queda eclipsado por un desenlace tonto y efectista, en el que se trivializa una realidad que cuesta la vida a cientos de personas cada año en Estados Unidos, a menudo con pruebas insuficientes y en juicios en los que no se cumplen las mínimas garantías procesales. Y por este camino, la película de Alan Parker deja de ser sólo mediocre para convertirse en sencillamente inmoral.

Kevin Spacey è bravo come al solito (specialmente quando si lascia andare alla disperazione), Kate Winslet funziona nel ruolo della giornalista, mentre Laura Linney nei panni dell’idealista e sofferente Constance è decisamente convincente. Ma quando una storia è debole, gli attori più di tanto non riescono a fare. Di punti deboli ce ne sono tanti, e quello più evidente è probabilmente la frenesia con la quale la giornalista capisce come stanno le cose. Un po’ più di incertezza e di smarrimento avrebbe reso più coinvolgente la fase finale del film. Però, purtroppo, non è così.

sabato 15 dicembre 2012

Vrijdag (Venerdì) - Hugo Claus

Hugo Claus è un grande scrittore (consiglio “Corrono voci”, pubblicato in italiano) e ha fatto anche il regista di cinema.
la storia è tratta da una sua opera e parla del ritorno a casa, dopo un paio d’anni di galera per una relazione sessuale con la figlia, di un uomo, che ritrova la moglie, che intanto ha fatto un bambino col migliore amico del marito.
tema difficilissimo e però trattato senza sensazionalismi.
la storia ha una struttura teatrale e merita molto, i dialoghi sono crudeli e sinceri - Ismaele

PS1: il protagonista è Frank Aendenboom (che faceva Gianni, in “Gianni e il magico Alverman”)

PS2: come anche in un film di Carlos Reygadas (qui) Jacques Brel appare alla tv

venerdì 14 dicembre 2012

Violeta se fue a los cielos - Andrés Wood

  
uno di quei film da non perdere, Andrés Wood è un bravissimo regista cileno e qui si racconta di Violeta Parra.
non è un film agiografico, ci sono le debolezze e le grandezze di Violeta Parra, è un film ruvido e sincero e Francisca Gavilán "è" Violeta.
vale davvero il tempo della visione - Ismaele 

Ps: da noi si sa troppo poco dei film che non siano europei e statiunitensi, gli altri americani fanno cose diverse dai vicini todopoderosos, altro stile, altre storie, bisogna cercarli, molti meritano molto



Violeta Parra, chanteuse, poète et peintre, est une véritable icône de la culture chilienne. Violeta retrace le destin d’une femme hors du commun, ses succès et sa déchéance. De son enfance aux côtés d’un père alcoolique, en passant par son apprentissage de la guitare, son rapport brutal et déterminé à la maternité et au monde, ses engagements esthétiques et politiques, jusqu’à sa fin tragique. Rythmé par ses chants poignants et minéraux, tout droit sortis des entrailles de la terre chilienne, et construit avec une grande liberté, le portrait de cette artiste tourmentée et passionnée est porté avec une grâce magnétique par Francisca Gavilan…

El filme del director de Machuca sobre la cantautora más importante de Chile no es la típica biografía ni tampoco otra rapsodia desatada sobre el dolor del artista incomprendido. Esto no es, por suerte, La Vida en Rosa. La Violeta Parra de esta cinta (magníficamente interpretada por Francisca Gavilán) es una mujer que sufre, que llora y que tiene el final trágico que todos conocemos, pero no es una víctima.
En su ir y venir entre el tiempo y el espacio, este retrato arma un personaje que consigue casi todo lo que desea: el oficio de los cantores, el aplauso de los mineros, el aprecio de la alta cultura parisina, el amor de un hombre más joven.
Pero la artista quiere más. Y en su afán puede ser egoísta, hosca, incluso cruel. Esa contradicción entre la ternura con que mira al país como grupo y las ideas fijas que la hacen perder de vista a sus más íntimos, Wood la filma de cerca, con una cercanía tibia inédita en su filmografía hasta ahora, una cercanía apenas presente en La Buena Vida y que se arriesga –para bien- al exceso y a lo ambiguo.
El relato salta entre épocas y lugares pero, si su fidelidad a los datos históricos podría discutirse, está fuera de duda su calidad como experiencia en pantalla. Esta bien puede ser la película más vistosa y ágil que haya estrenado su director…

Violeta se fue a los cielos no es una película biográfica. No, al menos, en los términos de costumbre. Tras verla, no nos sentimos en condiciones de abrumar con datos sobre Violeta Parra. Sí de decir que hemos experimentado -que seguimos experimentando- su subjetividad, como en un sueño, un sueño en el que por momentos fuimos ella.
La palabra subjetividad y la palabra sueño indican que el realizador chileno Andrés Wood no procuró filmar la historia oficial de Parra, como tampoco intentó respetar la cronología de su vida ni abordarla desde el mero realismo. Prefirió lo episódico a lo abarcativo; lo pulsional a lo práctico; lo caóticamente onírico a lo prolijamente real. Su filme es, en más de un sentido, un rescate emotivo.
Wood aclaró que sin Francisca Gavilán, la estupenda -y para nosotros desconocida- actriz que hace de Parra, no habría película. De acuerdo. Y no sólo por cómo encarna al personaje, o por cómo interpreta versiones bellísimas de sus canciones, sino por su compleja e intensísima capacidad para envolvernos en un universo íntimo y hacernos “sentir a” o “sentir como” Parra. Una Parra ficcional: aclaración sin importancia…

…Como en Frida, naturaleza viva –una película que parecería haber sido todo un referente–, la estructura de rompecabezas no es un capricho formal, sino la manifestación de una imposibilidad: la de darles un sentido unívoco a tantas Violetas. ¿Cómo es que la que fue una chica tímida, acomplejada por sus pozos de viruela, en cuanto ve al suizo le echa el ojo y se propone “meterlo en la cama y sacarle todo el jugo”? ¿Cómo la invitada a cantar en la embajada termina su presentación sin la menor diplomacia, escupiéndole “sordo de mierda” al embajador y, de paso, a todos los invitados? ¿Cómo puede esa mujer enterarse que se le murió una beba y seguir de gira? ¿Cómo conciliar el humanismo de “Gracias a la vida” con el protopunk de “Maldigo del alto cielo”?
Lúcidamente, Violeta se fue a los cielos no pretende homogeneizar ni conciliar nada. Por el contrario, pone al espectador frente a pedazos que no encajan, o se despegan y se salen…
da qui

mercoledì 12 dicembre 2012

Man on Wire - James Marsh

già qui avevo apprezzato la grandezza di James Marsh, con questo film la mia stima resta altissima.
è la storia di Philippe Petit e della sua impresa, e si potrà vedere anche quello che dopo l'11 settembre 2001 è impossibile vedere.
la tensione nel documentario (ma questa categoria per i film di Marsh è davvero riduttiva) è quella di un thriller e questo film è grande cinema.
provare per credere, non ve ne pentirete - Ismaele



qui il film completo

…Come sempre succede per le opere d'arte, le risposte sono tanto evidenti, quanto profondamente misteriose.
Lo stesso presidente del World Trade Center, Guy Tozzoli, userà la traversata di Philippe, come straordinario veicolo pubblicitario.
L'impresa finirà sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, garantendo ai nuovi grattacieli ed al funambolo francese gloria imperitura.
Eppure qualcosa si rompe definitivamente quella mattina del 7 agosto 1974: dopo la sua impresa più grande, Petit chiude la sua esaltante stagione di acrobata sul filo.
Persino i suoi rapporti con la fidanzata di allora e gli amici si deteriorano.
Quella straordinaria avventura è per tutti irripetibile: l'unicità del gesto e la sua grandiosa e fortunata riuscita rimangono senza seguito.
Marsh ed i suoi personaggi raccontano, con sincera commozione e nostalgia, la fine di quel momento di estasi collettiva: l'ossessione di Petit ha finito per travolgere le vite di tutti.
Philippe si è sempre rifiutato di commercializzare le proprie imprese e continua a vivere secondo l'idea che l'esistenza va vissuta on the edge.
Marsh, intelligentemente, non allude mai all'11 settembre: per l'ora e mezza del documentario, le torri sono ancora in piedi, solidissime, verticali, anzi il film ci mostra le lunghe fasi della loro costruzione, che accompagnano la nascita dell'ossessione di Petit.
Man on wire deve il suo titolo ad una frase, scritta nel rapporto di polizia del 1974.
Il film di Marsh non è solo un racconto di libertà, di sfida alla natura ed alle leggi degli uomini, ma è un meraviglioso atto d'amore per quelle torri: adorate, idolatrate, desiderate, sino alla prova più estrema.
Non c'è dubbio che il gesto bellissimo di Petit ha contribuito ad accrescerne il mito ed a farle entrare nel cuore dei newyorkesi.
La bravura di Marsh è quella di ricreare la magia di quel folle miracolo, attraverso le testimonianze umanissime dei partecipanti: la bellezza estetica si unisce alla tensione drammatica ed alle emozione fortissime di quei 45 indimenticabili minuti, sospesi tra le nuvole.

…The magic works, and incredibly the film re-creates that first courageous moment when Petit commits to walking the wire strung between the towers. It's both frightening and surprisingly poignant. And unexpectedly funny. Police naturally arrive to cart Petit away, yet he taunts and teases . . . darting away when almost in their grasp, and playing on the wire for 45 minutes—lying down, juggling, going back and forth eight times. He's eventually charged with "disturbing the peace," but the world could use a lot more events like this to shake it from lethargy.
I entered the local art house theater expecting to like Man on Wire but I was completely surprised at just how moved I was by Marsh’s film. It grasps just what it means to be human and to express it fully. For anyone with a rebellious, artistic nature, this film is truly an inspiration and ranks among the stronger films of 2008.

…Directed by James Marsh (Wisconsin Death Trip; The King) this fascinating documentary captures the excitement and danger of what has been described as ‘the most artistic crime of the century’. As Petit puts it himself, “What we did was a crime, but nobody gets hurt, which is beautiful.” The thing that stands out the most might well be the fact that nothing like this could ever really happen now, not only because of the events of 9/11 (something the film does not touch on) but also the nature of the world we live in now. As the arresting police officer says in archive footage, trying to appear disapproving but unable to stop smiling, “What I just saw, I don’t think anyone will ever see again in the whole world.”

Petit himself is the real star of the show here, surrounded by an eccentric group of helpers and well wishers from France, Australia and America, I can easily see why they felt obliged and even honored to help him with his life dream, the end result of which is both nerve-wrecking and absolutely heart renderingly beautiful. Petit is every bit the showman, talking a mile a minute his sheer enthusiasm is enough to instantly endear him and to create sympathy with his cause. Something akin to a surreal heist movie, this documentary clocks in at around 90 minutes and is hugely entertaining.

…The installation of a wire between the two towers was as complicated as a bank heist. He and his friends scouted the terrain, obtained false ID cards, talked their way into a freight elevator reaching to the top -- above the level of the finished floors. Incredibly, they had to haul nearly a ton of equipment up there. You may have heard how they got the wire across, and how they guy-wired it, but if you don't know, I won't tell you.
They did it, anyway. Their plan worked. And on the morning of that Aug. 7, Petit took the first crucial step that shifted his weight from the building to the wire, and stood above a drop of 1,350 feet. Many people know he crossed successfully. I had no idea he went back and forth eight times, the police waiting on both sides. His friends shed tears as they remember it happening. It was dangerous, foolhardy, glorious. His assistants feared they could be arrested for trespassing, manslaughter or assisting a suicide. Philippe Petit was arrested and eventually found guilty. The charge: Disturbing the peace.


martedì 11 dicembre 2012

The Guard (Un poliziotto da happy hour) - John Michael McDonagh

la cosa peggiore del film è il titolo italiano, tutto il resto fila che è una bellezza.
protagonista il bravissimo Brendan Gleeson di "In Bruges", regista un Mc Donagh, ma non è lo stesso di "In Bruges".
un film del quale non ti pentirai mai di averlo visto, promesso - Ismaele




All builds up to a shoot-out on a boat docked at an obscure pier. The framing and cinematography here are unobtrusive but efficient. The drama builds remorselessly. Much is at stake. I am exhausted by shootouts in which countless rounds are exchanged in displays of special effects. But a scene like this, which depends on topography, characters and logistics, can be a gift of the cinema. "The Guard" is a pleasure. I can't tell if it's really (bleeping) dumb or really (bleeping) smart, but it's pretty (bleeping) good.

da qui

 

Après un générique de début façon western, face auquel on se dit que les héros sont fatigués, le film embraye sur une complexe enquête mêlant trafic de stupéfiants et divers règlements de compte entre gros bonnets. Sous ses allures de film sympathique, qui rentre dans le lard des clichés (et des irlandais), se cache cependant une véritable intrigue, qui une fois le twist final arrivé, donne envie de revoir le film avec un œil neuf. « The guard » est donc une formidable comédie policière, aussi référencée que bavarde, aussi drôle qu'inquiétante, aussi faussement superficielle que le spectateur est parfois facile à manipuler.

da qui

 

…Aunque el gusto por la espontaneidad origine en ocasiones diálogos deslavazados y el ritmo se escape un tanto al dominio del director, John Michael McDonagh. Con todo, su debut en el cine no deja de ser exitoso, y el resultado es un buen film de género, divertido, que merece la pena ver en versión original por el juego de lenguas y estilos, desde inglés con acento irlandés al americano, pasando por el gaélico y que crea un personaje rompedor que daría, en mi opinión, para toda una eficaz serie televisiva. La fotografía del paisaje entre abrupto y verde de la costa irlandesa contribuye a orquestar esta singular comedia negra.

da qui

 

Gli ingredienti ci sono tutti per far sì che il film risulti un prodotto sfizioso ed eccentrico: un protagonista originale in tutto e per tutto; tre cattivi imprevedibili; una spalla che non ha una reale consapevolezza di ciò che accade; nonché una location, quella dell'aspra e selvaggia Connemara, dai tratti epici. The Guard (questo il titolo inglese) è dunque una black comedy a cui non mancano elementi quali imprevedibilità, scenografie e costumi provocatoriamente stilizzati che in qualche modo avvicinano l'opera dell'esordiente John Michael McDonagh ai lavori di registi classici come John Ford e Preston Sturges. Sicuramente gran parte della riuscita del film è dovuta all'entusiasmante interpretazione di Brendan Gleeson, perfettamente calato nel ruolo di un uomo caparbio ma cinico, ferocemente onesto nei confronti dei propri ideali, ma allo stesso tempo tutt'altro che un accanito sostenitore della legge, anzi spesso si trova ad infrangere le regole. Gerry Boyle è un irlandese verace, pessimista ed idealista allo stesso tempo, i cui “unici” punti deboli sono le sostanze illegali e le donne. Il film di McDonagh sa dunque fondere un cupo umorismo con un'azione dal ritmo serrato in una pellicola visivamente stilizzata ed allo stesso tempo poetica…

da qui


lunedì 10 dicembre 2012

Boy meets girl – Leos Carax

primo lungometraggio di Leos Carax, con il suo attore Denis Lavant.
è un film in bianco e nero, che starebbe bene dentro un film muto, e però è pieno di musica, e però potrebbe essere un film francese degli anni '60.
Carax non segue mode, fa i suoi film, forse per questo ne fa pochi, e sono da prendere o lasciare .
io prendo - Ismaele

PS: dopo la fine del film mi è venuta in mente questa canzone.
 



Boy Meets Girl (1984) è un'acclamata folgorazione. E una dichiarazione d'intenti: ridurre la trama all'archetipo, per produrre un cinema oltre i canoni (letterari) della narrazione. Così, dell'onda degli anni 60, e soprattutto di Godard, Carax coglie l'assoluta contemporaneità del frammento: la forma rappresentativa capace di restituire l'obnubilarsi dei nessi causa/effetto, il vivere frantumato della postmodernità, la schizofrenia dell'esperienza, la molteplicità caotica dei punti di vista, il proliferare dei palcoscenici in cui recitare. L'identità è una crisi, il soggetto dell'enunciazione stenta a definirsi, a manifestarsi: Boy Meets Girl s'apre su una voce inclassificabile («Siamo qui, ancora soli. Tutto è così lento, così pesante, così triste. Presto sarò vecchio e tutto finirà, finalmente»), prosegue seguendo un personaggio femminile, in auto, mentre una voce canta alla radio la gainsbourghiana Je suis venu te dire (que je m'en vais), come se la donna alla guida necessitasse di una sfacciata colonna sonora per telefonare all'uomo che sta abbandonando, prima di gettare nella Senna i suoi quadri, chiedere a un giovane, immobile, che ore sono, mentre il rumore del traffico nasconde la risposta, e infine perdere un foulard a scacchi mentre il volto del suo amato compare in assolvenza e si dissolve, uscendo per sempre dall'inquadratura. Il giovane, catatonico, si smuove, raccoglie il foulard. Una voce lo chiama: «Thomas». E' Alex. Che lo raggiunge, s'incammina con lui lungo la Senna, narra di una donna perduta, del tradimento del suo migliore amico. E lo aggredisce: è Thomas, il suo miglior amico; è Thomas la passione di Florence. Alex sottrae il foulard a scacchi (come a scacchi è la sua giacca) stretto tra le mani del nemico inerme, se ne appropria come fosse un feticcio riconquistato, lo eleva a (malinteso) unico ricordo del suo amore. «Questo è quello che mi resta di Florence», dirà. Fugge

It's the kind of film that reminds me of Eraserhead (1977), and makes me want to embrace it in the same way.


Boy Meets Girl è dunque manifesto del cinema bislacco di Leos Carax, opera prima per lui seminale, punto di partenza per uno che forse è stato troppo sottovalutato, ma che forse, a pensarci bene bene, il suo non-successo se l’è cercato. E per questo è da stimare.

Boy Meets Girl is an often intriguing, sometimes dream-like and, just occasionally, blackly humorous drift through a cold landscape of youthful angst. But the film's key asset has to be Denis Levant, without question one of the most interesting faces in European cinema and a model here of buried frustrations and uncertainty. It's his controlled but enigmatic performance and the impulsive desires of his character that most clearly signal the direction that Carax was to head with his next two films…

The film centres around a romantic and idealistic young man called Alex, a recurrent figure in the films of Leos Carax, played in each case by the same actor - Denis Lavant. Alex has just broken up with his girlfriend Florence, having discovered that she has been cheating on him with his best friend Thomas. Having savoured every key moment of their relationship – recording it on a map of Paris sketched out on his bedroom wall – Alex likewise wants to nurse his heartbreak and mark it with grand gestures. Having settled accounts with Thomas and chosen a suitably memorable song by David Bowie to mark the occasion (‘When I Live My Dream’), Alex takes to wandering through Paris on a night of stifling heat in May. The Paris night seems to be filled with lovers, meeting, breaking up and making-up. On his wander through the streets Alex meets Mireille (Mireille Perrier), a young woman who has just broken up with her boyfriend Bernard. Aware that she is going to a party, Alex invites himself along and the world witnesses yet another boy meets girl encounter…

The film is visually reminiscent of the early French new wave in the 1960s; its beautiful, evocative black and white scenery coexists with the energy and jumping camera work of the nouvelle vague. However, instead of seeming retrospective, Carax uses the imagery, scenes and settings to show a level of alienation and modernist abstraction made popular by authors such as William Gibson many years later.
Indeed, the profound darkness and minimalism of the scenery (reminiscent in some ways to cheeky old rascal, Ingmar Bergman) gives the characters an almost limitless bottom line of emotional depth as they discuss their troubles.
Beautiful to watch and a good taster of raw Carax (which would later bloom into his more highly acclaimed set pieces, Mauvais Song and Les Amants...) Boy meets Girl posesses an added vibrancy and rough edge one could say is lacking in his later films. Definitely well recommended.