venerdì 28 settembre 2012

Chop Shop - Ramin Bahrani

a metà strada fra documentario e neorealismo, una sacca di povertà e precarietà da terzo mondo nel cuore di New York.
attori che hanno gli stessi nomi nel film e nella vita vera, in una storia di amore (e protezione) di fratello e sorella, cresciuti forse senza genitori, e di solidarietà, pur nell'asprezza della vita.
mi ricorda un po' l'Amir Naderi a New York, grandi entrambi.
da vedere - Ismaele


Alejandro ha dodici anni,ma non è un ragazzino come tanti, è molto più adulto della sua età. Lavora in un chop shop (una specie di carrozzeria abusiva in cui si riciclano anche i pezzi di ricambio prendendoli da macchine rubate) situato in una di quelle strade fatte di fango che si allagano alle prime gocce di pioggia nel cosiddetto Iron Triangle del Queens ironia della sorte a due passi dal salotto buono di New York, quella Manhattan che si intravede al di là del fiume

Bahrani’s camera lives in their lives. There is no false sentiment in his story, just a fascination with these characters. The area is across the expressway from Shea Stadium and in the LaGuardia flight path, but seems to be in another world than the United States. And yet the ingenuity and improvisation of this brother and sister forces the Iron Triangle to support them, sometimes by any means necessary. Now we have an American film with the raw power of “City of God” or “Pixote,” a film that does something unexpected, and inspired, and brave.

L'Amérique, le pays de toutes les opportunités. Une fois de plus, après son premier film remarquable Man Push Cart, le réalisateur Ramin Bahrani interroge ce mythe avec une virulence, qui se manifeste moins par le ton, presque poétique ici, que par un attachement fort au réalisme. L'intérêt du cinéaste envers les exclus de la société de consommation et d'aisance matérielle est d'ailleurs si grand, qu'on serait tenté de rapprocher sa démarche du mouvement néo-réaliste italien de la fin des années 1940. Comme dans les films de Vittorio De Sica ou de Roberto Rossellini, le héros entreprend chez Bahrani une lutte constante contre la misère sociale, qui finira forcément par l'engloutir corps et âme...

Présenté à la Quinzaine des réalisateurs 2007, « Chop Shop » est un film social américain qui malheureusement fleur le déjà vu, par sa vision à hauteur d'enfant de problèmes d'intégration et de rapports raciaux. On pense forcément à des films comme « Raising Victor Vargas » où l'enfance se télescope avec les difficultés sociales, mais aussi la liberté et les possibilités d'une vie d'adulte (sexualité, argent...).
A la limite du documentaire et servi par des acteurs non professionnels, « Chop Shop » nous conte un éveil à la réalité et un apprentissage du courage et du positivisme au quotidien qui s'avèrent plutôt convaincants. Cependant, on se retrouve en milieu connu, récit notamment de la vie en bidonvilles (ici remplacé par le fond d'un garage) et des nécessaires arrangements pour s'en sortir, ramenant la dignité et la morale à des arguments secondaires. Au final, rien de bien nouveau, ni sur le fond, ni sur la forme.

martedì 25 settembre 2012

Cypher - Vincenzo Natali

Jeremy Northam bravissimo, in un film che ti tiene attaccato allo schermo, con colpi di scena a ripetizione, un'identità ballerina, uno scenario da incubo, che è la realtà, forse, ma non lo sappiamo ancora.
da ritrovare - Ismaele



QUI  il film completo in inglese

QUI  il film completo in spagnolo



…Il concetto di relatività del reale è ormai diventato un genere ma a Natali non importa e lo rende il suo genere, capace di reinventarlo alla luce delle suggestioni personali: ingrigisce immagini per significare la routine del mero impiegato con valigetta, fino a renderlo artista dello spionaggio e tuffarsi nell’interazione con splendide figure secondarie (la sequenza della Cripta è da antologia). Di più non si può dire per non guastare il piacere della visione. Lucy Liu curvosa femme fatale, Jeremy Northam –una maschera umana di carne e sangue- è ai massimi storici e regala una di quelle interpretazioni che si ricordano nel tempo. Così come questo film: Natali è splendidamente malato –questo già lo sapevamo- ed orgogliosamente stende su celluloide le sue ossessioni, delineando ormai uno stile personalissimo e riconoscibile. Destinato ad essere recuperato in sede di culto.

Déjà obsédé, dans son premier film ("Cube"), par les rapports des grandes compagnies à leurs employés, devenus cobayes humains, Vincenzo Natali récidive avec une construction à tiroirs, non dans le principe de décors cette fois-ci, mais dans le récit lui-même. Et le spectateur en aura pour son argent. Manipulateurs manipulés, retournements de situations seront les maître-mots de cette aventure d'un homme ordinaire plongé dans un monde qui le dépasse.

Dès le début du film, la vision de l'entrepise, asspetisée, isolée, nous fait penser aux plus grands films d'anticipation (" Bienvenue à Gattaca ", " Brazil "…), où l'homme n'a qu'une infime marge de manœuvre dans un monde formaté. L'humanité trouvera-t-elle sa place dans cet univers bien trop huilé ?

Vincenzo Natali est en tout cas un optimiste avéré, qui asu apporté dans " Cypher ", la chair qui manquait à ses personnages de " Cube ", pour la plupart trop caricaturaux. Son deuxième film est une réussite de bout en bout, un voyage esthétique et palpitant dans un univers peut-être pas si futuriste.

lunedì 24 settembre 2012

Vendredi soir - Claire Denis

un incontro, per una notte, casuale, dolce, indimenticabile.
da vedere, provare per credere - Ismaele


..."Vendredi soir" della francese Claire Denis mi ha entusiasmato. Per due motivi: in primis per il fatto di aver trovato, appunto, una pellicola occidentale che abbia trovato il coraggio di fuoriuscire dall'abituale minimalismo "descrittivo" a cui ci hanno abituati tanti scolaretti svogliati della "Nouvelle Vague". In secondo luogo perché ho avuto il piacere di ritrovare intatto il talento della Denis, una delle autrici più intransigenti e coraggiose di questi ultimi anni. Dopo quel capolavoro di rarefatta bellezza che era "Beau travail" e "Trouble every day", lancinante Mèlo grandguignolesco, la Denis torna a percorrere i vicoli della sua amata Parigi, a sondarne lo cuore di tenebra…
da qui


... Il cinema di Denis ha anche la caratteristica vincente di costruire delle immagini suono: all'inizio le inquadrature sulla notte parigina lasciano scorgere i più famosi monumenti, la Tour Eiffel, la Basilica del Sacro Cuore in cima a Mont Martre, carezzandoli con alcuni motivi musicali. Sono spazi del sentimento, di contemplazione dello sguardo, è quasi sempre una sorta di soggettiva che lascia intravedere il suo stato emotivo. E sempre in soggettiva continua il racconto, l'immaginazione che si scatena che vede la "s" di valves mettersi a posto sulla scritta posteriore di una Volvo 16 valves, o l'acciuga che si agita sulla pizza, o ancora la passione che si scatena nella toilette o la lampada sulla quale vola la decorazione di stoffa. L'amore tra Laure e Jean sgorga nel modo più naturale possibile, elimina prima le barriere, poi ricostruisce gli spazi tempi del benessere: la calma, la serenità ed il piacere di un fiducioso contatto con l'altro. 
da qui 


Le spectateur, pour peu qu'il se laisse aller à ce déluge de sensations, fera corps avec cette femme, consciente des risques de son changement de vie, et qui s'offre des instants rassurants. L'homme est ici synonyme de sécurité, de robustesse, mais aussi de danger. Tout à coup, le rythme s'accélère, les lumières deviennent des traits lumineux. L'homme a pris les rênes, il guide et choisit sa trajectoire. La femme hésite entre une domination à la fois rassurante et inquiétante et une fuite éperdue. Cela faisait longtemps qu'un film n'avait pas donné tant à sentir ou ressentir. Ceci est assez rare pour être signalé.

Combine all this with Denis and Godard’s virtually unparalleled ability in capturing a kind of radiance in even the most mundane of objects—human skin, a red blanket, a dusty dashboard, hell, even a condom dispenser—and you have one of the most alive films I’ve ever encountered.  And as a bonus, it’s all so soft, almost amorphous that each time I return it feels like I’m witnessing it for the first time all over again…  For my money, one of THE great achievements of modern cinema.

What's most appealing about "Friday Night" isn't its minimalist story, or even its understated acting by Valérie Lemercier as Laure and Vincent Lindon as her new friend. It's the way Ms. Denis unfolds the moment-by-moment events of the film, treating each tiny detail as a lovingly placed fragment of what gradually grows into an enticing mosaic of time, place, and personality.
At her best, as in this movie and her recent masterpiece "Beau Travail," she is one of contemporary film's best stylists. "Friday Night" is part tone poem, part love song, and all pure magic.

domenica 23 settembre 2012

Odete - João Pedro Rodrigues

un film che non lascia indifferenti, Odete ha qualche problema e trascina tutti nella sua follia.
bravi tutti, in una storia ai confini dell' inverosimile, che il regista rende del tutto plausibile e credibile.
merita la visione - Ismaele




Rodrigues, se firma un’opera di passaggio, non completamente risolta e che sembra patire a tratti l’eccesso di studio, si dimostra nondimeno inesorabile nell’evitare il trasporto emotivo, confermandosi, d’altra parte, sublime tessitore d’atmosfere, gestendo le sue lunghe sequenze con studiatissimi, lenti ma insistiti movimenti di macchina che vanno in cerca del dettaglio, lo enfatizzano e lo celebrano (le bocche che parlano o baciano – si pensi all’iniziale primo piano ravvicinato -), non disdegnando suggestivi quadri d’insieme (per tutti: il folgorante piano sequenza iniziale con gli scaffali del supermercato che delimitano il frame, la sublime ripresa dal basso che incornicia la protagonista nella notte ventosa, la plongée che cattura il corpo della donna disteso sulla tomba di Pedro e, soprattutto, i pittorici cambi di luce e ombra nella notturna, splendida carrellata laterale che segue Odete e la sua carrozzina sulla strada per il cimitero).

Melodramma esagerato e coloratissimo, ritmato da musiche scatenate da disco che si alternano con un efficace contrasto alla romantica e sdolcinata Moon River di Henry Mancini presa direttamente da Colazione da Tiffany, il film di Rodrigues trova nella contraddizione di situazioni e vicende al limite del grottesco il suo punto di forza ed il suo genio. Odete sulla carta, per chi non ha visto il film, potrebbe sembrare la sosia della dimessa e campagnola Rosetta dei Dardenne. Invece il regista portoghese ci presenta nei panni (pochi e spesso aderenti) della commessa protagonista del melo' una splendida fanciulla col fisico da top model e il viso accigliato da bambina capricciosa, il tutto facente capo alla splendida (e pure brava) Ana Cristina De Oliveira; Odete e' inoltre certamente una storia di donna, ma poi alla fine tutto ruota sulla vera storia d'amore, cioe' quella del defunto Pedro col suo amato Rui: una incandescente storia d'amore omosessuale che a suo modo, con tutte le bizzarrie del caso, prosegue pure al di la' della morte con uno stratagemma che verra' svelato nello spiazzante finale estremo e provocatorio. Odete infatti e' una storia di una donna che ha come contorno uomini, ragazzi, corpi maschili ripresi ed esaltati nella bellezza dei migliori anni della gioventu'. Contorni che diventano sempre piu' nitidi nella sensualita' di una androginia che finisce per essere la chiave e la soluzione di tutte le pene d'amore.

De grosses perturbations se produisent dans l’esprit de cette jeune Odete, désespérée par le fait que son petit ami ne veut pas s’engager et avoir d’enfant. Le film raconte ce mensonge, et la manière dont le personnage finit, à la manière d’un mythomane, par se persuader de son propre mensonge. Ainsi la grossesse devient nerveuse (ou hystérique dans le texte). La comédienne est assez convaincante, autant que celui qui joue le petit ami en deuil, à la fois révolté et triste…

Brut et sensuel, son film cache cependant quelques instants de grâce artistique magnifiques. Rodrigues dispose ainsi d'un talent certain d'éveiller les sens dans les endroits les plus improbables et d'inclure des éléments inappropriés dans son chant langoureux. Trublion par excellence, il maîtrise parfaitement l'érotisme un peu crade (bien plus respectable ici toutefois que dans son conte d'éboueurs précédent) et il sait opérer des transitions avec une élégance particulière. Son goût exquis pour l'ordre dans le désordre formel sauve ainsi son film du grand n'importe-quoi vers lequel il est constamment aspiré par une protagoniste désagréablement troublante.


venerdì 21 settembre 2012

The criminal (Giungla di cemento) – Joseph Losey

un film di un altro tempo, un bianco e nero perfetto, un carcere dove i prigionieri e le guardie se la giocano, una sceneggiatura credibile, attori davvero bravi.
come non vederlo? - ismaele


QUI il film completo in inglese

Il bottino di una rapina fa gola a troppi.Storie di ordinaria malavita in un carcere inglese.Uno dei detenuti sa dove è nascosto il bottino ma non lo vuole rivelare e mal gliene incoglierà.Ma il bottino non sarà preso da altri in un finale tragico.Losey punta tutto sulle facce,sulla claustrofobia del luogo chiuso per eccellenza ,il carcere,sui rapporti non sempre cristallini tra i detenuti e sugli strani rituali,quasi tribali che vi si consumano all'interno…

Directed by American expatriate Joseph Losey, who fled to England as a result of the Hollywood blacklist, The Criminal is an uncompromising crime drama scripted by Alun Owen from an original story by Hammer screenwriter Jimmy Sangster. Losey’s morality tale of crime, betrayal and institutionalized mistreatment explores the contradictions of the tough guy submerged within the self-contained prison and underworld culture. Robert Krasker’s superb cinematography creates a suitably harsh, bleak visual style. There are fine performances by Stanley Baker as the brutal central character based on notorious Soho gangster Albert Dimes, and Patrick Magee is suitably sinister as Barrows, the corrupt prison guard…

Director Joseph Losey might have been turfed out of his home country by anti-communists, but it is clear that he has well found his feet in the UK. Every frame of this film's stark black and white footage looks superb. Unlike some of his other works, particularly his Harold Pinter collabarations, this is a much more straight forward film with none of the surreality that marked an entry like The Servant (1963), but he does include a couple of unorthodox shots, firstly of a character looking through a kaleidoscope and later a theatrical soliloquy from a prisoner with the background dissolving into black. In keeping with the brutal script, Losey is not afraid to focus in on the violence, particularly in a cell beating early on, where another film might have cut away, he stays and we see the reactions of the poor victim - similarly during the prison riot we see a number of prison officers being attacked by the inmates. A haunting main theme on the soundtrack is used very well to emphasise the sorrow and dispair running through the whole film; the rest of the score is fittingly contemporary jazz...

I admit I love film noir. I would rather watch "Kiss Me Deadly" or "The Big Heat" any night instead of one of the modern Hollywood blockbusters. The good guys didn't always wear white, the bad guys were more then cartoon caricatures, and political correctness wasn't heard of yet. Even so, these films had a strong moral code - the bad guys never won. What makes a film noir so special is the crafting of the picture, from a solid story, to believable acting (most of these films didn't star the "A-list" actors of the day), to a style that became it's own. I doubt you'd find a better-photographed film today...

mercoledì 19 settembre 2012

È stato il figlio – Daniele Ciprì

almeno due motivi per vederlo, le facce e Toni Servillo.
tratto da un romanzo, molto bello, di Roberto Alajmo, racconta una storia, come dice Busu, un tale, che per un graffio alla macchina uccise suo padre...
da non perdere - Ismaele



Ci sono andato con parecchi pregiudizi. Mai stato un entusiasta di Cinico tv e relativo duo registico Ciprì-Maresco, magari un estimatore sì, però la passione mai. Lo spettacolo del turpe, anche se messo in scena con rigore e alto senso dello stile e della forma, mi ha sempre suscitato un qualche rigetto, che volete farci. Però. Però questo È stato il figlio m’è parso una gran riuscita, un film importante soprattutto nel non ben messo panorama del cinema italiano. Storia siciliana, di sicilianitudine assoluta per visceralità, cupi estremismi, umori, amori e disamori. Fors’anche una rischiosa galleria di cliché sulla Sicilia e sul suo degrado fisico, ambientale, morale, che se non l’avesse messa in piedi un palermitano le anime belle del politicamente correttissimo si sarebbero già scatenate. Una Sicilia torva, naturalmente criminogena, postaccio brutto, sporco e cattivo (l’allusione al film di Scola non è per niente casuale, avendo parecchi punti di contatto con questo, a partire dal familismo più darwinianamente amorale) dove ogni pietà è morta, la sporcizia si accumula ovunque, i picciotti più o meno immafiositi imperversano, la burocrazia è sadica, e dove conta solo la pura, animale possibilità di sopravvivere in un universo di sberluccicanti consumi…

Forse meno estremo da un punto di vista di impatto visivo rispetto ai precedenti lavori in coppia con Maresco, E’ stato il figlio conserva comunque una poetica disperata ma anche romantica, un tono caustico, graffiante sebbene mai gratuito o scandalistico. Un film italiano bello e importante, che non pecca né di populismo né di snobismo intellettualoide, ma che può essere preso come termine di paragone per un cinema finalmente inventivo, antiretorico e ruspante.

Busu (Alfredo Castro) è seduto in un ufficio postale, dove paga bollette altrui in cambio di un compenso. E' lui il narratore, la versione cipriana di Forrest Gump, che in attesa del suo turno racconta storie a metà tra la cronaca e la fantasia, senza curarsi della gente che si ferma, lo ascolta e se ne va. Nessuna piuma gli si posa sulle ginocchia. Piuttosto un incidente mortale, oltre la vetrata alle sue spalle. Imperturbabile come in "Post Mortem" di Pablo Larrain(in concorso due anni fa a Venezia) Castro/Busu si rivolge alla sala: "Conoscevo un tale, che per un graffio alla macchina uccise suo padre…

lunedì 17 settembre 2012

Freedom - Sharunas Bartas

molte cose sono non dette, il mondo che Sharunas Bartas ci mostra non è il mondo al quale siamo abituati, i suoi personaggi sono in fuga, senza pace, il film ti lascia inquieto, non capisci e non puoi capire, solo vedere e provare.
dice qualcuno (qui sotto) che Bartas fa film fra Tarkovsky e Bela Tarr, "Freedom" sta dalle parti del capolavoro - Ismaele


Sharunas Bartas’ chef-d’oeuvre and his most accessible work to date, Freedom (2000) is also one of the most pertinent films of the past decade. Taking off from the wandering trio setup of Three Days, Freedom begins with a chase scene right out of genre cinema transposed onto Bartas’ highly de-dramatized canvas. The two men and women seem to be illegal immigrants who are on the coast guard’s wanted list. If The House was national politics distilled into a claustrophobic setting, Freedom is the same being set in seemingly limitless open spaces. The most rigorous of all Bartas films, Freedom is the kind of film Tarkovsky might have made had he lived to see the new century. Like the Russian’s characters, the people in this film are all marginal characters (and are often aptly pushed from the centre of the frame towards its margins) who want to escape the oppressive, unfair politics of this world and become one with nature and the unassailable peace it seems to possess. Alas, like in Blissfully Yours (2002), they are unable to depoliticize their world and start anew. The tyrannical past is catching up with them, the present is at a stalemate and is rotting and there is no sight of the future anywhere. Bartas expands the scope of his usual investigation and deals with a plethora of themes including the artificiality and fickleness of national boundaries, the barriers that lingual and geographical differences create between people and the ultimate impermanence of these barriers and the people affected by it in this visually breathtaking masterwork.

domenica 16 settembre 2012

Pietà – Kim Ki-Duk

il titolo giusto sarebbe Vendetta, ma qualcuno l'aveva già fatto, e meglio.
il film è una mezza delusione, c'è grande mestiere, scene forti e a volte memorabili, ma la storia non mi ha preso più di tanto, anzi poco.
i film belli di Kim Ki-duk sono "Ferro 3", "Primavera, estate..." e Bad guy", secondo la mia opinione, questo si può vedere, ma non è indimenticabile, le cose migliori sono quelle nelle quali i ritmi sono lenti e non serve la violenza, altri sono molto più bravi, in Corea, nei "generi" vendetta e violenza.
so di essere in minoranza, Fantozzi aveva usato parole più estreme per un film capolavoro, questo non è da disprezzare, ma il capolavoro è lontanissimo, a Venezia hanno fatto un pasticcio - Ismaele




"Pietà" è la storia di un contrappasso, di una rieducazione forzata, di un rovesciamento tra vittima e carnefice, di una abisso morale che non ammette ritorni e risalite. Kim-Ki duk è un genio dello stile. Racconta con immagini crude e asciutte, al limite del sostenibile, nel contempo realistiche e simboliche, descrivendo gesti e ambienti con precisione tagliente, giocando tra crudeltà e conati di tenerezza. Cinema d'autore certo, ma questa volta la cerebralità ci è sembrata eccessiva rispetto alla capacitrà di emozionare. L'esercizio è diventata una lezione, non una testimonianza che sa di un "corpo a cuore". L'immagine michelangiolesca della Pietà è solo una citazione che non si consustanzia. E se fosse questo il meno riuscito dei suoi film? Che poi abbia vinto a Venezia, non ci può fregare di meno. A me è piaciuto più Bellocchio.

Adottando una messa in scena che sfiora più volte la tragedia greca, il regista si sofferma su un sentimento di pietà che sgorga dalla società contemporanea, soggiogata da violenza e soprusi e che trova nel dio denaro l’origine e la fine di tutte le cose. Inevitabilmente il titolo dell’opera si ricollega al capolavoro di Michelangelo, come testimoniato da una delle immagini di locandina, un’immagine che abbraccia il dolore e la sofferenza dell’umanità intera. La regia vivace ed eclettica non cade mai vittima del virtuosismo più sfrontato, anzi, aiuta il regista a non prendersi sul serio pur analizzando concetti importanti e di denuncia. Ecco allora che ironia ed egocentrismo fluiscono costantemente, tra una gamba fracassata e un braccio mozzato c’è posto per più di un sorriso, irrisione crudele, forse, di un mondo che non accetta il fatto di prendersi mai seriamente e che è destinato a non cambiare le sue radici, quelle insite nella natura di un uomo come l’avidità, la violenza o la vendetta. Imperfezioni di scrittura si ravvisano con facilità ma i colpi di scena non mancano e questo basta per coinvolgesi totalmente nel nuovo progetto del cinquantaduenne coreano…

La struttura apertamente allegorica sull’omicidio di tutta una classe della società coreana, esplicitamente dichiarata dalla sequenza in cui il protagonista guarda lo skyline della città e il quartiere di baracche di lamiera destinato a sparire per far posto agli ennesimi grattacieli, diventa il limite più pesante e asfissiante di un film malauguratamente tra i meno riusciti di Kim Ki-duk, che non riesce a far vibrare – se non nel balenio tremolante e effimero di alcuni fulgidi istanti – il rapporto tra la madre ritrovata e il protagonista…

Una storia potente che, tuttavia, nel suo dispiegarsi avverte la mancanza di qualcosa come se il regista coreano avesse (forse volutamente?) sottratto una serie di elementi cari al suo cinema. Non c’è la poesia di Ferro 3, né la nota struggente de La samaritana o l’incanto della Natura di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera ed è come se, in questo film, mancasse quel tocco – seppur estremo – di magia che ci ha fatto amare, quasi incondizionatamente, le opere precedenti. Il film tocca così le corde profonde del dolore ma, al tempo stesso, rende visibile un’assenza, ovvero l’incanto di quello stile che sa coinvolgere fino in fondo, nella visione e nel racconto. Resta, sì, l’intensità ma senza il prodigio.

Tierra y Pan - Carlos Armella

sabato 15 settembre 2012

Gli Equilibristi - Ivano De Matteo

un gran film, con un Valerio Mastandrea super, una storia che inizia col sorriso e poi piomba in un abisso.
già nel film precedente Ivano De Matteo aveva colpito a fondo (qui) e anche questo è imperdibile.
doloroso, ma necessario - Ismaele



Ivano De Matteo è un outsider e, da outsider, elabora la sua arte e la ripropone su grande schermo, deliziandoci con una pellicola dai temi duri e contemporanei come Gli Equilibristi.
Una storia difficile e terribilmente attuale quella presentata al Festival, una famiglia come tante, lui impiegato al comune (Valerio Mastandrea), lei segretaria in uno studio medico (Barbara Bobulova), due figli, una adolescente, l’altro nella fase di scoperta dell’amore, governata da un equilibrio quotidiano fragile, che si rompe a causa di una scappatella in ufficio. Il danno sembra riparabile ma è una cucitura lenta e i fili prima o poi finiscono con l’aprirsi di nuovo, è così che lui se ne và di casa per esplicare le sue colpi, iniziando un’odissea fatta di conti da pagare, pensioni della stazione Termini, Caritas, orgoglio e introspezione…

Quello che Ivano De Matteo fa compiere al suo protagonista è un viaggio dal benessere piccolo borghese fino alla povertà, intesa non solo come mancanza di denaro ma anche come perdita di umanità. Tutto avviene intorno alla maschera di Valerio Mastandrea, perfetta rappresentazione del tragicomico, attore di straordinario talento per la commedia e sguardo segnato da un'endemica e perenne tristezza. E su questi due registri si muove il film stesso, inizialmente appoggiato all'ironia del personaggio e del paesaggio (composto dall'umanità popolare romana) e con il procedere sempre più rassegnato al tragico. Il tono leggero e la possibilità di sdrammatizzare sono infatti caratteristiche che la storia volontariamente perde sempre di più a mano a mano che scema l'umanità stessa del suo protagonista, come se l'uno si accompagnasse all'altra

La cruda realtà dei padri separati d’inizio terzo millennio raccontata ponendo come protagonista un sempre più bravo Valerio Mastandrea affiancato da Barbora Bobulova.
Sotto la regia di Ivano De Matteo, uno spaccato sociale che offre momenti per ridere, ma che punta in maniera principale al dramma; senza mai ricercare la lacrima facile e lasciando intravedere, comunque, un indispensabile briciolo di speranza nel corso della sua fase conclusiva.
Una vera e propria odissea fatta di lavori “in nero”, dormite in automobile e progressiva perdita di sicurezze, tanto realistica quanto capace di coinvolgere non poco lo spettatore dell’Italia finita in preda alla tanto discussa crisi (e non solo lui).
Assolutamente da vedere.

…In Gli equilibristi è messo in scena un mondo, quello italiano attuale, in cui la dignità che pare conquistata può essere messa a repentaglio in ogni momento dal minimo scombussolamento economico. Nel caso specifico un divorzio e l'esigenza di mantenere se stessi e un'altra famiglia.

Per fare tutto ciò senza pietismi il protagonista rivede sempre di più i propri standard di vita e accetta compromessi che in poco lo trasformano in un barbone (e il look con barba folta di Valerio Mastandrea in questo senso funziona).
Eppure, nel film scritto e diretto da Ivano De Matteo c'è più amore per la tragicità che per il racconto o i personaggi. Cioè c'è più attaccamento a una necessaria discesa nella disperazione che dimostri e mostri la realtà più truce dei nostri giorni che vera complessità. Non che il microuniverso di disperazione messo in scena da film non esista o non vada raccontato (anzi!) ma lo sguardo del regista è quello del bieco carceriere (senza la raffinatezza intellettuale di un Haneke) e mai quello del narratore onesto…
da qui

Zozo - Josef Fares

Josef Fares dopo "Jalla Jalla" e "Kops", due bellissimi film, gira "Zozo", nel 2005, la storia di un bambino che riesce a fuggire dalla guerra del Libano, ed è un piccolo capolavoro.
un peccato non vederlo, Zozo è uno dei bambini indimenticabili (non pochi, per fortuna) della storia del cinema - Ismaele



Vari elementi accomunano il terzo film di Josef Fares all’ultimo lavoro di Radu Mihaileanu, Vai e vivrai, uscito lo scorso anno. Come il regista rumeno, naturalizzato francese, Fares è un regista ‘migrante’, nato in Libano e cresciuto nella fredda Svezia dopo essere scappato con la famiglia dai bombardamenti di Beirut. Dopo una serie di film comici (Jalla!Jalla! e Kops), il giovane regista libanese approda, come il suo ‘compagno migrante’ Mihaileanu a un film che tratta dello shock dell’emigrazione forzata, analizzata attraverso piccoli episodi fortemente biografici dei loro stessi autori. Nel film del regista rumeno la vicenda trattava, non priva di una certa retorica, la vita di un bambino eritreo profugo in Israele. In Zozo, presentato in anteprima italiana al Medfilm festival, cambiano i luoghi (Libano e Svezia), ma non gli effetti scioccanti e devastanti della nuova vita in un mondo che spesso non sa accogliere…

What can i say. Joseph Fares has managed to capture on film the experience of what it meant to be Lebanese and to be in Lebanon during the war. Away from any and all politicization, away from the savagery and brutality the film is able to project the "Human" face of what anyone of us would go through given the circumstances. I left in 1989 as well, but i was one of the fortunate ones and my family remained safe. What Joseph and Zozo (actor) were able to produce together was beyond remarkable. Beauty indeed is found in simplicity, so is power. Carmen Lebbos who plays zozo's mother in this unfolding story is also able to bring the best of her game and i wouldn't be surprised if the film is able to capture more than one home run at the Oscars.


venerdì 14 settembre 2012

L'intervallo - Leonardo Di Costanzo

dopo un po' capisci cosa succede, che Salvatore e Veronica stanno perdendo definitivamente l'innocenza e la residua fiducia nel mondo, un mondo di sopraffazione e di violenza, psicologica e non solo.
Salvatore e Veronica diventeranno adulti troppo in fretta, in un giorno solo.
da non perdere - Ismaele



…Per arrivare a questo la scelta del team di autori è di passare attraverso il dramma da camera senza mai avvicinarsi al teatro. Benchè in scena ci siano praticamente sempre solo due attori che parlano tra di loro, L'intervallo riesce a non rimanere ripiegato sulla parola ma con i continui cambi d'ambiente e il fenomenale apporto delle luci di Bigazzi, capaci da sole di raccontare uno stato d'animo, porta nuove idee e rinegozia il senso di ogni scena, in modo da rendere ogni momento superiore alle semplici battute che in esso sono pronunciate.
Nonostante rimanga un film piccolo, per volontà aspirazioni e umiltà, L'intervallo comunque riesce ad arrivare più lontano delle proprie aspirazioni in virtù di una coerenza, di un'onestà e di una fiducia nelle capacità dell'immagine che non sono frequenti.

…Opera prima, una vera iniziazione alla regia e sullo schermo alla vita. Un mondo di adulti, una realtà che non si vorrebbe ma che non si sa come modificare. Gli occhi del regista scavano nei due adolescenti, scorrono lungo le pareti del (de)cadente luogo e, al termine, ci mostrano una condizione disarmante soprattutto per noi, che non avendo mai vissuto a contatto con siffatte situazioni, ci pare ogni volta incredibile che non siano solo finzione. Atterrita, a tratti assonnata, mai assopita sono arrivata all’ultimo fotogramma stanca, ma contenta di aver affrontata un tema a me tanto distante e ostile.
Un cast inatteso, una fotografia studiata che diviene sempre più cupa man mano che i due si lasciano l’adolescenza alle spalle, un’assenza di musica che colleghiamo alla carenza di spensieratezza nelle vite dei ragazzi e mai una frase stonata per uno script che pare un triste canto che mai esagera anche se non strabilia. I giovani attori convincono, ora però dobbiamo capire se abbiano interpretato sè stessi oppure sian stati così bravi da farci digerire una non bella sfaccettatura del Bel Paese.

Di Costanzo organizza il suo film su una costruzione drammaturgia apparentemente semplice ma in realtà complessa e stratificata: mettendo a sistema l'elemento spaziale - l'edificio vuoto ed inospitale così come il bosco adiacente ad esso, selvaggio e rigoglioso - con quello temporale - lo scorrere del tempo enfatizzato da un architettura fatiscente e dai cambi di luce che suddividono la storia in tre diversi momenti - immerge la storia in un senso di caducità che pesa sui personaggi e sulle loro azioni, conferendogli un alone di tragicità. Una tendenza quella dell'apparente semplicità che ritroviamo anche nell'utilizzo della matrice realistica, ottenuta con una recitazione aderente ma di sottrazione,in cui gli stati d'animo sono più spesso suggeriti che dichiarati, ricavati dal contrasto di luci e di ombre che caratterizza la prima parte del film, quella in cui all'incertezza sulla propria sorte si somma anche il disagio della convivenza forzata; oppure nella parte centrale, quando il film si sviluppa prevalentemente all'aperto e la luce del sole netta e decisa corrisponde allo scioglimento delle rispettive tensioni, quello in cui i due ragazzi si lasciano dietro il fardello delle proprie esistenze per offrirsi all'altro con rinnovata trasparenza. Ed ancora, nella capacità di far parlare l'ambiente con una composizione delle inquadrature che tiene conto del rapporto tra le figure e lo spazio, quest'ultimo sempre in dialettica con i personaggi mediante una frequentazione fatta di movimenti difficili, che avvengono in ambienti caratterizzati da passaggi stretti e poco illuminati, spesso desolati, chiaro indizio di una di una fatica di vivere che appartiene ai due protagonisti...

mercoledì 12 settembre 2012

Spalovac mrtvol (L'uomo che bruciava i cadaveri) - Juraj Herz


1 - il film è tratto da un romanzo di Ladislav Fuks, qui anche sceneggiatore (che ha scritto un romanzo immenso, “Il Signor Theodor Mundstock”, leggine qualcosa qui)

2 – il film è un capolavoro, la storia è di chi per successo, convenienza o ideologia non guarda in faccia niente e nessuno, all'inizio il protagonista è buono e gentile, non crederesti alla metamorfosi, prima, arriva fino agli atti più estremi, senza problemi di metabolizzazione, si passa dalla commedia alla tragedia e all'horror, in una discesa verso l'abisso, il film è del 1968, si poteva osare, i riferimenti politici sono forti, tecnicamente il film ha molto dell’animazione, come le inquadrature, per esempio (Jan Svankmajer è amico e collaboratore del regista), la musica è angosciante, il film ha un tono kafkiano (come la scrittura di Fuks), alla fine stai male (ma anche prime) e dopo ti resta dentro. Imperdibile.

3 – se un post si dedica, questo è dedicato a Einzige (che ha deciso di appendere il suo blog al chiodo, qui)  che ha visto il film e lo classifica, anche lui, fra i capolavori.



lo si cerchi e lo si veda, poi mi direte - Ismaele




…Juraj Herz’s Slovakian film “The Cremator” (1968) might just be a top ten. It tells the fascinating, disturbing and uncomfortably hilarious story of a radical Buddhist psychotic serial killer who runs a Czechoslovakian crematorium in the years leading up to WWII...

Il film è denso di aspetti metaforici creati per rendere interpretabile la trama, portando il piano onirico dell'opera su un piano di maggior riflessione, quello del surreale; questi aspetti sono vere opere d'arte. Tralasciando il magnifico simbolo ricorrente della tigre, già spiegato, nel film ci viene introdotto uno spirito che segue costantemente il protagonista (la donna pallida dai capelli bruni e lisci). Questa donna è il primo cadavere nel crematorio che ci viene presentato dal protagonista; essa è ciò che congiunge la sua personalità alla realtà dei fatti, tanto che questo spirito appare nei momenti di maggior profondità psicologica del protagonista. È, in un certo senso, la coscienza di Kopfrkingl, la consapevolezza della realtà. Immobile, fredda, sorridente nel momento di svago e di non preoccupazione (quando è nel bordello), sempre più distante man mano che l'uomo si allontana dalla sua sanità mentale, una consapevolezza di perdersi nelle proprie elucubrazioni tale da rincorrere l'uomo alla fine del film, quando ormai la perdita è inevitabile, quando ormai le conseguenze delle proprie azioni sono incipienti e la parola “fine” sta per chiudere il film…

Juraj Herz’s The Cremator (1968) has only recently begun to receive the attention it so clearly deserves. Although unquestionably part of the Czech New Wave of the 1960s, Herz has never been as well known as his contemporaries such as Milos Forman, Jirí Menzel and Ivan Passer, and the film is rarely mentioned in the same breath as The Shop on the High Street (Jan Kadar and Elmar Klos, 1965), Closely Observed Trains (Menzel, 1966) or The Fireman’s Ball (Forman, 1967). This marginalisation is perhaps partly due to Herz’s training as a puppeteer, rather than a live action filmmaker, a fact which at times comes through in The Cremator and aligns his work more with that of his friend and collaborator, Jan Svankmajer, than with more mainstream New Wave directors like Forman or Menzel.
Furthermore, The Cremator came at precisely the wrong time. Herz began the film during the short-lived period of liberalisation in 1968 know as the “Prague Spring”, during which Czech filmmakers enjoyed unprecedented, if not total artistic freedom. However, shooting was not yet complete when the Soviet clampdown came in August of that year. Working quickly, the film was finished and released, albeit briefly, before the Soviets regained their hold over the Czech film industry. It was then promptly banned and soon forgotten…

Juraj Herz’s film The Cremator has been described in many ways - as surrealist-inspired horror, as expressionist fantasy, as a dark and disturbing tale of terror. 

This brilliantly chilling film, a mix of 
Dr Strangelove and Repulsion, is set in Prague during the Nazi occupation. It tells the story of Karl Kopfrkingl (Rudolf Hrusínský), a professional cremator, for whom the political climate allows free rein to his increasingly deranged impulses for the ’salvation of the world’...

The production design is crisp and symmetrical.  Stanislav Milota’s stunning black and white cinematography is haunting and beautiful.  It features successions of extreme closeups that emphasize the slightly grotesque and disturbing features of the biological condition.  Milota’s use of black and white film stock’s enhanced tonal range is artfully employed to focus attention on rich textures and multitudes of shades.  This gives The Cremator a uniquely unsettling dreamlike quality.  The musical score by Zdenek Liska is alluring, phantasmic, and aesthetically intriguing. Viewing The Cremator is akin to experiencing a nightmare that one is reluctant to wake from.
 

martedì 11 settembre 2012

UNESCO's Memory of the World - National Cinematic Heritage

nel 1995 l'Unesco ha scelto, a 100 anni dai primi film dei fratelli Lumière, qualche centinaio di film, paese per paese, come patrimoni dell'umanità.

ecco la lista

lunedì 10 settembre 2012

La vie promise - Olivier Dahan

Isabelle Huppert, una prostituta con una ragazzina, a causa di un fatto drammatico, è costretta a vivere con la figlia, in fuga.
e incontrano un altro perdente, desideroso di riscattarsi.
un grande film, con grandi attori e un grande regista.
per me da non perdere, duro. difficile, ma dà soddisfazione, promesso - Ismaele


Olivier Dahan signe un film visuellement magnifique et offre du même coup à Isabelle Huppert un de ses plus beaux rôles, en la personne d'une pute paumée et tourmentée. Le réalisateur a privilégié l'aspect esthétique au scénario. En effet, il fait preuve de virtuosité en filmant des personnages baignant dans des tons bleutés sur fond de centrale nucléaire éclairée en rouge, magnifiant ainsi un réel plutôt dur. De plus, lui seul est capable de transformer les magnifiques paysages de l'Isère en plaines des lointaines contrées américaines.
Maud Forget, la révélation de Mauvaises Fréquentations s'affirme ici comme une grande actrice et Pascal Grégory, une fois de plus transformé, est génial comme à son habitude. 'La vie promise' est un vrai régal, dont on ne se lasse pas.

…Sylvia (Isabelle Huppert) est incapable de supporter les contraintes du quotidien. Elle se prostitue à Nice et entretient une relation difficile avec sa fille, Laurence (Maud Forget), qu’elle aimerait bien ne plus voir du tout. Après le meurtre d’un proxénète, elles se voient pourtant contraintes de partir ensemble en cavale. Sylvia, qui ne sait pas où aller, tente alors de retrouver son premier mari dont elle a eu un fils. Sur leur route, elles croisent Joshua (Pascal Greggory). Il est en liberté provisoire et a décidé de ne pas retourner en prison.
La vie promise ne raconte pas seulement l’histoire d’une fuite. Il y a une dimension esthétique et poétique très forte dans ce film. La caméra prend le temps de s’attarder sur un paysage, l’eau qui court ou un coquelicot agité par le vent. Ces passages contemplatifs, soutenus par une bande originale très forte (on y retrouve notamment le titre Again d’Archive), génèrent une émotion intense et créent une ambiance particulière…

domenica 9 settembre 2012

Free Rainer - Hans Weingartner


un grande Moritz Bleibtreu (e viva Hans Weingartner) in un film che sarà impossibile vedere in tv, e anche al cinema, purtroppo.
un gran bel film, un apologo sul potere della tv e come domarlo e addomesticarlo.
non sarà perfetto, ma è vivo, ha qualcosa di epico la lotta contro Golia.
da non perdere, privarsene sarebbe un peccato - Ismaele



Con la stesso spirito radicale, grottesco ed eccessivo che aveva animato il suo film precedente, The Edukators, Hans Weingartner si scaglia contro la politica dell’istupidimento, asservita da un sistema distorto di rilevazione degli ascolti, che dilaga negli schermi televisivi e che, impoverendo l’immaginario sociale ed abituandolo ad abdicare ad una lettura critica e libera della realtà,diventa un strumento di controllo del pensiero. Free Rainer – Reclaim Your Brain è attraversato da un’enorme fiducia nell’essere umano, la volontà del singolo è lo strumento di lotta attraverso il quale è ancora possibile ribellarsi al sistema e alla sua logica straniante, l’individuo, grazie alla sua libertà di interpretare e di essere nel mondo, è ancora in grado di ridisegnare la società in cui vive…

La verdad es que el director consigue que salgamos del film planteándonoslo, y recordando con una sonrisa en la boca lo que acabamos de ver. Porque la estructura fílmica que sigue Un juego de inteligencia es exactamente igual (lamentablemente, ya que esperábamos algo más de este prometedor director) que la de Los edukadores: creíble al inicio, avanzando con una historia cada vez más naïve y terminando con un final, más que feliz, esperanzador. Pero, también, igual que en Los edukadores, el director sabe que esa esperanza existe, pero es complicado que el deseo se convierta en realidad. En la anterior lo mostraba con la nota que dejan los jóvenes en su abandonaba habitación y que encuentra la policía: "Algunas personas nunca cambian". En ésta, es con el último plano, viendo a todos nuestros héroes sentados, como cajeros, tras las la cintas del supermercado. ¿Cambiarán los gustos de los consumidores? Todos esperamos que sí... pero sabemos que será difícil…

There is something when it comes to film and German, during their film history they have give us several of the best films ever made, but the latest decay film in German has only been about Tom Tykwer. Perheaps Hans Weingartner is the man to change that, his earlier film Die Fetten Jahre sind vorbei was a great comedy/drama. In this film he is using basically the same theory, but it is much better done. It is not about young people protesting against society, it is about a man that wakes up and discover that everything he stands for is "shit", and then gathering some folks to start a revolution against the entertainment industry and television companies. The film entertains until the end.

Mikro Eglima - Christos Georgiou

una piccola isola greca, un giovane poliziotto, Leonidas, che ha chiesto il trasferimento ad Atene, una ragazza, Angeliki, che è famosa in paese per via della televisione, un morto, piccolo crimine e piccoli misteri.
non è da storia del cinema, ma è un piccolo film che si vede con piacere e simpatia - Ismaele




Leonidas, un giovane ufficiale di polizia, viene mandato in una piccola e noiosa isola dell’ Egeo. L'uomo, annoiato, passa le sue giornate a mettere cartelli “No Nudismo” e a guardare il programma televisivo mattutino Angelikis al bar. Fino al giorno in cui Zacharias non viene trovato morto ai piedi di una scogliera. Qualcuno pensa che l'uomo, ubriaco, sia caduto accidentalmente, mentre Leonidas è convinto che sotto ci sia qualcos'altro. A dirglielo è il suo istinto, e decide di indagare. Quella stessa notte, Angeliki, la conduttrice del famoso programma, arriva sulla piccola isola e quando la donna si unisce alle ricerche tra i due scoppia un'inimmaginabile storia d'amore. Leonidas si rende conto che ogni persona in città ha una propria idea sulla morte di Zacharias e, alla fine, anche lui finirá per averne una tutta sua.

After months of cold, cloudy days, most of us in the chilly states are dying to get away for a while—somewhere warm and sunny (preferably with a nice beach—and a waiter to deliver drinks). But if you can’t afford plane tickets and hotel rooms, I recommend taking a more affordable trip to the islands of Greece—with the help of the Greek comic mystery, Small Crime...

A rookie, a dolt, or a dreamer? Village policeman Leonidas, fresh from the academy, is transferred to an isolated Greek Island, where he dreams of a career as chief inspector. When the body of Zacharias, the town's misfit, turns up on the island, Leonidas jumps on the opportunity to further his career, crossing fingers that foul play is involved. He's also hoping to make headway with the love of his life, Angeliki, local beauty and TV-Star. Summer comedy-mystery from Christos Georgiou with the slapstick charm of a Jacques Tati movie, and the cheeriness of an evening on a Greek island